Gas naturale nel Mediterraneo: Israele non sta violando le acque palestinesi

The gas platform for Leviathan, Israel's largest gas field is seen from a helicopter near Haifa bay

di David Fiorentini

Conosciuta da sempre come “un’isola energetica”, Israele non ha potuto contare su consistenti quantità di risorse naturali e ha quindi vincolato la sua politica estera alla necessità impellente di importare gas, petrolio e carbone da partner complicati come Iran, Sudafrica, Iraq, Russia e Azerbaijan. Ma grazie alla fortunata scoperta di giacimenti di gas naturale nel Mediterraneo, Israele ha rivoluzionato la sua politica energetica, producendo il 75% del proprio fabbisogno nazionale e diventando per la prima volta un paese esportatore. Il gas naturale ha giocato un ruolo fondamentale anche in termini geopolitici, rafforzando i legami dei paesi che hanno già sancito accordi di pace con Israele, come la Giordania, il cui 80% di energia proviene dal gas israeliano, così come l’apertura di nuove opportunità con l’Unione Europa, vedasi il progetto EastMed, sempre più interessata a diversificare le sue fonti di approvvigionamento, in particolare in seguito all’invasione russa dell’Ucraina. Una nuova rete di relazioni internazionali che ha anche portato nel 2019 alla creazione dell’East Mediterranean Gas Forum – ente composto da Egitto, Cipro, Grecia, Israele, Italia, Francia, Giordania e Autorità Palestinese, finalizzato allo sviluppo e l’ampliamento dei giacimenti del Mediterraneo orientale – e nel 2022 al raggiungimento di uno storico accordo sui confini marittimi tra Israele e Libano.

La diatriba territoriale della Zona G

Nonostante i passi avanti della diplomazia mediorientale, rimangono ancora vari nodi da sistemare. Il caso più recente nasce lo scorso 29 ottobre, nel pieno del conflitto tra Israele e Hamas, con la concessione triennale del Ministero dell’Energia e delle Infrastrutture israeliano a ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), Dana Petroleum e Ratio Energies per l’area marittima G, al largo di Israele e della Striscia di Gaza.

 

Molte ONG palestinesi, come Adalah, Al Mezan, Al-Haq e PCHR, hanno condannato l’iniziativa definendola “una violazione del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale consuetudinario”. In una lettera rivolta al Ministro degli Esteri Israel Katz, Adalah ha chiesto la revoca delle licenze e l’annullamento delle gare d’appalto, sostenendo che le aree non appartengano allo Stato di Israele. Il 6 febbraio 2024, lo studio legale Foley Hoag LLP ha richiesto alle società vincitrici del bando desistere dall’intraprendere qualsiasi attività in aree della Zona G. Anche in Italia, Alleanza Verdi-Sinistra e MoVimento 5 Stelle hanno denunciato l’accaduto e si sono appellati rispettivamente al ministro degli Esteri Tajani e al Governo per fare pressione su ENI affinché questa rinunciasse al contratto.

Israele non sta violando territori palestinesi

Nel 2019, l’Autorità Palestinese ha rivendicato i confini della propria Zona Economica Esclusiva (ZEE), tracciando un’area che si estende dalle coste di Gaza fino alle acque della ZEE cipriota, includendo porzioni della zona G, H ed E.

Una pretesa immediatamente rilanciata dalla Turchia, storicamente insoddisfatta dei confini della propria ZEE, che ha rivendicato un corridoio che possa unire le due zone, allarmando gravemente le autorità di Grecia, Cipro e Israele.

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Tuttavia, le trattative sulle delimitazioni marittime dell’Autorità Palestinese nascono ben prima, con il primo passo formale sancito nel contesto degli Accordi di Oslo del 1993, con i quali Israele e OLP concordarono la ZEE di Gaza, di 20 miglia, delimitandola da una zona chiusa confinante a Sud con l’Egitto e a Nord-Est con Israele.

 

 

Non appena è stata recapitata la richiesta palestinese alle Nazioni Unite, sia la delegazione israeliana che quella egiziana hanno subito espresso il loro dissenso non riconoscendo la richiesta di Ramallah poiché in violazione degli accordi sulle ZEE presistenti. Per questo, in mancanza di un aggiornamento sulle trattative bilaterali ANP-Israele e ANP-Egitto, le accuse rivolte principalmente allo Stato ebraico, e in minor parte anche all’Egitto, risultano infondate perchè mancanti di elementi imprescindibili secondo il diritto internazionale.

Come potrà l’Autorità Palestinese soddisfare il proprio fabbisogno di energia? 

Accordi internazionali a parte, rimane comunque la drammatica questione energetica di svariati milioni di persone, che non possono contare su una fonte affidabile di approvvigionamento. Nonostante la leadership di Gaza sia stata per quasi venti anni ad appannaggio del gruppo terroristico Hamas, che ha costretto Israele a imporre numerose restrizioni dell’espansione marittima locale per prevenire il contrabbando di armi, il Governo israeliano, insieme ad altri partner, ha messo in campo alcune proposte operative. La prima, Gas for Gaza (G4G), consiste nella costruzione di un nuovo gasdotto dalla città israeliana di Eshel HaNasì fino alla centrale energetica di Gaza che possa fornire fino a 1100 MW di elettricità, superando ampiamente i picchi di 600 MW del fabbisogno della Striscia, attualmente fornita da 200 MW provenienti per il 60% dalla Israel Electric Corporation (IEC). Il progetto, finanziato per 20 milioni di euro dalla Commissione Europea e per 60 milioni dal Qatar, riceverà anche il supporto logistico ed economico di Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti. Il secondo progetto consiste nel permettere l’esplorazione da parte dell’azienda statale egiziana Natural Gas Holding Company del giacimento di Gaza Marine, scoperto nel 2000 dalla britannica BG Group. Mantenendo il 45% della proprietà, la ditta egiziana trivellerebbe oltre 2 miliardi di metri cubi di gas naturale tra Egitto e Autorità Palestinese, la quale potrà contare su una parte sostanziale degli introiti delle esportazioni.

Tuttavia, la vera problematica, soprattutto in seguito alla guerra scatenata dopo il massacro del 7 ottobre, riguarda il coinvolgimento di Hamas nella gestione delle risorse. Premesso che non sia chiaro, nella pianificazione della Natural Gas Holding Company, quale sia il ruolo dell’effettiva forza di governo di Gaza, si apre una riflessione più vasta su come poter assicurare la fornitura di gas naturale ad uso civile, senza che ne traggano vantaggio le sigle del terrorismo islamico. Purtroppo, la presenza di un’entità terroristica che ripetutamente ha sfruttato le infrastrutture civili come scudo militare per mettere a repentaglio l’incolumità dei cittadini israeliani, impedisce la costituzione di un rapporto di garanzia che permetta maggiori concessioni da parte di Israele, anche in ambito energetico. Solamente al termine del conflitto in corso, con la rimozione di Hamas e dell’interferenza iraniana, si potrà valutare una nuova joint venture internazionale, che possa dare nuova linfa alla Striscia e contestualmente ai territori palestinesi delle aree A e B, per sostenere la  prosperità e la stabilità alla regione.

 


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