Ebraismi e identità ebraiche

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Da alcuni anni mi capita spesso, partecipando a riunioni, congressi e assemblee in ambito ebraico, di nutrire un sospetto. L’argomento più ricorrente in queste occasioni è facilmente identificabile: come favorire una maggiore partecipazione a attività ed eventi proposti. Fin qui, niente di strano, è anzi doveroso porsi la questione di come cercare un maggiore coinvolgimento, anche se non di rado le ottime intenzioni si scontrano con incapacità di fatto a mettere davvero in discussione certe priorità e convincimenti personali. Ma fino a qui, ripeto, nessuna sorpresa. Quello che mi stupisce è invece che alcune persone molto presenti nella vita e nella gestione delle comunità ebraiche, che si ritrovano regolarmente in simili consessi, diano per assodato che agli ebrei che definiscono “lontani” interessi poco o nulla della propria identità ebraica.

Tanto per cominciare, la vicinanza e la distanza esprimono relazioni e non stati fissi. Si tratta poi di una relazione reciproca: se B è lontano da A, anche A è lontano da B. Inoltre e soprattutto, chi mette in un unico mazzo tutti gli ebrei che non frequentano con regolarità quotidiana o settimanale o mensile la comunità, perde le infinite sfumature con cui l’appartenenza ebraica di ciascuno si esprime. E’ evidente che esista una sete di ebraismo e perfino di comunità spesso anche tra i frequentatori sporadici e “lontani”.

Declinato in mille modi – anche estremamente personali, perciò discutibili – è un ebraismo che va oltre lo stringente criterio adottato in Italia per regolare la possibilità di iscriversi a una comunità. Mi vengono in mente i mille modi diversi che hanno le persone che conosco di rispettare l’astensione da prodotti lievitati durante la festa di Pesach, certamente uno tra i momenti identitari più sentiti dagli ebrei. C’è chi opera una pulizia certosina pianificata mesi prima dell’inizio della festa e chi porta in cantina i pacchetti di pasta, chi lascia la farina in cucina ma la rinchiude in uno stipo e evita di consumarla e chi mangia prodotti lievitati ma solo fuori casa, oppure rinuncia a qualcosa dal valore altamente simbolico, per esempio la pasta o il pane, ma non a tutto. Ci sono quelli che sterilizzano le stoviglie e quelli che per otto giorni consumano patate bollite in un angolo dell’appartamento dopo aver ripulito ogni centimetro della casa o venduto simbolicamente ogni proprietà per non rischiare di trovarsi in possesso di chametz (o anche entrambe le cose insieme: pulizia e vendita). Alcuni solo per questa settimana osservano norme di casherut trascurate durante il resto dell’anno, altri nel timore di lasciare qualche briciola oppure per mancanza di informazione adeguata estendono il divieto del chametz alla polvere, altri ancora se ne infischiano però al seder delle prime due sere partecipano, e una volta ho conosciuto perfino un israeliano che, a Pesach, raccontava di mangiare con gusto pane e porchetta.

Dal punto di vista ebraico questi comportamenti non sono ovviamente tutti equivalenti. Credo però che quello di Pesach sia un caso significativo che disegna una realtà molto più complessa di quella che talvolta supponiamo, una costellazione di usi, abitudini, convinzioni e atteggiamenti che sfugge a ogni tentativo di schematizzare rigidamente.

Giorgio Berruto


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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