13 Maggio 20209min542

Deir Yassin, tra storia e disinformazione

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HaTikwa, di David Fiorentini 

Per tutta la storia dello Stato d’Israele, i suoi critici si sono serviti della battaglia di Deir Yassin, avvenuta il 9 aprile 1948, per sminuire l’integrità morale dell’IDF e avanzare accuse di crimini di guerra nei confronti di una cittadinanza inerme e pacifica.

Nel contesto dell’apertura della via per Gerusalemme durante la Guerra d’Indipendenza israeliana, vari villaggi controllati dalla Lega Araba furono ritenuti funzionali per spezzare l’assedio della capitale del futuro Stato d’Israele. Uno di questi fu il piccolo paese di Deir Yassin che, con i suoi 600 abitanti, sovrastava le principali vie di comunicazione circostanti. La sua posizione strategica era stata spesso sfruttata dalle fazioni arabe, sia nel 1920 come centro di smistamento delle armi, sia nel 1928-29 come base da cui attaccare il vicino insediamento ebraico di Givat Shaul.

Dal mese di marzo del 1948, le attività arabe nei pressi di Deir Yassin si intensificarono, tanto che in numerosi rapporti dell’intelligence dell’Haganah, la principale organizzazione paramilitare ebraica, si palesava un importante contingente arabo, formato in particolare da iracheni. L’area divenne ancora più turbolenta il 2 Aprile, quando numerose cannonate da Deir Yassin raggiunsero i vicini villaggi di Beit Hakerem e Bayit Vegan. A ciò si aggiunge il fatto che, proprio poche ore prima della battaglia, si era sparsa la notizia che gli arabi a Deir Yassin avevano trainato un mortaio sulla strada principale allo scopo di bombardare il convoglio (che portava i rifornimenti agli ebrei assediati di Gerusalemme)”.

Per queste ragioni il comandante dell’Haganah, David Shaltiel, diede l’ordine alle truppe dell’Irgun e Lehi di conquistare il villaggio, a patto che non ferissero civili e soprattutto che mantenessero la posizione.

I reparti armati dell’Irgun e di Lehi, che fino ad allora erano stati impegnati solamente in azioni di guerriglia contro il contingente britannico in Medio Oriente, colsero al volo l’occasione per poter combattere per la prima volta in una vera e propria battaglia contro l’esercito arabo. Nonostante la grande foga, il comandante dell’Irgun, Menachem Begin, sottolineò con forza il dovere di non uccidere civili e di non maltrattare i prigionieri, tanto che sostenne la necessità di avvisare la popolazione con megafoni, rinunciando quindi all’effetto sorpresa.

E così fu: la mattina del 9 Aprile, le unità ebraiche furono precedute da un carro armato munito di megafono, da cui un ebreo iracheno intimò alla popolazione di abbandonare il campo di battaglia e ritirarsi all’uscita ovest del villaggio, che gli attaccanti avevano lasciato appositamente libera. L’avanzata ebraica fu molto lenta a causa dell’intensità del fuoco arabo, che poteva contare persino su rifornimenti di armi inglesi. Una volta raggiunto il villaggio, le truppe ebraiche riuscirono ad impossessarsi del territorio, anche grazie a un aiuto da parte dell’Haganah che dovette ricorrere a dei mortai per forzare l’ultimo fortino arabo.

Durante l’intera battaglia, molti civili erano rimasti sul luogo e molti di questi si adoperarono per supportare i loro combattenti. Infatti, dopo aver fatto saltare gli inusuali portoni di ferro, spesso dietro vi erano donne armate o uomini travestiti da donna con fucili puntati all’ingresso. Se per questi motivi, uniti alla frenesia del combattimento, si poterono giustificare le svariate perdite civili, controversi furono invece gli episodi secondo cui alcuni soldati arabi, fingendo di arrendersi, aprirono nuovamente il fuoco sui soldati israeliani i quali, colti di sorpresa, spararono indiscriminatamente sui prigionieri presenti. In ogni caso, di fronte a una giornata tanto sanguinosa, che contò, secondo le stime dell’Università araba di Bir Zeit, circa 96 vittime civili e 11 militari, David Ben Gurion scrisse immediatamente una lettera al Re Abdallah I di Giordania per esprimere orrore e disgusto riguardo i fatti accaduti.

Stando ai primi rapporti bellici le vittime ammontavano a 254, numero in realtà falsato dagli israeliani stessi, per tentare di spargere il panico e abbattere il morale delle fila nemiche. Un’azione probabilmente poco lungimirante, poiché anche la parte araba aveva interesse a gonfiare il numero delle vittime, sia per accusare Israele di crimini di guerra che per unire gli arabi nella lotta. Alla fine, la trasmissione di queste cifre, unita anche ad altre falsità, come le presunte violenze sulle donne, fu, per stessa ammissione di Hazan Husayni, responsabile del Palestinian Broadcasting Service, un grande errore per gli arabi poiché “come sentirono che le donne erano state violentate, i Palestinesi cominciarono a fuggire”.

Nei decenni successivi, vennero condotti nuovi studi che tentarono di comprendere le vere dimensioni della battaglia; nel 1969 venne pubblicato dal Ministero degli Esteri israeliano un depliant in inglese in cui, pur ammettendo che fossero stati uccisi dei civili in quell’occasione, il numero dei morti si aggirava in realtà attorno alle 100 vittime (numero poi confermato anche dagli studi dell’Università di Bir Zeit, in Cisgiordania), e si ripudiava l’ipotesi secondo cui Deir Yassin fosse stato un freddo massacro premeditato.

La vera importanza di Deir Yassin non sta nei numeri, ma nel suo significato storico: coloro che criticano Israele, prendendo in esame questo episodio, accusano lo Stato Ebraico di aver premeditato un piano di pulizia etnica per cacciare gli arabi dal futuro Stato d’Israele, dando inizio al flusso migratorio che prese il nome di Nakba. È proprio in riferimento a questo momento che, per la primissima volta, viene mossa l’accusa per cui gli israeliani si comporterebbero con gli arabi palestinesi come i nazisti si comportarono con gli ebrei.

La Nakba in realtà non fu causata da un freddo piano pseudonazista, ma fu opera degli arabi stessi. Fin dagli albori della guerra arabo-israeliana, emittenti radiofoniche egiziane e giordane inviarono messaggi alla popolazione araba invitandola ad abbandonare temporaneamente le proprie case, con la promessa che verranno restituite non appena le truppe arabe avranno spazzato tutti gli ebrei in mare. Certo, gli israeliani con megafoni e altri mezzi di comunicazione hanno intimato alla popolazione araba civile di spostarsi, ma non nel tentativo di una presunta pulizia etnica, ma al fine di limitare le perdite civili e velocizzare il protrarsi del conflitto. Non a caso, finita la guerra, numerosi arabi presero la cittadinanza israeliana, tanto da diventare oggi il 20% della popolazione israeliana, dimostrando l’apertura di Israele verso chiunque apprezzi i valori di libertà e democrazia.

In sintesi, screditare il codice etico israeliano, tanto da paragonarlo a quello nazista, è sintomo non solo di disinformazione, ma di una discriminazione che rasenta l’antisemitismo. L’esercito israeliano ha un codice etico basato sulla priorità della vita umana e sull’etica degli armamenti, che garantisce a chiunque il diritto alla vita e alla propria dignità. L’ipocrisia di coloro che da un lato difendono gli attentati terroristici palestinesi, ma poi pretendono da Israele un comportamento non richiesto a nessun altro Paese occidentale, è chiaramente causa di un risentimento particolare verso l’unico Stato Ebraico al mondo. Per questo motivo è fondamentale che l’equiparazione di sionismo e nazismo sia inclusa nella definizione di antisemitismo dell’IHRA, affinché la sicurezza degli ebrei in Israele e nel Mondo, garantita in primis dall’IDF, non venga messa in pericolo.

 

 

 


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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