14 Luglio 20217min420

Cum Nimis Absurdum: il 14 Luglio 1555 veniva istituito il primo Ghetto ebraico di Roma.

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Cum nimis absurdum et inconveniens existat ut iudaei, quos propria culpa perpetuae servituti submisit, sub praetextu quod pietas christiana illos receptet…

 

Poiché è oltremodo assurdo e disdicevole che gli ebrei, che solo la propria colpa sottomise alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di esser protetti dall’amore cristiano…

Un incipit noto agli ebrei di tutto il mondo, quello della Bolla Papale emanata nel 1555 da Paolo IV, che decretava la reclusione degli ebrei romani in uno spazio isolato dai cittadini cristiani: il Ghetto.

Un evento che siamo soliti associare al 20 Settembre 1870 che non é soltanto la data della Breccia di Porta Pia, ma è il giorno che sancisce l’apertura del Ghetto di Roma, istituito appunto  da Papa Paolo IV Carafa, il 14 Luglio 1555 attraverso la Bolla papale Cum Nimis Absurdum.

Le misure antiebraiche vennero stabilite per condannare l’insolenza degli ebrei, che non solo vivevano in prossimità dei cristiani ma si arrogavano il diritto di prendere in affitto, comprare e rivendere immobili, avere della servitù, disprezzando il nome cristiano.

Le colpe che venivano addossate alle comunità ebraiche erano quelle di deicidio e rifiuto di riconoscere in Gesù il vero messia.

Insieme a queste accuse aleggiavano una serie di pregiudizi, come avvelenare le acque dei pozzi, oppure sequestrare bambini cristiani per utilizzarne il sangue nei rituali (i pregiudizi erano inizialmente di origine romana e riferiti ai Cristianos; con il tempo vennero rivolti alla minoranza ebraica).

Prima dell’istituzione dei Ghetti, alla discriminazione sociale e religiosa, il Basso Medioevo vede l’introduzione sistemica della discriminazione fisica.

Per prime arrivarono le distruzioni portate dalla Prima Crociata (1095-99), seguirono le espulsioni da Francia (1182), Inghilterra (1275), nuovamente in Francia ad opera del Re Carlo II “il Folle” (1394), fino ad arrivare alla politica della limpieza de sangre (pulizia del sangue), attuata dai sovrani di Spagna, lungo tutto il XV secolo e culminata con l’obbligo di battezzarsi o l’espatrio imposto agli ebrei da Ferdinando d’Aragona ed Isabella di Castiglia nel 1492.

Nonostante le angherie subite, la popolazione ebraica era necessaria in una società economicamente florida come quella medievale. Gli ebrei, non essendo sudditi della Chiesa, avevano la possibilità di gestire il denaro altrui (azione disonorevole) ed esercitando questa pratica, alimentavano l’idea dell’ebreo come modello negativo di persona, “araldi del male” (George Mosse, Il Razzismo in Europa”), contrapposto al modello positivo realizzato nel buon cristiano.

Il mondo ebraico e quello cristiano dovevano rimanere separati, disgiunti.

Vennero imposti segni distintivi da indossare, erano proibiti i matrimoni misti ed i medici ebrei potevano curare solo correligionari.

Una delle conseguenze di questa politica fu la creazione delle Giudecche: quartieri che spontaneamente raccoglievano, in maniera non coatta, abitanti ebrei. I sentimenti alla base di questi quartieri erano ragioni identitarie: solidarietà lavorativa, sociale e non per ultima per questioni di sicurezza.

Non erano presenti barriere fisiche, non c’erano vincoli di circolazione e la vita ebraica si “mischiava” alla vita della città.

Questo accenno di emancipazione ebraica fu stroncato dalla crescente diffusione di sentimenti antisemiti, che spesso sfociarono in “pogrom” (letteralmente “devastazione: termine che  definisce le sommosse popolari a danno della popolazione ebraica locale), dovuti alla difficile situazione causata da carestie e dalla Peste nera.

Gli ebrei vennero ritenuti responsabili di tali calamità.

L’episodio di Simone da Trento (1485, beatificato nel XX secolo) esemplifica la situazione burrascosa che caratterizzava il rapporto tra le comunità ebraiche europee ed il potere ecclesiastico.

Il culmine della discriminazione fisica degli ebrei viene raggiunto nel 1516 con l’istituzione del Ghetto in Venezia, voluto dalla Serenissima Repubblica di Venezia. Il primo ghetto  in Italia.

L’effervescente clima politico-religioso dovuto al dibattito tra Cristiani Cattolici e Protestanti (Riforma Protestante e Controriforma, Concilio di Trento) ed eventi come il rogo del Talmud (1553) indirizzano la politica Pontificia verso una politica di segregazione coatta, espressa attraverso l’istituzione di Ghetti nei territori pontifici, il primo dei quali fu Roma.

La bolla papale alla quale si fa riferimento è proprio la Cum Nimis Absurdum (Poiché è oltremodo assurdo): il primo di una serie di provvedimenti che, oltre ad inasprire la già difficile vita degli ebrei italiani, invitavano i sovrani italiani e non, ad istituire ghetti nei loro possedimenti.

La discriminazione era diventata istituzionalizzata: uno strumento punitivo avente come fine ultimo la conversione delle persone al suo interno circoscritte.

Sorsero così ghetti nelle città di Mantova, Padova, Ferrara ed in altre delle tante città, che sul territorio italiano ospitavano comunità ebraiche.

Uno dei pochi porti franchi fu Livorno.

La tetra stagione dei ghetti italiani, escluso Roma, vede il suo epilogo con l’arrivo di Napoleone Bonaparte in Italia. La conquista dell’Italia da parte del generale francese,  introdusse nel paese una nuova linfa vitale, contrassegnata da una forte politica di laicizzazione del territorio e l’introduzione dei pari diritti per tutti, compresi gli ebrei.

Lo stato di reclusione al quale erano costretti gli ebrei romani cessò con la conquista di Roma nel 1870, consentendo alla comunità della città di raggiungere la tanto agognata emancipazione interdetta da ormai più di trecento anni.

Le storie delle comunità ebraiche europee ed italiane e dei ghetti sono state, purtroppo, ulteriormente unite dal riutilizzo di quest’ultimi durante la Shoà ma l’episodio della rivolta del Ghetto di Varsavia, testimonia la resilienza che caratterizza il popolo ebraico.


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