29 Giugno 202012min774

Crescere ai margini del mondo ebraico

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di Nathan Greppi

 

Quando, 3 anni fa, ho iniziato a frequentare l’UGEI, non sapevo davvero che cosa aspettarmi da questo mondo: essendo cresciuto in un comune di provincia, e non avendo fino a poco tempo prima mai frequentato realmente le comunità ebraiche, non sapevo se sarei stato ben accetto o meno. Ai miei primi eventi UGEI, ho pensato di avere più cose in comune con i ragazzi della mia città, San Donato Milanese, che con i giovani ebrei di Milano, Roma o Torino (e forse è così). Tuttavia, ciò non mi ha impedito di integrarmi in un ambiente dove sono stato fin dall’inizio ben accolto, e dove ho conosciuto tante persone stupende.

Frequentando l’UGEI mi sono anche reso conto di un’altra cosa: pur essendo cresciuto al di fuori della comunità, vivendo in provincia di Milano ho potuto comunque sin da piccolo conoscere una parte di questa realtà, andando in sinagoga almeno per Yom Kippur e frequentando Shorashim, un centro per bambini a Milano che permette ai figli di coppie miste di mantenere un legame con le loro radici ebraiche. Ma in Italia ci sono altri giovani, che invece sono cresciuti in zone dove è molto più difficile preservare la propria identità ebraica, e che l’hanno vissuto in modi diversi. Queste sono le loro storie.

 

Nordest: Simone Israel

“Sono nato a Verona, dove ho vissuto fino alla quinta elementare, poi mi sono trasferito a Trento e lì sono rimasto per le medie e il liceo,” racconta Simone Israel, 23 anni, che oggi vive a Torino dove studia al Politecnico. “Per i chaghim spesso andavamo a Verona, dove vive ancora mio padre, o da mia nonna a Torino; pur di farlo in famiglia andavamo in città anche lontane tra loro.”

Quando viveva a Trento, spiega, “lo dicevo subito ai miei compagni che ero ebreo, anche perché col mio cognome è impossibile da nascondere. Non ci sono quasi ebrei in Trentino, anche per la storia dell’uccisione di Simonino, e quindi mi vedevano come una figura mitologica: come può uno, si chiedevano, essere ebreo e vivere in Trentino? Loro collegavano l’essere ebrei all’essere israeliani, tanto che persino la mia prof di storia, una volta, chiese a mia madre come facesse a parlare tanto bene l’italiano; e questo nonostante lei faccia Guastalla di cognome.”

Simone racconta che ha iniziato ad avvicinarsi al mondo giovanile ebraico tramite l’Hashomer Hatzair: “L’ho fatto ai campeggi estivi e invernali, spinto anche dal fatto che miei genitori ci sono andati entrambi da ragazzi. Il primo approccio con l’UGEI invece è avvenuto nel 2015, quando l’allora presidente Ariel Nacamulli venne a parlarcene a un evento dell’Hashomer, e il mio primo evento UGEI è stato il Congresso di Bologna del 2016.”

Per quanto riguarda invece il modo in cui le sue comunità cercano di recuperare i propri membri, dice che “a Verona c’è stato un netto miglioramento negli ultimi anni nel cercare di far tornare in comunità coloro che si erano allontanati: l’attuale rabbino, Rav Yosef Labi, si è dato molto da fare per unire le persone. A Torino, invece, con il movimento giovanile GET stiamo cercando di attirare sempre più giovani, sia torinesi che studenti israeliani. Nonostante ogni anno ci siamo sempre meno iscritti, la comunità cerca comunque di porre rimedio e di non rassegnarsi.”

 

Nordovest: Giorgio Berruto

“Sono nato a Torino, ma fin da subito ci siamo trasferiti in campagna vicino a Bordighera, in Liguria,” racconta Giorgio Berruto, 32 anni, già direttore di HaTikwa dal 2016 al 2018. “Prima dell’università, che ho fatto a Pavia dove comunque non c’erano ebrei, ho vissuto lontano dalle comunità e ai confini dell’Italia, e sebbene fossimo iscritti alla Comunità Ebraica di Genova non l’abbiamo mai frequentata. Per un po’ i miei genitori hanno mandato me e mia sorella a un Talmud Torà a Mentone, poco oltre il confine francese, ma non è stato decisivo per la nostra formazione, anche per le differenze linguistiche e culturali con gli ebrei francesi. I miei genitori hanno iniziato a fare i chaghim in proprio, il che ha portato a una crescita interiore sia noi che loro.” Aggiunge che quando a scuola scoprivano che era ebreo “le reazioni erano di indifferenza nella maggior parte dei casi e più raramente di interesse. Non ho mai subito episodi di antisemitismo.”

Giorgio spiega che “ho fatto le prime esperienze con altri giovani ebrei quando mi sono trasferito a Torino, dove ho iniziato a frequentare anche l’UGEI. Sono stato stimolato dal fatto che lì ho trovato un’ospitalità che non mi aspettavo, oltre ad aver conosciuto persone interessanti. Secondo me è solo così che i giovani con queste radici possono avvicinarsi a questo mondo: con il rapporto personale diretto, senza tentativi da parte delle comunità di fare proselitismo.”

 

Centro: Noa Alysha Bacchini

Alcuni ebrei, pur vivendo in un’altra città, riescono comunque a mantenere un legame saldo con la propria comunità; questo è il caso di Noa Alysha Bacchini, 23 anni, nata a Firenze ma cresciuta a Prato: “Mio padre non è ebreo, mentre mia madre è un’ebrea americana che, sin dal suo arrivo in Italia, è sempre stata iscritta alla Comunità di Firenze. I miei si trasferirono presto a Prato perché lì le case costavano meno, ma nonostante ciò abbiamo sempre mantenuto i contatti con la comunità; solo, non ho potuto fare il Talmud Torà con quelli della mia età, bensì con i più piccoli. La comunità fiorentina mi ha sempre aiutato perché, se dimostri di tenerci alle tue origini, ti aiutano ad avere una vita comunitaria anche se vivi lontano dal Tempio.”

Per quanto riguarda il modo in cui veniva percepita nella sua città, spiega che “alle elementari, alle medie e al liceo sono sempre stata l’unica ebrea del mio istituto. Quando i miei compagni o gli insegnanti lo scoprivano le reazioni erano di stupore, ma a volte anche di ignoranza, perché non sapevano cosa volesse dire professare una religione diversa da quella cattolica. Solo quando saltavo l’ora di religione ho potuto conoscere ragazzi di altre fedi, soprattutto musulmani o della comunità cinese di Prato.”

Riguardo al suo coinvolgimento giovanile, Noa racconta che “io e i miei amici da adolescenti abbiamo partecipato alle attività dell’UGN (Ufficio Giovani Nazionale). Ho preso parte al mio primo evento UGEI nel 2015, al Congresso Straordinario di Milano che si era tenuto anche in occasione di Purim.”

 

Sud: Maria Leone

Ci sono anche casi di ebrei che vivono in piccole comunità che fanno capo a quelle più grandi: è il caso di Maria Leone, 23 anni, originaria della piccola comunità pugliese di San Nicandro Garganico, in provincia di Foggia: “Nel 1930 circa un bracciante di San Nicandro Garganico, di nome Donato Manduzio, ricevette in dono da un suo compaesano una Bibbia ebraica con traduzione italiana a fronte, che questi aveva ottenuto da un predicatore pentecostale. Manduzio, privo di istruzione scolastica avanzata ma amante della lettura, scoprì in questo modo l’esistenza del popolo ebraico, che credeva ormai estinto.”

“Avendo maturato la certezza, anche attraverso l’interpretazione di alcuni sogni, di essere stato scelto per comprendere il messaggio salvifico contenuto nella Torah, si attribuì il nome ebraico di Levi ed iniziò a seguirne scrupolosamente le prescrizioni in essa esplicitamente scritti come l’osservanza dello shabbat, la macellazione ed il consumo di sole alcune specie animali. Nel celebrare a suo modo lo Shabbat e le feste ebraiche, Manduzio iniziò a radunare intorno a sé un crescente numero di persone. Quando venne a sapere da un forestiero che gli ebrei non erano scomparsi e che esistevano addirittura diverse comunità sparse per l’Italia, iniziò a stabilire con queste alcuni contatti. I rapporti furono dapprima infruttuosi ed in certi momenti anche conflittuali, ma infine, condussero questa piccola comunità verso una piena integrazione in seno all’ebraismo.”

Maria spiega che “Attualmente la Comunità di San Nicandro, diventata una sezione della Comunità Ebraica di Napoli, è frequentata da una cinquantina di persone.” In merito al suo coinvolgimento nell’UGEI invece racconta che “mia cugina, che ha vissuto a Roma per più di 10 anni, voleva che io e mia sorella Nunzia conoscessimo più ragazzi ebrei della nostra età; per questo ci ha convinte a partecipare ad uno Shabbaton UGEI a Napoli nel 2017. Devo dire che è stato fatale: lì ho conosciuto il mio ragazzo, Filippo Tedeschi.”

Conclude spiegando che la sua comunità è molto integrata a livello locale: “Per quanto San Nicandro resti comunque una piccola cittadina della Puglia rurale, non bisogna pensarla come un monolite religioso. A prescindere dalle ultime ondate migratorie che hanno introdotto nuove religioni come l’Islam, storicamente a San Nicandro sono presenti tutte le principali minoranze religiose tradizionali: gli evangelici, gli ortodossi e i testimoni di Geova. Da tempo quindi la città è abituata ad essere fortemente multireligiosa, e gli ebrei ne vengono semplicemente percepiti come una sfaccettatura. Anche le autorità ci tengono in grande considerazione: già da tempo, per fare un esempio, l’amministrazione locale ha concesso un’area del cimitero comunale alla comunità, e il sindaco è venuto a trovarci al Tempio in occasione della Giornata della Memoria.”