22 Marzo 20207min676

Coronavirus: la crisi del sistema sanitario nazionale

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HaTikwa, di David Fiorentini

Di fronte all’imperversare dell’emergenza coronavirus, l’opinione pubblica ha inevitabilmente dato molta attenzione al sistema sanitario nazionale. Dai posti in terapia intensiva ai fondi europei, il popolo italiano sta avendo modo di conoscere e mettere in discussione il proprio sistema ospedaliero.

Proprio in questi giorni di riflessione, è stata pubblicata l’annuale classifica dei migliori ospedali al mondo dalla rivista statunitense Newsweek: nelle prime cento posizioni, troviamo vari ospedali italiani tra cui il l’Ospedale Niguarda di Milano (47), l’Istituto Clinico Humanitas di Milano (51-100), il Policlinico Gemelli di Roma (51-100) e il Policlinico Sant’Orsola di Bologna (51-100). Ma ciò che stupisce maggiormente è trovare nella Top 10, per il secondo anno di seguito, il Sheba Medical Center di Ramat Gan. L’ospedale israeliano, fiore all’occhiello della Kupat Holim, ha raggiunto la nona posizione in un sondaggio che, coordinato dalla compagnia assicurativa internazionale GeoBlue e dalla piattaforma di elaborazione dati Statista, ha coinvolto 21 Paesi e oltre 70.000 esperti del settore.

Situato a Tel HaShomer, è tra le più longeve strutture sanitarie del Paese. Il centro fu fondato nel 1948 come ospedale militare per i feriti della Guerra d’Indipendenza, ma fu riconvertito in civile nel 1953 dal Dott. Sheba, dal quale la struttura ha successivamente preso il nome. Il complesso ospedaliero è enorme, e comprende un ampio reparto di terapia intensiva, un ospedale pediatrico, una clinica per disturbi post traumatici, un centro oncologico, un avanzato centro di ricerca e un campus accademico affiliato all’Università di Tel Aviv.

Ogni anno, l’ospedale fornisce prestazioni mediche a oltre un milione e mezzo di pazienti, tra i quali anche molti cittadini dell’Autorità Palestinese, senza fare discriminazioni e mantenendo sempre uno standard mondiale. Alla base di questa straordinaria eccellenza vi sono collaborazioni stellari con altri istituti di ricerca, come il Lonza Group di Basilea per lo sviluppo di terapie genetiche per leucemia e linfoma, e progetti pionieristici nel settore, come quello con la OKI Electric Industry Ltd, che serve a esplorare nuove misure preventive contro la demenza senile. Ad oggi, oltre un quarto della ricerca medica nazionale è condotta presso il Sheba Medical Center.

Alla 34° posizione della classifica di Newsweek, dopo l’istituto clinico di Ramat Gan, troviamo il Sourasky Medical Center di Tel Aviv, a conferma che, da umilissime origini, oggi Israele è leader del Medio Oriente e del Mondo nella medicina e nella ricerca. Non a caso il Sistema Sanitario Israeliano è stato più volte considerato uno dei migliori al mondo dal Bloomberg Annual Healthcare Index. In particolare, lo Stato d’Israele ha un sistema sanitario di tipo universale, che fornisce copertura medica a tutti i cittadini iscritti a uno dei quattro fondi sanitari nazionali che compongono la Kupat Holim: Clalit, Maccabi, Meuhedet e Leumit.

Fondamentale è anche l’apporto del Maghen David Adom (MDA), il servizio sanitario di urgenza ed emergenza israeliano, che oltre ai 2.000 eroici medici e infermieri e i 15.000 volontari, può contare sul sostegno di numerose associazioni di amicizia in tutto il mondo. Con sede alla Banca del Sangue di Tel HaShomer, presso il Sheba Medical Center, il MDA possiede circa 900 ambulanze, di cui numerose adatte alla terapia intensiva per rispondere con prontezza ad attacchi terroristici o catastrofi naturali.

Un quadro nazionale molto promettente, che però, come il resto dell’Occidente, sta soffrendo di fronte all’emergenza Covid-19. Dopo aver bloccato i voli per Cina, Corea del Sud e Italia e aver imposto la quarantena a chiunque entrasse nel Paese, oggi Israele si trova in uno stato di quarantena generale, nonostante i casi, al momento della decisione, fossero solamente 300. Inoltre, sono stati ordinati altri 1.000 ventilatori, per aumentare i posti in terapia intensiva dai 3.500 attuali a ben 4.500, uno ogni 2.000 abitanti. Numeri impressionanti se paragonati all’Italia o al Regno Unito, i quali possono contare solamente su circa 5.000 posti per i loro 60 milioni di abitanti. A questo va anche aggiunto l’apporto di un altro asso nella manica di Israele: il Mossad, che in via eccezionale è stato impiegato anche in questo tipo di missioni speciali, ed è riuscito a recuperare ben 100.000 kit per la diagnostica del coronavirus.

In sintesi, sono state prese misure estremamente previdenti, ancora non accompagnate dallo stanziamento di un fondo di emergenza per le imprese come in Italia, Germania o USA, ma la loro reattività potrebbe essere la chiave per prevenire o contenere un drammatico tracollo dell’economia. Infatti, al momento, le perdite dovute alle restrizioni governative, secondo il capo economista del Ministro delle Finanze Shira Greenberg, sono abbastanza circoscritte, e ammontano a circa 12 miliardi di dollari.

Per concludere con una nota positiva, nonostante la situazione non così florida, Israele ha anche dimostrato grande solidarietà ad altri paesi afflitti dal coronavirus, in particolare all’Italia. Non si può fare a meno di menzionare l’emozionante proiezione del Tricolore sulle antiche mura di Gerusalemme, sul Municipio di Tel Aviv e sul modernissimo Stadio di Netanya, che ribadisce ancora una volta la vicinanza dei due Paesi, con l’auspicio di poter festeggiare presto la fine di questo difficile momento.