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Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 Luglio 2019
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HaTikwa (Y. Tesciuba) – Anche questo campeggio è giunto alla fine, collezionando un altro successo esemplare per l’Eli Hay. A circa due settimane dal suo termine, credo siano maturi i tempi per prendersi un momento, non solo per riflettere su quello che è stato, ma anche per indirizzare qualche sincero ringraziamento alle persone che sono dietro un’organizzazione che sta dando tanto ai più giovani delle nostre Comunità.

Per farlo, voglio seguire uno schema per nulla lineare; voglio partire dalla fine, da un momento magico che difficilmente può esser pervenuto per mezzo delle foto o dei video condivisi con i genitori: “Rav Moshe è una persona speciale, è come un secondo padre per tutti noi”. Questo è stato il denominatore comune dei tanti pensieri espressi dai ragazzi in un video a sorpresa che è stato fatto e pensato appositamente per ringraziare Rav Moshe nel corso della premiazione finale dell’ultimo giorno. E’ stata la frase più ripetuta individualmente dagli intervistati, che hanno appreso solo dopo di condividere la stessa identica visione con così tanti altri ragazzi. Si è trattato un pensiero significativo tanto quanto sincero che si è presto tradotto negli occhi più lucidi che abbia mai visto, sia nel volto del diretto interessato sia in quelli di tanti altri ragazzi e madrichim, indistintamente dall’età. Ma questo è stato un solo frammento di quei momenti carichi di emozioni che, come tutte le cose vere ed autenticamente belle, solitamente sfuggono anche alle più accurate delle dirette live.

Chiedersi a cosa si debba così tanta gratitudine verso Rav Moshe dovrebbe essere una domanda dalla risposta facile per chi ha avuto a che farci. Pur non volendo scrivere un pezzo di mera celebrazione, sento il dovere di spiegare a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo, la natura della stima così diffusa tra i giovani nei suoi confronti: Rav Moshe è una di quelle persone naturalmente buone e altruiste, che si preoccupa di ogni ragazzo come fosse suo figlio. E’ una persona che prende istintivamente a cuore ogni causa; che gestisce con zelo e con un perfezionismo forse anche eccessivo, ogni aspetto dei campeggi che organizza, sempre con la stessa passione e la stessa visione dei primi giorni. A lui non sfugge quello che potrebbe passare inosservato anche ai tanti madrichim che si occupano di uno stesso gruppo ristretto di ragazzi; ha sempre un occhio vigilie affinché ogni ragazzo stia bene, sii diverta, faccia sport e mangi regolarmente. Ecco perché sono in tanti a ritenerlo un secondo padre.

Rav Moshe è una persona estremamente versatile ed eclettica, così tanto che talvolta risulta genuinamente contraddittoria, adatta a chiunque. Ma per dimostrarvelo voglio evitare di spendere ulteriori parole chiaramente evidenziate da un certo soggettivismo e da un forte affetto che cresce anno dopo anno; voglio farlo con qualche cenno sul suo passato, sulla sua vita prima che piombasse a Roma, che potrebbe esser sconosciuta anche ai più fedeli: Rav Moshe ha iniziato gli studi rabbini alla Yeshivat Bnei Akiva di Natanya per poi concluderli alla Bet Amidrash Sfaradi, ma al contempo stesso vanta anche una una specializzazione in Sociologia ed Economia alla Bar Ilan; Rav Moshe si è certamente divertito giocando professionalmente nella serie A basket israeliana, ma ha anche servito il suo Paese come paracadutista. Ecco cosa lo rende tanto speciale: per tanti potrebbe essere solo un rabbino, ed invece è molto di più: una persona colma di storie; una persona con cui ridere e con cui potersi confidare, uno sportivo accanito; un sionista senza se e senza ma; un maestro di vita.

Ho aperto questo articolo partendo dalla fine del campeggio, eppure non posso fare a meno di ricordare che di strada ne è stata fatta fin ad oggi; si è trattato di un cammino lungo ed impervio, iniziato nel 2004, di cui mi ritengo orgogliosamente e modestamente un’autentica testimonianza. C’ero anche io nel lontano 2004, all’apertura del centro sportivo Eli Hay; è stato versato anche il mio sudore nella strada che ci ha portati ad alzare la coppa dei Campionati Regionali di pallacanestro, solamente qualche anno dopo; c’ero anche io quando è stato inaugurato il centro comunitario Young Ely nel 2011. Ma la cosa che più mi riempie di orgoglio, è il fatto di aver partecipato sia alla primissima edizione del campeggio sportivo dell’Eli Hay, come chanich, sia all’ultima appena conclusa, ma nelle vesti di madrich. E’ un cerchio che si chiude e che mi ricorda del dovere morale di restituire qualcosa, aiutando Rav Moshe a plasmare altre generazione.

Ma c’è un altro capitolo della storia Eli Hay che bisogna necessariamente menzionare e che ha preso vita proprio nel corso dell’ultimo campeggio. Un capitolo che potremmo sintetizzare sotto il nome di internazionalizzazione: la lunga strada sopramenzionata è infatti valsa l’attenzione ed il riconoscimento del Beitar mondiale, il secolare movimento giovanile fondato da Zabotinskij che negli anni ha educato intere generazioni di ebrei di tutto il mondo, sfornando primi ministri e presidenti della repubblica dello Stato d’Israele. Si tratta di un’organizzazione che prende nome dall’Alleanza Trumpeldor (Brith Trumpeldor) ma anche dalla fortezza in cui Bar Kochba condusse la rivolta contro le legioni di Roma nel secondo secolo, e che d’ora in poi si affiancherà all’Eli Hay per estenderne l’impianto ideologico fondato sull’attaccamento ad Israele, sul Sionismo, sull’impegno nel sociale.

Se questo articolo avesse preso le forme di un’intervista a Rav Moshe, lui avrebbe sicuramente cercato di sfuggire ai complimenti che ho rivolto fin adesso e mi avrebbe ammonito, chiedendomi di non personificare il campeggio nella sua figura; ne avrebbe approfittato, piuttosto, per ringraziare tutte le persone che sono state messe in azione nel motore del campeggio. Ecco perché, un grazie altrettanto sincero, va a tutti voi: ai madrichim, allo staff, alla sicurezza, ai genitori. Andiamo avanti sempre così, fino ad altri importanti traguardi. E come sempre, «rak bishvil ha ruach» – ovvero – «sempre e solo per lo spirito!»