Shabbat

Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Manuel Moscato

Nella Parashà di Vaichi scopriamo il testamento di Yakov Havinù e assistiamo alle Berachot, le benedizione, che concede ad ogni figlio, ossia una per ogni tribù. Yosef, in particolare, riceve moltissime Berachot. Come è scritto al capitolo 48, verso 16: “l’angelo che mi liberò da ogni male benedica questi ragazzi, siano chiamati con il mio nome e con quello dei miei padri Avraam e Itzhak, abbiano sulla terra numerosa discendenza”.

Sembra una contraddizione, poiché in questa Berachà, Yakov benedice i nipoti Efraim e Menashè e non Yosef stesso. Comprendiamo che per un genitore è più importante che i propri figli ricevano la Berachà piuttosto che loro stessi. Pertanto ne concludiamo che per un nonno è più importante benedire suo nipote prima ancora di suo figlio.

Il testo della Torah ci dice che secondo Yakov, Efraim e Menashè erano come i suoi due primi figli, Reuven e Shimon.  Come mai questo parallelismo? Il Hiddà (Haim Yosef David Hazulai) dice che così come Reuven e Shimon sono i primi due figli di Yakov, anche Efraim e Menashè sono i suoi primi nipoti.

Il Hiddà aggiungere anche che c’è un collegamento tra Reuven-Shimon e Efraim-Menashè. Menashè viene paragonato a Reuven perché metà tribù di Menashè avrà il territorio dall’altra parte del Giordano proprio come Reuven, mentre l’altra parte della tribù di Menashè viene paragonata a Shimon perché tutte e due le tribù avranno il territorio in Erez Israelael.

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Manuel Moscato

Nella Parashà che leggeremo domani, troviamo l’incontro tra Yosef e suo fratello Beniamino. Nel capitolo 25 verso 14 è scritto: “(Yosef) si gettò al collo di Beniamino, pianse e anche Beniamino gli pianse al collo”. Si chiedono i nostri Maestri z’’l: perché Yosef si gettò sul “collo” di Beniamino e anche Beniamino si gettò sul “collo” di suo fratello Yosef?

Non è un normale pianto tra fratelli, ma un pianto che sta a significare l’importanza del collo. È scritto nei Shir Hashirim (capitolo 4 verso 4): “Il tuo collo è come la torre di David, costruita come deposito delle armi”. Il Beth Hamikdash è paragonato al collo. Perché proprio al collo? Perché ciò che collega la testa con il corpo è proprio il collo. E pertanto il popolo ebraico è il corpo e Hashem è la testa. Cosa collega il popolo ebraico con Hashem? Proprio il Beth Hamikdash.

Quindi Yosef pianse sul “collo” di Beniamino proprio per il Beth Hamikdash, e gli chiede scusa per la futura distruzione del primo e del secondo Beth HAmikdash che si troverà nel territorio di Beniamino. Ed ecco quindi la profezia di Yosef su suo fratello Beniamino: da una parte lui è contento di rivedere dopo tanti anni suo fratello e piange di gioia, ma dall’altra parte è dispiaciuto e piange per la distruzione del primo e del secondo Beth Hamikdash.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Agosto 2019
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HaTikwa – Questa settimana leggeremo le due parashot che chiudono il libro di Bemidbar, 4° della Torah. Queste parashot vengono lette sempre nei giorni che intercorrono tra il 17 di Tamuz e il 9 di Av, periodo dell’ anno noto come Ben Ametzarim, nei quali ci rattristiamo, per la distruzione dei due Batè Hamikdash.

La parola Mattot viene tradotta in italiano come tribù. Ma ha anche un altro significato, “bastoni“. Il bastone è un ramo che viene reciso dall’ albero, il quale perde la sua natura, non avendo più sostentamento dall’albero e le sue radici. Esso man mano si indurisce e cambia colore, divenendo sempre più scuro.

Numerosi commentatori paragonano il bastone all’ebreo in quanto, dopo l’esilio, dopo la distruzione dei due templi, si trova smarrito in una terra non sua, senza la possibilità di aver un contatto diretto con la Shekina, la presenza divina, paragonata all’albero. Sotto i vari attacchi da cui ci difendiamo ogni giorno, diveniamo sempre più forti, così come fa il ramo.

Il termine Maase, invece, viene tradotto come “tappe” o “fermate“.  La Torah ci sta insegnando che le varie amarezze dell’ esilio, sono solo delle tappe che serviranno a riportarci alla nostra fonte principale, sempre più vicini al Signore, in una Gerusalemme presto ricostruita.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Giugno 2019
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HaTikwà – Questa settimana leggeremo la Parashà di Shelach, uno dei brani più complessi della Torah, considerando l’evento centrale della lettura, ovvero la trasgressione degli esploratori. Infatti, mancava pochissimo all’ingresso del Popolo Ebraico in Erez Israel. Moshe aveva deciso, dopo varie richieste del popolo, di inviare dodici persone affinché portassero un resoconto della terra. Essi tornarono dopo appena quaranta giorni e dieci di loro dissero al popolo che la terra in questione era ostile, che vi erano giganti, che era impossibile combattere gli attuali residenti. Nelle parole pronunciate dagli esploratori non vi era l’ombra di una menzogna, avevano detto per filo e per segno ciò che avevano visto. Allora ci domandiamo, in cosa consiste il loro peccato? Per comprendere al meglio la loro mancanza, dobbiamo analizzare ciò che Moshe Rabbenu gli aveva chiesto prima che partissero. Egli aveva detto loro di osservare la terra per capire come combattere al meglio il nemico, come affrontarlo. Non aveva domandato se si potesse conquistare la terra, bensì come lo si potesse fare.

Moshe era certo del fatto che con l’aiuto del Signore avrebbero sconfitto qualsiasi avversario, ma allo stesso tempo non voleva affidarsi univocamente a Lui, in quanto voleva applicare il principio conosciuto universalmente come “aiutati che Dio ti aiuta“. Ora comprendiamo al meglio la trasgressione compiuta dai dieci esploratori: non hanno avuto fiducia nel Signore, non hanno compreso che con l’aiuto di Dio tutto è possibile, nonostante i numerosi impedimenti o i “giganti” minacciosi.

Il Rebbe di Lubavitch insegna che il nome della Parashà non indica solamente la prima parola della parte della Torah che leggeremo questa settimana, bensì ha un significato aggiuntivo, un messaggio molto più profondo: la parola Shelach, significa “inviare”, “mandare“. Uno dei messaggi che la Torah ci sta trasmettendo, è il seguente: Dio ci invia nel mondo per compiere numerose missioni. Nonostante gli ostacoli e le paure che esse presentano, non dobbiamo comportarci come i Meraghelim. Al contrario, dobbiamo sapere che Dio è sempre con noi, in ogni momento, e che Egli non ci chiede mai qualcosa che non possiamo fare. Dobbiamo fare proprio come disse Yoshua: “anche se la terra di Israele (così come quasiasi missione) fosse in cielo, noi ci arriveremo perché Dio è con noi“.

Shabat Shalom!

 

 

 

Dvar Torah dedicato alla Refuà Shelema di Marco Menasci


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Giugno 2019
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HaTikwa (M. Moscato) – Con la Parashà di questa settimana inizia il quarto libro della Torah: Sefer Bamidbar. Se traducessimo letteralmente questa parola, scopriremmo che essa significa “Nel deserto”. Il nome stesso dunque ci indica che tutte le vicende narrate in questo libro sono accadute quando il popolo ebraico si trovava nel deserto.

Altri popoli traducono questo libro in modo differente, ovvero con “I numeri”. Il motivo di questa traduzione consiste nel fatto che dall’inizio di questa Parashà fino alla fine del libro, si parla ampiamente e approfonditamente di numeri, ossia dei censimenti che Hakadosh Baruch Hu ha comandato a Moshe e Aron di realizzare.

In un verso della Parashà è scritto: “Queste sono le generazioni di Aron e Moshe” e poi, nei versi successivi, si parla solo delle generazioni di Aron. Rashi pertanto si domanda il motivo per il quale in questo verso si parli anche di Moshe se nei versi successivi si parla solo delle generazioni di Aron. Rashi risponde dicendo che Hakadosh Baruch Hu ha voluto dare un merito ad Aron in quanto è scritto nella Ghemarà che chi insegna Torah ai figli di un suo amico o di un suo parente è come se l’avesse fatto con i propri figli. Ovvero, in questo caso i figli di Moshe vengono intesi come figli di Aron per gli insegnamenti da lui trasmessi.

Shabbat Shalom



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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