Shabbat

Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Giugno 2019
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HaTikwa (M. Moscato) – Con la Parashà di questa settimana inizia il quarto libro della Torah: Sefer Bamidbar. Se traducessimo letteralmente questa parola, scopriremmo che essa significa “Nel deserto”. Il nome stesso dunque ci indica che tutte le vicende narrate in questo libro sono accadute quando il popolo ebraico si trovava nel deserto.

Altri popoli traducono questo libro in modo differente, ovvero con “I numeri”. Il motivo di questa traduzione consiste nel fatto che dall’inizio di questa Parashà fino alla fine del libro, si parla ampiamente e approfonditamente di numeri, ossia dei censimenti che Hakadosh Baruch Hu ha comandato a Moshe e Aron di realizzare.

In un verso della Parashà è scritto: “Queste sono le generazioni di Aron e Moshe” e poi, nei versi successivi, si parla solo delle generazioni di Aron. Rashi pertanto si domanda il motivo per il quale in questo verso si parli anche di Moshe se nei versi successivi si parla solo delle generazioni di Aron. Rashi risponde dicendo che Hakadosh Baruch Hu ha voluto dare un merito ad Aron in quanto è scritto nella Ghemarà che chi insegna Torah ai figli di un suo amico o di un suo parente è come se l’avesse fatto con i propri figli. Ovvero, in questo caso i figli di Moshe vengono intesi come figli di Aron per gli insegnamenti da lui trasmessi.

Shabbat Shalom


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 Maggio 2019
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HaTikwa – Da poco siamo entrati nel mese di Yiar, il mese centrale della stagione primaverile, dove siamo circondati dai colori e dalla natura.
Il nome di questo mese אִייָר deriva dalla parola “or” che significa luce. Inoltre, secondo alcuni, la parola Yiar è l’acronimo delle parole “אני יי רופאך”, ovvero “Io sono il Signore che ti guarisce.”
Durante questo mese , leggiamo la Parashà di Kedoshim, una delle parti della Torah più ricche di leggi, quelle regolanti il rapporto verso il prossimo e verso Hashem. Proviamo ad analizzare due delle tante mitzvot di questa Parashà.  La prima: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Rabbi Akiva ci dice che questo è il precetto alla base della Torah. Il principio di tutto. Ci insegnano i maestri, infatti che il resto della Torah è solo un commento a questo precetto. Secondo la Torah, infatti, non può esistere una società, un popolo, in cui vengano rispettate tutte le leggi di un re, ma non ci sia rispetto tra gli individui. Questo precetto rappresenta quindi ciò che ci consente di versare luce su tutti gli altri precetti. Non si tratta dunque di una coincidenza. Non a caso questa mitzva si trova nella Parashà che leggiamo in questo mese, Chodesh “or”, il mese della luce.

Un altro precetto che la Torah ci comanda è quello di non avvicinarci all’idolatria, poiché questa rappresenta uno dei peccati più gravi che esistano, infatti simboleggia il tradimento verso Hashem.
Questi due comandamenti vanno di pari passo poiché non può esistere una società in cui venga rispettato un Re senza che i singoli individui non si rispettano tra loro e analogamente non può esistere una società in cui gli individui si rispettano a vicenda ma non viene rispettato il Re. O che, addirittura, quest’ultimo venga tradito.
In un’altra Parashà Hashem dice al popolo ebraico che lo avrebbe liberato e guarito da ogni piaga che ha colpito l’Egitto, a condizione che essi rispettassero le sue leggi e i suoi statuti.
Ecco dunque il motivo dell’acronimo di “Io sono il Signore che vi guarisce” e il mese di Yiar in cui si legge la Parashà di Kedoshim.
La Torah ci insegna che per essere Kedoshim, santi, abbiamo il dovere di portare luce nel mondo rispettandoci l’un l’altro e rispettando il Re dei Re, così che egli allontani da noi ogni evento negativo.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Maggio 2019
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HaTikwà – La Parashà di questa settimana inizia con i comandamenti dati da parte del Signore riguardo le regole che il Kohen Gadol doveva seguire il giorno di Kippur. Tutto ciò viene detto a Moshe, solo dopo la morte dei figli di Aronne, Nadav e Avihu, avvenuta, secondo gran parte dei commentatori, per aver portato un sacrificio invalido. Yom Kippur è considerato da ogni ebreo come il giorno più importante del calendario ebraico, il momento di massima vicinanza al Creatore. In questo giorno veniamo perdonati di tutti i peccati da noi commessi. I Maestri insegnano che la nostra anima, nel momento in cui discende nel corpo, è come un vestito nuovo, perfettamente bianco. Ogni anno, purtroppo, compiamo alcune trasgressioni che vanno a sporcare questo abito. Il 10 di Tishri, il Signore ci dà l’opportunità di ripulire questo vestito e di renderlo ancora più bianco e puro. Tutto ciò porta ad un elevazione dell’anima, che si avvicina sempre di più a D-o.

La seconda parte della Parashà, oltre a trattare delle varie norme che regolano i rapporti sessuali, ci racconta del comandamento di non cibarci del sangue di nessun animale. A prima vista questo precetto potrebbe sembrarci far parte dei Chukkim, ovvero di quell’insieme di regole alle quali noi dobbiamo adempiere solo per fede in D-o, nonostante non comprendiamo la loro motivazione. Tuttavia il Signore ci dà una spiegazione a questa norma e facendo ciò giustifica anche un altro tipo di rito, ovvero quello di spruzzare il sangue sull’altare durante i sacrifici espiatori. Infatti la Torah ci dice che nel sangue risiede la vita di qualsiasi essere vivente. Di conseguenza esso va offerto sull’altare poiché grazie ad esso era possibile ottenere l’espiazione per le proprie colpe: “… per questo motivo Io ve l’ho dato da offrire sull’altare per espiare per le vostre vite: perché il sangue ottiene espiazione per la vita che contiene. ” Numerosi commentatori traggono da ciò che il sangue contiene simbolicamente l’anima di ogni essere vivente. Quando il popolo offriva sacrifici per espiare le proprie colpe, offriva ciò che rappresenta la connessione con D-o. Ogni giorno della sua vita.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 Aprile 2019
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HaTikwa – La Parashà di Metzorà che leggeremo questa settimana tratta delle varie regole riguardanti la “Metzorà”, ovvero colui che era afflitto dalla Tzarat (tradotta imprecisamente come lebbra) e delle varie norme riguardanti l’impurità maschile e femminile.Nella prima parte, la Torah indica quali siano i sacrifici da portare in seguito alla guarigione da questa malattia e dall’impurità: due uccelli vivi, un ramo di cedro (etz aeretz), un filo di lana colorato di scarlatto (shne tolaat ) e dell’issopo (ezov).

Come spiegato da Rashi, ogni componente del sacrificio ha un significato molto profondo. Come già abbiamo imparato la scorsa settimana, una delle colpe per cui la tzarat colpiva l’uomo era la lashon arà, la maldicenza, che consisteva nel parlare di qualcuno senza che questo sia presente. Ciò è collegato agli uccelli, i quali cinguettano continuamente.
Nonostante quasi ognuno di noi la compia ogni giorno, la lashon arà è uno dei peccati più gravi della Torah. Essa simboleggia infatti il male verso il prossimo, il contrario di uno dei precetti più importanti della Torah, “ama il prossimo come te stesso”.
Quando una persona compie del male verso il suo compagno, allora si comporta da persona superba, arrogante ed egoista. Il ramo di cedro non a caso rappresenta la superbia. Inoltre chi fa male verso il suo prossimo viene considerato dal Signore come un verme, che viene tradotto in ebraico con la parola “Tolat”, il penultimo componente del sacrificio di espiazione. L’ultimo componente dell sacrificio è l’issopo, il quale viene descritto dalla Torah come la pianta più umile che esista.

Ed è proprio l’umiltà che ci permette di non compiere del male verso un terzo. Questa dote è strettamente collegata alla modestia, che ci permette di non pensare sempre a noi stessi , ma di buttare un occhio su ciò che provano le altre persone, evitando così di danneggiarle in qualsiasi modo e di mettere in atto quel verso della Torah che è alla base di tutte le mizvot: Veaavta Lereka kamoka, Ama il prossimo come te stesso.

Shabat shalom.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 Aprile 2019
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HaTikwa (M. Moscato) – La Parashà che leggeremo questo Shabbat è la Parashà di Tazrià. Essa si occupa principalmente delle diverse forme di impurità, tra esse vi è la Tzarat che consiste in una forma di lebbra, che si attacca alla pelle rendendola malata. La persona soggetta a questa malattia doveva andare dal Coen, il sacerdote, per far controllare la propria pelle. Se il Coen dichiarava che si trattava della Tzarat, allora la persona doveva essere allontanata dall’accampamento per una settimana. Passata una settimana il Coen ricontrollava questa malattia: se era sempre la stessa, la persona doveva essere allontanata dall’accampamento per un’altra settimana mentre, se la malattia era migliorata rispetto alla settimana precedente, significava che stava guarendo e che era puro.

Secondo i nostri Maestri z”l, questa malattia colpiva le persone che, facendo maldicenza verso le altre persone, avevano causato la solitudine del prossimo. Spesso, quando parliamo male delle persone, gli procuriamo dei dolori e tra questi la solitudine. Secondo la Torah, le persone che facevano maldicenza venivano allontanate e lasciate sole. Quindi la Torah ci dice che Hakadosh Baruch Hu colpiva la persona che avevano fatto maldicenza procurando solitudine altrui, con una malattia che causava automaticamente solitudine alla persona che aveva fatto maldicenza in modo che per una settimana questa persona capisse quanto fosse spiacevole sentirsi soli.
Cerchiamo dunque di evitare di fare maldicenza tra di noi per non causare dolore e solitudine altrui.

Shabbat Shalom



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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