recensione
Credito foto: Gabriel Baharlia

Consiglio UGEIUGEI5 Aprile 2020
111.jpeg

7min2009

HaTikwa, di David Zebuloni

 

Una delle punte di diamante di Netflix ai tempi del corona e della quarantena forzata è senza dubbio Unorthodox, un’ambiziosa miniserie basata sull’omonimo libro autobiografico della scrittrice Deborah Feldman.

Unorthodox racconta la storia di Esty, una ragazza appartenente alla Comunità ultraortodossa di Williamsburg, che all’età di diciannove anni si ritrova vittima di un infelice matrimonio combinato e altrettanto vittima di un sistema che la condanna ad una vita priva di ambizioni.

Il ruolo di Esty all’interno della Comunità è semplice: annullarsi di fronte alle volontà del marito, procreare e occuparsi delle faccende di casa. E il pianoforte che tanto ama suonare? Il pianoforte le viene sottratto in quanto donna, in quanto moglie. Esty fugge e cerca la libertà in Germania. La trama si complica e culmina con un inseguimento da parte del marito, che atterrato a Berlino pare un alieno sbarcato da Marte. Lo scopo è quello di convincere Esty a tornare a casa e fingere che nulla sia accaduto, per non scombussolare troppo gli equilibri interni della Comunità e non creare un precedente che possa portare alla rivolta di altre donne, altre mogli.

Questa è a grandi linee la storia di Esty. Quattro episodi, una stagione. Nulla di più. Terminato l’inseguimento, è tempo di tirare le somme.

Unorthodox è un gioiello, un piccolo capolavoro cinematografico, su questo non c’è dubbio. L’interpretazione di Shira Haas nel ruolo di Esty è a dir poco superba, straordinaria. Diamole un Oscar, un Nobel, qualcosa. Così giovane, ma così intensa. Shira non si risparmia mai e conferma di nuovo il suo titolo di attrice più promettente del cinema israeliano. La prossima Gal Gadot alcuni dicono, e io me lo auguro di cuore.

Altre chicche di Unorthodox sono le ambientazioni, i costumi. Assolutamente credibili. Tutto rievoca l’ortodossia ebraica più estrema, senza renderla parodia. Gli abiti tipici, i grossi cappelli, le lunghe basette arrotolare su loro stesse, le parrucche, i gioielli ormai obsoleti. Gli attori recitano in un Yiddish perfetto. Non che io ne capisca qualcosa, ma così almeno pare allo spettatore medio. Proprio a questo proposito è importante ricordare che Unorthodox è la prima serie di Netflix in lingua prevalentemente Yiddish. Un vero traguardo direi.

Per farla breve, tutto sembra perfetto, ma qualcosa turba lo spettatore. Quello che scrive perlomeno. Unorthodox pecca di superficialità. Parola che pare terribile, ma che in realtà non è poi così drammatica. L’accusa non è di distorsione della realtà, assolutamente. I fatti riportati potrebbero essere reali, fedeli a quelli che caratterizzano la vita di chi fa parte di una minoranza tanto complessa. L’accusa punta invece il dito sulla mancata ricerca di ciò che va oltre la fuga, oltre l’amore per la musica.

In Unorthodox i personaggi si dividono in due categorie: i buoni e i cattivi. Quelli che scappano e quelli che inseguono. Mi domando e vi domando, da quando la vita si riduce al bianco e al nero? Da quando lo spettatore si accontenta di un’immagine così parziale?

Per fare un paragone azzardato, prendiamo come modello Fauda, altro colosso di Netflix e della cinematografia israeliana. Ecco, il conflitto che caratterizza Fauda è il conflitto di due gruppi che si battono per un ideale. Chi difende la propria terra e chi attacca per riappropriarsi di ciò che pensa esserli stato sottratto. Non ci sono buoni e cattivi. Ognuno può vedere se stesso nel conflitto e nei suoi personaggi. Per questo motivo Fauda ha avuto lo stesso successo sia in Israele che in diversi Paesi Arabi. L’obiettivo era quello di non raccontare una semplice guerra, ma di scavare a fondo dell’odio fino ad arrivare alle sue radici.

Lasciamo da parte il conflitto israelo palestinese e torniamo dai nostri ultraortodossi. Se prendessimo la serie televisiva Shtisel come esempio, altro piccolo grande capolavoro made in Israel, scopriremmo che la figura dell’ultraortodosso in realtà è ben più complessa di quanto si possa intuire osservandola da fuori. Una figura che vive in costante conflitto. Un conflitto che, a differenza di quello sanguinolento di Fauda, in questo caso è interno e non esterno al personaggio. In Shtisel è evidente il tentativo di mostrare la realtà dell’ebraismo più estremo, da una prospettiva più intima, più umana.

In Unorthodox questo tentativo non esiste. Nessuno scava a fondo della Comunità di Williamsburg per cercare di capire il motivo per il quale essa decida di non fare i conti con la realtà circostante. Nessuno scava nemmeno a fondo del personaggio di Esty per capire come mai questa diciannovenne in pena è diversa dalle sue coetanee e desidera soltanto evadere, se non la stessa Shira Haas che con uno sguardo riesce a dire più di mille parole.

La regia sembra aver pensato a tutto nei minimi dettagli. Gli attori sembrano conoscere i personaggi alla perfezione. Il cosmo sembra essersi allineato con loro per garantirne la riuscita. C’è tutto in Unorthodox, davvero, eppure manca qualcosa. E quel qualcosa si riduce ad una parola paradossalmente molto semplice: manca la complessità. In Unorthodox il nero e il bianco ci sono, non mancano all’appello. Adesso bisogna fare uno sforzo per trovare il grigio che si nasconde dentro di loro.

 

 


Consiglio UGEIUGEI24 Marzo 2020
libri.jpg

5min1239

HaTikwa, di Michelle Zarfati

La situazione delicata dovuta all’emergenza Covid19 ci obbliga a rimanere chiusi in casa per contenere, quanto più possibile, questo virus che sta causando dei danni enormi in Italia nel mondo. Tuttavia, come si suol dire, “non tutto il male viene per nuocere” dunque come in tutte le situazioni più tristi si può di certo cercare il lato positivo.

Esser chiusi in casa ci spinge a fare tutte quelle cose che durante la nostra frenetica vita non riusciamo mai, ma vorremmo: cucinare un bel dolce, sistemare gli armadi, ma soprattutto leggere. Godersi un bel viaggio a km 0 rimanendo seduti sulla poltrona di casa. Del resto da i libri accompagnano l’umanità da secoli e oggi più che mai sono un faro di luce e speranza in questa buia e preoccupante situazione. Per questo ho stilato una lista dei top 5 libri da leggere in quarantena divisi chiaramente in generi e temi. Ce ne sono per tutti i gusti, dai gialli alle spy story fino ad arrivare al classico romanzo.

Sicuramente se stavate pensando di leggere un libro questo è il momento di farlo!

  1. Spy Story: Roberto Costantini torna a stupire i suoi lettori con il suo attesissimo nuovo libro e con un nuovo personaggio, donna per giunta, Aba Abate. Una spia dell’intelligence Italiana profondamente divisa tra famiglia e lavoro. In continuo equilibrio tra madre, moglie e spia del governo. Riuscirà Aba a dividersi tra i suoi ruoli mantenendo entrambe le identità? Se avete voglia di un po’ di Suspance e adrenalina vi consiglio: “Una donna normale” di Roberto Costantini
  2. Romanzo Storico: Vincitore del premio Strega, “ figlio del secolo”  è un vero lavoro di introspezione in prima persona di una delle figure più dibattute del secolo appunto, Benito Mussolini. Un intreccio di storie da Gabriele D’annunzio a Margherita Sarfatti fino ad arrivare a Mussolini stesso, un viaggio storico raccontato da i protagonisti stessi che ci porterà attraverso la narrazione a capire fino infondo le premesse della grande guerra e il vero passato di Mussolini raccontato in maniera lucida e asettica  “M. figlio del secolo” di Antonio Scurati.
  3. Romanzo: Gianrico Carofiglio, per chi non la conoscesse ha una scrittura a tratti poetica e sa raccontare profondamente del dolore toccando le corde della nostra anima e rendendoci tutti uguali davanti ai grandi drammi della vita e i sentimenti che proviamo. Una storia di un papà e un figlio lo spazio di una notte per ritrovare un legame mai scoperto se volete emozionarvi e riflettere profondamente sul tempo “Le tre del mattino” è il libro che fa per voi.
  4. Grande Classico: Ci sono libri che vanno letti almeno una volta nella vita sicuramente “Delitto e castigo” di Fedor Dostoevskij è uno di questi che insieme a “Guerra e pace” di Lev Tolstoj. Fanno parte dei romanzi russi più influenti e acclamati di tutti i tempi.  Ambientato a San Pietroburgo nel corso di una torrida estate. Tema chiave del romanzo duplice omicidio perpetrato dal giovane studente Raskol’Nikov e della conseguente crisi introspettiva all’interno del suo io sicuramente un grande classico che non può mancare nella libreria. “Delitto e Castigo” di Fedor Dostoevskij.
  5. Giallo: Il misterioso omicidio di una donna con tre anomale ferite e catene di omicidi che riaffiorano dal passato come un fantasma. Riuscirà il commisario Adamsberg a uscire vincitore da questo caso? Adasmberg conosce il tridente ma il tridente conosce Adamsberg.  Un libro pieno di climax e colpi di scena che riuscirà come un vero giallo che si rispetti a farvi dubitare davvero su tutto. “Sotto i venti di nettuno” di  Fred Vargas.

Consiglio UGEIUGEI12 Marzo 2020
bergier.png

4min312

HaTikwa, di Nathan Greppi

Nell’era dei social molte persone danno troppa importanza all’apparenza, mettendosi in mostra anche quando non hanno niente di speciale da raccontare. Ma in passato, e in parte ancora oggi, sono esistite figure che, pur avendo avuto una vita veramente avventurosa, non ne hanno mai parlato, o l’hanno fatto solo in tarda età; tra questi vi è senza dubbio Jacques Bergier, un uomo veramente fuori dal comune la cui autobiografia non a caso si intitola Io non sono leggenda. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1977, un anno prima della morte dell’autore, è uscito per la prima volta in Italia nell’ottobre 2019 grazie alle Edizioni Bietti. 

Bergier, nato in una famiglia ebraica di Odessa nel 1912 ed emigrato in Francia quando era ancora un bambino, sin dall’infanzia possedeva un’intelligenza superiore alla media, tanto che parlava correttamente almeno 10 lingue ed era abilissimo nel campo della fisica e della chimica. Tutte queste capacità gli permisero di diventare una figura di spicco nel campo dello spionaggio già negli anni ’30, quando si accorse in anticipo rispetto ad altri della pericolosità dei nazisti, e ancor di più durante l’occupazione tedesca della Francia, quando si unì alla Resistenza. E anche quando fu internato nei campi di concentramento, prima in quello tedesco di Neue Bremm e poi a Mauthausen, riuscì a organizzare attività clandestine creando anche dei contatti con le Forze Alleate.

Tra i suoi principali interessi vi erano l’alchimia e l’esoterismo, ragione per cui a renderlo davvero famoso fu, nel 1960, la pubblicazione del libro Il mattino dei maghi, scritto assieme al giornalista Louis Pauwels, che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo ed è stato tradotto in 19 lingue. Bergier si cimentò in diversi esperimenti e discussioni che miravano a conciliare la fisica nucleare e le trasmutazioni alchemiche.

Un aspetto particolare di Bergier sta nel fatto che riusciva lucidamente a non dividere il mondo in buoni e cattivi, e ad avere una visione pragmatica delle cose: pur essendo un comunista, era conscio dei crimini di Stalin e non volle che la Francia entrasse nell’orbita sovietica, nel timore di una reazione americana; inoltre, pur odiando i nazisti fece notare come anche De Gaulle disprezzasse gli ebrei. Fece anche alcune previsioni futuristiche che ad oggi si sono avverate: in particolare, ha ipotizzato la nascita degli hacker informatici più di un decennio prima della nascita del web.

Io non sono leggenda è un libro che anche chi non conosce il lavoro di Bergier potrà apprezzare, poiché riesce a raccontare, anche con un pizzico di ironia, una vita incredibile dove realtà e mistero si mescolano prive di un confine definito.


Consiglio UGEIUGEI4 Febbraio 2020
hazony-large.jpg

3min427

HaTikwa, di Nathan Greppi 

Al giorno d’oggi il nazionalismo viene spesso visto come portatore di odio per il diverso e chiusura in sé stessi, anche a causa degli orrori della Seconda Guerra Mondiale; tuttavia, il suo opposto non è l’unione pacifica di tutti i popoli come cittadini del mondo, bensì l’imperialismo autoritario, di cui oggi l’Unione Europea, l’ONU e la NATO sono le maggiori manifestazioni: questa è l’audace tesi che sta alla base del saggio Le virtù del nazionalismo, scritto dal filosofo e biblista israeliano Yoram Hazony e pubblicato in Italia da Guerini.

In questo volume, l’autore espone diverse argomentazioni secondo cui il nazionalismo altro non è che il diritto all’autodeterminazione dei popoli in un mondo di nazioni libere, nonché una giusta via di mezzo tra due estremi: da un lato la divisione primitiva in clan e tribù, dove la violenza è molto più presente che in uno stato-nazione, e dall’altro lato l’imperialismo, inteso come un insieme di nazioni assoggettate a un ordine dispotico che può anche dar loro pace e sicurezza, ma ne limita la libertà.

In questo senso, anche il nazismo in realtà era una forma di imperialismo, in quanto la Germania voleva conquistare l’intero continente, così come lo erano il comunismo e la Chiesa Cattolica, che volevano imporre i loro dogmi al mondo intero. E dopo la fine della Guerra Fredda, secondo l’autore, i principali fautori dell’imperialismo sarebbero l’UE e gli Stati Uniti. Una tesi, quella dell’imperialismo UE, che in Italia è stata ripresa di recente anche dallo storico Marco Gervasoni nel suo libro La rivoluzione sovranista. Hazony riesce ad affrontare tutte queste tematiche citando numerosi pensatori liberali e conservatori, e anche quando cerca di smontare le idee con cui è in disaccordo lo fa con toni pacati, senza aggressività.

Uno dei maggiori difetti del libro invece sta nelle posizioni dell’autore riguardo alla religione: infatti egli sostiene che l’identità di una nazione deve affondare le radici nei testi sacri, e non prende in considerazione l’idea di uno stato laico. Eppure, in Italia gli ebrei hanno ottenuto l’emancipazione grazie al Risorgimento e all’Unità nazionale, che però aveva un’impronta laica, in contrasto con lo Stato Pontificio dove gli ebrei erano discriminati.


Consiglio UGEIUGEI30 Gennaio 2020
libro.jpg

4min583

HaTikwa, di Michelle Zarfati

L’amore e il suo ricordo possono sopravvivere per sempre? Nonostante la guerra e il dolore? Praga, 1939, una delle comunità ebraiche più floride, fiorenti e popolose dell’Europa dell’est. Lenka e Joseph sono due ragazzi ebrei appartenenti a due famiglie colte e benestanti, ma basta poco più di uno sguardo per innamorarsi e farsi travolgere dall’amore. Un amore vero, profondo, nato tuttavia nell’epoca sbagliata: l’occupazione nazista incombe infatti su Praga e presto il loro equilibrio verrà spezzato dalla ferocia della guerra. In breve tempo diventeranno marito e moglie, il tempo di una notte indimenticabile.

Allo scoppio della guerra, Lenka e Joseph si separeranno con la promessa di rivedersi il prima possibile e portare avanti i loro progetti. Joseph riesce a procurarsi un biglietto per gli Stati Uniti, ma Lenka non se la sente di lasciare la sua famiglia, così le loro strade si separeranno.  Lui raggiungerà gli Stati Uniti con un macigno sul cuore, nella logorante attesa di ricevere notizie sulla sua Lenka. La cercherà tra i registri, negli occhi delle donne, ma purtroppo Lenka è ormai stata internata con la sua intera famiglia nel campo di concentramento. Lenka conoscerà il dolore nel campo, ma darà prova di grande coraggio cercando di proteggere sé stessa e sua sorella fino alla fine. La pittura e il disegno, le sue grandi passioni, le daranno la chiave per sopravvivere all’inferno.

Nel frattempo, negli Stati Uniti Joseph diventerà un dottore specializzato in ostetricia e troverà riscatto del suo amore mutilato soltanto facendo nascere altre vite. Come succederà a molti sopravvissuti al termine della guerra, Joseph e Lenka continueranno a cercarsi senza fine, con la speranza di scorgersi in mezzo alla gente, nelle folle, nei racconti di milioni di ebrei a cui la vita è stata spezzata dall’atrocità della Shoah. Le loro vite continueranno secondo lo scorrere normale del tempo, segnate da un sogno d’amore spezzato. Nonostante ciò, dentro di loro, la speranza continuerà, seppur in maniera labile, a rimanere accesa. Fino al 2000: momento in cui, per un fortuito caso del destino, le loro strade inconsapevolmente si incroceranno di nuovo.

Tratto da un intreccio di storie vere, Un giorno solo, tutta la vita di Alyson Richman è un romanzo che fa emozionare, piangere e riflettere. La vita, l’amore, la sopravvivenza e la famiglia sono i grandi temi di questo romanzo, che racconta la realtà di milioni di ebrei e dei frammenti delle loro esistenze al termine della grande guerra che segnò la storia del mondo per sempre. Attraverso il punto di vista della protagonista, assistiamo all’escalation della brutalità nazista nella città di Praga, una cornice idilliaca dove la vita sembrava scorrere senza intoppi, come l’olio, prima dell’avvento della guerra. Tante e troppe storie come quella di Lenka e Joseph, di amori spezzati e cancellati dalla guerra, ma sarà proprio il ricordo a tenerli in vita. Perché del resto, nonostante la ferita mai rimarginata dalla brutalità della guerra, i ricordi non conoscono tempo e nessuno muore davvero nel cuore di chi ogni giorno lo ricorda. L’amore è il grande tema di questo romanzo, come è motore del mondo di oggi. Un sentimento senza frontiere, che supera le barriere dell’odio e del pregiudizio razziale.

 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci