Pillole di ebraismo

Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Manuel Moscato

Nella Parashà che leggeremo domani, troviamo l’incontro tra Yosef e suo fratello Beniamino. Nel capitolo 25 verso 14 è scritto: “(Yosef) si gettò al collo di Beniamino, pianse e anche Beniamino gli pianse al collo”. Si chiedono i nostri Maestri z’’l: perché Yosef si gettò sul “collo” di Beniamino e anche Beniamino si gettò sul “collo” di suo fratello Yosef?

Non è un normale pianto tra fratelli, ma un pianto che sta a significare l’importanza del collo. È scritto nei Shir Hashirim (capitolo 4 verso 4): “Il tuo collo è come la torre di David, costruita come deposito delle armi”. Il Beth Hamikdash è paragonato al collo. Perché proprio al collo? Perché ciò che collega la testa con il corpo è proprio il collo. E pertanto il popolo ebraico è il corpo e Hashem è la testa. Cosa collega il popolo ebraico con Hashem? Proprio il Beth Hamikdash.

Quindi Yosef pianse sul “collo” di Beniamino proprio per il Beth Hamikdash, e gli chiede scusa per la futura distruzione del primo e del secondo Beth HAmikdash che si troverà nel territorio di Beniamino. Ed ecco quindi la profezia di Yosef su suo fratello Beniamino: da una parte lui è contento di rivedere dopo tanti anni suo fratello e piange di gioia, ma dall’altra parte è dispiaciuto e piange per la distruzione del primo e del secondo Beth Hamikdash.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 Dicembre 2019
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HaTikwa – Siamo abituati ad accendere i lumi di Chanuccà illuminando la chanucchià di un solo lume la prima sera ed aumentare gradualmente la luce fino a riempire l’intero candelabro l’ultima sera.

Per quale motivo? Perché non illuminare tutto già dall’inizio della festa?

Nel consultare il Talmud ci si rende subito conto che in realtà la mitzvà sarebbe stata completa con la semplice accensione di un unico lume ogni sera di Chanuccà (TB Shabbàt 21b). Nel cercare di capire quale fosse la maniera ideale per adempiere l’obbligo se si volesse essere più meticolosi (mehadrìn) nasce la divergenza delle prospettive.

Per i Maestri della Casa di Shammài bisognerebbe accendere otto lumi la prima sera e proseguire decrescendo nei giorni successivi fino ad accenderne uno solo l’ultima sera. Si trovano in disaccordo i Maestri della Casa di Hillèl per i quali va fatto esattamente l’opposto. Già nel Talmud si offrono varie ipotesi per spiegare il senso della loro discussione.
Cerchiamo di ragionare in termini molto semplici. Si accende un lume per illuminare. Ma il lume di Chanuccà non vuole rendere luminoso un ambiente della dimensione materiale; infatti sarebbe vietato usufruirne per tale uso.

Che cosa vuole illuminare allora il lume di Chanuccà?

A differenza delle altre occasioni in cui si festeggia la ricorrenza di un miracolo di sopravvivenza, Chancuccà festeggia il miracolo della sopravvivenza non del corpo ma dell’anima. Nei Proverbi è scritto: “Il lume di D-o è l’anima dell’uomo”. Il lume rappresenta quindi la spiritualità sacra che illumina l’oscurità del materialismo e dell’edonismo. Visto che non si tratta di illuminare un ambiente, basterebbe un solo lume per rendere l’idea rappresentata dalla festa. Oppure si potrebbe rendere il simbolo più profondo, indicando, come vuole la Scuola di Shammài, che bisogna illuminare inizialmente con il massimo delle forze per indebolire il più possibile la parte negativa di sé e del mondo. Poi si potrebbe gradualmente dedicare meno tempo alla lotta contro il male. Per la Casa di Hillèl invece la lotta contro il male avviene in maniera indiretta: più la luce è aumentata e più l’oscurità sparisce. Questo aumento di luce richiede una leggera ma costante crescita graduale perché possa essere più radicata e costante nel tempo.
Come sappiamo, prevale la visione di Hillèl. Invece di lottare direttamente con il male, cerchiamo di aumentare costantemente il bene.

Rav Shalom Hazan – Chabad Lubavitch Monteverde – Roma


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Dicembre 2019
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HaTikwa (M. Moscato) – I giorni di Chanukà sono otto. Chanukkà capita il 25 di Kislev. Quest’anno la prima sera capita domenica 22 dicembre dove accenderemo il primo lume della Chanukkià, il candelabbro.

Ma qual è il significato di Chanukkà ai nostri giorni?

Durante i giorni di Chanukkà ci sono alcune regole e tradizioni da rispettare che hanno come scopo quello di lodare Hakadosh Baruch Hu e per ricordare i miracoli che ha fatto per i nostri padri all’epoca il secondo Beth Amikdash.

In quel periodo, le condizioni spirituali del popolo ebraico erano molto difficili poiché il Regno Greco aveva decretato che il popolo ebraico non poteva più studiare la Torah e mettere in pratica le Mitzvot. Anche in mezzo al popolo nacquero delle persone che ormai non seguivano più la strada della Torah e delle Mitzvot per paura del decreto e alcuni cominciarono a profanare lo Shabbat e ad assumere le sembianze dei popoli vicini.

Così si risvegliò lo spirito degli Asmonei, pochi uomini valorosi che per far ritornare il popolo ebraico nella strada della Torah, sono riusciti a sconfiggere gli occupanti Grechi. Ebbero loro lo straordinario merito di rinnovare il Beth Amikdash. Ed ebbero loro l’ancor più straordinario merito di vedere realizzarsi il miracolo dell’ampolla d’oro che rimase accesa per otto giorni invece di uno solo, ovvero il tempo necessario per andare a trovare dell’olio puro.

Quali sono dunque le mitzvot di Chanukkà?

Ci sono numerose mitzvot da osservare durante i giorni di Chanukkà, in particolare:

-Accendere ogni sera i lumi della Chanukkià.
-Aggiungere “Al Anissim” nell’Amidà e nella Birkat Amazon.
-Leggere l’Hallel durante Shachrit.
-Durante gli otto giorni di Chanukkà è proibito fare un onoranza funebre (Esped) ed è proibito digiunare.
-Durante la prima mezz’ora dall’accensione della Chanukkià non si fa nessun lavoro domestico.
-Durante Chanukkà è tradizione mangiare cibi a base di latte e cose fritte nell’olio in ricordo dei miracoli di Chanukkà.

E come avviene l’accensione dei lumi di Chanukkà?

La mitzvà di accedere i lumi di Chanukkà è la mitzvà principale di Chanukkà, nonché il ricordo del miracolo dell’ampolla d’oro che doveva durare solo un giorno e che durò invece otto giorni.
E’ una grande mitzvá accendere i lumi a Chanukkà per il Pirsum Anes, ossia la manifestazione del miracolo. Hanno detto i nostri Maestri z”l nel trattato di Shabbat daf 23b che chi sta molto attento ad accendere i lumi di Chanukkà secondo l’halachà, avrà il merito di avere i figli studiosi di Torah come è detto nel libro dei Mishlè: “poiché il lume della mitzvà e della Torah è luce” e spiega Rashi che attraverso il lume della mitzvà viene la luce della Torah.

Hag Sameah a tutti!


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Ottobre 2019
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HaTikwa – Il settimo giorno di Succot è chiamato Hoshana Rabà. Non esiste nella Torà nessuna menzione di questo giorno e molti pensano che fu instaurato tardivamente nell’Ebraismo, ma non è affatto così. Nel Talmud Babli si fa risalire questa usanza all’epoca del primo Tempio e nel Trattato Succa (42b) si chiama settimo giorno della Aravà. Addirittura la tradizione afferma che Hillel stabili il lunario in modo che Hoshana Rabà non avvenisse di Shabbath stabilendo che Il primo giorno di Rosh HaShanà non fosse mai di domenica.

Il Midrash Tehilim dice: “Di Rosh Hashanà, tutti gli esseri viventi del mondo vengono davanti a Lui come un gregge, e [i figli di] Israele passano anche davanti a Lui con quelli. I ministri delle nazioni (angeli di ogni nazione ndr) del mondo dicono [allora]: “Abbiamo trionfato e vinto il giudizio” e nessuno sa chi abbia trionfato, Israele o le nazioni del mondo… Quando arriva il primo giorno della festa (di Succot) e tutto Israele, grandi e piccoli, porta il lulav nella mano destra e il’etrog nella mano sinistra, tutti sanno immediatamente che Israele ha vinto il giudizio. Quando arriva il giorno di Hoshanna Rabbà, prendiamo i rami di salice e facciamo sette processioni mentre il hazan si erge come un angelo di D-o, con una Torà sul braccio e il popolo gira intorno come si faceva intorno dell’altare… gli angeli del servizio [divino] si rallegrano e dicono: “[i figli di] Israele hanno vinto, [i figli di] Israele hanno vinto, la progenie di Israele non mentirà e non si pentirà!”

Ciò significa che da sempre Rosh HaShanà e Hoshana Rabà furono accomunati sotto la midat HaDin. E il settimo giorno di Succot è diventato l’ultimo momento della chiusura della sentenza divina. La scelta dell’ultimo giorno di Succot non è casuale poiché segna l’inizio della stagione delle piogge in Israele e la Mishnà in Rosh HaShanà (I,2) dice: “Durante la festa, il mondo è giudicato sull’acqua!”

Il mondo cabalistico afferma che i sette giri compiuti, come i sette giri fatti da Israele intorno a Gerico per abbattere i muri, abate la distanza che esiste tra l’uomo e D-o. Hoshana Rabà è un giorno fondamentale in cui segniamo che concludiamo tutto il periodo di feste rinnovati e purificati pronti ad affrontare un nuovo anno con più umiltà. La forma della foglia di salice ricorda la forma della bocca e degli occhi che sono loro che ci fanno spesso trasgredire ed è proprio loro che noi sbattiamo simbolicamente ad Hoshana Rabba, ma anche l’ebreo che non voglia più essere, colui che non studia Torà e non fa mitzvot. Con l’augurio che quest’anno possa essere un anno di studio ed elevazione.

Rav Alexander Meloni 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 Ottobre 2019
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HaTikwa – Il popolo ebraico nel percorso del primo mese dell’anno attraversa tre momenti fondamentali di incontro: a Capodanno celebriamo la Creazione divina dell’universo. Nel giorno del Kippur, dell’Espiazione, o meglio della cancellazione delle colpe, l’ebreo recupera la dimensione interiore della coscienza riconciliandosi con se stesso, con la comunità e con il mondo.
A Succot, la festa delle Capanne, fissata dal Levitico cinque giorni dopo il Kippur, si esce dalla propria casa, o meglio, dal proprio ego, per gioire all’ombra della divina presenza in una fragile capanna.
Se a Capodanno ascoltiamo il suono dello Shofar con la nostra coscienza e la nostra mente, se a Kippur digiuniamo per elevare al Signore i nostri sentimenti di riconciliazione, arriviamo a Succot pronti a gioire ed eseguire il precetto della capanna con tutto il nostro corpo, consumando quattordici pasti all’ombra della protezione divina.
Appena finito il digiuno passiamo da un precetto all’altro per costruire la capanna, legando così la gioia del Perdono a quella della libertà dal bisogno.
Nel ciclo agricolo l’autunno è la festa del raccolto, motivo della gioia del nostro risultato, ma anche pericolosa occasione per insuperbirsi e rinchiudersi nel proprio ambito dimenticando la collettività.

Vediamo insieme i particolari di una capanna che rappresenta nei suoi dettagli l’Arca santa, per trasmettere all’uomo la sensazione che possiamo servirci della Natura solo per stabilire un equilibrio tra Sole ed ombra. Il tetto deve essere costruito esclusivamente con vegetali staccati dal terreno per dimostrare la sua temporaneità.
Inoltre il tetto deve essere abbastanza folto da realizzare un’ombra maggiore della parte assolata, ma nello stesso tempo occorre che lasci vedere le stelle.
L’uomo spesso rischia una sovraesposizione mediatica che gli fa dimenticare la capacità di cercare se stesso: l’ombra invece rappresenta un momento di ripiegamento, di riflessione, dal quale poi ripartire per alzare gli occhi al Cielo, cercare le stelle che indicano in alto la strada da seguire.
“Abiterete nelle capanne sette giorni perché ho fatto abitare nelle capanne i figli di Israele quando gli ho fatti uscire dalla terra d’Egitto”.

I Maestri affermano che la festa delle Capanne e’ stata fissata in autunno e non in primavera in prossimità della Pasqua per  ricordarci che non costruiamo la capanna per godere l’ombra delle sue frasche per il nostro piacere, ma al contrario delle abitudini degli altri popoli, la costruiamo in autunno  dimostrando la volontà di eseguire un precetto divino.
La capanna è un simbolo di sicurezza nella protezione divina, paradossalmente proprio attraverso la sua fragilità.
Il libro biblico dell’Ecclesiaste accompagna la festa di Sukkot per ricordare come ogni elemento della natura umana sia temporaneo e destinato a lasciar posto ad altri con il volgere dei tempi.
Nello stesso modo l’Ecclesiaste conclude positivamente la riflessione pessimistica offrendo una via di uscita nell’adesione al precetto
L’ospitalità è un sentimento ed un valore talmente radicato nel popolo ebraico da immaginare di avere ospiti fissi, uno per ciascuno giorno di festa da Abramo a David. Il ruolo di queste sette guide fedeli corrisponde ciascuno a qualità umane e sfere mistiche alle quali ispirare il comportamento individuale e collettivo .
A Succot non solo il passato è il protagonista della festa, ma il simbolismo della capanna deve sollecitare l’uomo, e non solo l’ebreo, a volgere il pensiero, anzi ad identificarsi completamente per sette giorni con chi vive tutto l’anno senza la stabilita’ di una casa o di un lavoro.
In questi giorni difficili per l’Europa, offrire una riflessione, anzi una testimonianza di sapersi confrontare sul tema dell’accoglienza e dell’ospitalità costituisce un prezioso spunto di confronto e di dialogo. La dimensione universale viene evidenziata dal numero delle offerte corrispondente ai settanta popoli della terra per chiedere l’abbondanza derivata dalle piogge.
I temi recenti dell’Expo con molteplici proposte per nutrire il pianeta sembrano essere riassunte nella liturgia ebraica che benedice il Signore che fa soffiare il vento e fa scendere la pioggia come segno della Sua speciale benedizione per il genere umano e per la Terra di Israele.
Un altro precetto specifico di Succot è quello del Lulav: “prenderete per voi rami di palma, un frutto di bell’aspetto, rami di mirto e di salice”.
Leggendo l’Hallel, i Salmi di lode, con in mano questo mazzo di vegetali, chiediamo al Signore di ascoltare le nostre suppliche ed inviare le giuste piogge per far crescere piante e frutta.
Ancora il ciclo della natura con il numero sette come i sette elementi del Lulav necessita di un intervento dell’uomo per elevarlo al sovrannaturale.
Ogni punto cardinale viene benedetto dal movimento dell’uomo che intende abbracciare la realtà attraverso il precetto, sacralizzando lo spazio con un gesto umano per volgere a sé la volontà divina.
Con la festa di Succot incontriamo nello stesso tempo Natura e collettività per proiettarci con l’unità del genere umano verso i giorni nei quali sapremo convivere in unica capanna nella quale sviluppare il benessere materiale nella gioia di un anno pieno di benedizioni.
Rav Dr. Umberto Piperno


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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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