Pillole di ebraismo

Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 Gennaio 2019
ph.jpg

6min137

 

HaTikwà (M. Sierra)  Questo Shabbat andremo a leggere la parashà di Beshallach, che narra dei momenti più epici e grandiosi della storia dei figli di Israele, come  la fine della schiavitù durata quattrocentotrenta anni o il passaggio del Mar Rosso. Proprio in questa occasione il popolo, guidato dalla profetessa Miriam, intona la Shirat Hayam, il Cantico del Mare. Per questa ragione lo Shabbat della settimana viene chiamato anche Shabbat Shirà, il Sabato del Canto.

È usanza presso gli ebrei italiani cucinare in questo Shabbat un piatto particolare, noto in Veneto con il nome  “frisensal de tajadele”, a Ferrara e Mantova con “hamin” e in generale definito come “ruota del faraone”. Si tratta di un pasticcio di pasta amalgamato con olio o grasso d’oca. La sua forma ricorda la ruota del carro del faraone, il salame e/o l’uvetta le teste degli egiziani sommersi fra le onde del mare, simboleggiate dalle tagliatelle. In poche parole una forma visiva ed edibile del capitolo 14 del libro dell’Esodo.

Mangiando questo piatto squisito, emerge una domanda: è giusto trarre giovamento dalla morte degli egiziani? Sul quesito discutono i Maestri e si soffermano sul seguente midrash: Rabbi Shemuel bar Nachman a nome di Rabbi Yonatan disse: “Cosa significa che non si avvicinarono l’uno all’altro per tutta la notte?” Shemòt, 11:20.  La domanda trova riscontro in Sanhedrin, dove è scritto: “In quella occasione gli angeli al servizio dell’Eterno volevano dire un cantico davanti all’Eterno prosegue il testo e l’Eterno disse: “l’opera delle mie mani affonda nel mare e voi volete dire un cantico?Sanhedrin, 39b.

Come prima spiegazione, vediamo che l’Eterno impedì agli angeli di elevare un cantico per celebrare la fuga indenne dei figli d’Israele, poiché nello stesso momento “l’opera delle sue mani”, ossia gli egiziani, stava affondando nel mare. Questa interpretazione spiega il motivo per cui in tutti i giorni della festività di Succot  si recita l’Hallel completo, mentre nella festa di Pesach lo si recita integrale solo il primo. Questa interpretazione viene rafforzata dal Re Salomone: “non gioire quando il tuo nemico cade”  Mishlè 24,17.

Tuttavia, alla luce delle fonti, esiste un altro midrash in cui viene presentata un’interpretazione alternativa, secondo la quale “l’opera delle mie mani” non faccia riferimento agli egiziani, ma agli ebrei.  Questa posizione si basa su un altro midrash, in cui il Signore stesso incita gli angeli a cantare con gli ebrei, in Tosefta Sotà 10. In questo senso il midrash ci insegna a non esprimere la gioia prima della salvezza. Entrambe le interpretazioni sono legittime e bisogna notare che il secondo midràsh non mette in dubbio gli egiziani come opera delle mani del Signore. Nel Pirkè Avot, le massime dei Padri, è scritto: “Egli (Rabbi Akibà) soleva dire: Caro (a Dio) è l’uomo che fu creato a immagine Divina; conforme al testo che dice a sua immagine, Dio creò l’uomo” Avot, 3:14.

Alla luce di questa riflessione, penso valga la pena soffermarsi  su una figura emblematica dei nostri giorni: lo straniero.  Su questo personaggio, riporta la tradizione ebraica, non vi è discussione:

Non affliggerai lo straniero, né lo opprimerai, perché voi siete stati stranieri nel paese d’EgittoEsodo 22,20Non opprimerai lo straniero: anche voi conoscete l’anima del forestiero, perché siete stati stranieri nel paese d’Egitto” Esodo 23,9.
Quando uno straniero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli farete torto. Lo straniero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati stranieri nel paese d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio” Levitico 19, 33 – 34.
Egli rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama lo straniero e gli dà pane e vestito. Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri in terra d’Egitto Deuteronomio 10, 18 – 19.

L’empatia in questo caso  non è un optional, è una mitzvà.

Shabbat Shalom.

 

Michael Sierra, studente di giurisprudenza e relazioni internazionali all’Università Ebraica. Fondatore di Giovane Kehila, Assessore ai Giovani della Hevrat Yehude Italia e Fellow del Global Leadership Institute. Attualmente lavora presso il Ministero degli Esteri israeliano.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 Gennaio 2019
Screen_Shot_.png

5min269

 

HaTikwa (A. Di Veroli) – C’è un midrash spesso citato dai sostenitori della democrazia ad ogni costo e della tesi secondo cui la maggioranza ha sempre ragione anche a discapito delle opinioni dei rabbini. Mi riferisco al midrash del forno di Akhnai (Talmud Bavli, bava metzia 59b).

Un giorno Rabbi Joshua e Rabbi Eliezer stavano avendo una discussione halachica sulla purezza di un forno. Rabbi Eliezer portò tutte le prove possibili per legittimare la sua argomentazione, ma la maggioranza dei rabbini lo respinse. Dopo essere stato respinto, Rabbi Eliezer disse a Rabbi Joshua: “Se l’halacha è con me, allora lascia che sia il carrubo a dimostrarlo”. Il carrubo si sradicò e si spostò di 100 cubiti (alcuni dicono 400 cubiti) ma Rabbi Joshua rispose dicendo che non si può provare nulla con un albero di carrube. Rabbi Eliezer allora gli disse: “Allora se l’halacha è con me, lascia che il torrente lo provi”. Quindi l’acqua del torrente reagì scorrendo nella direzione opposta, ma Rabbi Joshua rispose che non si poteva provare nulla con un torrente. Rabbi Eliezer allora replicò: “Allora se la halacha è con me, lascia che queste mura (le mura del beit-hamidrash) lo provino”. Le mura cominciarono a crollare, ma Rabbi Joshua rimproverò le mura dicendo che le pareti non avevano alcuna autorità in un dibattito halachico. Le mura non finirono di crollare per rispetto a Rabbi Yehoshua, ma non tornarono a posto per rispetto a Rabbi Eliezer. Alla fine, Rabbi Eliezer disse: “Se la halacha è con me, allora può essere provata dal cielo“. In risposta a ciò, una voce scese dal cielo e disse a Rabbi Joshua: “Perché discuti con Rabbi Eliezer? L’halacha è in accordo con lui in ogni modo”. Rabbi Yehoshua ribattè alla voce celeste: “La Torah non è in cielo” (Devarim 30,12). Rabbi Yrmiahu aggiunse: “Lascia alla maggioranza la responsabilità del giudizio” (Shemot 23,2). Anni dopo Rabbi Nathan, continua il Talmud, incontrò il profeta Eliauh e gli chiese: ” Che cosa fece il Signore Benedetto in quella occasione?”; il profeta Eliauh rispose che Dio aveva sorriso dicendo: “I miei figli mi hanno vinto, i miei figli mi hanno vinto”. Un’interpretazione a questo versetto spiega che Dio si compiace dell’atteggiamento di Rabbi Yehoshua in quanto simboleggia la visione eterna che egli aveva di Dio, nonché la visione eterna che egli aveva della Torah e del suo studio. Successivamente a questi episodi, tutti gli oggetti che erano stati decretati puri da Rabbi Eliezer vennero bruciati e Rabbi Eliezer venne scomunicato.

Letto il midrash sorge spontaneo un dubbio: davvero la maggioranza ha sempre ragione? Ma soprattutto, che limiti incontra il principio della maggioranza? Appare evidente un fatto, le decisioni riguardanti l’halacha non vengono prese dalla maggioranza dei Bene-Israel ma dalla maggioranza dei rabbini, uomini che hanno dedicato la loro vita allo studio della Torah, alla sua discussione e interpretazione. Perché è importante dire questo? Perché mentre da un lato il midrash sembra avvalorare la tesi secondo cui la maggioranza ha sempre ragione, anche quando si scontra con il tribunale celeste, dall’altro sostiene una tesi che spesso si tiene a non considerare, la tesi secondo la quale ci vuole studio e competenza per prendere decisioni importanti. È a questo che dobbiamo puntare: offrire gli strumenti per poter permettere a tutti di studiare, di avere le conoscenze appropriate per poter esprimere un giudizio quando sarà il momento di prendere delle scelte. Prima ancora del diritto alla partecipazione, viene il dovere di studiare e comprendere. “Essa (la legge) non è in cielo” (Devarim 30,12). È questa la fonte di Rabbi Yehoshua per sostenere l’idea che la maggioranza ha ragione anche quando si scontra con il tribunale celeste. Ma la fonte non si limita a dire questo: infatti ribadendo che la legge non è in cielo, ma qui con noi, non lascia scusanti per  quando ci verrà chiesto perché non l’avremo studiata.

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 Gennaio 2019
darkness.jpg

2min181

HaTikwà (M.Moscato) – In questa parashà troviamo le ultime tre piaghe: le cavallette, le tenebre e la morte dei primogeniti. Qui si conclude il ciclo della schiavitù dei figli d’Israele in Egitto. La Torah ci dice che negli ultimi anni il Popolo Ebraico era diventato idolatra come gli egiziani, quindi Hashem gli comanda due mitzvot particolari, per assicurare la Gheulà, redenzione: il Korban Pesach, il sacrificio Pasquale, e il Brit Milà, la circoncisione. Queste mitzvot sono legate tra loro poiché la Torah ci dice che la circoncisione è indispensabile per poter offrire il Korban Pesach.

Inoltre, Dio comanda anche un’altra mitzvá all’inizio della parashà: “Allo scopo che tu possa raccontare a tuo figlio e al figlio di tuo figlio, ciò che ho operato in Egitto e i prodigi che ho eseguito in mezzo a loro in modo da riconoscere che Io sono il Signore” (Shemot capitolo 10 verso 2). Che cosa ci vuole insegnare questo verso? Che se tu racconti questi miracoli che ha fatto Hashem in Egitto a tuo figlio e al figlio di tuo figlio per almeno tre generazioni, l’Emunà, la fede, in Hashem e la conoscenza della Torah e delle mitzvot, non si allontaneranno mai dalla tua famiglia. Quindi è una grande mitzvà raccontare ai figli i miracoli che ha fatto il Signore per manifestare la sua grandezza perché Lui é Il Signore, אני ה.

 

Shabbat Shalom a tutti,

Manuel Moscato.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 Gennaio 2019
crop-gb-vaeira-1280x720.jpg

3min295

HaTikwà (M.Moscato)La Parashà che andremo ad approfondire questa settimana è Vaerà. Sin dall’inizio il Signore rassicura Moshè rinnovando la promessa di una redenzione completa. Il Popolo però, afflitto dalle sofferenze della schiavitù in Egitto, non presta ascolto alle parole di Moshè. Moshé e Aron si recano dal Faraone, intimandolo di liberare il Popolo Ebraico, perché il Signore è con loro. Così iniziano gli “otiot”, i segni manifesti. Aron getta davanti al Faraone un bastone che si trasforma in serpente per poi tornare di nuovo verga. Gli stregoni del Faraone tentano di emulare il miracolo, ma il serpente di Moshé inghiotte i serpenti dei maghi egizi. Così Moshè annuncia al Faraone le dieci piaghe sulla terra d’Egitto inviate dal Signore. In questa parashà troviamo le prime sette, che sono: sangue, rane, pidocchi, mescolanza di belve feroci, peste, ulcere e grandine.

Sempre nella stessa Parashà troviamo un verso significativo “Il cuore del Faraone è indurito (  כבד – kaved) e rifiuta di mandare via il popolo” (Shemot capitolo 7 verso 14). I nostri Maestri Z”L sostengono che il significato di “kaved” sia “duro” e non “indurito”. Quindi questo verso può essere letto nel seguente modo:”Il cuore del Faraone è duro e rifiuta di mandare via il popolo“. Secondo l’approccio letterale, possiamo pensare che se una persona è estremamente ostinata, nulla potrà smuoverla dalle sue posizioni.

A volte anche noi siamo ostinati e con il cuore duro, proprio come il Faraone, ma facendo le mitzvot passo dopo passo, questo cuore si scioglie e ne siamo felici. “Mitzva gdola liot beSimcha”. Abbandoniamo l’ostinazione e onoriamo la Torah come recita il verso “E’ una grande mitzvà essere felici”.

Shabbat Shalom. 

 

Manuel Moscato, vive in Israele. Ha mosso i primi passi al Collegio Rabbinico di Roma. Dal 2017 frequenta la Yeshivat HaKotel di Gerusalemme. 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci