Pillole di ebraismo

Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 Maggio 2019
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HaTikwa – Da poco siamo entrati nel mese di Yiar, il mese centrale della stagione primaverile, dove siamo circondati dai colori e dalla natura.
Il nome di questo mese אִייָר deriva dalla parola “or” che significa luce. Inoltre, secondo alcuni, la parola Yiar è l’acronimo delle parole “אני יי רופאך”, ovvero “Io sono il Signore che ti guarisce.”
Durante questo mese , leggiamo la Parashà di Kedoshim, una delle parti della Torah più ricche di leggi, quelle regolanti il rapporto verso il prossimo e verso Hashem. Proviamo ad analizzare due delle tante mitzvot di questa Parashà.  La prima: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Rabbi Akiva ci dice che questo è il precetto alla base della Torah. Il principio di tutto. Ci insegnano i maestri, infatti che il resto della Torah è solo un commento a questo precetto. Secondo la Torah, infatti, non può esistere una società, un popolo, in cui vengano rispettate tutte le leggi di un re, ma non ci sia rispetto tra gli individui. Questo precetto rappresenta quindi ciò che ci consente di versare luce su tutti gli altri precetti. Non si tratta dunque di una coincidenza. Non a caso questa mitzva si trova nella Parashà che leggiamo in questo mese, Chodesh “or”, il mese della luce.

Un altro precetto che la Torah ci comanda è quello di non avvicinarci all’idolatria, poiché questa rappresenta uno dei peccati più gravi che esistano, infatti simboleggia il tradimento verso Hashem.
Questi due comandamenti vanno di pari passo poiché non può esistere una società in cui venga rispettato un Re senza che i singoli individui non si rispettano tra loro e analogamente non può esistere una società in cui gli individui si rispettano a vicenda ma non viene rispettato il Re. O che, addirittura, quest’ultimo venga tradito.
In un’altra Parashà Hashem dice al popolo ebraico che lo avrebbe liberato e guarito da ogni piaga che ha colpito l’Egitto, a condizione che essi rispettassero le sue leggi e i suoi statuti.
Ecco dunque il motivo dell’acronimo di “Io sono il Signore che vi guarisce” e il mese di Yiar in cui si legge la Parashà di Kedoshim.
La Torah ci insegna che per essere Kedoshim, santi, abbiamo il dovere di portare luce nel mondo rispettandoci l’un l’altro e rispettando il Re dei Re, così che egli allontani da noi ogni evento negativo.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Aprile 2019
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HaTikwa (S. Hazan) – Nelle opere di halachà (Tur e Shulchan ‘Aruch Orach Chaim 470) è scritto che i primogeniti usano digiunare la vigilia di Pesach. L’uso comune è di partecipare ad un evento di mitzvà, come la conclusione di un trattato del Talmud. Tale partecipazione è considerata sufficientemente importante da poter rompere il digiuno, dando quindi la priorità al pasto della mitzvà (sarebbe ugualmente valido se si partecipasse ad una milà, per esempio). Ci si permette questa “leggerezza” in quanto il digiuno non ha il livello di rigore degli altri digiuni e, tra l’altro, non vi è un riferimento a riguardo nel Talmud Babilonese.

Perché si digiuna? Nel Tur è scritto che i primogeniti digiunano perché sono stati salvati dalla piaga che colpì i primogeniti egizi. Molti dei commentatori si chiedono come mai si digiuni per una salvezza; forse sarebbe stato più idoneo gioire per la propria salvezza. Diversi maestri offrono spiegazioni alternative. C’è chi scrive che i primogeniti ebrei in Egitto digiunarono durante quel giorno, per pregare Hashem di essere meritevoli della salvezza e non essere colpiti come quelli egizi. Il digiuno sarebbe quindi in ricordo del digiuno, non della salvezza.

Uno dei posqìm (decisori di halachà) più importanti della scorsa generazione, rav Shlomo Zalman Auerbach z.l. (1910-1995), offrì la seguente interessante spiegazione. Come ci insegnano molte fonti, in origine il compito di occuparsi del culto nel Bet HaMikdàsh sarebbe stato dei primogeniti ma quando peccarono con il vitello d’oro, fu rimosso questo privilegio da loro e dato ai Cohanìm. Il digiuno dei primogeniti rappresenterebbe, secondo rav Auerbach, una sorta di lutto per l’aver perso quel merito. Perché segnarlo proprio in questa data? Visto che questo giorno, il 14 di Nissàn, è il giorno in cui c’è il maggior flusso di persone al Bet HaMikdash, dato che tutti dovevano offrire il Korbàn Pesach. Proprio in quel momento l’esclusione dei primogeniti da quel ruolo importante è più sentita.

Hag Kasher Ve-Sameach!


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 Aprile 2019
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HaTikwa – La Parashà di Metzorà che leggeremo questa settimana tratta delle varie regole riguardanti la “Metzorà”, ovvero colui che era afflitto dalla Tzarat (tradotta imprecisamente come lebbra) e delle varie norme riguardanti l’impurità maschile e femminile.Nella prima parte, la Torah indica quali siano i sacrifici da portare in seguito alla guarigione da questa malattia e dall’impurità: due uccelli vivi, un ramo di cedro (etz aeretz), un filo di lana colorato di scarlatto (shne tolaat ) e dell’issopo (ezov).

Come spiegato da Rashi, ogni componente del sacrificio ha un significato molto profondo. Come già abbiamo imparato la scorsa settimana, una delle colpe per cui la tzarat colpiva l’uomo era la lashon arà, la maldicenza, che consisteva nel parlare di qualcuno senza che questo sia presente. Ciò è collegato agli uccelli, i quali cinguettano continuamente.
Nonostante quasi ognuno di noi la compia ogni giorno, la lashon arà è uno dei peccati più gravi della Torah. Essa simboleggia infatti il male verso il prossimo, il contrario di uno dei precetti più importanti della Torah, “ama il prossimo come te stesso”.
Quando una persona compie del male verso il suo compagno, allora si comporta da persona superba, arrogante ed egoista. Il ramo di cedro non a caso rappresenta la superbia. Inoltre chi fa male verso il suo prossimo viene considerato dal Signore come un verme, che viene tradotto in ebraico con la parola “Tolat”, il penultimo componente del sacrificio di espiazione. L’ultimo componente dell sacrificio è l’issopo, il quale viene descritto dalla Torah come la pianta più umile che esista.

Ed è proprio l’umiltà che ci permette di non compiere del male verso un terzo. Questa dote è strettamente collegata alla modestia, che ci permette di non pensare sempre a noi stessi , ma di buttare un occhio su ciò che provano le altre persone, evitando così di danneggiarle in qualsiasi modo e di mettere in atto quel verso della Torah che è alla base di tutte le mizvot: Veaavta Lereka kamoka, Ama il prossimo come te stesso.

Shabat shalom.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 Aprile 2019
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HaTikwa (M. Moscato) – La Parashà che leggeremo questo Shabbat è la Parashà di Tazrià. Essa si occupa principalmente delle diverse forme di impurità, tra esse vi è la Tzarat che consiste in una forma di lebbra, che si attacca alla pelle rendendola malata. La persona soggetta a questa malattia doveva andare dal Coen, il sacerdote, per far controllare la propria pelle. Se il Coen dichiarava che si trattava della Tzarat, allora la persona doveva essere allontanata dall’accampamento per una settimana. Passata una settimana il Coen ricontrollava questa malattia: se era sempre la stessa, la persona doveva essere allontanata dall’accampamento per un’altra settimana mentre, se la malattia era migliorata rispetto alla settimana precedente, significava che stava guarendo e che era puro.

Secondo i nostri Maestri z”l, questa malattia colpiva le persone che, facendo maldicenza verso le altre persone, avevano causato la solitudine del prossimo. Spesso, quando parliamo male delle persone, gli procuriamo dei dolori e tra questi la solitudine. Secondo la Torah, le persone che facevano maldicenza venivano allontanate e lasciate sole. Quindi la Torah ci dice che Hakadosh Baruch Hu colpiva la persona che avevano fatto maldicenza procurando solitudine altrui, con una malattia che causava automaticamente solitudine alla persona che aveva fatto maldicenza in modo che per una settimana questa persona capisse quanto fosse spiacevole sentirsi soli.
Cerchiamo dunque di evitare di fare maldicenza tra di noi per non causare dolore e solitudine altrui.

Shabbat Shalom


Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 Marzo 2019
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HaTikwà (M. Moscato) – La Parashà che andremo ad approfondire questa settimana è quella di Sheminì. Come le Parashot precedenti, anche questa si apre parlando dei sacrifici che dovevano essere offerti sul Mishkan, l’altare del santuario. Troviamo inoltre le regole della Kasherut secondo la legge ebraica. Hashem ci da una descrizione dettagliata di tutti gli animali che si possono mangiare e di quelli che non si possono mangiare.

Per quanto riguarda i quadrupedi, per essere kasher e quindi permessi ad essere mangiati, devono essere erbivori e devono avere lo zoccolo diviso in due. Per quanto riguarda i pesci, per risultare kasher, devono avere pinne e squame. Per i volatili  tutti i volatili tranne quelli rapaci. Si chiedono i nostri Maestri z”l nel trattato di Hulin, quando un volatile viene definito un rapace? Se ha le seguenti caratteristiche: una volta appollaiato tiene due artigli davanti e due dietro, quando le sue uova sono tutte tonde (e quindi diverse da quelle che mangiamo oggi che hanno una forma sotto ovale e sopra sono a punta) e se lanciando in aria un pezzo di pane esso spicca il volo per prenderlo.

In questa Parashà vediamo anche la morte dei figli di Aron, Nadav e Haviù, in quanto hanno offerto un fuoco estraneo sull’altare che Hashem non aveva comandato. Su questa morte ci sono molte opinioni. Rashi riporta una discussione tra Rabbi Ishmael e Rabbi Eliezer. Rabbi Eliezer dice che Nadav e Haviu sono morti perché hanno risposto a una domanda di Halachà in presenza di Moshé mentre secondo Rabbi Ishmael sono morti perché prima di prestare servizio nel Mishkan, Nadav e Haviu hanno bevuto il vino e si sono ubriacati. Tant’è vero che alcuni versi dopo Hashem comanda ad Aron e ai suoi figli di non bere vino prima di prestarsi a lavorare al Mishkan. Cosa impariamo dalla prima opinione? Che non si risponde mai a una domanda di Halachà in presenza di un Rav per non mancargli di rispetto, ma se il Rav ti dà il permesso di rispondere allora devi aprire dicendo “Birshut Harav”, ossia con il permesso del Rav.

 

Shabbat Shalom