Pillole di ebraismo

Consiglio UGEIUGEI18 Settembre 2020
silenzio.jpg

5min259

di David Zebuloni, Direttore di HaTikwa

 

Cari lettori,

Un nuovo anno ebraico è alle porte e il desiderio di scrivervi risulta più impellente che mai. Ricordo che quando lo scorso anno intervistai Elena Loewenthal per questa testata, le chiesi in chiusura quale messaggio volesse trasmettere ai nostri lettori. Lei indugiò un attimo e rispose che “i messaggi sono sempre un po’ vacui”, ovvero vuoti, privi di contenuto. Con fare leggermente infantile conclusi l’intervista imbronciato, convinto che la Loewenthal si stesse inventando una scusa per portare a termine l’incontro. All’epoca non capii lo spessore della sua risposta, non mi impegnai per trovare in essa un significato nascosto. Oggi invece riconosco nelle sue parole una bellezza rara. “I messaggi sono sempre un po’ vacui”, mi ripeto infatti con una certa frequenza. Quanta brutale e disarmante verità. I messaggi universali, specie quelli di inizio anno, sono sempre o quasi sempre sterili e fastidiosi, retorici e ridondanti.

Il 5780, secondo il calendario ebraico, verrà ricordato senza dubbio come uno degli anni più difficili della storia. Della nostra storia. Della storia di noi giovani, che siamo cresciuti ascoltando i racconti di guerra e di fame dei nostri nonni, senza aver mai percepito da vicino la minaccia di un nemico intento a distruggerci. Ed eccolo lì, il Covid-19, nemico invisibile e subdolo arrivato sulla terra per ricordarci che, per quanto l’uomo possa pianificare, Dio sarà sempre pronto a ridere. E credo che quest’anno Dio abbia riso più del solito, insegnandoci così che la fede, talvolta, rimane l’unico vero appiglio in un mare di incertezze.

Si è detto tanto, si è detto troppo, si è detto tutto. Nessuno ci ha risparmiati. Nessuno. Politici, giornalisti e comuni utenti in rete. Tutti ci hanno bombardato di messaggi vacui e inutili nell’intento di insegnarci ad affrontare la tempesta a testa alta, traendo da essa solo ed esclusivamente il meglio. Tutti ci hanno invitato a vedere il bicchiere mezzo pieno e ignorare quello mezzo vuoto, a riconoscere le vittime e condannare i colpevoli, a fare sport in casa e a cantare sui balconi. Solo una persona ha saputo fare diversamente, ridimensionando drasticamente la mia personale percezione di rumore e di significato. Mi spiego meglio. Quando all’inizio della pandemia è stato chiesto a Liliana Segre di esprimersi sulla tragedia in corso, lei come sempre ha saputo trovare le parole più giuste, più vere, più autentiche per descrivere ciò che stava vivendo. “Non ho niente di originale da dire”, ha affermato Liliana. “Né la mia immaginazione, né la mia fantasia, né il mio buonsenso, né altro. Sono abbastanza sbalordita da quello che succede. E la verità è che non c’è niente da dire.”

Accompagnato da queste parole, così semplici e straordinarie, vorrei augurarvi cari lettori un anno di silenzio. Ma un silenzio vero, privo di rumori e brusii. Privo di insegnamenti e ramanzine. Perché come canta Mina in un uno dei suoi innumerevoli capolavori: “io voglio insegnarti il silenzio, perché non ha senso un silenzio che è fatto tutto di parole”. Proprio così, non ha senso un silenzio fatto tutto di parole, di messaggi, di moniti. Se il 5780 verrà ricordato come l’anno della più grande crisi sanitaria della storia, vorrei che il 5781 venisse ricordato come l’anno più silenzioso della storia. Vorrei che ci venisse concesso il tempo di godere della famosa quiete dopo la tempesta, di leccarci le ferite in santa pace, di rimetterci lentamente in pista, di piangere in privato i cari scomparsi improvvisamente, anche e soprattutto quelli appartenenti alle nostre comunità. Vorrei che il nuovo anno possa fungere da nido di ceneri dalle quali risorgere, come le fenici, più splendenti di prima. Più forti delle nostre paure. Più uniti di quanto lo fossimo mai stati.


Consiglio UGEIUGEI10 Settembre 2020
פפפפפפפפ.jpg

1min90

di Redazione

 

Nella Parashà di questa settimana, Parashat Nitzavim, scopriamo una cosa straordinaria. Moshé rabenu, massimo esponente del popolo ebraico nella storia, in uno dei suoi monologhi rivolti al popolo ebraico nel deserto riferisce che i precedetti da Dio comandati non sono “lontani dall’uomo”. Cosa significa che i precetti non sono lontani dall’uomo? Si parla forse di una lontananza geografica? Di una lontananza fisica? Di una lontananza spirituale? Per comprendere a fondo le parole di Moshé, bisogna comprendere prima il ruolo profondo della religione ebraica nelle nostre vite.


Consiglio UGEIUGEI7 Settembre 2020
deserto-grande-1280x960.jpg

1min158

di Luca Clementi

 

Ho letto su JoiMag l’articolo di Micol De Pas Le due quarantene di Mosé, che utilizzava un divertente e attuale accostamento quarantena – quarant’anni nel deserto. Così ho iniziato a pensarci su anch’io, in un delirio serale di attualizzazione compulsiva. Eccolo lì nella mia mente il popolo d’Israele, condannato a 40 anni nel deserto perché ha dubitato di Giosué e Caleb, ascoltando i 10 esploratori che parlavano male della Terra di Canaan. In un contesto di sliding doors, chissà con 40 anni in più di storia cosa avremmo potuto fare. Un Bet Hamikdash ancora più bello? Un trattato di pace coi Filistei di durata illimitata? Invece no. Ci è toccata una seconda ondata di quarantena nel deserto per colpa di 10 esploratori. Non ci è bastata la Fase 1 del vitello d’oro, era tutto troppo facile.


Consiglio UGEIUGEI4 Settembre 2020
כי-תבוא.jpg

1min94

di Redazione

 

Nella Parashà di Ki Tavò ci viene insegnata una mitzvah molto importante. Ci viene insegnato che il primo frutto dell’albero non può essere mangiato, bensì deve essere contrassegnato con un filo, raccolto una volta maturo e portato a Gerusalemme, nel Bet HaMikdash. Tutto ciò per ricordare il miracolo dell’uscita del popolo ebraico dall’Egitto. Andiamo per ordine cercando di capirne il motivo.


Consiglio UGEIUGEI28 Agosto 2020
כםאאםםםםם.jpg

1min143

di Redazione

 

Nella Parasha di questa settimana, Parashat Ki Tezé, viene ricordata una mitzvah (un precetto) estremamente importante nella Torah. La mitzvah di Shabbat Avedà, quel precetto che impone di dover cercare ad ogni costo il proprietario di un oggetto smarrito. La Parashà recita: “non potrai ignorare l’oggetto in questione”. Ovvero, non potrai fare finta di non averlo visto per non dover cercare di conseguenza il suo legittimo proprietario.