Pillole di ebraismo

Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Redazione

La Parasha di questa settimana, Parashat Mishpatim, ci insegna un valore di straordinaria importanza. Il valore dell’empatia. Cerchiamo di capire perché.

Parashat Mishpatim tratta un aspetto estremamente tecnico e burocratico dell’abraismo, quello delle regolamentazioni e delle norme di comportamento. Argomenti estremamente pratici, apparentemente privi di alcun risvolto emotivo. Poi, d’un tratto, la Parasha cita le quattro categorie di persone che Dio preferisce, quelle che il Signore sente più vicine a sé: il povero, il convertito, la vedova e l’orfano.

Nell’era delle scorciatoie e dei favoritismi nei confronti dei più forti, dei più agiati, dei più potenti, ecco che viene la Torah e ci spiega quali sono davvero le persone che meritano davvero uno spazio speciale nei nostri cuori. Le più deboli, le più sole, le più spaesate. E se Dio riserva particolari attenzioni nei confronti di queste persone, perché noi non dovremmo fare lo stesso? Ecco la prima lezione di empatia. Ma presto ne arriva una seconda.

Il Sefer Hachinuch spiega che tutti noi facciamo parte di queste quattro categorie, pur non essendone a conoscenza. Tutti noi talvolta ci sentiamo un po’ soli, un po’ stranieri, un po’ diversi, un po’ deboli. Ognuno di noi racchiude in sé quelle straordinarie fragilità che ci rendono umani e di conseguenza tanto vicini a Dio. Se ognuno di noi riuscisse a vedere nel prossimo o in sé stesso queste qualità, ecco che riusciremmo tutti ad essere molto più comprensivi, molto più disponibili, in una parola: molto più empatici. E una vita svolta all’insegna dell’empatia, è una vita più armoniosa, una vita migliore.

Impariamo dunque la lezione più importante: anche lì dove tutto ci sembra freddo e distaccato, anche se la realtà che ci circonda tutto pare essere estremamente tecnico, come nella Parasha di Mishpatim, ecco che con un po’ di sfrozo potremmo presto trovare un risvolto umano e colmo di emozioni, quelle emozioni che tanto mancano nella nostra quotidianità.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Redazione

Nella Parasha di questa settimana vediamo Itro che lascia la sua casa e le sue tradizioni per abbracciare il popolo di Israele e la fede ebraica. Rashi spiega che Itro viene a sapere dell’apertura del Mar Rosso e decide di incontrare il popolo fuggito dall’Egitto, protagonista del grande miracolo.

Itro non si limita ad ascoltare le vicende del popolo ebraico, Itro decide di fare un passo ulteriore, di alzarsi e agire. Questo è ciò che rende Itro tanto centrale nel Libro di Shemot, tanto unico e speciale nella trama biblica. Tanti hanno sentito delle vicende del popolo ebraico nel deserto, ma solo uno ha deciso di unirsi a loro. E quell’uomo era Itro.

Questo è ciò che impariamo dalla lettura della Parasha questa settimana, impariamo che talvolta non dobbiamo limitarci ad ascoltare, talvolta dobbiamo alzarci e agire. In nome di ciò che crediamo, in difesa delle persone che amiamo.

E’ importante ricordare che prima di unirsi al popolo ebraico, Itro era un idolatra, che non aveva nulla a che fare con l’ebraismo e la sua visione monoteista. E nonostante ciò, nonostante l’età avanzata, Itro non si è fermato, non ha rinunciato ad abbracciare una nuova cultura, non ha esitato ad ammettere che fino a quel giorno si era sbagliato. Itro viene ricordato come un eroe nella Bibbia per la sua capacità di guardare oltre i confini dell’abitudine e della routine.

Così anche noi dobbiamo imparare da questo personaggio straordinario il coraggio di ammettere a noi stessi che la via semplice e sicura, non necessariamente è quella giusta. Il coraggio di prendere in mano la nostra vita e darle una sfumatura diversa. Di non accontentarci di ciò che troviamo sulla superficie, ma di andare a fondo delle cose. Di conoscerle nel profondo. E abbracciarle.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Manuel Moscato

Il 15 del mese di Shevat, secondo il calendario ebraico, è il Capodanno degli alberi, un giorno conosciuto anche come Tu Bishvat. Questa festività simboleggia il passaggio da un anno a quello successivo, riguardanti le leggi delle Maserot (le decime del prodotto), della Orlà (i frutti dell’albero che per i primi tre anni non si possono consumare) e di Sheviit (le regole riguardanti l’anno Sabatico: Shemità). Ad esempio, la norma dell’Orla che troviamo nella Torah, nella parashà di Kedoshim, ci spiega che per i primi 3 anni dal giorno in cui è stato piantato l’albero non se ne potevano mangiare i frutti. Il quarto anno venivano consacrati al Signore e si potevano mangiare solo a Gerusalemme, mentre il quinto anno era permesso consumare i frutti dell’albero normalmente. Ci poniamo la seguente domanda: perché i nostri Maestri z”l hanno stabilito questo Capodanno degli alberi proprio il 15 di Shevat, ovvero in un periodo di freddo e gelo? La stessa domanda se la pongono i Chachamim z”l nella Ghemarà (Trattato di Rosh Hashaná), rispondendo che, dal momento che molte Halachot si basano su ciò che avviene in Israele, e siccome gran parte della stagione delle piogge in Israele finisce intorno al 15 di Shevat, questa data è considerata il nuovo anno per gli alberi. In questo periodo, grazie alle piogge invernali, il terreno è impregnato d’acqua, e fa sì che la linfa inizi a circolare negli alberi e la frutta possa iniziare a maturare.

La sera del 15 di Shevat (Tu Bishvat), è uso fare un Seder mangiando la frutta della Terra d’Israele e bevendo il vino. Ci può essere una similitudine con il Seder di Pesach? La risposta è sì. Il punto d’incontro tra il Seder di Tu Bishvat e il Seder di Pesach è quello di bere 4 bicchieri di vino: il primo tutto di vino bianco; il secondo di vino bianco misto a un po’ di vino rosso; il terzo metà vino bianco e metà vino rosso; e il quarto tutto di vino rosso. I 4 bicchieri di vino che si bevono la sera del Seder di Pesach stanno a significare, come dice la Ghemará nel trattato di Pesachim, le 4 esclamazioni che ha detto Hakadosh Baruch Hu per salvare il popolo ebraico dalla schiavitù d’Egitto, per poi arrivare alla vera Gheulà: “Vi farò uscire, vi salverò, vi libererò e vi prenderò come mio popolo”. Mentre i 4 bicchieri di vino che si bevono la sera del Seder di Tu Bishvat rappresentano la liberazione della natura, in particolare quella di Erez Israel, dal rigore invernale che tende a congelare e a impedire “l’uscita” dei germogli e dei frutti. Anche nella terra d’Israele ogni anno la natura si trasforma dal bianco a rosso arrivando fino a Tu Bishvat, quando si scorgono i fiori che cominciano a sbocciare. Durante tutto il Seder si mangiano tanti tipi di frutta, e c’è l’usanza di soffermarsi su ogni frutto e studiare delle Mishnaiot ad esso collegate.

Nella Torah è scritto che un uomo è paragonato ad un albergo del campo; e le mitzvot che facciamo tutti i giorni sono paragonabili ai frutti dell’albero. Se ne deduce che, come un uomo non sa stare senza le mitzvot per servire e amare Hakadosh Baruch Hu, l’albero senza i suoi frutti non riesce a vivere. E quindi possa essere questo Tu Bishvat l’inizio della crescita dei frutti e la continuazione nello studio della Torah e delle mitzvot.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Manuel Moscato

Nella Parashà di questa settimana, leggiamo le ultime 3 piaghe che Hakadosh Baruch Hu manda sulla terra d’Egitto: le cavallette, l’oscurità e la morte dei primogeniti.

In questa parashà, abbiamo le prime Mitzvot che Hashem comanda al popolo, ossia quello del Rosh Chodesh e quello di ricordare l’uscita dall’Egitto mettendo i Tefillin. Nel capitolo 12 verso 2 è scritto: “Questo mese è per voi il capo dei mesi; sarà cioè per voi il primo mese dell’anno.”

Nel primo commento alla Torah nella parashà di Bereshit, Rashi si chiede perché la Torah inizia dalla creazione del mondo e non da questo verso, visto che è la prima Mitzvà che Hashem da al popolo. Rashi risponde che doveva essere questo il primo verso della Torah, perché questa è la prima Mitzvà collettiva che tutto il popolo riceve. Quindi perché la prima Mitzvà era collegata al primo mese? Perché la Mitzvà era quella di testimoniare il novilunio davanti al Beth Din, facendo così capire al popolo che erano entrati in un nuovo mese. La Luna è appunto qualcosa che si rinnova ogni mese. E infatti la parola “chodesh”, mese, ha la stessa radice di “Chadash”, novità.

Quindi la dimensione del tempo che caratterizza l’ebraismo è la capacità di rinnovarsi continuamente, di crescere o di decrescere ma essendo sempre in grado di essere sempre nuovi. Pertanto è proprio in questa dimensione che si sviluppa l’identità ebraica e il rapporto con la propria identità che ogni ebreo dovrebbe avere. Per questo è la prima Mitvzà collettiva del popolo ebraico: per capire come un ebreo dovrebbe cercare di essere costantemente con il trascorrere del tempo.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Manuel Moscato

Nella Parashà di Vaichi scopriamo il testamento di Yakov Havinù e assistiamo alle Berachot, le benedizione, che concede ad ogni figlio, ossia una per ogni tribù. Yosef, in particolare, riceve moltissime Berachot. Come è scritto al capitolo 48, verso 16: “l’angelo che mi liberò da ogni male benedica questi ragazzi, siano chiamati con il mio nome e con quello dei miei padri Avraam e Itzhak, abbiano sulla terra numerosa discendenza”.

Sembra una contraddizione, poiché in questa Berachà, Yakov benedice i nipoti Efraim e Menashè e non Yosef stesso. Comprendiamo che per un genitore è più importante che i propri figli ricevano la Berachà piuttosto che loro stessi. Pertanto ne concludiamo che per un nonno è più importante benedire suo nipote prima ancora di suo figlio.

Il testo della Torah ci dice che secondo Yakov, Efraim e Menashè erano come i suoi due primi figli, Reuven e Shimon.  Come mai questo parallelismo? Il Hiddà (Haim Yosef David Hazulai) dice che così come Reuven e Shimon sono i primi due figli di Yakov, anche Efraim e Menashè sono i suoi primi nipoti.

Il Hiddà aggiungere anche che c’è un collegamento tra Reuven-Shimon e Efraim-Menashè. Menashè viene paragonato a Reuven perché metà tribù di Menashè avrà il territorio dall’altra parte del Giordano proprio come Reuven, mentre l’altra parte della tribù di Menashè viene paragonata a Shimon perché tutte e due le tribù avranno il territorio in Erez Israelael.

 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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