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Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 Marzo 2019
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HaTikwà – In occasione della Giornata Nazionale sui Disturbi del Comportamento Alimentare, che si terrà il 15 marzo, Palazzo Valentini si tinge di lilla. Ieri al cospetto delle autorità istituzionali, civili e religiose, è stata inaugurata in via IV Novembre la mostra itinerante “Solo l’amore salva. Stop Anoressia e Bulimia”, dall’11 al 18 marzo, promossa dall’associazione DonnaDonna Onlus, Unione dei Giovani Ebrei d’Italia, Comunità Ebraica di Roma e con il patrocinio della Città Metropolitana di Roma Capitale.

In esposizione gli scatti fotografici realizzati da Salvatore Arnone, con la direzione artistica di Nadia Accetti, fondatrice di DonnaDonna Onlus. Con grande soddisfazione, oltre alla partecipazione degli enti ebraici, hanno preso parte alla lodevole iniziativa le Forze Armate e della Polizia di Stato, dell’Esercito Italiano, Marina Militare, Aeronautica e Arma dei Carabinieri.

Unire le forze per contrastare i disturbi alimentari che vedono coinvolte soprattutto le giovani generazioni è un’operazione doverosa per le Istituzioni. Disturbi alimentari come l’anoressia e la bulimia sono infatti fenomeni da inserire nel più ampio quadro dei disagi – ha dichiarato la Vice Presidente Vicaria del Consiglio Metropolitano, Gemma Guerrini espressi nei più diversi modi, con cui i giovani urlano al mondo il bisogno di essere aiutati ad affrontare le loro fragilità. È perciò necessario che le Istituzioni e gli adulti che le rappresentano, si assumano le loro responsabilità, si facciano carico del compito di fornire delle risposte e di indicare alle giovani generazioni la strada per combattere e superare frustrazioni e difficoltà. Risposte che non possono che essere valoriali. Per questo si fa necessaria la sinergia tra le istituzioni e le comunità, tutte portatrici di valori che debbono essere rimessi in circolo per trasse da essi la forza e le motivazioni con cui supportare i percorsi più strettamente clinici”.

La Comunità Ebraica di Roma ha sposato con immenso piacere questa iniziativa. Un progetto molto significante e caratterizzato da innovative modalità di comunicazione, che ha lo scopo di sensibilizzare riguardo il difficile tema dei Disturbi del Comportamento Alimentare. È bene ricordare che, purtroppo, questi disturbi sono una realtà molto diffusa. Il massimo sostegno all’iniziativa di DonnaDonna è un modo per gettare luce su questo problema e contribuire a contrastarlo”, ha espresso Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma.

La nostra Associazione ha voluto fortemente questa campagna di sensibilizzazione, partendo da un percorso esperienziale personale con lo scopo di sensibilizzare i cittadini a prevenire, affrontare e vincere i Disturbi Dell Alimentazione, quali anoressia, bulimia e malattie affini. Si cerca di creare una rete di esperti, esperienze e progetti per favorire l’informazione e la richiesta tempestiva di aiuti. Intervenire ai primi sintomi è vitale, prevenire è vincere. Il corpo, con le sue ferite e violenze fisiche e psichiche – ha testimoniato Nadia Accetti, fondatrice di DonnaDonna Onlus – diventa una prigione e un campo di battaglia, quindi attraverso l’arte e la fotografia si vuole portare il nostro messaggio di vita e di speranza promuovendo la libertà. La bellezza è l’unicità di ognuno di noi. Sentirsi amati, accettati e ascoltati è la prima medicina che permette di uscire dalla paura, dalla vergogna e dai sensi di colpa. Uniti tutti per riabilitare l’autostima e la dignità di chi ha perduto l’accettazione di se stesso e del proprio corpo e il senso della vita

“L’Unione Giovani Ebrei d’Italia ha aderito con grande piacere alla campagna di sensibilizzazione “Stop Anoressia e Bulimia”. Un tema complesso, ma ancora poco discusso. I DCA si manifestano prevalentemente tra i 12 e i 25 anni. In quanto giovani abbiamo sentito il dovere di metterci la faccia e schierarci in prima linea. Siamo convinti che una corretta campagna di informazione e sensibilizzazione possa contribuire a evitare delle sofferenze. Deve vincere la vita!”, così ha dichiarato la  presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, Keren Perugia.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 Marzo 2019
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HaTikwà (L.Clementi)Un derby. Antisemitismo. La notizia non é nuova, ha soltanto cambiato ubicazione. Un tifoso dell’Union Berlino, dopo il match contro i cugini dell’Ingolstadt, ha twittato che il loro capitano, l’israeliano Almog Cohen, “dovrebbe sparire nelle camere”, riferendosi all’orribile metodo di uccisione sistematica perpetrato dai nazisti nei confronti degli ebrei negli anni quaranta. Il tweet è stato pubblicato dopo che Cohen ha ricevuto un cartellino rosso durante la partita di venerdì nella capitale tedesca.

La notizia ha suscitato inevitabilmente le dichiarazioni delle autorità israeliane: Emmanuel Nahshon, il portavoce del Ministro degli Esteri, si dice “scioccato”, aspettandosi “una ferma azione contro il responsabile da parte delle autorità tedesche”, mentre l’Ambasciatore israeliano in Germania Jeremy Issacharoff ha twittato “Almog, non sarai mai solo!”. Anche il Presidente della stessa Union ha pubblicamente difeso Cohen con un comunicato. Il centrocampista ha risposto con un tweet: “Prima di tutto vorrei ringraziarvi, grazie per il supporto infinito. Un ringraziamento speciale va al mio club, che mi supporta e mi rafforza in ogni occasione. Così fa anche il tweet antisemita: mi rafforza solamente. Sono orgoglioso di essere ebreo e di esserlo nel modo in cui sono cresciuto. Sono orgoglioso di sentire un senso di shlichut ogni volta che entro in campo per rappresentare la mia squadra. Come capitano della mia squadra e come giocatore della Nazionale israeliana farò di tutto per continuare a rappresentarti con rispetto”

Purtroppo la notizia dimostra un aumento preoccupante dell’antisemitismo in Germania, ma é anche la prova evidente del fatto che l’odio e le offese nei confronti degli ebrei sono all’ordine del giorno in tutte le tifoserie. La polizia tedesca ha registrato 1.646 reati motivati ​​dall’odio contro gli ebrei lo scorso anno, un aumento di quasi il 10% e il livello più alto in un decennio. Tra questi ci sono 62 reati violenti, contro i 37 del 2017. Destra, sinistra, poco importa. Quando si tratta dell’ebreo o dell’israeliano l’argomento in comune si trova sempre.

Un po’ come è accaduto recentemente a Roma: Forza Nuova, strema destra, ha manifestato a sostegno della Palestina contro “l’occupazione israeliana”. Un po’ come certa sinistra il 25 aprile, e su Twitter sono esplose dichiarazioni come “ebrei fuori dalla Palestina, giudei fuori dall’Europa”. Non si sa bene quale sia il posto di questi ebrei. Né dentro né fuori. E così anche nel calcio: chissà quale squadra dovranno mai tifare. Romanista ebreo, ma anche laziale, interista, milanista, juventino, viola. Un po’ tutti ebrei, un po’ tutti Anna Frank. Non sono citazioni a caso: in tutti questi casi c’è stato o c’è un coro o uno striscione che accusa gli avversari di essere degli ebrei. Eran Zahavi a Palermo? Sul web è stato scritto l’indicibile. Eyal Golasa alla Lazio? I tifosi si sono ampiamente espressi sulle pagine Facebook. E menomale che il trasferimento non si è concluso del tutto. Le campagne di sensibilizzazione sul tema stanno miseramente fallendo, quantomeno in Italia: molti esponenti delle tifoserie sono ben addentrati all’interno di movimenti di estrema destra ed estrema sinistra, e finché non fa clamore, si lascia scivolare il coro o lo striscione del dimenticatoio, in attesa che un bambino, influenzato dal padre o dal vicino di seggiolino, canti “giallorosso ebreo”, per ricominciare il cerchio.

Ad Almog Cohen va il nostro sostegno incondizionato, ma soprattutto la nostra più profonda comprensione: il tifoso ebreo sa bene cosa significa sentirsi estraneo in casa propria, e fino a che ci sarà un solo giocatore ebreo o israeliano offeso per l’unica colpa di esser tale, Almog Cohen non sarà mai solo.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 Marzo 2019
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HaTikwà (D.Moresco)Alain Finkielkraut. Qualcuno ha difficoltà a nominarlo, anzi, non lo nomina proprio. La Memoria a breve termine, d’altronde, è cosa comune ad una certa età. Pensavate davvero che fosse una scelta quella di non dire il suo nome? Dai, macché, non vediamo i fantasmi ovunque. Lo sappiamo tutti che essere ebreo non significa essere israeliano o che essere cattolico non significa vivere al Vaticano. Lo sappiamo tutti che si può essere ebreo, cittadino italiano ed europeo contemporaneamente. Io sono fiero di esserlo: tre in uno, uno e trino, giusto per rimanere in tema religioso. Non possiamo mica credere che tutti gli ebrei devono dissociarsi dalle politiche di Netanyahu e compagnia, altrimenti possono sentirsi dire“sporco ebreo”.

Che dovrebbero fare allora i cattolici o i musulmani per non essere insultati?  Tutti i cattolici dovrebbero dissociarsi con manifestazioni e sit-in dai Vescovi pedofili per non sentirsi dire “sporco cristiano”? Tutti i musulmani dovrebbero scendere in piazza per manifestare il dissenso da Hezbollah in Libano o dalle politiche aggressive ed antisemite dell’Iran per non sentirsi dire “sporco musulmano”? Ah no, scusate, a loro non si dice niente: prima c’è Israele da attaccare. Lo stato assassino, violento, antidemocratico, autore del massacro di Sabra e Shatila (opera dei cristiani libanesi, ndr), l’apartheid, i territori occupati (contesi, ndr), i rapimenti dei bambini, il sangue bevuto a Pesach e così via con altre favolette che vi raccontate tra voi prima di andare a dormire. Dicono che concilino il sonno, ma occhio: a forza di favole si comincia a credere in quello che si dice. Qualche giorno fa è apparso un audio di un’anziana signora, che ha tentato di spiegare che la frase “sporco ebreo” ora si può dire, perché è come dire “sporco semita”. Eh no, l’italiano è complesso, lo sappiamo, però non si confonda.

A forza di arrampicarsi sugli specchi prima o poi si cade. Lei è caduta eccome ed il botto si è sentito un po’ da tutte le parti. Qualcuno, con difficoltà di udito probabilmente, non lo ha percepito ed ha deciso di ospitarla, in occasione dell’uscita del suo nuovo libro, alla Casa della Memoria. Resta lo stupore per l’invito rivolto dalla Direzione a costei, le cui affermazioni stonano decisamente con chi, si presume, dovrebbe avere il compito di mantenere vivo il ricordo di ciò che è stato. La Memoria è una cosa seria e, almeno noi, dovremmo conservarla. E’ altrettanto fondamentale condannare l’antisemitismo e l’antisionismo, che fino a poco tempo fa pensavamo fossero due facce della stessa medaglia, ma sbagliavamo, è la stessa faccia: la sua.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 Febbraio 2019
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Il nostro Tesoriere, Graziano Di Nepi, ha preso parte alla conferenza indetta da Antonella Carnevale, Consulente finanziario e senior partner di Azimut Capital Management SGR Spa, in occasione della presentazione del libro “La resa dei conti”, scritto da Leopoldo Gasbarro, per fare chiarezza sull’evoluzione dei temi economici e finanziari di oggi. Ecco la sua esperienza:

HaTikwà (G. Di Nepi) – Si sono concluse nelle scorse settimane le chiusure annuali dei mercati finanziari archiviando così un 2018 con performance negative per la maggior parte delle attività, l’unico asset a fare eccezione è stato la parte obbligazionaria europea a lungo termine. Gli operatori prevedono un 2019 sicuramente caratterizzato da ampi margini di volatilità data da molteplici appuntamenti politici e macroeconomici, tra questi: la previsione di aumento dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve; la fine del programma straordinario di mercato aperto indetto dalla BCE, meglio conosciuto come Quantitative Easing; il rallentamento della crescita del Pil cinese; la fine del mandato del Presidente della BCE, Draghi.

Ho partecipato ad una conferenza indetta da Antonella Carnevale, Consulente finanziario e senior partner di Azimut Capital Management SGR Spa, per fare chiarezza e approfondire i temi economici odierni con lo scrittore e giornalista, Leopoldo Gasbarro. Gasbarro cura in qualità di editorialista e opinionista, su TgCom24 “Soldi nostri”, trasmissione che tratta il difficile mondo della gestione dei risparmi. Collabora con “Il Giornale” e con “Il Sole 24ORE”. Gasbarro inizia l’analisi evidenziando il sostanziale cambiamento di paradigma della finanza moderna, ascrivibile al fallimento della banca d’investimenti Lehman Brothers nel 2008, da quel momento non è più possibile trovare sui mercati finanziari dei rendimenti allettanti. Anzi, la maggior parte dei rendimenti obbligazionari a breve termine risulta negativo in Europa. Dopo una breve introduzione il giornalista si concentra sul tema Italia, concedendo l’appellativo di un sistema “banco-centrico”, cioè un sistema di crescita economico e finanziario basato sulla disponibilità delle banche a concedere mutui e prestiti. A conferma della tesi si segnala che le maggiori contrazioni del Pil italiano si sono registrate nei momenti accomunati dal fallimento di banche italiane come CariChieti, Banca Popolare dell’Etruria, Banca Marche. Ciò accadde per l’inasprimento del gettito fiscale da parte del Governo Monti per aziende e famiglie, andando a costituire quel buco nero dei “Crediti Deteriorati o NPL” che ancora costituisce un bel grattacapo. Il risparmio italiano è attualmente costituito da 4.288 miliardi €, da sempre il popolo italiano conserva la caratteristica di una grande propensione al risparmio a conferma dei dati ABI per il 2018, tuttavia più del 30% è mantenuto in forma liquidità assoggettandosi ai costi d’inflazione e dei conti corrente determinando quindi una pessima propensione all’investimento. Il resto dei risparmi è suddiviso rispettivamente fra Assicurazioni, Fondi Pensione, TFR, azioni e obbligazioni, ora entrano in gioco i ruoli per la gestione del patrimonio come il Consulente finanziario e Private Banker.

I dati affermano che tutti coloro che si servono di queste figure riscontrano una crescita del patrimonio maggiore e sicuramente più oculata rispetto alle necessità della vita del cliente. Il bilancio dello stato è in difficoltà per via della mancata crescita demografica e il sistema pensionistico è in sofferenza per l’aumento della vita media o della vecchiaia, solo la finanza può soccorrere l’apparato attraverso la costituzione dei Fondi pensione e strumenti alternativi. Leopoldo Gasbarro sottolinea l’importanza della psicologia dell’investitore, infatti, i premi Nobel per l’economia sono stati assegnati non ad economisti come vuole la prassi, bensì a degli psicologi, come Richard Thaler padre della finanza comportamentale e vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2017. L’analisi evidenzia come un evento economico può avere risultati diversi in termini di rendimento a seconda del comportamento posto in essere dall’investitore, non a caso colui che agirà istintivamente sarà quello più punito dal mercato. Questo può risultare scontato per il lettore ma in realtà non lo è, poiché ogni essere umano conserva sin dalla notte dei tempi una ghiandola celebrale per scappare dal pericolo, in questo caso il crollo del mercato. La conferenza si chiude con i ringraziamenti da parte di Antonella Carnevale, all’ospite d’onore e ad Azimut Capital Management SGR Spa per tutte le risorse impiegate.

Concludo con una massima di Benjamin Graham: “Il segreto del tuo successo finanziario è dentro di te. Il modo in cui si comportano i tuoi investimenti è molto meno importante del modo in cui ti comporti tu”.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Febbraio 2019
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HaTikwà (R.Limentani)Aaron Fait, esperto di desertificazione, biotecnologie e fisiologia molecolare, ricercatore e professore presso la Ben Gurion University, è nato 46 anni fa a Bolzano da madre ebrea. Nel 1992 decide di effettuare l’Aliyah e stabilirsi per il primo periodo nel kibbutz Hazorea, lavorando come mungitore in un allevamento di mucche. Dopo aver conseguito una laurea in biologia e un master in ecologia e studi ambientali presso la Tel Aviv University, conclude il suo straordinario percorso di studi con un dottorato in biochimica all’istituto Weizman. Nel 2014 ha preso le redini del programma israeloitaliano “Irrigate”. Tale idea vede l’irrigazione goccia a goccia applicata nei vigneti con l’ ausilio di sensori capaci di monitorare in tempo reale piante, condizioni climatiche e suolo. L’obiettivo era far fronte ai cambiamenti climatici che hanno colpito il Friuli negli ultimi 10 anni, salvaguardandone e ottimizzandone i raccolti con le tecniche innovative israeliane.

Come procede il progetto Irrigate a 5 anni dal suo inizio? Ha dato i risultati previsti e desiderati?
Irrigate è stata una avventura anche per conoscere l’ambiente dei viticoltori italiani, ci ha permesso di utilizzare la loro esperienza ed allo stesso tempo aiutarli a prendere delle decisioni di management delle risorse idriche in maniera più attenta. L’irrigazione goccia a goccia nella vite non è ancora ovvia, ma è sempre più comune. Ora la sfida è ottimizzarla, perché un Sirah non utilizza l’acqua come un Cabernet Sauvignon, e quindi necessita di una strategia irrigua diversa. Gli esperimenti nel deserto ci hanno permesso di studiare con precisione l’effetto di questo metodo d’irrigazione su diverse tipologie di vite, senza la preoccupazione di precipitazioni improvvise e quindi con maggiore controllo delle condizioni di crescita. Il deserto funge quindi da laboratorio a cielo aperto, dove poter testare metodi di agricoltura sensibili ai cambiamenti climatici. Irrigate quindi ha permesso l’interazione tra viticoltori, scienziati, una società privata, Netafim, per sviluppare metodi adatti alle zone del Friuli. Senza contare la perfetta collaborazione dei due Governi, italiano e israeliano.

Sono aumentate le collaborazioni a livello Internazionale per il trasferimento del know-how israeliano nel mondo? Queste conoscenze sono state esportate in Africa o in paesi con grandi territori desertici e mancanza di acqua?
Irrigate è finito, ma sono nati altri progetti, tra cui un progetto europeo sui porta-innesti e sulla tolleranza alla siccità e salinità di cui  Udine ne è il capofila, ma anche un progetto in Slovenia sull’utilizzo di acqua riciclata nella viticoltura. Contemporaneamente Israele ha programmi di ricerca in collaborazione con istituzioni africane. Il nostro istituto ogni anno porta studenti di Master e Dottorato in Africa a partecipare a progetti legati all’agricoltura e alle risorse idriche. Nel mio laboratorio, fino ad oggi ho cresciuto studenti dall’Etiopia e dal Ghana, che sono tornati e torneranno nel proprio paese con know-how israeliano.

Quali benefici può trarre una pianta da frutto in un clima desertico?
Risolto il problema dell’acqua con sistemi di irrigazione, riciclaggio e desalinizzazione, la vite cresce bene nel clima del Negev, le produzioni dei Nabatei a Avdat, dei bizantini e del popolo ebraico ne sono la testimonianza. Gli sbalzi di temperatura tra giorno e notte favoriscono la maturazione e lo sviluppo del metabolismo secondario degli aromi. La bassa umidità riduce il rischio di sviluppo di muffe ottenendo quindi una minore necessità di spruzzare chimica sul frutto, cosa pericolosamente comune in zone più umide. Però per poter riuscire a fare buon vino serve anche proteggere il frutto dagli agenti ambientali che lo possono nuocere. Le radiazioni solari per esempio, nel deserto possono portare il frutto alla disidratazione , all’apparizione di bruciature, per non parlare del livello degli zuccheri (e quindi della percentuale alcolica nel vino) e della perdita di acidità e colore.

Di quali altre ricerche si sta occupando attualmente nel centro Blaustein?
Oggi lavoriamo su progetti che includono la variabilità genetica della vite e la sua risposta a stress ambientali. Cresciamo una trentina di varietà diverse, in due località nel deserto del Negev e ne seguiamo lo sviluppo del frutto, la composizione chimica, e la qualità del vino. Sempre legato alla vite, abbiamo un progetto su cellule staminali di acino, ovvero cellule cresciute in laboratorio che producono polifenoli, composti antiossidanti e antinfiammatori naturalmente prodotti dalla vite, anche se queste cellule lo fanno tutto l’anno e possono essere manipolate geneticamente per aumentare la produzione di questa o quella molecola. Una volta estratte, possono essere utilizzate per la farmaceutica o per il settore alimentare. Lavoriamo anche molto sul pomodoro, un modello per la genetica delle piante, ma anche un’importante cultura in Israele, per il mercato locale e per l’esportazione. Stiamo lavorando a migliorare la tolleranza a salinità e siccità di questa pianta, soprattutto con attenzione all’apparato radicale.

Cosa la portò, in primo luogo, ad avvicinarsi al mondo della biologia vegetale e conseguentemente ad intraprendere i suoi studi in Israele?
Un giorno di primavera durante il laboratorio di fisiologia animale a Tel Aviv capii di non aver fatto i conti con la mia incapacità di effettuare esperimenti sugli animali. Così crebbe l’interesse per l’ecologia, la genetica delle popolazioni di piante e gli ecotipi delle sottospecie adattate all’ambiente. Infatti, le piante non potendo muoversi da un luogo all’altro hanno dovuto sviluppare una miriade di sistemi di adattamento all’ambiente grazie ai quali crescono, fioriscono, fanno frutti, disperdono i propri semi e poi germinano. In tutto questo la chimica gioca un ruolo fondamentale. Dalla protezione contro le radiazioni solari, al mantenimento dell’equilibrio idrico nei tessuti, alla difesa diretta da erbivori. In questo mondo esistono anche casi di collaborazione tra piante ed insetti basati sulla chimica: vi sono insetti che vivono in stretto rapporto con specifiche piante perché queste producono composti chimici che si accumulano nel corpo degli insetti, fungendo da repellenti per i loro predatori. Lo stesso insetto può avere la funzione di fertilizzare la pianta, o di cacciarne i parassiti o predatori. Per quanto riguarda Israele si parla di un amore a prima vista, la sua varietà ecologica, fitogeografica e culturale mi ha rapito. Il deserto è un ambiente in cui mi sento più a contatto con la terra, Madre Terra, senza filtri, un contatto pulito; nel deserto posso ascoltare il silenzio, emozionarmi per i colori dei fiori, per la forza delle piante, e per la grandezza del tempo che ne ha modellato le colline.

Pensa che con la rivalutazione di un area pari al 60% del paese – come quella del Negev –  potremmo finalmente sperare di esportare in grandi quantità prodotti agricoli Israeliani cresciuti senza privare la popolazione di terre abitabili e di acqua?
Il Negev è il futuro di Israele. Qui si esprimerà la capacità di Israele nella ricerca e nello sviluppo, sia agricolo ma anche sociale. Prendi Beer Sheva, una città che ha visto un boom economico significativo, che ha sviluppato settori dell’Hi-tech e della ricerca nel campo della cyber security, che vedrà presto anche moltiplicare la ricerca medica con il progetto di un nuovo ospedale all’avanguardia della medicina mondiale. Pensa alla popolazione di Beer Sheva , a quella degli studenti della sua università, ebrei e arabi che studiano insieme, la società beduina che cambia grazie anche allo sviluppo economico e agli studi delle loro donne beduine nel settore dell’educazione. Beer Sheva, capitale del deserto, fiorisce e con lei il Negev intero. Se sapremo come aiutarlo.


Il Negev, la zona desertica dove Aron Fait vive, lavora e studia, è stato per due anni, la mia seconda casa. La base in cui ho prestato il mio servizio militare, erá proprio là. Per due anni ho fatto, quasi settimanalmente, in autobus la tratta Ber Sheva-Mitzpè Ramon, passando proprio 4 per le colline descritte da Aron. Guardavo annoiato dal finestrino dell’ autobus, quel deserto roccioso e polveroso di colore giallo ocra, domandandomi cosa si potesse tirare fuori da questo territorio così inospitale e brullo, finché un giorno mi sono imbattuto per caso in un articolo scientifico su Aaron Fait. Ricordo come se fosse ora, che, finito di leggere, alzai la testa e guardai fuori dal finestrino e tutto mi apparve sotto una luce differente: quel paesaggio monotono cominciò a prendere vita e colore. Il suo aspetto mutò. Divenne verde. Forse fu proprio così che lo vide David Ben Gurion. Da quel momento, ogni mio viaggio da e per la base fu diverso. Fu un viaggio in cui l’immaginazione apriva la strada ad un verde speranza.