Memoria
Credito foto: Gabriel Baharlia

Consiglio UGEIUGEI31 Maggio 2020
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Nei secoli si è spesso alluso al fatto che gli ebrei comandino il mondo. I più maliziosi contano ancora oggi i premi Nobel uno ad uno, scoprendo una sproporzione tra i vincitori ebrei e tutti gli altri. Anche la consegna dei premi Oscar, che da sempre vengono identificati con la lobby ebraica hollywoodiana, più di una volta ha fatto storcere il naso a chi crede nella razza e non nel talento. L’influenza ebraica ed israeliana nel campo dell’Hi-Tech e della medicina è ormai nota a tutti, a tal punto da rappresentare per molti una minaccia. E non un’opportunità.

Sfatiamo dunque un mito: gli ebrei non comandano il mondo. Mai l’hanno fatto. Non rientra proprio nella loro to do list quotidiana. Gli ebrei tuttavia hanno saputo nel tempo aggiungere colore e sapore al mondo e all’umanità, regalando ad essa alcuni personaggi che hanno segnato irreversibilmente il corso della storia. Personaggi brillanti e coraggiosi che con la loro creatività hanno saputo rendere questo mondo un posto migliore in cui vivere.

Di loro parleremo nel nostro nuovo podcast edito HaTikwa, inaugurato il primo di Giugno e pubblicato settimanalmente. Ogni puntata illustrerà un personaggio diverso sotto una luce singolare, intima e personale rispetto a chi racconta. Tra le figure da noi scelte vi saranno Liliana Segre, Albert Einstein, Sigmund Freud, Theodor Herzl, Steven Spielberg, Rita Levi Montalcini, Barbra Streisand, Woody Allen, Mark Zuckerberg, Elie Wiesel e molti altri ancora.

L’obiettivo è quello di dare alla nuova generazione ebraica italiana dei modelli positivi a cui ispirarsi. Raccontar loro di quegli eroi che senza mantello e senza armi, hanno saputo vincere tutte le loro battaglie. Eroi semplici, privi di poteri sovrumani, ma dotati di un’umanità straordinaria.

David Zebuloni, direttore di HaTikwa


Consiglio UGEIUGEI27 Aprile 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino

 

Un altro 25 aprile è passato: diverso dagli altri, ma nel quale ogni italiano, quasi, dovrebbe festeggiare la fine di un regime, la nascita dello stato di diritto per come lo conosciamo oggi e della libertà. Una libertà che assaporiamo in ogni istante, anche in questo periodo particolare di distanziamento sociale e di quarantena, per il quale la Resistenza, con l’aiuto degli Alleati e della Brigata Ebraica, lottò anche a costo della vita.


Consiglio UGEIUGEI23 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino

Milena Santerini, nata a Roma nel 1953, è docente di Pedagogia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, vicepresidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano e componente del Consiglio Didattico Nazionale della Fondazione Museo della Shoah di Roma. Come scrive nel suo sito internet, “considera necessario vincere i processi di discriminazione contro i più deboli e le minoranze contrastando razzismo, antisemitismo, islamofobia, antigitanismo”. Già deputata alla Camera nella XVII Legislatura nel gruppo Demos-Centro Democratico, lo scorso 16 gennaio è stata nominata dal Governo Conte per il delicato ruolo di Coordinatrice Nazionale per la lotta contro l’Antisemitismo. Per questa intervista esclusiva rilasciata ai ragazzi dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, si è discusso del crescente odio antisemita in Italia, della trasmissione della Memoria e di molto altro.

Buongiorno Professoressa Santerini, innanzitutto la ringraziamo per questa occasione. Per noi di HaTikwa, organo di stampa dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, è un onore poter intervistare una figura come la sua. Quale è stata la sua reazione alla nomina per un ruolo così delicato?

Ho sentito un senso di grande responsabilità, perché questo ruolo significa innanzitutto un maggiore impegno del Governo contro l’antisemitismo, e poi vuol dire anche una richiesta di coordinare le tante azioni che già si fanno. E per me vuol dire anche avere un maggiore impegno nel tessere rapporti, reti, dialogare e far dialogare. Quindi da un lato sento un forte senso di responsabilità, perché i problemi sono piuttosto gravi, e dall’altro un impegno nel tessere maggiormente i rapporti prima con le comunità ebraiche, e poi con le istituzioni e la società civile.

Quali sono gli obiettivi che si prefigge, nel breve e nel lungo periodo, nella lotta all’antisemitismo?

È bene distinguere tra breve e lungo periodo. A breve devo rispondere al mandato che mi è stato dato dal governo, ovvero quello di effettuare una ricognizione, per vedere gli orientamenti e le possibili applicazioni della definizione di antisemitismo data dall’IHRA. Come sapete, dal 2016 una task force di 31 paesi da tutto il mondo ha proposto un documento all’interno del quale c’è anche una definizione di antisemitismo con alcuni esempi, che è stato accolto dal Governo il 27 gennaio, proprio nel Giorno della Memoria. Mi è stato dato il compito di capire quali possono esserne in Italia le possibili applicazioni. Nel medio e lungo termine invece c’è un enorme lavoro da fare di tipo culturale, sociale e normativo, per capire come contrastare l’antisemitismo; questo intendo farlo a 360 gradi, lavorando con le comunità ebraiche, lavorando sull’informazione, la cultura, la scuola, a livello normativo, a livello sportivo e soprattutto a livello dei media e dei social media, contro l’hate speech.

 Nell’ultimo mese, c’è stato un aumento repentino degli atti antisemiti nel nostro Paese. Secondo Lei, quali sono le cause?

Questa è una domanda molto seria. Dal punto di vista delle statistiche, i dati dell’Osservatorio Antisemitismo del CDEC ci dicono che in realtà tutti gli anni, in prossimità del Giorno della Memoria, c’è un intensificarsi di questi gesti, però quest’anno ci troviamo purtroppo in un trend negativo, perché già il 2019 ha visto un aumento degli atti di antisemitismo, e per due terzi online. Ma qui stiamo parlando di gesti compiuti fuori dal web, di persone che escono, prendono la vernice e vanno a imbrattare le porte e scrivono cose ingiuriose, e quindi aspettiamo di capire qual è l’andamento, dei numeri degli atti di antisemitismo in Italia. Però una cosa la possiamo dire, ovvero che vi è il rischio che dal linguaggio d’odio poi si possa passare facilmente a dei gesti, fino ad arrivare, e speriamo di no, ad una vera e propria violenza. Siamo ancora in tempo per prevenire questi fenomeni.

La Memoria sta perdendo la sua forza?

Questo è un discorso molto complesso. A mio parere dobbiamo distinguere tra gli adulti e i giovani; per quanto riguarda gli adulti, anche i sondaggi SWG ci dicono questo: da un lato ci sono persone che cominciano a dire che si stancano, che la Memoria è sempre ripetuta e così via, ma abbiamo anche visto una versione opposta, cioè un aumento del numero delle persone che dicono che invece è ancor più giusto e ancor più necessario. Si sta sviluppando in Italia questo dibattito, e quindi dobbiamo rinnovare la Memoria, rinnovare il senso del perché è importante non tanto ripetere stancamente cosa è avvenuto, quanto far capire il senso che ha per noi oggi. Per quanto riguarda i giovani è un discorso diverso, i giovani non fanno e quindi occorre ovviamente un lavoro enorme di informazione, fatta non solo sui numeri e sulle cifre, e quindi ripetitivo, ma facendo capire l’enormità di ciò che è successo e anche facendo porre delle domande sul presente agli stessi ragazzi. La Memoria non ha perso la sua forza, il problema è che noi adulti dobbiamo riuscire a far capire ai giovani perché bisogna soffrire un po’ quando si sentono queste testimonianze. I giovani si chiedono “ma io che c’entro? Perché devo soffrire per quello che è successo quando io non c’ero?”. È come se non capissero che dalla sofferenza delle generazioni precedenti può nascere un impegno dei giovani oggi. Ecco, questo è un discorso che i testimoni, come Liliana Segre ed altri, fanno molto bene quando chiedono ai ragazzi di essere loro oggi quelli che sentono la testimonianza, affinché possano impedire che ciò che è successo allora non riaccada in altre forme in futuro.

Quindi alla fine occorre lasciare un senso di responsabilità ai giovani, che sono il futuro…

Una responsabilità che non li schiacci però, come avviene in Germania, dove le giovani generazioni si chiedono: “Noi che c’entriamo?  Questo non l’abbiamo fatto noi, perché dobbiamo soffrire noi oggi per ciò che fecero gli adulti in quegli anni bui?”. Bisogna lasciare una responsabilità in positivo, non una sofferenza non spiegata, che spesso i giovani vogliono evitare, perché è questo il problema. Quando vediamo i giovani che non capiscono la testimonianza, oppure nelle grandi platee troviamo qualcuno che ride, in realtà non è soltanto superficialità, ma è un po’ una fuga dai grandi problemi della vita, un modo per rimuovere dei giovani. Noi dobbiamo aiutarli a porli di fronte alle grandi domande sul senso della vita, come capire cos’è il bene e cos’è il male, senza però schiacciarli.

In Italia si sta facendo abbastanza per combattere questo clima d’odio? Nel caso, ci sono margini per migliorare?

Certamente non si fa mai abbastanza e dobbiamo anche intensificare l’impegno, a tutti i livelli. Da un lato, parliamo della comunicazione, dei media, dove c’è un linguaggio che è banalizzato, normale, spesso contro alcuni gruppi, o pensiamo all’abitudine ad usare parole derisorie contro il mondo ebraico. Oggi tutto questo è tollerato, quando in realtà non è tollerabile. C’è quindi molto lavoro da fare nel quotidiano. Ma c’è anche molto lavoro da fare sul web, dove circolano immagini e percezioni che dobbiamo contrastare, o a scuola dove spesso la Shoah si studia poco o male, oppure non si studia l’ebraismo italiano prima della Shoah; a volte millenni di storia ebraica in Italia sembrano non esserci mai stati, soprattutto nei libri di testo dove non suscitano interesse. Dobbiamo inoltre impegnarci affinché gli atti antisemiti non siano tollerati, non considerandoli normali o sottovalutarli definendoli delle ragazzate. Questo perché ci possono essere delle reti, spero di no, che fanno reati o azioni eversive dietro alcuni gesti antisemiti o razzisti, e che possono sfociare nella violenza, come con la strage avvenuta in Germania (ad Hanau, ndr). Gli estremisti spesso si nascondono per poi emergere all’improvviso con una violenza intollerabile. Pertanto dobbiamo agire in tutti questi livelli, anche se ovviamente non si fa mai abbastanza.

Cosa ne pensa del modo attuale di ricordare la nostra storia? Pensa debba essere rinnovato in qualche modo? Se sì, come?

Ci accontentiamo di dare delle emozioni, evocando il clima dei lager, di tutti i fenomeni della deportazione, di colpire i giovani. Ma è un’emozione che a volte non mette radici, o perché c’è una fuga della sofferenza, oppure perché ci si commuove ma poi non si passa a farsi una domanda etica, su sé stessi e su cosa sia il bene e il male, oltreché sui fenomeni di emarginazione, di razzismo, di antisemitismo e di esclusione degli altri che ci sono oggi. La domanda di fondo da fare, ma che qualche volta non si fa, è: “Come persone normali accettino quello che è successo?”. Ci interessa relativamente la personalità del carnefice, mentre ci deve interessare soprattutto la gente comune, come questa sia arrivata a una cecità morale, e ad accettare la discriminazione, l’individuazione, l’esclusione e infine la violenza. Questa è la domanda da far arrivare alla coscienza delle future generazioni: “Questo può accadere di nuovo?”. La Shoah in quanto tale è unica, ma i meccanismi che l’hanno prodotta si possono ripetere.

Qual deve essere l’approccio delle scuole al fenomeno dell’antisemitismo?

Abbiamo due problemi: il primo è che dobbiamo continuare sia la storia che la memoria, mentre troppo spesso ho visto distinguere i due aspetti, cioè la storia intesa come i luoghi, le date e le conoscenze, e la memoria intesa come le testimonianze, la singola storia o vita. Invece sono due cose molto diverse, ma al tempo stesso complementari, che vanno insieme. Io non posso sentire le storie di Sami Modiano, di Piero Terracina e di altri, che possono far commuovere, senza capirne il contesto, ho bisogno di un quadro storico che mi spieghi perché è accaduto. Al tempo stesso, una narrazione fredda e oggettiva non fa capire cos’è successo alla vita delle persone. Il secondo problema sta nel separare la storia della Shoah dall’antisemitismo, è come una censura, quindi ci porta a non capire i problemi di oggi, come se fosse un evento avvenuto nella nebbia, un fatto terribile che rischia di affascinare in modo morboso. Poi non si coglie il perché dell’antisemitismo, e magari si riesce anche a piangere sulla Shoah ed essere al tempo stesso antisemiti. O come è accaduto con alcune forze politiche, le quali dicono che la Shoah è un male e al tempo stesso si astengono sulla proposta della Commissione sull’intolleranza e l’odio proposta dalla Senatrice Segre. È chiaro che questi due aspetti non devono essere in contradizione, la Shoah è nata da un antisemitismo profondo, da un desiderio di annullare il popolo ebraico, e quindi dobbiamo andare alle radici di questo tipo di scelta discriminatoria, perché può ripetersi e continuare sotto altre forme.

In molti interventi Lei ha sottolineato come l’antisemitismo negli anni si sia evoluto. Ci potrebbe spiegare in che modo? Lei pensa che stia diventando sempre più insidioso e difficile da contrastare?

L’antisemitismo assume forme diverse a seconda dei contesti storici, dall’antigiudaismo cristiano si è poi evoluto in un odio di tipo “razziale”, poi sostenuto dall’antisemitismo “scientifico”, che di scientifico non aveva nulla e ha permesso il genocidio del popolo ebraico. Oggi abbiamo forme molto diverse, il conflitto israelo-palestinese ad esempio ha sicuramente contribuito a far creare nuove forme di ostilità nei confronti degli ebrei, che spesso sono al confine, e la posizione che prendiamo oggi di tipo politico può diventare anche una forma diversa di antisemitismo rispetto al passato. Ci sono modi diversi, perché le generazioni cambiano, perché il contesto sociopolitico in cui siamo cambia. Così rimangono le vecchie forme e al tempo stesso se ne aggiungono di nuove.

Noi, come giovani ebrei italiani, cosa possiamo fare per far capire ai nostri coetanei quanto sia semplice oltrepassare la sottile linea grigia che divide la critica politica allo Stato d’Israele da un commento di tipo antisemita?

Io spero che voi mi aiutiate, e io ovviamente aiuterò voi. Spero che collaboreremo molto e che ci siano iniziative che faremo insieme, perché c’è bisogno di andare a parlare nelle scuole, nelle classi, presentando un modo diverso di parlare della Shoah, affrontando certe resistenze dei giovani. Spero di poter fare ciò insieme alle organizzazioni giovanili ebraiche. Quello che dovremmo fare insieme è spiegare ai giovani il confine tra una critica, a volte legittima, e un’ostilità, che è vero e proprio antisemitismo. Io credo ci debba essere un colloquio franco con i giovani, non bisogna nasconderli questi problemi, bensì affrontarli, a partire dalla vostra esperienza, di giovani che non difendete solo voi stessi, ma anche un modo civile di convivere in pace, insieme.


Consiglio UGEIUGEI11 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Filippo Tedeschi 

Il fatto di cronaca è recente: prorio durante le commemorazioni per il Giorno della Memoria a Torino, nell’androne di un palazzo in cui vive una donna di origini ebraiche, compare l’ennesima scritta antisemita. L’ennesima, sì. Perché solo pochi giorni prima un’altra scritta era comparsa a Mondovì, in provincia di Cuneo e qualche giorno dopo è risuccesso a Bologna. Non che noi ebrei italiani ci stupiamo più di tanto, sia chiaro: tutto rientra nelle scene di ordinario antisemitismo come rilevato dalle più recenti inchieste statistiche europee e nazionali che vedono il fenomeno in crescita.

La faccenda assume però connotati “divertenti”: se da più tempo eravamo abiutati al doppio standard di quella destra che da un lato strizza l’occhio ad Israele, squisitamente in chiave antislamica (si c’è veramente qualcuno che pensa che il modello per la guerra santa contro l’Islam sia un paese con oltre il 20% di popolazione musulmana), eravamo anche soliti vedere più sfumati i contorni di quella zona grigia di certa sinistra, in particolare movimentista, la quale dietro allo slogan “si può essere antisionisti senza essere antisemiti” era pronta a scendere in piazza cartelli alla mano dichiarando lo Stato Ebraico come occupante da Haifa a Eilat, da Tel Aviv a Gerusalemme senza fare il minimo distinguo tra zona e zona. Il tutto condito da simpatici grafici colorati in cui dimostrano che cent’anni fa i palestinesi governavano sul 100% del territorio (ah sì? Ma dove?) e che pian piano gli immigrati ebr… hem sionisti abbiamo preso il controllo della quasi totalità della regione.

Questa retorica, pur sempre presente all’interno di quel mondo, è però aumentata verticalmente in corrispondenza della seconda intifada, del ritiro dalla Striscia di Gaza e con la fine della guerra del Libano del 2006. Sostanzialmente da quando Israele non si è più trovato seriamente coinvolto in una guerra aperta contro un’altro Paese confinante e l’unico fronte critico rimaneva quello palestinese.

Torinamo però allo slogan di partenza: “si può essere antisionisti senza essere antisemiti”. Non è uno slogan detto a caso e lo voglio dire in tutta onestà, raramente è sbandierato in malafede. Se il doppio standard della destra è palesemente di comodo, quello di questa specifica sinistra è quasi sempre genuinamente ideologico. Talmente ideologico da celare agli occhi del militante di turno la difficile applicazione del suo assunto. Questo modo di parlare e pensare è tipico di quella sinistra movimentista legata ad una Memoria, seppur un po’ colorita, di certo partigianato. Prova ne è che da quella esperienza storica, soprattutto per quanto riguarda la questione palestinese, si è subito apropriata di quel lessico della seconda guerra mondiale che disgraziatamente e così collegato all’esperienza delle principali, ma non uniche, vittime di allora. Così nasce la “diaspora” palestinese, la Striscia di Gaza diventa un “lager”ed i giovani soldati israeliani di terza o quarta generazione sono ancora delle “forze d’occupazione”. I palestinesi hanno gradito e hanno iniziato ad usare questo linguaggio anche loro. L’obbiettivo più o meno velato è però chiaro: suscitare nell’uditorio una più dura reazione di disgusto. “Ma come; proprio loro che hanno subito la shoah poi si comportano allo stesso modo con i palestinesi?”. Ma loro chi? Gli ebrei o i sionisti?. “Ma siamo antisionisti, non antisemiti”.

Chi ha avuto la pazienza di leggere sin qui si chiederà cosa c’entra tutto questo discorso con i graffiti antisemiti da cui siamo partiti. Eccovi subito la risposta. Nella sera del 4 febbraio, a Torino, proprio quella sinistra movimentista è scesa in piazza su invito del coordinamento Progetto Palestina in solidarietà alle vittime dei recenti atti di antisemitismo rivendicando la loro ferma contrarietà ad ogni forma di razzismo e antisemitismo. Parliamo degli stessi movimenti che pensano che l’unico modo di aiutare i palestinesi sia quello di dedicare il loro tempo demonizzando la condotta dello Stato ebraico in qualsiasi campo. Così oggi l’accusa è di pinkwashing perché difendi i diritti dei gay solo per coprire gli orrori commessi ai poveri palestinesi, domani l’accusa è di Aidwashing perché vai dai terremotati dell’Emilia, dalle vittime della catastrofe di Haiti e del tifone nelle Filippine per apparire bello agli occhi del mondo.

Così nasce anche il veganwashing (https://www.mintpressnews.com/vegan-washing-israel-veganism-palestinian-oppression/262707/) (sic!) ed il technologywashing, perché se inventi una macchina che crea acqua potabile partendo dall’aria, non lo fai di sicuro per aiutare l’umanità, ma solo per coprire le tue infinite barbarie. E allora sapete che c’è? Oggi inventiamo anche il shoahwashing, che è quella pratica di preoccuparsi tanto della Memoria degli ebrei morti, per poi sparare a zero sugli ebrei vivi. E attenzione, non vale la regola che ci sono anche gli “ebrei buoni”, i vari Moni Ovadia e l’allegra combricola della rete degli ebrei contro l’occupazione. Anche la Lega di Salvini ha eletto un senatore nero e l’ex ministro Fontana aveva un amico omosessuale, ma non basta.


Consiglio UGEIUGEI10 Febbraio 2020
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HaTikwa, di David Fiorentini 

“Norma, laureanda in lettere e filosofia presso l’Università di Padova, viene prelevata da casa e condotta alla scuola di Antignana. Lì viene fissata a un tavolo con mani e piedi legati e diciassette titini abusano di lei per tutta la notte. All’alba, viene gettata nuda nella foiba poco distante. A raccontare la tragica fine di Norma Cossetto, sei dei suoi aguzzini, catturati in seguito dai tedeschi. Al ritiro delle truppe jugoslave, la salma viene fatta recuperare nella foiba, insieme a decine di altri corpi. Norma era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro. Aveva ambedue i seni pugnalati e altre parti del corpo sfregiate. Nel 2005, a sessantadue anni di distanza, il presidente Azeglio Ciampi ha conferito alla memoria di Norma una Medaglia d’oro al merito civile”[1]. Questa è solo una delle tante “vittime dell’odio e della furia sanguinaria slava”, così definita dal Presidente Giorgio Napolitano nel 2007 riferendosi alle numerose tragedie che negli anni ‘40 gli italiani istriani, fiumani e dalmati hanno subito.

Con lo sfaldamento dei confini e delle istituzioni italiane a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943,  il territorio fu alla mercè delle formazioni partigiane slovene e croate che incontrastate procedettero all’eliminazione fisica dei “nemici del popolo”. “La scure si abbatté perfino sui rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale, antifascisti, comunisti e non, in un chiaro disegno di pulizia etnica”, scrive il giornalista Jan Bernas, “una strategia del terrore continuata anche a guerra finita, con una chiara volontà politica: indurre gli italiani ad abbandonare le proprie case e jugoslavizzare quei territori”[2]. Un regime dispotico che ha portato circa 350’000 persone a perdere tutto e fuggire dalle proprie case per cercare rifugio nella Madrepatria Italia. Purtroppo, spesso non furono nemmeno accolti con fraternità, poiché accompagnati da sentimenti di astio da parte della popolazione italiana che li vedeva come “fascisti in fuga” dal “paradiso socialista”. Una convinzione così radicata, che all’esodo giuliano-dalmata si contrappose il controesodo di italiani comunisti che decisero di vivere il “sogno socialista”. Ma all’espulsione di Tito dal Cominform, agli italiani, fedeli a Stalin e all’URSS, così come ai cominformisti slavi, si aprirono le porte dei campi di concentramento, come l’isola di Goli Otok, dove migliaia persero la vita.

“Neanche i preti sono sfuggiti alle violenze dei titini, che anzi, in alcuni casi, si sono macchiati di crimini che vanno al di là dell’odio ideologico. Don Angelo Tarticchio di Gallesano d’Istria, parroco di Villa di Rovigno, il 16 dicembre 1943 è stato arrestato dai partigiani, malmenato e dopo ore di tortura, buttato nella foiba di Gallignana. Il suo corpo, riesumato, è stato trovato completamente nudo, con una corona di spine conficcata in testa e i genitali tagliati e messi in bocca. Aveva trentasei anni.”[3] “Chi aveva la “fortuna” di non finire in foiba, veniva mandato nel campo di concentramento di Borovnica, chiamato dall’allora vescovo di Trieste, Antonio Santin, “l’inferno dei morti viventi” per le disumane condizioni di prigionia.”[4]

Leggendo le testimonianze dei sopravvissuti, sia degli esuli che dei cosiddetti rimasti, ciò che colpisce è il loro senso di straniamento, di fronte a una terra abitata e amata da secoli, che d’un tratto non era più la loro. Inizialmente il croato e lo sloveno affiancarono l’italiano, fino a poi soppiantarlo e giungere alla condizione odierna, in cui nelle città di Rijeka (Fiume), Koper (Capodistria), Rovinj (Rovigno) e in tante altre, la cultura italiana è stata ridotta a un fugace alone, tangibile tra i vicoli e tra le parole nostalgiche e commosse dei pochi “rimasti”. “Di quelle sofferenze e di quello sconvolgimento, infatti, l’Italia e la Repubblica non hanno colto nè allora, nè tanto tempo dopo, la portata e il significato nazionale. Anche per colpa di una parte importante della cultura di sinistra, prigioniera dell’ideologia e della guerra fredda”[5].

Finalmente nel 2004 fu istituita la Giornata del Ricordo, un notevole passo avanti nel riconoscimento “della più complessa vicenda del confine orientale”[6], che purtroppo ancora oggi ancora è vittima di negazionismo e revisionismo. Di fronte a questa vicenda storica, non è corretto fare paragoni con la Shoah, non ha fondamento richiamare il preciso intento di sterminare una popolazione, derivato da una elaborata ideologia fondata su presunti criteri di superiorità biologica. Non si può nemmeno dimenticare il peso del lungo conflitto tra diversi regimi, così come la crudeltà dell’occupazione fascista dei territori sloveni e croati. “Ma nessuno spirito di vendetta può giustificare ciò che avvenne. Ad alimentare l’espansionismo nazionalcomunista di Tito fu un intreccio perverso di odio etnico, nazionale e ideologico”:[7]   In questa ottica, è stato toccante il discorso del Presidente della Repubblica Mattarella, che riassume chiaramente e sinteticamente la necessità di ricordare il dramma delle foibe e del regime totalitario comunista di Tito: “Il comunismo scatenò, in quelle regioni di confine, una persecuzione contro gli italiani, mascherata talvolta da rappresaglia per le angherie fasciste, ma che si risolse in vera e propria pulizia etnica, che colpì in modo feroce e generalizzato una popolazione incolpevole”. (..) “Alle vittime di quella persecuzione, ai profughi, ai loro discendenti, rivolgo un pensiero commosso e partecipe. La loro angoscia e le loro sofferenze non dovranno essere mai dimenticate. Esse restano un monito perenne contro le ideologie e i regimi totalitari che, in nome della superiorità dello Stato, del partito o di un presunto e malinteso ideale, opprimono i cittadini, schiacciano le minoranze e negano i diritti fondamentali della persona.”

 

[1] Ci chiamavano fascisti. Eravamo Italiani, Jan Bernas, Mursia, VII Edizione 2019, p.20

[2] Ci chiamavano fascisti. Eravamo Italiani, Jan Bernas, Mursia, VII Edizione 2019, p.20

[3] Ci chiamavano fascisti. Eravamo Italiani, Jan Bernas, Mursia, VII Edizione 2019, p.20

[4] Ci chiamavano fascisti. Eravamo Italiani, Jan Bernas, Mursia, VII Edizione 2019, p.21

[5] Prefazione a cura di Walter Veltroni di Ci chiamavano fascisti. Eravamo Italiani, Jan Bernas, Mursia, VII Edizione 2019

[6] Legge 30 Marzo 2004 n.92

[7] Prefazione a cura di Walter Veltroni di Ci chiamavano fascisti. Eravamo Italiani, Jan Bernas, Mursia, VII Edizione 2019



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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