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Consiglio UGEIUGEI21 Maggio 2020
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HaTikwa, di Luca Clementi

 

Una crisi di Governo durata oltre un anno si è conclusa con una trattativa quasi impossibile, che ha portato a una larghissima intesa tra il Likud di Benjamin Netanyahu e Blu e Bianco di Benny Gantz. I due hanno concordato per un esecutivo di 36 ministri (il numero più alto nella storia dello Stato), inserendo nell’organigramma, tra gli altri, persino alcuni laburisti. Tutto ciò nel mezzo dell’emergenza Covid-19, durante la quale Israele si è distinta agli occhi del mondo per la propria avanguardia tecnologica in campo medico, mostrandosi come uno dei paesi più prossimi alla scoperta del vaccino, grazie all’isolamento di un anticorpo risalente a qualche settimana fa.


Consiglio UGEIUGEI19 Aprile 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino e Ludovica Efrati

 

La corsa per le elezioni presidenziali americane che presumibilmente si terranno a novembre, a meno che non si aggravi la situazione coronavirus negli Stati Uniti, vede ormai come candidato tra le fila repubblicane l’attuale Presidente USA Donald Trump, mentre per i democratici, le cui primarie stanno quasi per volgere a termine, la candidatura di Joe Biden è praticamente certa, dopo che Bernie Sanders, che avrebbe potuto dare filo da torcere alla campagna dell’ex vice di Obama fino alla Convention in Wisconsin, ha recentemente stupito tutti dando l’endorsement all’ex Vicepresidente, dando di fatto il via libera a una delle campagne elettorali più infuocate degli ultimi anni.

Per capire quali potranno essere le nuove politiche a stelle e strisce che riguarderanno lo Stato d’Israele e la lotta contro l’antisemitismo, e che inevitabilmente influenzeranno la vita delle comunità ebraiche in giro per il mondo, è stata fatta questa analisi politica improntata sulle dichiarazioni e la storia di questi tre candidati.

 

Donald J. Trump, il solo e unico amico d’Israele e degli ebrei?

Donald Trump è il 45esimo presidente degli Stati Uniti: annunciò la sua candidatura il 16 giugno 2015, accettando la nomination repubblicana nel 2016, dopo aver battuto diciassette candidati in una delle più combattute primarie repubblicane degli ultimi anni. L’8 novembre 2016, Trump fu eletto presidente degli Stati Uniti con il 46,1% dei voti, sebbene Hillary Clinton lo superasse con il 48,2%, ben tre milioni di voti in più; questo perché il candidato repubblicano aveva ottenuto un maggior numero di Grandi elettori.

In questi quattro anni di presidenza, Trump ha concentrato gran parte delle sue attività proprio sulle relazioni USA-Israele, a volte anche in maniera controversa, come nel caso del riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele, che promise all’AIPAC Conference del 2016, ma anche riconoscendo la sovranità di Israele sulle alture del Golan.

Caratteristica della sua oratoria, come ormai chiunque sa, è la completa assenza del “politically correct” nel suo linguaggio. Diversi sono i casi che hanno fatto scalpore, prima e durante la sua carriera politica: di recente, una delle sue dichiarazioni più controverse è quella del 19 agosto 2019, quando il Presidente Trump dichiarò che “ogni ebreo che vota Democratico, penso mostri una grande mancanza di conoscenze o grande slealtà”. Un’affermazione, quella del tycoon, che gli costò l’indignazione di molte organizzazioni ebraiche americane.

Il giorno dopo, precisò che con la dichiarazione del giorno prima intendeva che “chi vota Democratico non è fedele al popolo ebraico, soprattutto allo Stato d’Israele”. Oggetto di questa dichiarazione non fu solo tutto l’elettorato democratico, ma anche la cosiddetta “Squad”: un gruppo di quattro donne facenti parte del Congresso Americano composto da Rashida Tlaib, rappresentante del Michigan, Ilhan Omar, rappresentante del Minnesota, Ayanna Pressley, rappresentante del Massachusetts, e Alexandria Ocasio-Cortez, rappresentante di New York. Esse erano considerate dal Presidente la “faccia del Partito Democratico”, che secondo lui si sta allontanando da Israele e togliendo gli aiuti esteri a quest’ultimo. Trump ha espresso la sua disapprovazione specialmente nei riguardi di Rashida Tlaib, la quale ha apertamente e ripetutamente fatto commenti d’odio nei confronti d’Israele su Twitter e che in passato ha seguito attraverso il proprio account Instagram una pagina con contenuti antisemiti. O come nel caso di Ilhan Omar che secondo l’ONG Stop Antisemitism è l’antisemita dell’anno per il 2019. Infatti diversi sono stati i commenti, tra cui la triste affermazione “It’s all about the Benjamins” fatta tramite un tweet in risposta al discorso di Netanyahu all’AIPAC, accusando gli ebrei di acquistare la loro influenza con il denaro.

Durante la sua amministrazione si è vista chiaramente la sua posizione riguardo allo stato ebraico: un appoggio senza sé e senza ma, mettendo all’interno del suo Gabinetto, anche in ruoli chiave, personaggi apertamente pro-Israele e ostili all’Iran, in linea con le dichiarazioni fatte in passato durante tutta la campagna del 2016, nella quale attaccò senza mezzi termini l’allora Presidente Obama, considerando l’operato del presidente “una disgrazia per Israele” per il semplice motivo che ha concluso quello che, dalla corsa elettorale in poi, ha considerato un “bad deal” con l’Iran.

Pertanto si può capire che tra i candidati sui quali ci siamo focalizzati, Trump sia nettamente quello che più di tutti ha adottato e vorrebbe adottare misure e politiche a favore di Israele. Ma la sua sconsideratezza, in particolare nel prendere decisioni controverse, è veramente un bene per lo Stato Ebraico?

 

Joe Biden, l’eterno amico d’Israele ma in conflitto con l’attuale leadership israeliana

Nato nel novembre nel 1942 in Pennsylvania, Joe Biden è stato per ben 36 anni senatore del Delaware, dove vive dal 1953, prima di diventare Vicepresidente degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Obama. Segnato da diverse tragedie familiari durante la sua vita, non ha mai lasciato la politica, se non nel 2015, quando decise di non candidarsi per le imminenti elezioni, a causa della morte di suo figlio Beau per un tumore al cervello.

Il rapporto che lega Biden e lo Stato d’Israele è molto profondo: ha inizio nel 1973, quando il neoeletto senatore Biden decise di fare una delle prime visite oltreoceano in Israele, alla vigilia della Guerra del Yom Kippur, durante la quale incontrò Golda Meir. Nel 1982 invece incontrò in Campidoglio l’allora Primo Ministro Menachem Begin, al quale disse che l’espansione degli insediamenti nella West Bank avrebbe messo in pericolo gli aiuti a sostegno d’Israele.

Tuttora Biden sostiene che l’espansione degli insediamenti sia un errore, e la decisione dell’amministrazione Trump di renderli legali, ha spiegato l’ex Vicepresidente, “danneggia la causa della diplomazia, ci allontana dalla speranza di una soluzione a due stati e non farà che infiammare ulteriormente le tensioni nella regione. Non si tratta di pace o sicurezza. Non si tratta di essere pro-Israele. Si tratta di sottovalutare il futuro di Israele al servizio della politica personale di Trump.”

Joe Biden conosce il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu da oltre trent’anni, durante i quali ci sono stati alti e bassi nel loro rapporto, specialmente quando, nel 2010, il premier israeliano decise di parlare al Congresso contro l’Iran Deal, annunciando 1.600 nuove case per cittadini ebrei a Gerusalemme Est. L’amicizia che lega i due è nota anche grazie alle parole dette da Biden durante un convegno nel 2014: “Bibi, non sono d’accordo con qualsiasi cosa tu dica, ma ti voglio bene”.

Il sostegno dell’ex Vicepresidente allo Stato d’Israele e la lotta contro l’antisemitismo sono state espresse molteplici volte durante tutto l’arco della sua lunghissima carriera politica: nel 2014, in un tweet ha affermato che “non esiste una minaccia che mi preoccupi più della crescente ondata di antisemitismo. Non può esserci tolleranza per l’antisemitismo.” Il tema della lotta all’antisemitismo è per lui un obbligo morale, come dichiarò nel 2016 all’AIPAC Policy Conference: “Quando le svastiche sono dipinte su sinagoghe, quando gli ebrei sono presi di mira da attacchi terroristici, quando migliaia di ebrei europei scappano in Israele per paura, quando organizzazioni che screditano, delegittimano e che isolano Israele, persistono sulla scena internazionale, è pericoloso, è sbagliato e ogni volta che lo incontriamo, abbiamo l’obbligo di esprimerci contro.”Ricordando inoltre che “Dobbiamo opporci ai tentativi di delegittimare Israele nel mondo.”

Il sostegno a Israele è uno dei suoi punti fermi, nonostante la differenza di veduta sulla politica degli insediamenti, e ha più volte espresso la volontà di continuare a sostenere Israele attraverso gli aiuti militari, perché “gli israeliani si svegliano ogni mattina affrontando una minaccia esistenziale. Ecco perché dobbiamo sempre essere irremovibili che Israele deve essere in grado di difendersi”. Un appoggio, quello ad Israele, che mai e poi mai può essere condizionato, perché “la relazione non ha mai riguardato i singoli leader, ma riguarda i valori”. Riconoscendo il ruolo dello Stato Ebraico come faro di speranza per gli ebrei di tutto il mondo, ha affermato: “Israele esisterà sempre forte e capace come ultimo garante della sicurezza per gli ebrei di tutto il mondo. Questo è l’obbligo morale costante che abbiamo. Mai, mai, mai più e senza Israele, non c’è garanzia … il male pernicioso e persistente dell’antisemitismo, continua a sollevare la sua brutta testa. È in aumento in troppe parti del mondo, in particolare in Europa.”

In una recente intervista al giornale online Axios, un suo portavoce ha spiegato come la volontà dell’ex Vicepresidente sia quella di mantenere l’ambasciata a Gerusalemme, proponendo inoltre di aprire un consolato a Gerusalemme Est nell’ottica della soluzione a due stati.

Dopo il ritiro di Bernie Sanders e il suo endorsement, Biden è ufficialmente lo sfidante di Trump per la corsa alla Casa Bianca.

 

Bernie Sanders, colui che sarebbe stato il primo Presidente ebreo, ma anche il primo nemico dell’attuale governo israeliano

Nato a New York nel 1941, da una famiglia di ebrei polacchi, Sanders è attualmente senatore del Vermont al Congresso Americano. Non è mai stato particolarmente religioso durante la sua vita, dove il suo ebraismo veniva manifestato perlopiù durante le festività ebraiche, culminando dopo la laurea, quando passò 6 mesi in un kibbutz in Israele, prima di stabilirsi definitivamente in Vermont.

La carriera di Bernie è costellata da contraddizioni: una delle più grandi è quella che riguarda la sua identità ebraica ed il suo supporto per Israele. Da una parte, Bernie proviene da una famiglia di immigrati ebrei che hanno visto la Shoah con i propri occhi: come ha dichiarato egli stesso durante un’intervista su NPR nel 2015, “nella comunità in cui sono cresciuto, si vedevano persone con i numeri sulle braccia, questi erano numeri che i Nazisti usavano per identificare i prigionieri nei campi di concentramento. Sapevo che la maggior parte della famiglia di mio padre era stata uccisa dai Nazisti- da Hitler. E la parte emozionale – se non intellettuale – riconosce che bisogna eliminare razzismo ed antisemitismo, ho impiegato la maggior parte della mia vita nella lotta contro questo”.

Dall’altra parte, nel 2001 Sanders è stato l’unico ebreo al Congresso a non riconoscere la risoluzione che dava colpa al terrorismo palestinese per i crimini commessi nella Seconda Intifada. Ha votato contro il confine di sicurezza nel 2004, e non ha firmato la dichiarazione di solidarietà per Israele durante la guerra con Gaza del 2014. Quando Sanders venne intervistato sulla questione BDS, le sue risposte furono complesse: intervistato da MSNBC nel 2016, infatti, ha dichiarato che “Israele, come tutti gli stati nel mondo, ha fatto cose cattive. Chiunque voglia attaccare Israele per le sue politiche, ha ragione di farlo. Ma quanto l’antisemitismo trova spazio, quello è un errore”.

Il mese dopo, durante un’altra intervista con il New York Daily News, Bernie ha dichiarato che Israele aveva ucciso “10.000 persone innocenti” a Gaza durante Protective Edge. Il giorno seguente, il CEO dell’Anti-Defamation League, Jonathan Greenblatt, ha pubblicato una dichiarazione precisando che “il numero più alto di vittime dichiarato dalle autorità Palestinesi, che includono target di Hamas, sono cinque volte meno di quelle citate da Bernie Sanders”.

Nelle ultime due campagne elettorali ha volutamente disertato la AIPAC Policy Conference. Il motivo per il quale anche quest’anno non è stato presente, ha detto in un tweet, è perché reputa l’AIPAC una piattaforma per “i leader che esprimono fanatismo e si oppongono ai diritti palestinesi di base. Per questo motivo non parteciperò alla loro conferenza. Come presidente, sosterrò i diritti di israeliani e palestinesi e farò tutto il possibile per portare pace e sicurezza nella regione”.

Nel febbraio del 2020, durante la sua corsa alla Casa Bianca, Sanders ha rilasciato un video nel quale dichiarava il suo orgoglio nell’essere ebreo, e che non vede l’ora di essere il primo presidente ebreo nella storia americana.

Ritiratosi lo scorso 8 aprile, dopo la pole position nella prima parte delle primarie, dal Super Tuesday fino alla sospensione della sua campagna è stato il principale competitor di Joe Biden. Lunedì 13 aprile, contrariamente a quanto ci si aspettasse dopo l’infuocata Convention Democratica del 2016, che divise l’elettorato democratico e diede il via libera all’ascesa dell’attuale presidente, Bernie Sanders ha dato l’endorsement all’ex Vicepresidente, ufficializzando di fatto la nomina di Biden a candidato democratico alle elezioni di novembre.

Ma una domanda da porsi c’è lo stesso: visto il suo passato, che tipo di presidente ebreo sarebbe stato, se avesse conquistato la poltrona dello Studio Ovale?

 

 


Consiglio UGEIUGEI5 Aprile 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

Nell’ultimo decennio, l’industria videoludica ha visto una crescita esponenziale: nel 2018 aveva un fatturato globale di 137,9 miliardi di dollari, superando il fatturato del cinema (42 miliardi) e della musica (37 miliardi).

Tralasciando il fattore economico, è innegabile che i videogiochi abbiano lasciato un segno indelebile nelle vite di molti di noi: quanti non hanno giocato almeno una volta ai Pokemon, a Kingdom Hearts o a Ratchet & Clank? Quanti non sono mai stati sgridati dai loro genitori perché passavano troppo tempo al Gameboy o alla Playstation? Ma soprattutto quanti, giocando a Grand Theft Auto 4, non hanno fatto attenzione a non investire gli ebrei ortodossi? Se si facesse un sondaggio in merito, pochi nell’UGEI potrebbero dire di non avere alcuna familiarità con le situazioni sopra elencate.

A questo punto vale la pena di chiedersi se ci sono ebrei che hanno dato un contributo a quella che ormai sta venendo sempre più riconosciuta come una forma d’arte, oltreché come un’industria. Di seguito elencheremo gli esempi più importanti.


Consiglio UGEIUGEI5 Aprile 2020
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HaTikwa, di David Zebuloni

 

Una delle punte di diamante di Netflix ai tempi del corona e della quarantena forzata è senza dubbio Unorthodox, un’ambiziosa miniserie basata sull’omonimo libro autobiografico della scrittrice Deborah Feldman.

Unorthodox racconta la storia di Esty, una ragazza appartenente alla Comunità ultraortodossa di Williamsburg, che all’età di diciannove anni si ritrova vittima di un infelice matrimonio combinato e altrettanto vittima di un sistema che la condanna ad una vita priva di ambizioni.

Il ruolo di Esty all’interno della Comunità è semplice: annullarsi di fronte alle volontà del marito, procreare e occuparsi delle faccende di casa. E il pianoforte che tanto ama suonare? Il pianoforte le viene sottratto in quanto donna, in quanto moglie. Esty fugge e cerca la libertà in Germania. La trama si complica e culmina con un inseguimento da parte del marito, che atterrato a Berlino pare un alieno sbarcato da Marte. Lo scopo è quello di convincere Esty a tornare a casa e fingere che nulla sia accaduto, per non scombussolare troppo gli equilibri interni della Comunità e non creare un precedente che possa portare alla rivolta di altre donne, altre mogli.

Questa è a grandi linee la storia di Esty. Quattro episodi, una stagione. Nulla di più. Terminato l’inseguimento, è tempo di tirare le somme.

Unorthodox è un gioiello, un piccolo capolavoro cinematografico, su questo non c’è dubbio. L’interpretazione di Shira Haas nel ruolo di Esty è a dir poco superba, straordinaria. Diamole un Oscar, un Nobel, qualcosa. Così giovane, ma così intensa. Shira non si risparmia mai e conferma di nuovo il suo titolo di attrice più promettente del cinema israeliano. La prossima Gal Gadot alcuni dicono, e io me lo auguro di cuore.

Altre chicche di Unorthodox sono le ambientazioni, i costumi. Assolutamente credibili. Tutto rievoca l’ortodossia ebraica più estrema, senza renderla parodia. Gli abiti tipici, i grossi cappelli, le lunghe basette arrotolare su loro stesse, le parrucche, i gioielli ormai obsoleti. Gli attori recitano in un Yiddish perfetto. Non che io ne capisca qualcosa, ma così almeno pare allo spettatore medio. Proprio a questo proposito è importante ricordare che Unorthodox è la prima serie di Netflix in lingua prevalentemente Yiddish. Un vero traguardo direi.

Per farla breve, tutto sembra perfetto, ma qualcosa turba lo spettatore. Quello che scrive perlomeno. Unorthodox pecca di superficialità. Parola che pare terribile, ma che in realtà non è poi così drammatica. L’accusa non è di distorsione della realtà, assolutamente. I fatti riportati potrebbero essere reali, fedeli a quelli che caratterizzano la vita di chi fa parte di una minoranza tanto complessa. L’accusa punta invece il dito sulla mancata ricerca di ciò che va oltre la fuga, oltre l’amore per la musica.

In Unorthodox i personaggi si dividono in due categorie: i buoni e i cattivi. Quelli che scappano e quelli che inseguono. Mi domando e vi domando, da quando la vita si riduce al bianco e al nero? Da quando lo spettatore si accontenta di un’immagine così parziale?

Per fare un paragone azzardato, prendiamo come modello Fauda, altro colosso di Netflix e della cinematografia israeliana. Ecco, il conflitto che caratterizza Fauda è il conflitto di due gruppi che si battono per un ideale. Chi difende la propria terra e chi attacca per riappropriarsi di ciò che pensa esserli stato sottratto. Non ci sono buoni e cattivi. Ognuno può vedere se stesso nel conflitto e nei suoi personaggi. Per questo motivo Fauda ha avuto lo stesso successo sia in Israele che in diversi Paesi Arabi. L’obiettivo era quello di non raccontare una semplice guerra, ma di scavare a fondo dell’odio fino ad arrivare alle sue radici.

Lasciamo da parte il conflitto israelo palestinese e torniamo dai nostri ultraortodossi. Se prendessimo la serie televisiva Shtisel come esempio, altro piccolo grande capolavoro made in Israel, scopriremmo che la figura dell’ultraortodosso in realtà è ben più complessa di quanto si possa intuire osservandola da fuori. Una figura che vive in costante conflitto. Un conflitto che, a differenza di quello sanguinolento di Fauda, in questo caso è interno e non esterno al personaggio. In Shtisel è evidente il tentativo di mostrare la realtà dell’ebraismo più estremo, da una prospettiva più intima, più umana.

In Unorthodox questo tentativo non esiste. Nessuno scava a fondo della Comunità di Williamsburg per cercare di capire il motivo per il quale essa decida di non fare i conti con la realtà circostante. Nessuno scava nemmeno a fondo del personaggio di Esty per capire come mai questa diciannovenne in pena è diversa dalle sue coetanee e desidera soltanto evadere, se non la stessa Shira Haas che con uno sguardo riesce a dire più di mille parole.

La regia sembra aver pensato a tutto nei minimi dettagli. Gli attori sembrano conoscere i personaggi alla perfezione. Il cosmo sembra essersi allineato con loro per garantirne la riuscita. C’è tutto in Unorthodox, davvero, eppure manca qualcosa. E quel qualcosa si riduce ad una parola paradossalmente molto semplice: manca la complessità. In Unorthodox il nero e il bianco ci sono, non mancano all’appello. Adesso bisogna fare uno sforzo per trovare il grigio che si nasconde dentro di loro.

 

 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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