letteratura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi 

Al giorno d’oggi il nazionalismo viene spesso visto come portatore di odio per il diverso e chiusura in sé stessi, anche a causa degli orrori della Seconda Guerra Mondiale; tuttavia, il suo opposto non è l’unione pacifica di tutti i popoli come cittadini del mondo, bensì l’imperialismo autoritario, di cui oggi l’Unione Europea, l’ONU e la NATO sono le maggiori manifestazioni: questa è l’audace tesi che sta alla base del saggio Le virtù del nazionalismo, scritto dal filosofo e biblista israeliano Yoram Hazony e pubblicato in Italia da Guerini.

In questo volume, l’autore espone diverse argomentazioni secondo cui il nazionalismo altro non è che il diritto all’autodeterminazione dei popoli in un mondo di nazioni libere, nonché una giusta via di mezzo tra due estremi: da un lato la divisione primitiva in clan e tribù, dove la violenza è molto più presente che in uno stato-nazione, e dall’altro lato l’imperialismo, inteso come un insieme di nazioni assoggettate a un ordine dispotico che può anche dar loro pace e sicurezza, ma ne limita la libertà.

In questo senso, anche il nazismo in realtà era una forma di imperialismo, in quanto la Germania voleva conquistare l’intero continente, così come lo erano il comunismo e la Chiesa Cattolica, che volevano imporre i loro dogmi al mondo intero. E dopo la fine della Guerra Fredda, secondo l’autore, i principali fautori dell’imperialismo sarebbero l’UE e gli Stati Uniti. Una tesi, quella dell’imperialismo UE, che in Italia è stata ripresa di recente anche dallo storico Marco Gervasoni nel suo libro La rivoluzione sovranista. Hazony riesce ad affrontare tutte queste tematiche citando numerosi pensatori liberali e conservatori, e anche quando cerca di smontare le idee con cui è in disaccordo lo fa con toni pacati, senza aggressività.

Uno dei maggiori difetti del libro invece sta nelle posizioni dell’autore riguardo alla religione: infatti egli sostiene che l’identità di una nazione deve affondare le radici nei testi sacri, e non prende in considerazione l’idea di uno stato laico. Eppure, in Italia gli ebrei hanno ottenuto l’emancipazione grazie al Risorgimento e all’Unità nazionale, che però aveva un’impronta laica, in contrasto con lo Stato Pontificio dove gli ebrei erano discriminati.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Michelle Zarfati

L’amore e il suo ricordo possono sopravvivere per sempre? Nonostante la guerra e il dolore? Praga, 1939, una delle comunità ebraiche più floride, fiorenti e popolose dell’Europa dell’est. Lenka e Joseph sono due ragazzi ebrei appartenenti a due famiglie colte e benestanti, ma basta poco più di uno sguardo per innamorarsi e farsi travolgere dall’amore. Un amore vero, profondo, nato tuttavia nell’epoca sbagliata: l’occupazione nazista incombe infatti su Praga e presto il loro equilibrio verrà spezzato dalla ferocia della guerra. In breve tempo diventeranno marito e moglie, il tempo di una notte indimenticabile.

Allo scoppio della guerra, Lenka e Joseph si separeranno con la promessa di rivedersi il prima possibile e portare avanti i loro progetti. Joseph riesce a procurarsi un biglietto per gli Stati Uniti, ma Lenka non se la sente di lasciare la sua famiglia, così le loro strade si separeranno.  Lui raggiungerà gli Stati Uniti con un macigno sul cuore, nella logorante attesa di ricevere notizie sulla sua Lenka. La cercherà tra i registri, negli occhi delle donne, ma purtroppo Lenka è ormai stata internata con la sua intera famiglia nel campo di concentramento. Lenka conoscerà il dolore nel campo, ma darà prova di grande coraggio cercando di proteggere sé stessa e sua sorella fino alla fine. La pittura e il disegno, le sue grandi passioni, le daranno la chiave per sopravvivere all’inferno.

Nel frattempo, negli Stati Uniti Joseph diventerà un dottore specializzato in ostetricia e troverà riscatto del suo amore mutilato soltanto facendo nascere altre vite. Come succederà a molti sopravvissuti al termine della guerra, Joseph e Lenka continueranno a cercarsi senza fine, con la speranza di scorgersi in mezzo alla gente, nelle folle, nei racconti di milioni di ebrei a cui la vita è stata spezzata dall’atrocità della Shoah. Le loro vite continueranno secondo lo scorrere normale del tempo, segnate da un sogno d’amore spezzato. Nonostante ciò, dentro di loro, la speranza continuerà, seppur in maniera labile, a rimanere accesa. Fino al 2000: momento in cui, per un fortuito caso del destino, le loro strade inconsapevolmente si incroceranno di nuovo.

Tratto da un intreccio di storie vere, Un giorno solo, tutta la vita di Alyson Richman è un romanzo che fa emozionare, piangere e riflettere. La vita, l’amore, la sopravvivenza e la famiglia sono i grandi temi di questo romanzo, che racconta la realtà di milioni di ebrei e dei frammenti delle loro esistenze al termine della grande guerra che segnò la storia del mondo per sempre. Attraverso il punto di vista della protagonista, assistiamo all’escalation della brutalità nazista nella città di Praga, una cornice idilliaca dove la vita sembrava scorrere senza intoppi, come l’olio, prima dell’avvento della guerra. Tante e troppe storie come quella di Lenka e Joseph, di amori spezzati e cancellati dalla guerra, ma sarà proprio il ricordo a tenerli in vita. Perché del resto, nonostante la ferita mai rimarginata dalla brutalità della guerra, i ricordi non conoscono tempo e nessuno muore davvero nel cuore di chi ogni giorno lo ricorda. L’amore è il grande tema di questo romanzo, come è motore del mondo di oggi. Un sentimento senza frontiere, che supera le barriere dell’odio e del pregiudizio razziale.

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

Quando si hanno 14 anni raramente si ha il talento e il desiderio per comprendere a fondo la storia e raccontarla con eleganza: eppure questo è il caso di Eleonora Spezzano, bimba prodigio che ha recentemente scritto il romanzo storico Hans Mayer e la bambina ebrea, pubblicato da Bonfirraro Editore e incentrato sulla Shoah.

La storia si svolge a Varsavia, nell’autunno del 1941: Hans Mayer è un giovane ufficiale dell’esercito tedesco, che pur non credendo appieno nell’ideologia nazista non esita a eseguire gli ordini, anche quando si tratta di catturare e mandare a morire degli innocenti. Tutto questo cambia il giorno che incontra Marie, una bambina ebrea di soli 4 anni sfuggita alle SS, che ne hanno deportato tutta la famiglia ad Auschwitz. Spinto dalla compassione, Hans decide di nasconderla in casa sua, rischiando così la propria vita ma cercando di salvare la propria dignità.

La storia è narrata in prima persona dallo stesso Hans, che non nasconde minimamente al lettore le proprie emozioni: il senso di colpa per tutti gli ebrei che ha fatto deportare, la rabbia per una guerra inutile e insensata, l’affetto quasi paterno che inizia gradualmente a provare per la bambina. Infatti lei, se da un lato gli fa rischiare la vita qualora venisse scoperto, dall’altro gli da una ragione per vivere, poiché salvandola egli cerca di espiare le proprie colpe.

Il romanzo riesce a catturare l’attenzione per la forte carica emotiva che racchiude, e spinge il lettore a non fermarsi pur di sapere come va a finire. Una storia triste, che però spinge a non perdere mai la fiducia nel genere umano.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Giorgio Berruto

E’ anche grazie alla Giornata della Memoria, di cui talvolta da parte ebraica si esagerano i limiti e si minimizza l’efficacia, se oggi Se questo è un uomo è un libro tanto conosciuto. Proprio perché la storia vissuta da Primo Levi, in fondo, almeno a grandi linee la sanno tutti, o quasi. Sospetto che sia più conosciuto che letto, ed è un errore grave, perché Se questo è un uomo è libro da tenere sempre sul comodino, da leggere e rileggere. Un errore non solo perché, in generale, la letteratura in quanto arte si occupa del come prima che del cosa, ma anche per motivi specifici che vorrei provare a passare in rassegna.

Se questo è un uomo esprime innanzitutto un’autentica fede nella letteratura, la più alta espressione di umanità. In questo senso è da leggere l’attenzione filologica alle parole e al linguaggio, che emerge peraltro anche in tutte le opere successive di Levi. Tra i primi elementi che colpiscono il giovane chimico deportato ecco la confusione delle lingue nel campo e l’importanza vitale di conoscere almeno i rudimenti del tedesco. Primo obiettivo del lager è sottrarre ai detenuti i nomi propri, mutare le persone in numeri e avviarne la trasformazione in “pezzi” nell’industria dello sterminio; e allora Se questo è un uomo, soprattutto nell’edizione definitiva Einaudi, è pieno di nomi propri, cognomi, soprannomi. Ma è anche la paura di non riuscire a comunicare il vissuto nel lager, tipica nei sopravvissuti, a sollecitare la fede nelle belle lettere, che non assume mai la forma dell’esercizio di stile e costituisce invece la materia grezza alla base del libro e la sua aspirazione ultima. E’ questa la risposta più limpida a chi, come Adorno, ha affermato la barbarie di scrivere poesia, cioè produrre arte, dopo Auschwitz.

Ma c’è di più: la scrittura di Primo Levi è cristallina in ogni dettaglio. Ogni parola, ogni aggettivo ha un posto preciso nella frase e nella pagina e chi legge ha la certezza che debba essere proprio quello. Stile lavorato ma non manierato, conciso ed efficace. E’, in estrema sintesi, la lingua del liceo classico italiano, frequentato a Torino dal chimico scrittore, una lingua in cui si impastano i classici greci e latini, la Bibbia e Dante, Leopardi e Manzoni.

Primo Levi, nelle sue stesse parole, cerca e trova “il linguaggio pacato e sobrio del testimone, non quello lamentevole della vittima né quello irato del vendicatore”. Se questo è un uomo viene evidentemente concepito come serie di racconti orali ed è a partire da frammenti diseguali di testo, talvolta poco più che aforismi, che l’autore costruisce le cornici narrative indispensabili per tenere insieme i diversi capitoli. A rendere omogeneo il libro interviene, ancora una volta, la lingua letteraria scelta e lavorata da Levi.

La fede nella letteratura è qui accompagnata da una irrefrenabile, impetuosa curiosità intellettuale. Anche in questo caso, si tratta di una cifra che torna nell’opera successiva dello scrittore ma che nelle condizioni del lager risalta con ineguagliata nitidezza. Curiosità nei confronti di ogni forma del sapere senza alcuna svalutazione verso il saper fare – le tecniche, le arti e la manualità dunque – di cui tanti anni dopo il Faussone della Chiave a stella sarà rappresentante. Curiosità e fede nella letteratura sono la base dell’umanesimo di cui Primo Levi diventa interprete ad Auschwitz. Il capitolo in cui racconta a un altro deportato, Pikolo, il canto dantesco di Ulisse è forse l’esempio più alto e commovente in cui questi elementi si saldano.