Intervista

Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 Marzo 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino 

Francesco Costa è un giovane giornalista, nato a Catania nel 1984. Dopo tre anni a Roma, dal 2010 vive a Milano e lavora per Il Post, di cui è il vicedirettore. Ha rivoluzionato il modo di fare giornalismo in Italia con Da Costa a Costa: nata come newsletter, al quale si è aggiunto un podcast, diventato poi uno di quelli di maggiore successo nel nostro paese, con il quale dal 2015 ha raccontato la politica e la società americana. Nel 2016 ha vinto il Premio Internazionale Spotorno Nuovo Giornalismo per la copertura delle elezioni presidenziali statunitensi, mentre nel 2018 ha vinto il premio della Festa della Rete per il miglior podcast italiano.

Come è nata l’idea di creare Da Costa a Costa?

Innanzitutto, grazie! Da Costa a Costa è nato nel 2015 soprattutto da un mio desiderio, cioè provare a seguire l’inizio della campagna elettorale delle presidenziali del 2016, e raccontare quello che accadeva negli Stati Uniti in un modo che non fosse il solito, non tradizionale, quindi non con i soliti articoli. Io sono un giornalista, quindi è quello ho sempre fatto, e lo faccio ancora adesso con piacere, però volevo provare qualcosa di nuovo. All’epoca mi inventai di recuperare uno strumento antico, per quanto ancora valido, la newsletter, e a quello strumento si è poi affiancato qualche mese dopo anche un podcast, un altro strumento antico che però sta raccogliendo sempre più appassionati e ascoltatori. Quindi, Da Costa a Costa nasce come racconto della politica e della società americana attraverso una newsletter, una che arriva nelle caselle di posta di chi si è iscritto gratuitamente, e con un podcast ascoltabile gratuitamente. Mentre da quest’anno ho aggiunto un racconto fatto su Instagram, uno dei social network più utilizzati soprattutto dai giovani, anch’esso multimediale, nel quale racconto attraverso le immagini quello succede e quello che osservo quando vado negli Stati Uniti, sul campo. Vado negli States grazie alle donazioni che i lettori e gli ascoltatori fanno in modo del tutto volontario, perché questo progetto continui a esistere. Tutto è gratis, chi vuole donare non ottiene niente in cambio, ma i donatori sono abbastanza da permettere al progetto di restare in piedi.

Ci hai raccontato le peculiarità della politica americana, ma anche semplici spaccati di vita a stelle e strisce. Come è nata questa passione per l’America?

È nata un po’ per caso, come spesso poi accadono le cose nella vita. Sono appassionato di storia, oltre a essere laureato in Scienze Politiche. Finita l’università mi sono interessato alla politica estera, volevo fare il giornalista e in quel momento lì, nel 2007, stava succedendo qualcosa di nuovo in America: c’era un candidato che poi diventò presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ma che all’epoca era un candidato completamente sconosciuto, con un nome improbabile, ed era afroamericano, cosa che all’epoca significava molto di più di quello che significa oggi, che provava a diventare Presidente degli Stati Uniti. Mi appassionai a quella storia dal punto di vista giornalistico, cominciai per conto mio a documentarmi, a seguirla. Nel frattempo, provavo a fare il giornalista, e il caso ha voluto che entrassi in una redazione nel 2008, poco prima che iniziassero le elezioni presidenziali. Il primo vero incarico affidatomi fu quello di andare in un pub a Roma, dove gli americani seguivano la lotta elettorale, e quindi mi ritrovai al mio primo incarico giornalistico. Pensa quanto potessi essere felice per la mia carriera, in mezzo a questi americani in lacrime, felicissimi che festeggiavano, all’epoca, l’improbabile e impensabile elezione di un uomo afroamericano alla presidenza degli Stati Uniti. Insomma, fui comprato a vita da quel momento lì, e la politica divenne non solo la mia passione, ma anche un pezzo del mio lavoro, perché da lì ho continuato a seguire la politica americana come giornalista.

Recentemente è uscito il tuo primo libro, Questa è l’America. Leggendolo, si nota come la società statunitense in questi ultimi anni sia radicalmente cambiata. Quali sono stati i motivi di tale cambiamento?

Sono tanti, naturalmente. Ci accorgiamo di questi cambiamenti solo quando poi accadono delle cose che non ci spieghiamo facilmente, come Donald Trump presidente degli Stati Uniti. Ma quello è il punto di arrivo, non il punto di inizio. Questi fatti, quando noi ce ne accorgiamo è perché accaduto qualcosa prima di cui non ce ne eravamo accorti. I cambiamenti della società naturalmente sono tantissimi: la crisi economica del 2008-2009 ha avuto un fortissimo impatto, interi pezzi di territorio si sono ridisegnati. Posti che una volta economicamente andavano fortissimo oggi non lo sono più e viceversa, posti che erano messi male ora sono messi bene, pensiamo al Sud degli Stati Uniti, e in particolare al Sud-ovest, che oggi è il vero motore dell’economia del paese. La popolazione si è spostata di conseguenza, oggi si vive sempre di più nelle città e sempre meno nelle aree rurali, e questa contrapposizione, che noi vediamo anche in altri paesi occidentali, spiega molti dei cambiamenti americani contemporanei. La comunicazione online e la nascita dei social network hanno contribuito a radicalizzare le posizioni delle persone in un contesto in cui le regole del gioco, cioè il modo in cui funzionano le istituzioni americane, sono immutabili. Noi parliamo di cambiare la legge elettorale ogni dieci minuti in Italia, però in America le regole sono veramente immutabili, loro hanno combattuto una guerra civile, senza colpi di stato, senza cambiare forma di governo, senza sospendere elezioni. Ecco, queste regole del gioco stanno iniziando ad accusare il colpo, e non stanno funzionando più come prima. Hanno garantito agli Stati Uniti 230 anni di predominio economico, culturale, militare e scientifico sul mondo; oggi però cominciano a non funzionare più bene, creano un governo disfunzionale che non riesce a gestire i problemi e le esigenze delle persone, e quindi questi problemi si allargano.

Parlando dello stato attuale della società americana, nel tuo libro parli di un’eclissi che gli Stati Uniti stanno attraversando. Ci puoi spiegare questo concetto?

Analizzando la società americana, ma soprattutto viaggiando negli Stati Uniti e parlando con gli americani, guardando alla situazione, mi sono accorto che i problemi si stanno allargando: dalla sanità alle diseguaglianze economiche, ad un senso di precarietà che si percepisce in giro, anche andando a cercare le spiegazioni a cose che non capiamo dell’America, che nel libro cerco di raccontare; del rapporto degli americani con la sanità, con le armi e con le tasse. Da anni si parla di declino americano. Io ho provato a indagare, e ho visto che i paesi in declino hanno caratteristiche che gli Stati Uniti non ha. I paesi in declino sono paesi la cui economia è in declino, e l’economia americana non lo è; sono paesi che demograficamente stanno invecchiando, e l’America no; sono paesi che vedono un loro predominio scientifico-tecnologico diminuire, e invece in America si continuano a sfornare grandi innovazioni tecnologiche che cambiano il mondo, pensiamo ad Apple, Facebook, Google ed Amazon che sono tutte americane. E ce ne sono moltissime altre che non arrivano al grande pubblico, ma che incidono nel settore della componentistica e delle biotecnologie. Ogni anno, quando ci sono i Premi Nobel, andate a vedere la lista e noterete che sono quasi tutti o americani o persone che studiano o lavorano in America. Quindi non c’è un declino americano, nei termini in cui lo conosciamo, e allora ho provato a spiegare questi due fatti contraddittori, con quello che nel libro cerco di descrivere come un’eclissi. Il sogno americano esiste ancora, ma è distorto. L’America continua ad andare a tutta velocità, come ha fatto per gran parte del Novecento, ma è come se questa macchina avesse una ruota sgonfia, perdesse pezzi strada facendo. Chi ce la fa, lo fa molto bene. Ci sono molte più opportunità che in qualsiasi altro paese occidentale. Chi non ce la fa invece gioca totalmente senza rete di protezione, e quindi finisce seriamente nei guai, al contrario nostro, dove chi viene licenziato, vede la sua impresa fallire o non riesce a ottenere un’istruzione di alto livello, viene tutelato. In questo io vedo un’eclissi del sogno americano, come se fosse diventato tutto più oscuro, più lugubre, e nel libro cerco di argomentare perché.

Guardando ad entrambi i partiti, e ai risultati ottenuti nelle elezioni del 2016 e del 2018, si può notare come stia svanendo pian piano l’elettorato moderato. Qual è la causa di questa polarizzazione?

Le cause sono tante, tra cui quelle già citate prima su come si sia polarizzata anche demograficamente la popolazione. Pensiamo anche al fatto che i due partiti americani, per larghissima parte del Novecento, includevano al loro interno persone e politici dalle idee molto diverse; per questo erano obbligati a trovare una sintesi al loro interno, e a moderare queste tendenze estreme da una parte e dall’altra, per poi contendersi il voto degli elettori provando a convincere quelli dall’altra parte. Questo meccanismo a un certo punto è saltato, per tanti motivi. Il Partito Democratico, ad esempio, per una buona parte del Novecento aveva al Sud una classe politica molto conservatrice, e che oggi non ha più. Quello Repubblicano, che è quello conservatore, aveva avuto per larga parte del secolo scorso una corrente liberale, progressista e moderata, pensiamo a Rockefeller e ai repubblicani delle grandi città, che adesso non ci sono più. I partiti sono diventati sempre più omogenei dal punto di vista ideologico, e hanno avuto sempre meno la necessità di trovare posizioni di compromesso al loro interno. Le regole di gioco, di cui abbiamo parlato prima, hanno prodotto un contesto per cui nella gran parte dei Collegi della Camera, si sa già chi vincerà in partenza. I Collegi sono stati ridisegnati perché includano un certo tipo di popolazione che sai più o meno come voterà (il fenomeno del “Gerrymandering“, ndr), perché ci sono dei precedenti naturalmente. Tutto questo fa sì che i partiti non abbiano più alcun incentivo a cercare di convincere gli elettori avversari, ma fanno delle gare basate sulla purezza ideologica. Poi sono arrivati i media naturalmente, e i social network, e queste tendenze portano a estremizzare le posizioni delle persone e a scoraggiare il confronto. Questo fenomeno negli Stati Uniti comincia negli anni ’90 e accelera molto più avanti, portando non solo all’elezione di Trump, ma guardando dall’altra parte all’eversione di un candidato come Bernie Sanders, le cui idee soltanto dieci anni fa dentro il partito non avrebbero avuto proprio cittadinanza, e invece oggi sono patrimonio di una minoranza molto consistente del Partito Democratico.

L’elezione di Alexandria Ocasio-Cortez, di Ilhan Omar e di altri nel 2018, possono quindi considerarsi i primi casi di estremizzazione a sinistra del Partito Democratico?

Lo sono, ma gli indizi di questa estremizzazione, sia a sinistra che a destra, sono ovunque, anche in questioni non politiche. Come racconto nel libro, chi sa solo di politica, in realtà non capisce veramente di politica. Molti dei cambiamenti si vedono nella cultura delle persone; per esempio, il modo in cui gli sport americani vengono abitualmente suddivisi per tipo di appartenenze è interessante: l’NBA (la famosa lega di pallacanestro americana, ndr) è la lega dei progressisti, mentre invece il baseball (MLB) e il football americano (NFL), sono le leghe il cui pubblico ha una forte accezione conservatrice, per non parlare dell’hockey (NHL) e delle corse automobilistiche (Nascar). Lì il calcio è un fenomeno sportivo molto di sinistra, e in particolare un fenomeno sportivo femminile, e chi segue il calcio tendenzialmente non guarda Fox News (canale dalla linea conservatrice). Tutte queste cose prima non c’erano, mentre ora queste divisioni si possono trovare nei film che si guardano, nella musica che si ascolta, ed è molto interessante guardare oltre alla politica per capire la politica.

Pensando a quello che è stato appena detto, ormai nessuno si stupisce se i Golden State Warriors si rifiutano di andare alla Casa Bianca, o se LeBron James critica il governo, mentre nel NFL, il gesto di Colin Kaepernick è stato un caso nazionale…

Esattamente.

Parliamo di attualità adesso. Lo scorso 3 marzo si è tenuto il Super Tuesday, alla luce dei risultati ottenuti da Biden. Come si sta evolvendo la corsa al posto di candidato democratico alle elezioni che si terranno a novembre?

Sicuramente è diventata una corsa a due, gli altri candidati rimasti in corsa si ritireranno sicuramente a breve o saranno irrilevanti. In questa corsa a due abbiamo un favorito, ed è Biden, che è in vantaggio sui voti ricevuti, dei delegati maturati con quei voti, ed è soprattutto quello con una traiettoria ascendente; mentre Bernie Sanders, che era arrivato da favorito al Super Tuesday, ha deluso moltissimo le attese, ha raccolto meno voti di quanti erano considerati alla sua portata. Sanders ha dimostrato così di non aver allargato il suo consenso rispetto al 2016, e di fare molta fatica con gli elettori non bianchi. Questo è strano e preoccupante per lui, perché il suo messaggio si rivolge soprattutto ai più poveri e ai più discriminati, un messaggio che insiste sulle ingiustizie del capitalismo americano, e qui in America i più poveri sono gli afroamericani; se gli afroamericani non votano per te, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Non è ancora finita, perché Sanders non ha uno svantaggio incolmabile ed ha una base di sostenitori che lo finanzia molto bene. Da questo punto di vista il senatore del Vermont è il candidato economicamente più attrezzato, dopo il ritiro di Bloomberg, e pertanto possiamo dire che non è finita qui. Ma se c’è un favorito, oggi è sicuramente Joe Biden.

Nelle ultime settimane, aspettarsi una vittoria così netta di Joe Biden in South Carolina e durante il Super Tuesday sembravano piuttosto improbabili, soprattutto alla luce delle sue performance oratorie durante i dibattiti e nei comizi non così eccellenti. Cosa ha portato a questa inversione di tendenza?

Biden continua a non essere il miglior Biden. Lui è sempre stato un politico che sa stare benissimo in mezzo alle persone, molto empatico, che parla a braccio e cattura l’attenzione di chi ha davanti. L’ho visto spesso dal vivo, e ho notato che è molto invecchiato, anche durante il discorso nel quale ha festeggiato la vittoria al Super Tuesday, tanto che ha perso il filo e ha confuso sua moglie con sua sorella. Però mantiene una capacità di rappresentanza degli interessi di un grande pezzo dell’elettorato democratico notevole, e quando è andato molto male all’inizio delle primarie, in Iowa e in New Hampshire, tutti, me compreso, hanno messo in discussione le sue possibilità. Lui e il suo staff dicevano che quei due stati sono piccolissimi e non sono rappresentativi dell’America, ed è vero, infatti quando si è andati a votare in South Carolina, uno stato molto grande ed etnicamente eterogeneo, l’ex-vicepresidente ha fatto straordinariamente bene, a tal punto da costringere al ritiro Amy Klobuchar e Pete Buttigieg, che non avevano più alcuna possibilità di farcela. Così ha inclinato il piano che l’ha portato al Super Tuesday a vincere in tutto il Sud e al Nord, in Minnesota (stato della Klobuchar, ndr), in Massachusetts (stato di Elizabeth Warren, che si è ritirata la settimana dopo questa intervista, ndr) e a fare molto bene nello stato di Bernie Sanders, il Vermont, nel quale il senatore ha vinto solamente col 50% dei vita, al contrario del 2016, dove vinse con l’80%. E tutto questo è un indicatore di una notevole fragilità per Sanders e di forza per Biden.

Prima di martedì scorso, Mike Bloomberg, con la sua campagna atipica, guardando anche ai diversi sondaggi usciti, sembrava prospettarsi come il terzo incomodo di queste primarie democratiche. Quali possono essere le cause di questo clamoroso flop dell’ex-sindaco di New York?

Che Biden si è essenzialmente tirato su. La scommessa di Bloomberg era quella di essere il candidato moderato che riunisse il partito, e questo perché aveva le risorse per battere Trump. Si può dire che il suo è stato un fallimento dell’ultimo miglio, perché lui, da zero e in meno di tre mesi, è diventato nei sondaggi e nei dati un candidato importante di queste elezioni. Al Super Tuesday è andato male, ma ha ottenuto dei voti e dei delegati. Il punto è che è venuta a mancare la premessa fondamentale di questa campagna elettorale, e cioè che Biden sarebbe stato un flop. All’ultimo momento Biden si è tirato su, lui che è molto amato dal partito, e che è stato il vice di Obama per otto anni. Dal momento che Biden ha dato un grande cenno di vita, non solo in South Carolina, ma forte degli endorsement di Buttigieg, Klobuchar e di Beto O’Rourke, il Partito ha capito che era lui il candidato intorno al quale consolidarsi, e Bloomberg, che molti consideravano la loro ultima chance, a quel punto ha perso il motivo per essere votato.

In un editoriale uscito a seguito del Super Tuesday, l’autore sostiene che dietro la vittoria di Biden, ci sia lo zampino dell’ex-presidente Obama. È vero?

Secondo me questa cosa è infondata. Noi italiani, e tra questi alcuni miei colleghi e da quello che si dice in TV, siamo appassionati di retroscena. Obama non ha detto una parola, come ex-presidente non ha nessun ruolo nelle primarie, sosterrà il vincitore così da tenere unito il partito, ed essere poi efficace nella vera campagna elettorale, che va dall’estate a novembre. Alcuni dicono che Obama abbia fatto pressioni su Klobuchar e Buttigieg perché si ritirassero e sostenessero Biden, e questo è infondato. Finché ci sono prove, li possiamo prendere come fatti, ma riguardo a ciò non ce ne sono. Ma c’è un’altra questione: che queste telefonate siano avvenute o meno, Buttigieg e Klobuchar, non avevano nessuna speranza di vittoria quando si sono ritirati, il Super Tuesday per loro sarebbe significato spendere un sacco di soldi e una sonora umiliazione, come quella di Elizabeth Warren, che è rimasta in corsa ed è finita terza nel suo stato.

La nostra redazione è composta interamente da giovani. Quali sono i tuoi consigli per far s che il nostro giornale possa crescere? Esiste un modo innovativo di fare giornalismo?

Ovviamente non posso dare lezioni, ma quello che ho imparato dal mio lavoro e da quello che faccio al Post, è che il giornalismo non ha bisogno di grandi trasformazioni. Anzi nel modo in cui al Post facciamo il giornale, c’è poco di innovativo e molto di tradizionale è un modello conservatore ed è quello che va recuperato: quello di verificare le notizie, non usare titoli urlati ed emotivi, non essere allarmisti né sensazionalisti. Non c’è niente innovato in questo, anzi, ma è quanto di buono bisogna recuperare e tenere della migliore tradizione giornalistica italiana e mondiale. Questo è il primo consiglio che vi darei: il giornalismo va applicato e non innovato. Ma nei metodi e negli strumenti, in cosa utilizzare per far viaggiare il giornalismo, che non deve essere per forza l’articolo, al contrario vi consiglio di provare a sperimentare. Non è detto che tutto vada bene per tutti. Ora c’è la moda dei podcast, tra un anno ce ne sarà un’altra, ma non bisogna seguire le mode. Bisogna però provare dei metodi, che possono essere più efficaci in aggiunta agli articoli, senza sostituire quello che fate già per raccontare le vostre storie: che sia un video su YouTube, o degli account sui social network aggiornati quotidianamente, oppure una newsletter o degli incontri dal vivo, o addirittura dei documentari. Bisogna trovare dei modi alternativi, perché nelle abitudini dei lettori e delle persone noto un desiderio di leggere qualcosa in meno, ma comunque rimanere informati in altri modi: attraverso le immagini, l’ascolto, o la lettura di newsletter o aggiornamenti in altra forma. Bisogna perciò provare a sperimentare, mantenendo però saldi i criteri e valori del giornalismo che rimangono immutabili.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Marzo 2020
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HaTikwa, di David Zebuloni

Del coronavirus sappiamo già tutto. I supermercati si sono svuotati, le scuole sono state chiuse. Il popolo italiano si è spaccato in due: da un lato i pessimisti, dall’altro gli scettici. C’è chi ha speculato, chi ha enfatizzato, chi ha condannato. Un ragazzo solo è riuscito a sorridere di fronte all’ondata di panico: Ruben Golran. Ed ecco che la storia di chi sorride e di chi scrive si intrecciano.

Ruben è mio cugino, un ragazzo straordinario che questa settimana doveva celebrare il suo Bar Mitzvah. Cinquecento invitati, tra i quali parenti ed amici provenienti da ogni angolo del mondo, dovevano venire a Milano per festeggiare insieme a Ruben uno dei giorni più felici e significativi della sua vita. Eppure, come dice il celebre proverbio yiddish, l’uomo programma e Dio ride. E così è stato.

Il Coronavirus ha seminato paura e angoscia, Milano si è fatta trovare impreparata all’epidemia e, nel caos generale, il Bar Mitzvah di Ruben è stato rimandato a data indefinita.

“All’inizio ero triste e abbattuto, non capivo perché tutto ciò stesse accadendo proprio a me”, mi racconta Ruben al telefono. “Poi ho capito. Ho capito che faceva tutto parte di un piano, che forse dall’alto stavano mettendo alla prova la mia fede e che io dovevo continuare a prepararmi per il Bar Mitzvah come se nulla fosse”. Quando gli ho domandato dove abbia trovato la forza di rimanere ottimista nonostante tutto, Ruben mi ha risposto con una semplicità impressionante considerata la sua giovane età. “Non è proprio come me lo sono immaginato, ovviamente speravo che andasse diversamente, ma a cosa serve piangere e disperarsi? Non ho bisogno di tutti questi invitati per leggere la Torah o per rendere orgogliosi i miei genitori, il Bar Mitzvah è un momento particolare che mi lega a Dio. E questo mi basta”.

Quanta verità. Quanta disarmante verità. Forse si riferiva a questo Janusz Korczak quando diceva che talvolta gli adulti sono più sciocchi dei bambini. Forse si riferiva proprio alla capacità straordinaria che i più giovani hanno di guardare oltre, di non limitarsi alla superficie delle cose.

“Io ci vedo un collegamento con la festa di Purim“, mi dice Nethaly, la mamma di Ruben. “Il destino era segnato, ma poi è stato tutto capovolto. Potevamo vivere e ricordare questo periodo con dispiacere, ma anche quando tutto sembra buio, esiste sempre un risvolto positivo. C’è sempre un po’ di luce.”

Proprio così, questa storia poteva concludersi senza lieto fine, eppure un post su Facebook diventato virale ne ha cambiato le sorti. La storia di Ruben ha fatto il giro del mondo. Tra le varie testate che ne hanno parlato vi sono Times of Israel, Ynet, Haaretz, Humans of Judaism, Noticias de Israel e Hadrei Haredim. E i messaggi di affetto non sono mancati. A centinaia, provenienti da ogni angolo del mondo, in tutte le lingue.

“Leggere quei messaggi, ricevere degli auguri così toccanti, mi ha trasmesso una sensazione particolare, molto bella”, mi confessa Ruben. “Significa che molte persone hanno preso a cuore il mio Bar Mitzvah, che mi hanno pensato. Tutta la tristezza è stata in qualche modo… Come dire? Ricompensata, ecco. Mai avrei pensato di ricevere tanto affetto tutto insieme. Mi ha fatto capire quanto il nostro popolo sia davvero unito. Come se facessimo tutti parte di una grande comunità.”

Cosa potrei aggiungere? Grazie per la lezione di ottimismo caro Ruben, per il sorriso e per la fede. Ma soprattutto, tanti auguri per il tuo Bar Mitzvah!


Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 Marzo 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

Andrea Jarach, imprenditore milanese classe 1956, dal 2015 al febbraio 2020 è stato presidente della divisione italiana del Keren Hayesod, la più importante organizzazione ebraica a livello mondiale. Ha gentilmente concesso ad HaTikwa un’intervista sul suo lascito e sul futuro dell’organizzazione.

Cosa ha significato dirigere il Keren Hayesod per 5 anni?

Un grande onore, perché si tratta della più importante organizzazione ebraica del mondo. Una enorme responsabilità perché la serietà e l’affidabilità verso i donatori devono essere totali. Non puoi permettere che nulla dell’organizzazione possa instillare mancanza di fiducia in chi ti affida donazioni, ma soprattutto in chi ti affida le sue ultime volontà. Infatti le entrate per lasciti ereditari sono sempre in crescita, poiché tante persone (soprattutto ebrei ovviamente) desiderano lasciare qualcosa a Israele.

Quali sono state le sfide più impegnative?

In questi anni le sfide sono derivate dall’evoluzione demografica dei potenziali donatori: i giovani ebrei vivono l’incertezza di tutta la società, ma soprattutto non sanno neanche immaginare un mondo senza Israele, anche perché vedono un Israele forte. La molla morale che sentiamo noi più anziani del dovere di aiutare la società di Israele è meno forte. L’idealismo ha lasciato Il posto al pragmatismo. I nostri grandi donatori, quelli che un tempo facevano ogni anno donazioni davvero significative, si sono ridotti anche perché le famiglie più benestanti ormai sono meno attaccate all’ideale sionista.

Ma abbiamo saputo resistere a queste sfide e siamo riusciti a raggiungere un buon livello di raccolta che ci consente di sostenere molti progetti in Israele per assorbire le aliot, per aiutare la parte più debole della società, per la formazione dei giovani, per la protezione delle comunità a rischio tramite la Agenzia Ebraica, prima destinataria della raccolta.

La sfida che penso sia stata più impegnativa, e che ha preso più tempo, è stata quella di adeguare il Keren Hayesod alle complicate leggi italiane sul non profit. Questo per poter agire nel pieno rispetto delle leggi in un campo delicatissimo che, offrendo vantaggi fiscali ai donatori, chiede in cambio massima trasparenza; e ci siamo riusciti. Ma sono stati anni di duro lavoro e grandi cambiamenti della struttura. Una cosa che dall’esterno non si può vedere, ma che consentirà raccolte di donazioni anche da aziende e grandi vantaggi sul modello anglosassone per i donatori privati.

Qual è stato il progetto che ritieni più importante?

Di quelli da me seguiti personalmente il progetto net@. Lo abbiamo esportato da Israele, primo esperimento pilota per estendere al mondo un metodo fantastico di educazione digitale che prepara alla vita e non solo alla professione. Siamo ancora in fase di sviluppo, ma in 2 anni scolastici i risultati sono stati grandi. Per me il tempo passato con i giovani volontari istruttori venuti dalle varie periferie di Israele (da Eilat a Kiriat Shimona) è stato un arricchimento umano straordinario, e i risultati con i ragazzi e i bambini prima a Milano e adesso anche a Torino sono emozionanti. Per saperne di più consiglio di visitare il sito www.educazionedigitale.org

Quali saranno gli obiettivi della nuova dirigenza?

Ovviamente siamo tutti focalizzati sulla raccolta di fondi per Israele, che da 100 anni è la missione del Keren Hayesod. Sappiamo di aver aiutato 3,500,000 olim a trovare la loro nuova patria. Per il resto la nuova presidente è Francesca Modiano, una persona dedicata e appassionata. Essendo la prima donna presidente nazionale saprà imprimere un nuovo passo anche al Keren Hayesod.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino

Milena Santerini, nata a Roma nel 1953, è docente di Pedagogia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, vicepresidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano e componente del Consiglio Didattico Nazionale della Fondazione Museo della Shoah di Roma. Come scrive nel suo sito internet, “considera necessario vincere i processi di discriminazione contro i più deboli e le minoranze contrastando razzismo, antisemitismo, islamofobia, antigitanismo”. Già deputata alla Camera nella XVII Legislatura nel gruppo Demos-Centro Democratico, lo scorso 16 gennaio è stata nominata dal Governo Conte per il delicato ruolo di Coordinatrice Nazionale per la lotta contro l’Antisemitismo. Per questa intervista esclusiva rilasciata ai ragazzi dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, si è discusso del crescente odio antisemita in Italia, della trasmissione della Memoria e di molto altro.

Buongiorno Professoressa Santerini, innanzitutto la ringraziamo per questa occasione. Per noi di HaTikwa, organo di stampa dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, è un onore poter intervistare una figura come la sua. Quale è stata la sua reazione alla nomina per un ruolo così delicato?

Ho sentito un senso di grande responsabilità, perché questo ruolo significa innanzitutto un maggiore impegno del Governo contro l’antisemitismo, e poi vuol dire anche una richiesta di coordinare le tante azioni che già si fanno. E per me vuol dire anche avere un maggiore impegno nel tessere rapporti, reti, dialogare e far dialogare. Quindi da un lato sento un forte senso di responsabilità, perché i problemi sono piuttosto gravi, e dall’altro un impegno nel tessere maggiormente i rapporti prima con le comunità ebraiche, e poi con le istituzioni e la società civile.

Quali sono gli obiettivi che si prefigge, nel breve e nel lungo periodo, nella lotta all’antisemitismo?

È bene distinguere tra breve e lungo periodo. A breve devo rispondere al mandato che mi è stato dato dal governo, ovvero quello di effettuare una ricognizione, per vedere gli orientamenti e le possibili applicazioni della definizione di antisemitismo data dall’IHRA. Come sapete, dal 2016 una task force di 31 paesi da tutto il mondo ha proposto un documento all’interno del quale c’è anche una definizione di antisemitismo con alcuni esempi, che è stato accolto dal Governo il 27 gennaio, proprio nel Giorno della Memoria. Mi è stato dato il compito di capire quali possono esserne in Italia le possibili applicazioni. Nel medio e lungo termine invece c’è un enorme lavoro da fare di tipo culturale, sociale e normativo, per capire come contrastare l’antisemitismo; questo intendo farlo a 360 gradi, lavorando con le comunità ebraiche, lavorando sull’informazione, la cultura, la scuola, a livello normativo, a livello sportivo e soprattutto a livello dei media e dei social media, contro l’hate speech.

 Nell’ultimo mese, c’è stato un aumento repentino degli atti antisemiti nel nostro Paese. Secondo Lei, quali sono le cause?

Questa è una domanda molto seria. Dal punto di vista delle statistiche, i dati dell’Osservatorio Antisemitismo del CDEC ci dicono che in realtà tutti gli anni, in prossimità del Giorno della Memoria, c’è un intensificarsi di questi gesti, però quest’anno ci troviamo purtroppo in un trend negativo, perché già il 2019 ha visto un aumento degli atti di antisemitismo, e per due terzi online. Ma qui stiamo parlando di gesti compiuti fuori dal web, di persone che escono, prendono la vernice e vanno a imbrattare le porte e scrivono cose ingiuriose, e quindi aspettiamo di capire qual è l’andamento, dei numeri degli atti di antisemitismo in Italia. Però una cosa la possiamo dire, ovvero che vi è il rischio che dal linguaggio d’odio poi si possa passare facilmente a dei gesti, fino ad arrivare, e speriamo di no, ad una vera e propria violenza. Siamo ancora in tempo per prevenire questi fenomeni.

La Memoria sta perdendo la sua forza?

Questo è un discorso molto complesso. A mio parere dobbiamo distinguere tra gli adulti e i giovani; per quanto riguarda gli adulti, anche i sondaggi SWG ci dicono questo: da un lato ci sono persone che cominciano a dire che si stancano, che la Memoria è sempre ripetuta e così via, ma abbiamo anche visto una versione opposta, cioè un aumento del numero delle persone che dicono che invece è ancor più giusto e ancor più necessario. Si sta sviluppando in Italia questo dibattito, e quindi dobbiamo rinnovare la Memoria, rinnovare il senso del perché è importante non tanto ripetere stancamente cosa è avvenuto, quanto far capire il senso che ha per noi oggi. Per quanto riguarda i giovani è un discorso diverso, i giovani non fanno e quindi occorre ovviamente un lavoro enorme di informazione, fatta non solo sui numeri e sulle cifre, e quindi ripetitivo, ma facendo capire l’enormità di ciò che è successo e anche facendo porre delle domande sul presente agli stessi ragazzi. La Memoria non ha perso la sua forza, il problema è che noi adulti dobbiamo riuscire a far capire ai giovani perché bisogna soffrire un po’ quando si sentono queste testimonianze. I giovani si chiedono “ma io che c’entro? Perché devo soffrire per quello che è successo quando io non c’ero?”. È come se non capissero che dalla sofferenza delle generazioni precedenti può nascere un impegno dei giovani oggi. Ecco, questo è un discorso che i testimoni, come Liliana Segre ed altri, fanno molto bene quando chiedono ai ragazzi di essere loro oggi quelli che sentono la testimonianza, affinché possano impedire che ciò che è successo allora non riaccada in altre forme in futuro.

Quindi alla fine occorre lasciare un senso di responsabilità ai giovani, che sono il futuro…

Una responsabilità che non li schiacci però, come avviene in Germania, dove le giovani generazioni si chiedono: “Noi che c’entriamo?  Questo non l’abbiamo fatto noi, perché dobbiamo soffrire noi oggi per ciò che fecero gli adulti in quegli anni bui?”. Bisogna lasciare una responsabilità in positivo, non una sofferenza non spiegata, che spesso i giovani vogliono evitare, perché è questo il problema. Quando vediamo i giovani che non capiscono la testimonianza, oppure nelle grandi platee troviamo qualcuno che ride, in realtà non è soltanto superficialità, ma è un po’ una fuga dai grandi problemi della vita, un modo per rimuovere dei giovani. Noi dobbiamo aiutarli a porli di fronte alle grandi domande sul senso della vita, come capire cos’è il bene e cos’è il male, senza però schiacciarli.

In Italia si sta facendo abbastanza per combattere questo clima d’odio? Nel caso, ci sono margini per migliorare?

Certamente non si fa mai abbastanza e dobbiamo anche intensificare l’impegno, a tutti i livelli. Da un lato, parliamo della comunicazione, dei media, dove c’è un linguaggio che è banalizzato, normale, spesso contro alcuni gruppi, o pensiamo all’abitudine ad usare parole derisorie contro il mondo ebraico. Oggi tutto questo è tollerato, quando in realtà non è tollerabile. C’è quindi molto lavoro da fare nel quotidiano. Ma c’è anche molto lavoro da fare sul web, dove circolano immagini e percezioni che dobbiamo contrastare, o a scuola dove spesso la Shoah si studia poco o male, oppure non si studia l’ebraismo italiano prima della Shoah; a volte millenni di storia ebraica in Italia sembrano non esserci mai stati, soprattutto nei libri di testo dove non suscitano interesse. Dobbiamo inoltre impegnarci affinché gli atti antisemiti non siano tollerati, non considerandoli normali o sottovalutarli definendoli delle ragazzate. Questo perché ci possono essere delle reti, spero di no, che fanno reati o azioni eversive dietro alcuni gesti antisemiti o razzisti, e che possono sfociare nella violenza, come con la strage avvenuta in Germania (ad Hanau, ndr). Gli estremisti spesso si nascondono per poi emergere all’improvviso con una violenza intollerabile. Pertanto dobbiamo agire in tutti questi livelli, anche se ovviamente non si fa mai abbastanza.

Cosa ne pensa del modo attuale di ricordare la nostra storia? Pensa debba essere rinnovato in qualche modo? Se sì, come?

Ci accontentiamo di dare delle emozioni, evocando il clima dei lager, di tutti i fenomeni della deportazione, di colpire i giovani. Ma è un’emozione che a volte non mette radici, o perché c’è una fuga della sofferenza, oppure perché ci si commuove ma poi non si passa a farsi una domanda etica, su sé stessi e su cosa sia il bene e il male, oltreché sui fenomeni di emarginazione, di razzismo, di antisemitismo e di esclusione degli altri che ci sono oggi. La domanda di fondo da fare, ma che qualche volta non si fa, è: “Come persone normali accettino quello che è successo?”. Ci interessa relativamente la personalità del carnefice, mentre ci deve interessare soprattutto la gente comune, come questa sia arrivata a una cecità morale, e ad accettare la discriminazione, l’individuazione, l’esclusione e infine la violenza. Questa è la domanda da far arrivare alla coscienza delle future generazioni: “Questo può accadere di nuovo?”. La Shoah in quanto tale è unica, ma i meccanismi che l’hanno prodotta si possono ripetere.

Qual deve essere l’approccio delle scuole al fenomeno dell’antisemitismo?

Abbiamo due problemi: il primo è che dobbiamo continuare sia la storia che la memoria, mentre troppo spesso ho visto distinguere i due aspetti, cioè la storia intesa come i luoghi, le date e le conoscenze, e la memoria intesa come le testimonianze, la singola storia o vita. Invece sono due cose molto diverse, ma al tempo stesso complementari, che vanno insieme. Io non posso sentire le storie di Sami Modiano, di Piero Terracina e di altri, che possono far commuovere, senza capirne il contesto, ho bisogno di un quadro storico che mi spieghi perché è accaduto. Al tempo stesso, una narrazione fredda e oggettiva non fa capire cos’è successo alla vita delle persone. Il secondo problema sta nel separare la storia della Shoah dall’antisemitismo, è come una censura, quindi ci porta a non capire i problemi di oggi, come se fosse un evento avvenuto nella nebbia, un fatto terribile che rischia di affascinare in modo morboso. Poi non si coglie il perché dell’antisemitismo, e magari si riesce anche a piangere sulla Shoah ed essere al tempo stesso antisemiti. O come è accaduto con alcune forze politiche, le quali dicono che la Shoah è un male e al tempo stesso si astengono sulla proposta della Commissione sull’intolleranza e l’odio proposta dalla Senatrice Segre. È chiaro che questi due aspetti non devono essere in contradizione, la Shoah è nata da un antisemitismo profondo, da un desiderio di annullare il popolo ebraico, e quindi dobbiamo andare alle radici di questo tipo di scelta discriminatoria, perché può ripetersi e continuare sotto altre forme.

In molti interventi Lei ha sottolineato come l’antisemitismo negli anni si sia evoluto. Ci potrebbe spiegare in che modo? Lei pensa che stia diventando sempre più insidioso e difficile da contrastare?

L’antisemitismo assume forme diverse a seconda dei contesti storici, dall’antigiudaismo cristiano si è poi evoluto in un odio di tipo “razziale”, poi sostenuto dall’antisemitismo “scientifico”, che di scientifico non aveva nulla e ha permesso il genocidio del popolo ebraico. Oggi abbiamo forme molto diverse, il conflitto israelo-palestinese ad esempio ha sicuramente contribuito a far creare nuove forme di ostilità nei confronti degli ebrei, che spesso sono al confine, e la posizione che prendiamo oggi di tipo politico può diventare anche una forma diversa di antisemitismo rispetto al passato. Ci sono modi diversi, perché le generazioni cambiano, perché il contesto sociopolitico in cui siamo cambia. Così rimangono le vecchie forme e al tempo stesso se ne aggiungono di nuove.

Noi, come giovani ebrei italiani, cosa possiamo fare per far capire ai nostri coetanei quanto sia semplice oltrepassare la sottile linea grigia che divide la critica politica allo Stato d’Israele da un commento di tipo antisemita?

Io spero che voi mi aiutiate, e io ovviamente aiuterò voi. Spero che collaboreremo molto e che ci siano iniziative che faremo insieme, perché c’è bisogno di andare a parlare nelle scuole, nelle classi, presentando un modo diverso di parlare della Shoah, affrontando certe resistenze dei giovani. Spero di poter fare ciò insieme alle organizzazioni giovanili ebraiche. Quello che dovremmo fare insieme è spiegare ai giovani il confine tra una critica, a volte legittima, e un’ostilità, che è vero e proprio antisemitismo. Io credo ci debba essere un colloquio franco con i giovani, non bisogna nasconderli questi problemi, bensì affrontarli, a partire dalla vostra esperienza, di giovani che non difendete solo voi stessi, ma anche un modo civile di convivere in pace, insieme.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino e Luca Clementi

Barbara Pontecorvo, nata a Roma nel 1968, è un avvocato dal 1996, con un particolare interesse per l’analisi politica nazionale ed internazionale, soprattutto del Medioriente. Dirige da oltre tre anni Solomon – Osservatorio sulle Discriminazioni, un’organizzazione di volontari, apolitica e senza fini di lucro, per la tutela di ogni forma di discriminazione, ispirata alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e delle Nazioni Unite, alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Nata nel 2015 su richiesta di una parte della Comunità internazionale, in particolare dagli americani, che sentiva il bisogno che ci fosse un’associazione italiana in difesa delle ragioni di Israele, in particolare contro il fenomeno BDS. Negli ultimi anni si è battuta per l’adozione da parte delle istituzioni italiane della definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance.

All’interno di Solomon – Osservatorio per le discriminazioni, ha svolto un ruolo fondamentale per quanto riguarda l’adozione da parte del governo italiano della Definizione IHRA dell’antisemitismo. Può ritenersi soddisfatta?

Ci riteniamo soddisfatti, ma lo riteniamo solo l’inizio di un cammino. La Definizione deve essere contemplata per intero, non soltanto dal Consiglio dei Ministri, ma anche dalle altre istituzioni dello Stato italiano: la stiamo promuovendo verso i comuni, le regioni e le università, quindi è solo l’inizio di un cammino, ma è certamente un passo molto importante.

Adottata la Definizione, da giurista quale è Lei, cosa si aspetta che cambi, da un punto di vista legale, per quanto riguarda l’approccio al fenomeno dell’antisemitismo? Pensa che l’adozione possa svolgere un ruolo fondamentale per arginare il fenomeno a livello territoriale?

Quella dell’antisemitismo è una Definizione operativa, quindi non a carattere legislativo e vincolante, ma serve per dare un’indicazione ai giudici e agli operatori. Nel quadro legislativo, che è chiaramente incompleto, c’è un vuoto riguardo alle vecchie e nuove forme di antisemitismo. Riteniamo, e per questo ci abbiamo creduto in questi 3 anni, che sia uno strumento fondamentale, e lo è anche negli altri paesi che l’hanno adottata prima di noi, per riuscire ad inquadrare il fenomeno.

Avrà sicuramente letto la recente inchiesta de La Stampa, che ha mostra una ricerca di Euromedia sull’antisemitismo: i risultati, come ben sa, sono sconcertanti. Come commenta tutto questo?

La ricerca è stata commissionata dall’Osservatorio Solomon, ed è una ricerca volta a dare una fotografia della realtà esistente, isolando il fenomeno dell’antisemitismo rispetto ad altri fenomeni come razzismo e omofobia. Abbiamo proprio ritenuto che fosse necessario inquadrare e fare luce su questo fenomeno. I risultati sono molto interessanti, perché danno sia un dato storico, che rivela un ritorno degli stereotipi dell’antisemitismo storico, sia un dato sociologico, che invece rivela come i giovani sono più desiderosi di combattere fenomeni discriminatori legati all’antisemitismo; vi è anche un dato politico, dove appare che le forze liberali e di centro sono quelle in cui si avverte meno la discriminazione.

Un’ultima domanda: quale dev’essere l’approccio di noi giovani? L’aumento dell’antisemitismo coinvolge inevitabilmente anche l’UGEI. Cosa possiamo fare nel quotidiano per cercare di combattere questi pregiudizi?

La cosa fondamentale è far capire che questo tipo di pregiudizio legato all’antisemitismo nelle sue innumerevoli forme è una lesione dei diritti civili. Per il benessere di una società civile, è necessario far rientrare nell’alveo dei diritti umani qualsiasi lotta a qualsiasi forma di antisemitismo.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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