Intervista

Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Gennaio 2020
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HaTikwa, di David Zebuloni 

Rav Meir Shapiro (1887-1933), presidente dell’Agudat Israel polacca e Rosh Yeshiva dei Chahmei Lublin, introdusse la rivoluzionaria idea del Daf Yomi, lo studio di una pagina al giorno del Talmud Babilonese, con il fine di completarlo in sette anni e mezzo. La conclusione dello studio si celebra con un evento chiamato Sium HaShas. Il primo ciclo di studio iniziò a Rosh HaShana del 1923, con l’intento che ogni ebreo del mondo studiasse lo stesso foglio nello stesso giorno, globalizzando così il sapere millenario ebraico.

“Storicamente lo studio del Talmud è stato per eccellenza riservato ai soli uomini”, racconta Letizia Fargion, “ma il tredicesimo ciclo, che si è concluso qualche giorno fa, ha portato con sé una novità assoluta: la partecipazione significativa dello studio della Ghemarà allargato al pubblico femminile“. Insieme a centinaia di celebrazioni che si sono tenute in tutto il mondo del Sium HaShas, ce n’è stata una in particolare, organizzata dall’organizzazione Hadran (Advancing Talmud study for Women), a catturare l’attenzione pubblica. “Sono state 3,500 le donne arrivate da tutta Israele, e non solo, per riunirsi a Biniane HaHuma a Yerushalaim, per celebrare e festeggiare questo momento”, continua Letizia Fargion, anche lei presente all’evento. “Tutte insieme abbiamo letto l’ultimo brano di Masechet Nidda, emozionate di essere giunte a tale traguardo“.

“E’ un momento epocale assistere alla partecipazione allo studio di tutto il popolo comprese le donne che, con serietà e dedizione, hanno portato a termine il progetto del Daf Yomi”, ha detto Rav Saks da Londra. Grandi personalità come Rav Benny Lau, la Rabanit Michelle Cohen Ferber (fondatrice del Daf Yomi femminile) la Rabanit Dr. Michal Tikochinsky, la rabanit Malke Bina (fondatrice della yeshiva femminile Matan) sono intervenuti sottolineando l’importanza della divulgazione del sapere presso tutto il popolo ebraico. La Rabbanit Esti Rosemberg, nipote del grande Rav Soleveichik, ha detto come suo nonno, fin dagli Anni Sessanta, iniziò a insegnare Ghemarà anche alle donne. Tra gli ospiti d’onore Jaine Shottenstein, che con l’edizione sponsorizzata dalla sua famiglia, ha contribuito notevolmente allo studio e diffusione del Talmud in questi ultimi anni.

“La serata si è conclusa con l’augurio che lo studio sia la luce che guidi la nostra vita: Torah shel chaim e chaim shel Torah (Torah per la vita e vita per la Torah) e una coinvolgente performance corale del pubblico con la canzone guidata da kululam”, racconta emozionata Letizia, originaria di Milano e israeliana dal ’94, di professione organizzatrice di eventi. “E’ stato emozionante partecipare a questo evento che ha celebrato il trionfo dello studio e del sapere anche come strumento di emancipazione della figura della donna nell’ebraismo. Oggi chi vuole studiare ha sicuramente molti più strumenti di un tempo. Basti pensare all’edizione Shottenstein o alle lezioni a disposizione su Hadran.org.il. In generale sento che a Gerusalemme si avvisano segni di apertura di più ampio respiro dell’ebraismo modern-orthodox. Molte Sinagoghe ortodosse, per esempio, permettono minianim di sole donne che leggono la Meghilat Esther e fanno Dvar Torah. Sono traguardi importanti questi!”, conclude Letizia sorridendo. “Yerushalaim rimane comunque per me la città delle grandi contraddizioni dove convivono realtà diverse. Sempre più attuale diventa il verso di Isaia: Da Sion uscirà la Torah e la parola di Dio da Gerusalemme, כי מציון תצא תורה ודבר ה׳ מירושלים.”


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Luca Clementi e Luca Spizzichino

Romano, classe 1964, una delle voci più autorevoli del panorama giornalistico italiano, stiamo parlando di Maurizio Molinari, dal 2016 direttore del quotidiano “La Stampa”. Corrispondente estero per il giornale torinese, prima da New York, poi da Bruxelles e Gerusalemme. Durante la sua carriera è stato  in Medio Oriente, Africa e Turchia, e ha intervistato alcuni dei personaggi più influenti dell’epoca contemporanea. Molinari, oltre ad essere un giornalista, è anche uno scrittore di saggi. Tra i più celebri: Il Califfato del terrore. Perché lo Stato islamico minaccia l’Occidente (2015), Jihad. Guerra all’Occidente (2015), Duello nel ghetto (2017), Il ritorno delle tribù (2017), Perché è successo qui. Viaggio all’origine del populismo italiano che scuote l’Europa (2018), ed Assedio all’Occidente. Leader, strategie e pericoli della seconda guerra fredda (2019), del quale abbiamo parlato in questa intervista esclusiva, attraverso il quale abbiamo potuto notare direttamente la sua capacità di saper interpretare in maniera chiara e analitica il complesso scenario mondiale che stiamo vivendo, dal crescente clima di  antisemitismo alle terze elezioni in Israele, fino ad arrivare alle recentissime tensioni tra Stati Uniti e Iran, a seguito dell’uccisione del Generale Qasem Soleimani, numero due della teocrazia iraniana e capo delle Forze Quds, unità d’élite delle Guardie Rivoluzionarie.

Direttore, grazie per il tempo che ci ha concesso. Per noi è un privilegio averLa come primo intervistato di HaTikwa 2020. Non Le facciamo perdere tempo e partiamo subito con la prima domanda. Nell’ultimo anno, si è vista in maniera più evidente ed eclatante una preoccupante ondata di antisemitismo che sta colpendo tutto l’Occidente. Dalla vandalizzazione dei cimiteri alle minacce di morte alla Senatrice a vita Liliana Segre, fino ad arrivare all’attentato di Halle, durante Kippur. Quali sono le cause di questa recrudescenza che sta preoccupando le varie Comunità ebraiche occidentali?

L’antisemitismo è un fenomeno che accompagna la storia dell’umanità, quindi, anche se con intensità differenti, si manifesta in maniera costante. È un fiume carsico, non è qualcosa che scompare, ogni volta va sotto e riemerge, con caratteristiche nuove che si sommano a quelle precedenti. Nell’ultimo anno i nuovi aspetti sono fondamentalmente due: il primo riguarda gli Stati Uniti, dove si sta manifestando un antisemitismo violento, analogo a quello che in passato abbiamo visto in Europa e in Asia. La novità è che a compiere questi attacchi sono o gruppi di suprematisti bianchi, o estremisti afroamericani, che sono un fenomeno completamente nuovo, in quanto non erano mai arrivati a compiere atti violenti tesi a uccidere gli ebrei. Il secondo riguarda l’Europa, dove, invece, lo scenario è molto diverso. Le novità si vedono nell’antisemitismo a bassa intensità, ovvero tutta una serie di eventi che riguardano aggressioni minime: spinte, insulti e tiri di sassi. E questi attacchi il più delle volte non sono classificati come atti antiebraici, e questo pone un problema, perché non c’è una normativa in Europa volta a punirli. La difficoltà nell’identificare le novità è che queste si sommano a fenomeni preesistenti. La vandalizzazione dei cimiteri, per esempio, è un fenomeno che c’è sempre stato in Europa, soprattutto per mano dell’estrema destra, ma non bisogna confondere questi fenomeni con il dilagare di micro-aggressioni, soprattutto in paesi come la Francia, il Belgio, la Germania, la Gran Bretagna e i paesi scandinavi, dove le Comunità ebraiche si trovano in seria difficoltà. La domanda da porsi è: perché in Europa questa tipologia di attacchi sta dilagando? Penso che la risposta abbia a che vedere con la tensione sociale che c’è in molti paesi europei, dovuta all’impoverimento della società e alla moltiplicazione di fenomeni politici estremi che portano a fenomeni di intolleranza. È errato, tuttavia, identificare l’antisemitismo con singoli fenomeni politici: esso si nutre di volta in volta di elementi differenti. In Europa, per esempio, l’insofferenza e la protesta sociale dilagano e investono tutti i paesi, indipendentemente dal colore della protesta, che sia di destra o di sinistra, e portano ad un aumento dell’intolleranza nei confronti degli ebrei. Per capire il fenomeno bisogna uscire dalle categorie classiche: se uno segue quest’ultime, non capisce l’antisemitismo, perché questo attraversa la storia e vive di luce propria. Se noi andiamo a vedere cosa accade all’interno delle famiglie dell’estrema destra o estrema sinistra in Europa, notiamo che si sviluppano in maniera molto diversa. All’interno dei gruppi sovranisti, identificano gli ebrei come l’alleato dei migranti, mentre nell’estrema sinistra l’ebreo è identificato come la terza colonna di Israele, considerato uno Stato despota che viola i diritti umani. Le due narrative nutrono questa intolleranza, e quindi questi fenomeni a bassa intensità. In Italia le aggressioni sono ancora sporadiche, ma in città come Berlino, Londra, Leeds o Manchester si tratta di una realtà complicata.

Cambiamo argomento, nelle ultime settimane in Israele si è deciso di ritornare ancora una volta alle elezioni, le terze in poco meno di un anno e mezzo. Con l’imminente processo a Benyamin Netanyahu, quale sarà il futuro del Likud? Quali sono le previsioni quindi, per la prossima tornata elettorale? 

Bellissima domanda, io credo che il fatto che le primarie del Likud si siano concluse con la conferma di Netanyahu sia la prova che Netanyahu ha ancora un’importante possibilità di restare Primo Ministro d’Israele. Fino a quando il Likud fa quadrato attorno a Netanyahu, la sua forza come leader è superiore a quella di ogni altro leader politico. C’è in teoria da affrontare la spada di Damocle dell’inchiesta da parte della magistratura. Le terze elezioni, poi, saranno molto drammatiche, poiché sono un unicum nella storia di Israele. Saranno fondamentalmente una resa dei conti tra Netanyahu e il suo oppositore Benny Gantz. La mia impressione è che Netanyahu e Gantz fossero vicini ad un accordo anche dopo le seconde elezioni, ma non è stato possibile perché gli alleati di uno e dell’altro si sono opposti. Io credo che, qualora l’esito delle elezioni dovesse sostanzialmente essere simile, questa volta Netanyahu e Gantz potrebbero fare un compromesso, senza i loro alleati.

Di recente è stato pubblicato il suo ultimo libro “Assedio all’Occidente” nel quale lei parla di un’imminente seconda Guerra Fredda. Su quali fronti si scontreranno le varie super potenze? E nello scacchiere geopolitico, economico e tecnologico, che ruolo avranno l’Italia e Israele? 

La cosa più nuova di questa seconda Guerra Fredda è che i protagonisti sono gli Stati Uniti e la Cina, e la sfida è una sfida soprattutto sul piano della tecnologia. Mentre nel caso della prima Guerra Fredda si trattava una sfida ideologica tra Stati Uniti, Occidente e Unione Sovietica, in cui uno voleva occupare l’altro, in questo caso è una gara esclusivamente tecnologica: vince chi riesce a sviluppare le nuove tecnologie emergenti in maniera più efficace e più aggressiva. Sappiamo che le risorse degli Stati Uniti sono maggiori, ma è anche vero che la Cina è in vantaggio, soprattutto nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e della tecnologia del 5G. Questo significa che gli Stati Uniti devono rincorrere la Cina come dovettero rincorrere l’Unione Sovietica nel 1957 quando ci fu il lancio dello Sputnik. La sfida fondamentale avviene soprattutto nello spazio cibernetico, ovvero lo spazio dove si sviluppano le comunicazioni internet. Tutta questa vicenda investe l’intero pianeta, anche l’Italia, perché fa parte del blocco degli alleati USA. Nello sviluppo delle tecnologie cibernetiche è molto indietro, e quindi è un paese molto vulnerabile. Questo è un problema per gli Stati Uniti, perché dal punto di vista cibernetico qualcuno avere la tentazione di passare per l’Italia. È molto più facile attaccare paesi come l’Italia o la Spagna o il Portogallo, piuttosto attaccare gli Stati Uniti, la Gran Bretagna o il Canada, perché sono messi meglio da quel punto di vista. Israele è un paese protagonista, perché seppur non appartenendo a nessun blocco, ha un potenziale di spesa cibernetica molto alto. Dal punto di vista dello sviluppo delle nuove tecnologie, Israele è uno dei paesi più avanzati al mondo. Questo significa che tanto gli Stati Uniti quanto la Cina hanno interesse ad averlo dalla propria parte. Questo è molto interessante, perché costituisce una geografia completamente nuova, un mondo completamente diverso da quello in cui siamo nati. Oggi bisogna comprendere come il controllo dei dati dell’informazione che ci scambiamo con i telefoni è molto più importante di aerei, carri armati, navi o altro.

Quali sono i possibili scenari dopo l’uccisione del Generale Soleimani da parte degli Stati Uniti? Quali saranno le reazioni iraniane? Lo Stato d’Israele è in pericolo? 

L’intenzione del Presidente americano è di ridurre il potere militare iraniano in Medio Oriente. Per questo ha eliminato Qasem Soleimani, generale dei Pasdaran e responsabile della creazione, del sostegno, dell’addestramento e dell’armamento delle milizie sciite in Libano, in Siria, in Iraq, in Yemen e altrove. Questo è il colpo che l’Iran ha subito. E’ legittimo supporre che l’Iran cerchi una risposta, se non altro perché Soleimani era il numero due del grande Ayatollah alla guida della Rivoluzione Ali Khamenei, e quindi in ballo c’è l’onore stesso di Khamenei, che è uscito molto indebolito da questo attacco e deve guidare una risposta contro gli Stati Uniti per non perdere credibilità a Teheran. L’interrogativo è: quale tipo di operazione gli iraniani possono condurre? Quando i leader dei Pasdaran affermano che hanno 35 obiettivi a disposizione americani (oltre alla città di Tel Aviv), lasciano intendere la possibilità di poter colpire con i loro missili le basi americane in Iraq e nel Golfo o lo Stato d’Israele. E’ chiaro che se l’Iran colpisse con dei missili delle basi americane, si creerebbe un’escalation: gli americani risponderebbero a loro volta, in maniera anche probabilmente più pesante. Io credo che lo scenario che abbiamo davanti sia quello a cui molto spesso abbiamo assistito fra Israele e gli Hezbollah: quando questi ultimi subiscono un colpo pesante, reagiscono e tentano di salvare il proprio onore con attacchi sul terreno, ma non si spingono mai fino ad una guerra aperta. Detto questo, ciò che conta è che la volontà di Trump di ridurre il potere militare iraniano in Medio-Oriente può portare a nuovi episodi militari di scontro tra USA ed Iran. Io non credo che si arriverà ad una guerra, perché, come dice Trump, l’eliminazione di Soleimani punta a prevenire ulteriori conflitti, non ad incentivarli. Detto questo, chi conosce il Medio-Oriente sa che le previsioni sono fatte per essere smentite. Per gli iraniani, lo Stato d’Israele è parte integrante del sistema americano in Medio-Oriente, quindi ogni minaccia proferita contro gli Stati Uniti investe anche Israele. Soleimani guidava le milizie sciite, e in più occasioni hanno attaccato lo Stato ebraico. Dunque è legittimo supporre che nella fase calda di confronto tra USA e Iran ci siano delle minacce molto concrete per la sicurezza di Israele. Per questo il Segretario di Stato americano Pompeo ha avuto un colloquio con Netanyahu, e io credo che sia stata una conversazione simile a quelle che lui ha avuto con il leader dell’Arabia Saudita, dell’Egitto, delle monarchie del Golfo, degli Emirati. Tutti i paesi dove gli americani hanno rapporti di alleanza importanti sono oggi possibili obiettivi degli attacchi iraniani.

 L’avvicinarsi della Giornata della Memoria e la recente dipartita di alcuni Sopravvissuti ci obbligano a fare una riflessione: in che modo si potrà tramandare il messaggio della Memoria alle nuove generazioni? 

Io credo che una ricetta ebraica sia quella che ci ha lasciato Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace, autore del libro ‘’La notte’’ e anch’egli Sopravvissuto: la chiave per ricordare la Shoah è l’Haggadah. Bisogna utilizzare lo stesso metodo degli Ebrei quando ricordano l’Uscita dall’Egitto. Ogni anno gli Ebrei leggono un testo per due sere e dicono: ‘’Io leggo come se fossi uscito dall’Egitto.’’ Quindi, per far fronte alla futura dipartita dei Sopravvissuti, le nuove generazioni devono riuscire a ricordare la Shoah come se fossero loro stessi dei Sopravvissuti. L’interrogativo è: come si fa? Nel caso dell’Haggadah c’è un testo, mentre qui non c’è. Un metodo fattibile potrebbe consistere nella scelta da parte di ogni giovane della storia di un Sopravvissuto: studiandola, imparandola e facendola propria, potrebbero divenire loro stessi gli eredi. In ogni casa ebraica ci sono dei Sopravvissuti, soprattutto in Europa. Se ogni ebreo europeo studiasse la storia di un parente o di un conoscente e diventasse personalmente il testimone di quella storia, potremmo conservare compiutamente la memoria della Shoah. Ogni giovane deve sentirsi personalmente responsabile della scelta, dell’approfondimento e della trasmissione di queste storie. Questa mi sembra una maniera molto ebraica di affrontare la questione.

 Per chiudere, un consiglio per la nostra Redazione, nata da pochi giorni. Come far sentire la nostra voce in temi di attualità che ci riguardano strettamente? Qual è il miglior modo di fare giornalismo oggi? Ci sono dei punti fermi da non tralasciare mai? 

Ci sono due aspetti: il primo riguarda i contenuti, il secondo riguarda il loro metodo di distribuzione. Per quanto riguarda i contenuti, la chiave è la qualità. Quando si scrive qualcosa, è necessario fare duro lavoro. Di qualunque argomento si tratti, se l’articolo è frutto di studio, approfondimento, consultazione di fonti, allora si tratta di un lavoro di qualità, che dà credibilità a chi lo scrive e a chi lo pubblica. Se invece l’articolo è scritto in fretta e in modo superficiale, allora scredita chi lo scrive e chi lo pubblica. Questa è una regola vera sempre, a prescindere del mutare dei tempi. La vera novità sta nel metodo per raggiungere più persone oggi: il prodotto in carta è importante, ma non prioritario. La cosa importante è raggiungere più persone possibili con l’utilizzo delle nuove tecnologie: il digitale, il video, le foto, i social network. Le nuove tecnologie cambiano a grande velocità, la difficoltà si trova nello stare al passo con i tempi: anche domani potrebbe uscire un nuovo metodo di diffusione, e in quel momento sarà necessario declinarlo su ogni piattaforma, per arrivare ad un pubblico sempre più ampio.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 Dicembre 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – Inizialmente mi propone di svolgere l’intervista a casa sua, a Tel Aviv, poi mi telefona e mi chiede se possiamo incontrarci al Beit HaLochem (in italiano – la casa del combattente). “Perché proprio qui?”, gli domando il giorno dell’intervista. “Questo è un centro di riabilitazione per quei soldati rimasti disabili durante il loro servizio militare. Ci vengo ogni mattina, faccio un po’ di ginnastica, qualche vasca in piscina. Sai, io stesso sono disabile. Il 60% del mio corpo riporta gravi ustioni”. Lo guardo perplesso; mi sembra in perfetta forma. “E poi è importante prendersi cura del proprio corpo, no?”, mi domanda. Ed io, che non vedo una palestra dalla notte dei tempi, annuisco imbarazzato. Avigdor Kehalani è un eroe. Secondo alcuni, il più grande eroe che lo Stato d’Israele abbia mai visto. Quando nel 1963 si presenta al corso militare per diventrare ufficiale, lo rispediscono indietro dicendogli che non è adatto, che non resisterebbe, che non ha i requisiti necessari. Tuttavia Kehalani non si arrende e presto riesce a coronare quel piccolo folle sogno di diventare ufficiale. Poi arriva la Guerra dei Sei Giorni ed, insieme ad essa, arrivano quelle gravi ustioni che lo costringono a sottoporsi a dodici complicati interventi chirurgici ed un anno di ricovero. La carriera militare del giovane ufficiale cambia drasticamente: gli viene impedito di prendere parte a svariate operazioni, gli vengono affidati ruoli di marginale importanza, gli viene chiesto di rallentare un po’. La storia muta di nuovo con lo scoppiare della Guerra dello Yom Kippur. Kehalani falsifica i suoi certificati medici e riesce a scendere in campo. Organizza 150 carri armati e li guida verso il confine siriano. Così, mentre suo fratello Emanuel ed il cognato Ilan perdono la vita nel combattimento sul fronte egiziano, Avigdor riesce a sconfiggere i 470 carri armati siriani e salvare il Galil. Si racconta che durante una battaglia, egli riuscì ad abbattere da solo tre carri armati siriani distanti da lui cinquanta metri. La sua vita cambia definitivamente. La perdita del fratello brucia più di qualsiasi ustione. “Quando ci penso ancora mi manca l’aria”, mi confessa, ma al contempo una nazione intera gli è grata per il suo coraggio. Riceve i più alti riconoscimenti che un soldato possa ricevere, medaglie su medaglie, titoli su titoli. Oggi ripensa al suo passato e sorride; ma sorride anche al futuro, perché dopo aver terminato il suo servizio militare, ed essere stato Ministro della Difesa, e dopo aver scritto sei libri, girato un documentario e aver messo sù famiglia – Kehalani ha ancora qualche sogno da realizzare.

Avigdor, solitamente mi piace seguire un ordine cronologico, ma questa volta vorrei cominciare l’intervista dalla fine. Dalla pubblicazione del tuo ultimo libro. Di cosa tratta?

L’argomento della leadership mi ha sempre toccato. Così, dopo aver scritto cinque libri, ho pensato di dedicare il sesto ai più grandi leaders della storia del popolo ebraico. Da Mosè al Re Davide, da Ben Gurion ad alcuni ufficiali importanti dell’esercito israeliano. E poi ho spaziato e raccontato di altri leaders, non meno importanti. Da uomini di cultura, Rabbini e maestri, alla mamma che cresce da sola dieci figli. Nel libro dialogo con questi personaggi, li analizzo, li studio. Cerco di individuare quelle caratteristiche che hanno permesso loro di diventare tali.

Mi fa sorridere che parli di leaders con tanto distacco, come se non appartenessi alla categoria.

Esistono tanti tipi di leaders, ciascuno con il proprio modo di arrivare alle persone. Io ho sempre cercato di infondere fiducia in chi mi stava attorno, e ho avuto la fortuna di essere circondato da persone che hanno fatto tutto il possibile per non deludermi. Si tratta di un rapporto particolare, quasi sacro.

Sai, tu sei il primo eroe in carne ed ossa che io abbia mai incontrato. Però sei diverso da come ho sempre immaginato gli eroi. Non sei particolarmente alto, non sei particolarmente muscoloso e, contro tutte le previsioni, sei pure yemenita. Come vivi queste dissonanze?

Diciamo che sono cresciuto in una casa in cui non mi veniva detto spesso che sono bello, che sono bravo, che sono intelligente. Sai, la mia era una famiglia semplice. Ho dovuto scoprirlo da solo, all’esercito, che non valgo meno degli altri. E non solo in campo di battaglia, ma in ogni ambito della mia vita. Chi avrebbe mai detto che avrei scritto dei libri? E pensa, il primo libro lo scrissi a ventisette anni ed è stato tradotto in sette lingue. Nella vita non smettiamo mai di scoprire nuove cose su noi stessi, ma per poter scoprire dobbiamo rischiare. Dobbiamo alzarci la mattina e dire “basta, oggi lo faccio!”. E ci sarà sempre chi ci giudicherà male, non possiamo aspettarci che la spinta arrivi da dietro. Dobbiamo essere noi a raccogliere le forze e rischiare.

Mi dai l’impressione di essere un eroe molto umano. Ogni tanto provi un po’ di paura?

Certamente, dammi il nome di un eroe che non ha paura e gli dico esattamente dove farsi ricoverare. La parola eroe e il verbo affrontare in ebraico hanno la stessa radice: tutti hanno paura, ma solo un vero eroe sa affrontare la paura.

E ti capita anche di piangere?

Ogni volta che ripenso a mio fratello mi manca l’aria. Ogni volta che vedo una madre riabbracciare il proprio figlio piango. Non penso che le lacrime minaccino in alcun modo la mia virilità. Non penso di dover dimostrare più nulla a nessuno. E sopratutto non credo a quell’immagine iconica dell’eroe muscoloso e privo di sentimenti. I più grandi leaders della storia erano persone piene di umanità e compassione.

Immagino sia facile sentirsi eroi in guerra. Ti senti un eroe anche nella vita di tutti i giorni?

Ricordo che trascorsi ore a discutere con Rabin. Ore ed ore in cui lui cercò di convincermi a votare a favore del secondo accordo di Oslo. All’epoca ero un parlamentare, facevo parte del suo partito. Arrivò al punto di dirmi che non avrei messo più piede in Parlamento. Eppure io votai contro.  Credo di aver dimostrato più coraggio in quel momento che in campo di battaglia. Oppure quando decisi di candidarmi come sindaco di Tel Aviv. Io, il ragazzo di Ness Tziona. Senza alcun finanziamento. Da solo con le mie forze. Poi, non ho vinto, ma poco importa. L’ho fatto, senza che nessuno me l’abbia posto su un piatto d’argento. Sì, ci vuole altrettanto coraggio per essere eroi nella vita vera.

Parliamo un po’ della tua carriera politica. Hai dei rimpianti? Ti capita mai di pensare che saresti potuto arrivare più in alto? Che avresti potuto diventare Primo Ministo per esempio, se solo ci avessi provato?

Comincio dicendoti che se potessi tornare indietro nel tempo, rifarei esattamente tutto ciò che ho fatto, seppur conscio di alcuni fallimenti. Non possiamo mai giudicare le nostre scelte a posteriori, dieci o vent’anni dopo. Le nostre decisioni possono essere giudicate solo ed esclusivamente nel momento in cui sono state prese. Tuttavia ti mentirei se ti dicessi che la politica non mi interessa più. La politica è parte di me, ma non ho più interesse a fare il parlamentare. Non alla mia età. Certo, se mi proponessero di tornare ad essere Ministro della Difesa…

Accetteresti?

Penso di sì.

E cosa cambieresti?

Una persona sola può cambiare poco purtroppo, in Parlamento bisogna lavorare in squadra. Diciamo però che io tendo ad interessarmi di meno all’opinione pubblica; non amo rivolgermi ai consulenti legali, preferisco agire quando è necessario.

Mettiamo la politica e il passato da parte e parliamo di Avigdor Kehalani oggi. So che ti dedichi molto ai giovani, alle nuove generazioni.

Mi è sempre piaciuto il titolo di “educatore”, sin dai tempi del militare. Perché ogni comandante è anche un educatore. Così negli ultimi anni ho deciso di dedicarmi al mondo dell’educazione, ai giovani, agli studenti. Mi preoccupo davvero per il destino del nostro paese, ci penso spesso. Così ho capito che per salvaguardarlo devo investire nella nuova generazione. Sono quindici anni ormai che accompagno decine di migliaia di studenti al nord, nei luoghi in cui ho combattuto. Racconto loro dell’esistenza del nostro Stato dalla fondazione ad oggi, di coloro che non ci sono più, del valore inestimabile di questa terra. Concludo ogni tour donando al gruppo una bandiera di Israele e chiedendo loro di custodirla al posto mio. Vedo nei loro occhi il cambiamento, la presa di coscienza sul valore della nostra storia.

Fai e hai fatto così tante cose nella tua vita. Qual è quella di cui vai più fiero?

Credo che il momento di cui vado più fiero in assoluto risale a quando ho falsificato il mio profilo medico nella guerra del ’73, per poter raggiungere i miei compagni in battaglia. Ricordo la sensazione; sentivo di aver dimostrato a me stesso che potevo farcela, che nonostante tutto potevo ancora farcela. Poi sono molto orgoglioso della mia famiglia. E dei miei libri. Vedi, i miei genitori volevano che io facessi il meccanico, questa doveva essere la mia ambizione più grande. Quei libri sono per me una rivincita straordinaria.

E fammi indovinare, hai ancora qualche sogno da realizzare. Giusto?

Ma certo! I miei amici mi augurano sempre di vivere fino a centoquarant’anni e non fino a centoventi. Temono che io non faccia in tempo a realizzare tutti i miei sogni altrimenti. E forse hanno ragione, la vita è troppo breve. Sto scrivendo un Musical e mi piacerebbe tanto vederlo sui palcoscenici di tutto il paese…

Avigdor Kehalani, l’eroe di guerra, che scrivere un Musical? Non smetti mai di sorprendere.

Come ti ho detto prima, non devo più dimostrare di essere un macho. Oggi posso dedicarmi tranquillamente alle mie passioni senza curarmi di ciò che pensa la gente, e il Musical è un qualcosa che desidero da molto tempo. Beh, poi vorrei scrivere un altro libro: il settimo. Me lo immagino molto profondo, dalle atmosfere un po’ bibliche.

Siamo quasi alla fine, e vorrei che parlassimo un po’ di fede. Pensi che in seguito ai grandi traumi subiti nell’arco della tua vita, essa si sia rafforzata o indebolita?

Vengo da una famiglia di persone osservanti, ma già dalla prima infanzia mi sono posto delle domande riguardanti la fede. Per esempio quando ho scoperto l’Olocausto, non concepivo come fosse accaduta una tale tragedia sotto gli occhi di Dio. Tuttavia ho scoperto che la preghiera è un valido esame per testare la fede di un uomo. Ma non parlo di quella che si recita in Sinagoga. Parlo della preghiera vera, che ti sorprende nel momento del bisogno e proviene dal profondo del cuore. Beh, nella mia vita mi sono ritrovato spesso a pregare. Ne deduco che la mia fede si sia rafforzata negli anni. Credo in Dio e credo nel suo legame con il popolo ebraico. Altrimenti l’avrebbe cancellato anni e anni fa, di occasioni non ne sono mancate. Eppure eccoci, siamo ancora qui.

Avigdor, più di una volta hai visto la morte in faccia; l’hai toccata, l’hai sentita sulla tua pelle. Più di una volta ti sei trovato nel varco, ma poi sei sempre riuscito a tornare. Temi questo passaggio? Intendo dire, hai paura della morte?

Io vivo nell’ombra della morte. Ho seppellito parte dei miei amici più cari quando avevo vent’anni. Ricordo ancora i tonfi della sabbia quando colpivano la bara, nel momento della sepoltura. Quei tonfi mi facevano diventare matto. Spesso mi capita di pensare al giorno in cui la sabbia cadrà su di me. Non vorrei dover fermare il funerale e chiedere del tempo aggiuntivo, perché non sono riuscito a realizzare tutto ciò che desideravo. Così ogni giorno mi domando se ho fatto qualcosa per la quale valga la pena vivere e cerco un motivo valido per giustificare la mia esistenza in questo mondo. Dico sempre che Dio mi vuole bene, ma spero che non me ne voglia troppo e non abbia fretta di riavermi accanto a sé. Secondo il mio psicologo la mia corsa contro il tempo è sintomo di paura, è il mio tentativo di sfuggire alla morte, ma io posso affermare serenamente che una vita condotta nell’ombra della morte è una vita sana. Una vita che non viene mai sprecata.

E i tonfi della sabbia?

No, i tonfi non li temo più.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 Novembre 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Quello dell’antisemitismo di estrema destra è un tema che a più riprese torna a far parlare di sé soprattutto dopo fatti atroci, l’ultimo dei quali è stato l’attentato davanti alla sinagoga di Halle in Germania. Per capire meglio l’argomento, HaTikwa ha deciso di sentire due esperti con opinioni molto diverse tra loro: Elia Rosati, docente a contratto di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, esperto di neofascismo, autore dei saggi Storia di Ordine Nuovo e Casapound Italia; e Francesco Giubilei, editore e presidente della Fondazione Tatarella, esperto di conservatorismo, i cui ultimi libri sono Europa Sovranista e Storia della cultura di destra.

Cosa pensate dell’attentato di Halle? È un caso isolato o rientra in uno schema più grande?

Giubilei: Non è un caso isolato, rientra senza dubbio a un attacco generale alle religioni. Siamo in una società sempre più secolarizzata, e ciò comporta che vi siano attentati contro cristiani, musulmani o ebrei come in questo caso. In secondo luogo è evidente come vi sia un accanimento contro le radici giudaico-cristiane dell’Occidente, che si manifestano in questo modo. Il problema è che mentre fino a poco tempo fa gli attacchi contro cristiani ed ebrei avvenivano soprattutto dove questi sono minoranze, come in Medio Oriente, adesso avvengono anche in Occidente.

Rosati: Non è isolato, ma occorre comprendere bene il fenomeno dei “lupi solitari”. Non vi è un’organizzazione internazionale dietro a questi assassini neonazisti, ma è un fenomeno con più cause: la prima è un imbarbarimento generale del dibattito pubblico, anche in relazione allo hate speech; un’altra è la costante sottovalutazione delle organizzazioni giovanili neofasciste. Il lupo solitario è frutto di una larga diffusione di determinate idee su internet e/o nel dibattito mainstream, e di un contesto politico e culturale che non estromette i discorsi d’odio e le posizioni esplicitamente o cripticamente fasciste. A volte i terroristi di questo tipo sono sì delle persone emotivamente disturbate, che però sono passate attraverso movimenti forum su internet o partiti di destra: Luca Traini, l’attentatore di Macerata, era stato candidato con la Lega nel suo paese e aveva frequentato manifestazioni di gruppi neofascisti come CasaPound, mentre lo stragista norvegese Anders Breivik era stato iscritto al Partito del Progresso, la più importante formazione razzista del suo parlamento nazionale.

Cosa pensate degli attacchi diretti a Liliana Segre? Secondo voi esiste un problema di antisemitismo in Italia?

Giubilei: Io credo che la stragrande maggioranza degli italiani sia fatta da gente perbene che rispetta il popolo ebraico. Poi ci sono sempre dei fanatici che esprimono posizioni offensive che purtroppo vengono spesso amplificate dal web.

Rosati: In Italia vi è un grave problema di xenofobia e razzismo, dovuti alla crisi economica. In questo contesto l’antisemitismo è nuovamente tornato attraverso una narrazione distorta della difficile fase socio-economica, per cui si è passati dal criticare aspramente “l’usura” delle banche ad attaccare le oscure “elite” finanziarie, e in particolare personaggi di origine ebraica come George Soros, accusato di voler distruggere l’identità europea finanziando le Ong, i partiti e i giornali a favore della “Grande Sostituzione Etnica”, del “Complotto Gender” o del “Globalismo”. Oppure basta vedere come vengono trattati giornalisti come Gad Lerner quando provano a fare reportage sulle formazioni di destra, in primis La Lega.

Come si fa a distinguere la destra radicale da quella moderata?

Giubilei: Come spiegava lo scrittore e giornalista Giuseppe Prezzolini, non esiste una sola destra ma tante destre, spesso divise sui temi economici o sulla politica estera; oggi, in particolare, sono divise su quali rapporti avere con gli Stati Uniti e sulla questione israelo-palestinese.

Rosati: Negli ultimi 15-20 anni si è ridotto il confine tra destra conservatrice e radicale; in Occidente questo processo è iniziato dopo l’11 Settembre, in Italia dalla metà degli anni ’90 (con la vittoria della coalizione di destra plurale di Berlusconi-Bossi-Fini), per cui idee che una volta erano limitate a piccoli circoli di destra radicale oggi sono al centro dei programmi dei maggiori partiti, come la Lega o tra i Repubblicani americani sotto Trump.

Hatikwa è una rivista giovanile: quali dovrebbero essere le maggiori preoccupazioni dei giovani ebrei italiani?

Giubilei: Come per tutti i giovani italiani, le grandi sfide sono da un lato il problema del lavoro, e dall’altro la perdita dell’identità.

Rosati: Dovrebbero preoccuparsi del fatto che oggi è difficile staccare il razzismo da posizioni antisemite contemporanee e negazioniste, perché parliamo di un unico blocco di pensiero molto radicato nella cultura di destra occidentale e che ha contagiato, purtroppo, la narrazione mainstream della crisi economica e della globalizzazione.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Ottobre 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – Se mai mi avessero detto che l’ingrediente più importante in cucina è la simpatia, non ci avrei proprio creduto. Questo tuttavia è il segreto di Ruhama, meglio soprannominata Madame Falafel, che alla soglia degli ottant’anni conquista il palato e il cuore degli israeliani con la sua semplicità disarmante e il suo umorismo pungente da nonna un po’ pettegola. Sì, proprio una nonna: la schiena leggermente ricurva, i capelli tinti di rosso fuoco e un paio di occhiali dalle lenti spesse. Il suo provino a MasterChef ha scombussolato il paese più di quanto abbiano fatto due gironi di elezioni parlamentari. E’ andata pressappoco così: Ruhama è entrata nello studio ballando e cantando, poi ha provato a vendere i suoi falafel ai giudici per il costo di venti shekel, infine ha ordinato al cameraman di avvicinarsi per inquadrare la simmetria perfetta della sua pita fatta a mano. Dieci minuti di pura follia che le sono valsi un rating da capogiro. Il suo provino è diventato virale sui social e il suo percorso nella cucina di MasterChef è stato il più seguito e acclamato di tutta l’edizione. Pensavo che il suo successo si limitasse al piccolo schermo, che i pochi attimi di visibilità ottenuti grazie al programma non avessero ripercussioni anche sulla vita reale, quella lontana dalle telecamere, ma mi sbagliavo di grosso. Ho incontrato Ruhama in un bar vicino a casa, e intervistarla è stato quasi impossibile. Ogni manciata di minuti si presentava un fan chiedendole un selfie o complimentandosi con lei per i suoi piatti. Mi riferisco a giovani e vecchi, ammiratori di ogni età che la osservavano estasiati dagli altri tavoli e le scattavano delle fotografie di nascosto. Io osservavo il tutto esterrefatto, lei invece sorseggiava il caffè tranquilla, come se fosse normale per lei ricevere tante attenzioni. Quando pensavo che l’entusiasmo in sala fosse ormai calato, si è presentato un cameriere impacciato e le ha confessato: “Madame Falafel, mia nonna ti adora!”. E la risposta di Ruhama? Pronta e tagliente come uno dei coltelli utilizzati nella cucina di MasterChef, come se tutta quella scena facesse parte di un copione già scritto e imparato a memoria. “Che tesoro che sei, ma tuo nonno invece non mi adora? Sai, sono single io…”. Ottant’anni di pura ironia, ottant’anni di buon cibo e di un grande amore per la vita: ecco, questa è Ruhama.

Madame Falafel, ora che la competizione è finita possiamo parlarne più serenamente. Ti dispiace di aver perso MasterChef?

Non mi dispiace di aver perso, mi dispiace di non aver vinto. Che è ben diverso!

Perché ci tenevi tanto?

MasterChef mi ha riempito di vita le giornate. Io non sono una di quelle vecchie che possono stare a casa a guardare il soffitto. Entrare nel programma mi ha fatto sentire di nuovo giovane, ho imparato un sacco di cose. Era da tempo che non uscivo di casa presto la mattina e tornavo tardi la sera. E poi adesso ho moltissimi nuovi amici giovani.

Cosa pensi che sia andato storto? Perché ti hanno eliminata?

Non lo so nemmeno io, sono cinquant’anni che preparo quella torta alle mele e nessuno me l’aveva mai criticata prima. Il problema è che io cucino a MasterChef come cucino a casa. Non mi piace sprecare ingredienti o utilizzare ingredienti troppo cari. Non mi piace sporcare troppe stoviglie. Non misuro mai lo zucchero o il sale, vado sempre a colpo d’occhio.

Prima hai citato i tuoi nuovi amici giovani riferendoti a loro come se fossero lontani da te anni luce, ma credo che tu sia più simile a loro di quanto pensi. Ti senti appartenere di più al mondo dei giovani o al mondo dei vecchi?

Caratterialmente sono molto più simile a voi giovani, ma ai fornelli cucino come una nonna. I giovani hanno fantasia e creatività, io invece mi baso sulle ricette che già conosco. Se mi dai della carne trita per esempio, io ti preparo delle polpette indimenticabili. Mai i giovani no! I giovani preparano della pasta, la riempiono di carne e ottengono dei ravioli. Credimi, anche se potessi rimpicciolirmi e infilarmi dentro un raviolo, otterresti comunque un falafel e nulla di più.

Ricordo la tua audizione a MasterChef come se fosse ieri, nel paese non si parlava d’altro. Ti sei impadronita dello studio e delle telecamere. Cos’hai provato rivedendoti?

Non riuscivo a smettere di ridere. A malapena riconoscevo quella vecchia matta che imboccava i giudici, che ballava e cantava dietro ai fornelli. Ero fuori di me. Il giorno dopo non potevo uscire di casa, tutto il mondo d’un tratto sembrava essersi ricordato della mia esistenza.

Vuoi dirmi che non ti aspettavi questo successo?

Tuttora non me lo spiego, sono una vecchia come tante altre.

Beh, sei un po’ la nonna che tutti vorrebbero avere.

Una volta l’ho detto ai giudici: “per me siete come dei nipoti tornati da scuola affamati”. I giovani impiattano per ore e alla fine il piatto rimane vuoto. Una fogliolina di prezzemolo qua, una fogliolina di menta là. A me piace servire in pentola, come fanno le nonne.

C’è chi definisce quei piatti vuoti con le foglioline delle “opere d’arte”.

Non me ne parlare, a me fanno proprio arrabbiare. Ti spiego, è come prendere una vecchia signora e metterle in testa un bel nastro. Non ha senso! Il cibo deve essere buono, non bello.

Nello studio di MasterChef hai portato oltre che del buon cibo, anche la tua storia, le tue radici, le tue tradizioni, le tue esperienze di vita.

Ne ho passate tante ragazzo mio.

Raccontami, come sei diventata Madame Falafel?

Sono arrivata a Bruxelles in nave, senza una lira, in cerca di lavoro. Così sono stata assunta da una famiglia ebraica locale come badante. Era il ’63 se non sbaglio. Ricordo quel periodo come un periodo difficile, ma molto felice. Quanta ricchezza che c’era in Belgio, quanta abbondanza, mi sembrava di vivere in un film Hollywoodiano! Nel ’67 ho cominciato a lavorare nel bar di un albergo come cantante e lì ho conosciuto mio marito, mi ha visto esibirmi e si è subito innamorato. Nel ’70 abbiamo aperto insieme un ristorantino di specialità israeliane e l’abbiamo chiamato “Dizengoff”. Tra un falafel e l’altro salivo sul bancone e mi mettevo a ballare e cantare come una matta. Dovevi vedere la faccia dei clienti, tutti europei glaciali ed eleganti: ci rimanevano secchi.

Quindi sono stati loro ad incoronarti la regina dei falafel?

Sì, venivano da tutti gli angoli della città per assaggiarli.

E quando hai deciso di tornare in Israele?

Dopo vent’anni in Belgio mi sono proprio stufata, ho chiuso il ristorante e me ne sono tornata a casa.

E tuo marito?

Mi ero stufata pure di lui, così abbiamo divorziato. Poveretto, pace all’anima sua, è morto ormai.

Toglimi una curiosità, alle telecamere di MasterChef hai detto di essere cugina di Einstein. Mi spieghi come sia possibile? Non mi risulta che Einstein fosse yemenita…

L’ho già spiegato una decina di volte, ma nessuno mi capisce. Non ho mai detto che siamo cugini di sangue. Ascoltami bene, funziona così: la bisnonna di mio cognato e la bisnonna di Einstein sono sorelle. Non è tanto difficile!

Ne sei proprio sicura?

Non ho modo di dimostrarlo, ma giuro che è vero.

Quindi posso dormire tranquillo, Einstein non è yemenita?

No, nemmeno un po’, puoi stare tranquillo. Però fidati, se solo avesse provato le mie specialità yemenite, si sarebbe pentito amaramente di non esserlo.

Ci sono altri VIP in famiglia oltre a te e Einstein?

Sì, certo. Yizhar Cohen, hai presente? Quello che ha vinto l’Eurovision nel ’78 con A-Ba-Ni-Bi. Ecco, lui è mio cugino. Di sangue, per davvero, non come Einstein!

Qual è la tua specialità in cucina Ruhama?

Le mie pitot sono imbattibili, sembrano fatte con la macchina. Entrambi i lati hanno lo stesso identico spessore, la stessa quantità di mollica e la crosta ben dorata.

E cosa si prepara Madame Falafel quando è da sola a casa?

Mangio sempre avanzi, come ti ho detto detesto buttare via il cibo.

Forse avrei dovuto cominciare proprio da questa domanda, ma meglio tardi che mai. Quand’è che hai deciso di iscriverti a MasterChef?

Mica l’ho deciso io, l’hanno deciso i miei nipoti. Mi hanno iscritto al programma di nascosto, senza dire nulla a nessuno. A volte preparo un semplicissimo uovo sodo e loro lo esaltano come se avessi cucinato chissà che cosa. Mi dicono: “nonna, è l’uovo più buono del mondo”.

Nel programma si è parlato spesso del coraggio che hai avuto nell’affrontare questa esperienza considerata l’età avanzata. Agli anziani che ti seguono e che si sentono soli ed abbandonati cosa vuoi dire?

Che è colpa loro! Io la mattina mi vesto ed esco di casa, non importa se sono stanca o se fuori fa caldo. Non ci si può lasciare andare, mai. Ancora adesso, quando non ho nulla da fare, vado a giocare a carte con le mie amiche. Però non mi diverto più come una volta. Un tempo ridevamo di tutto, adesso devo stare seduta ad ascoltare per ore le loro disgrazie. Una che ha il marito in fin di vita, l’altra che è sulla sedia a rotelle, l’altra ancora che le è venuto l’Alzheimer. Non immagini che fatica.

Prima di salutarci vorrei chiederti quali sono i tuoi progetti futuri. Sono sicuro che sentiremo parlare di te ancora a lungo.

Di questo passo forse mi candiderò alle elezioni, tanto qui nessuno riesce a formare un governo. Ad oggi credo che otterrei come minimo dodici mandati.

Non sarebbe una cattiva idea.

Sì, potrebbe funzionare, ma in realtà ho ancora un altro sogno da realizzare.

Credo che ormai nulla potrebbe più stupirmi. Di che si tratta?

Non esserne troppo sicuro! Il mio sogno è diventare una modella. Esistono le modelle per le taglie forti, vero? Ecco, io voglio essere una modella per vestiti da vecchi. Che ne pensi?

Che sei riuscita di nuovo a stupirmi Ruhama…

 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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