Iniziative

Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 Aprile 2018
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Settant’anni sono passati dal giorno in cui David Ben Gurion proclamò, con quella sua voce un po’ gracchiante e i capelli candidi come zucchero filato, la fondazione dello Stato di Israele. Settanta lunghi anni dal giorno in cui lo Stato di Israele mosse i suoi primi passi nel medio oriente e nel mondo con il coraggio e l’incoscienza tipica di un bambino ancora ignaro di quelli che sono i grandi pericoli della vita. Settant’anni di invenzioni straordinarie, certo, ma anche di guerre drammatiche e, come tutte le guerre, brutali e sanguinarie. Settant’anni assolutamente lontani da ogni definizione di ordinario, emozionanti in ogni loro singolo aspetto, che hanno sconvolto la cartina geopolitica e riscritto i libri di storia. Israele è cambiata, è maturata. Da mucchio di sabbia è diventata una macchia di verde.

Proprio così, una macchia di verde nel deserto. Un miraggio, forse, un’oasi per i più romantici. Dalle rovine perfettamente conservate a Gerusalemme, ai grattacieli simili a quelli americani che caratterizzano il panorama di Tel Aviv, Israele è diventata negli anni un esempio di libertà e democrazia, un simbolo di tecnologia e sviluppo sicché abitarci è diventato un prestigio, un privilegio, una garanzia di benessere e prosperità. Ed ecco la falla. Una falla travestita da domanda lecita che sorge quasi spontanea sulla lingua dei benpensanti: esiste ancora il sionismo nel 2018? Si può considerare sionismo il moto a luogo verso un luogo tanto idilliaco? Certo, migrare in Terra Santa ai tempi della fondazione prevedeva sfide che oggi ci paiono inimmaginabili, ma possiamo ancora parlare di pionierismo?

Beh, procediamo con ordine. Il sionismo è cambiato, per certi aspetti è maturato proprio come è maturato lo stesso Stato di Israele, per altri invece è retrocesso al punto di sembrare un ricordo lontano, di quelli in bianco e nero. Se un tempo in Israele ci si arrivava sulle navi, ora ci si arriva con un volo low cost. Se un tempo le case erano fatte di legno e di latta, ora sono fatte di ferro e di cemento. Se un tempo le guerre si facevano con le armi più elementari e primitive, ora a difendere i cittadini vi è l’Iron Dome e gli F-35. In sostanza, se un tempo abitare nello Stato di Israele era un rischio ed un sacrificio, oggi abitarci è un lusso pari ad abitare a Manhattan, Berlino o Hong Kong.

La logica e il buonsenso dunque ci spingono a credere che essere sionisti nel 2018 sia ben più semplice di quanto lo sia stato nel 1948, eppure non è così. Il sionismo è un ideale, una visione, un valore e come tale va alimentato, fomentato, stimolato. Se nel 1948 essere sionista provocava una certa dose di adrenalina ed un inebriante senso di trasgressione, nel 2018 l’adrenalina è diventata burocrazia e la trasgressione pura convenienza. Essere sionisti oggi richiede impegno e dedizione, prevede la capacità di pensare fuori dalla scatola, di seguire il cuore e non la testa. Essere sionisti oggi è una sfida, è la capacità di vedere l’oasi nell’oasi e non più nel deserto, di vedere la macchia di verde nel mucchio di sabbia per quel che è: un miracolo, un sogno realizzato, un ritorno a casa. Essere sionisti oggi significa amare Israele di un amore incondizionato, con lo stesso trasporto di chi il paese l’ha costruito con le proprie mani. Significa non condannare le sue politiche e non scappare di fronte ai prezzi vertiginosamente alti del latte e delle case. Essere sionisti nel 2018 è un’ardua prova, la più importante a cui il popolo ebraico è sottoposto nell’era del 2.0, nell’epoca dell’odio educato e dell’antisemitismo innocente. Per  esserlo, ma esserlo per davvero, bisogna nuotare controcorrente con tutte le proprie forze. Nuotare contro i vicini di casa allusivi e i social network schierati, contro le notizie false e le critiche distruttive travestite da costruttive. Bisogna nuotare senza tregua, affrontare con cocciutaggine e un pizzico di coraggio le intemperie del fiume in piena. Perché d’altronde si sa, solo i pesci morti seguono la corrente. E Israele vive, oggi più che mai.

David Zebuloni

Articolo tratto da “1948-2018: Sionismo ieri e oggi”, a cura di Ugei, Delet, Giovane Kehillà


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 Aprile 2018
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Quattro giornate con seminari gratuiti di formazione e orientamento, con esperti e professionisti che aiuteranno i giovani a valorizzare le loro competenze e a renderle maggiormente compatibili con le reali offerte del mondo del lavoro. Prenderà il via domenica 22 aprile a Roma, con un incontro dedicato alla comunicazione – dal “public speaking” al colloquio di assunzione – la parte operativa di Chance 2 Work. Il progetto rivolto a ragazze e ragazzi dai 18 ai 35 anni, organizzato da Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e Unione Giovani Ebrei d’Italia, inizia dalla Capitale con l’obiettivo di offrire sin da subito un supporto concreto nel percorso di crescita e inserimento professionale dei partecipanti.

Le attività programmate, al centro oggi di una riunione nei locali della Comunità ebraica fiorentina insieme a una valutazione dei profili che hanno fatto richiesta di partecipazione al progetto, saranno rese operative attraverso le seguenti strutture e attività. Una equipe tecnica, con il compito di coordinare tutte le fasi di lavoro. Una banca dati, in cui raccogliere normativa, indirizzari, informazioni relative ai social network, indicazioni sui giovani appartenenti alle Comunità ebraiche, in ragione delle qualifiche professionali. Una Commissione nazionale di sostegno e accompagnamento, con il compito di sostenere il progetto, valutarne le attività, proporne i possibili sviluppi. Sessioni formative dedicate alla preparazione di giovani alle modalità idonee per la ricerca del primo inserimento nel mondo del lavoro. Comitati locali nelle quattro città di sperimentazione.

Il secondo appuntamento di Chance 2 Work si svolgerà il 3 giugno a Milano, con tema la “Digital reputation”: come si costruisce e si salvaguarda la propria reputazione sul web; seguirà quindi una sessione dedicata al curriculum vitae: come si costruisce in forma efficace, quali sono le priorità da evidenziare ​in ragione dei ​destinatari, il 16 settembre a Ferrara; ultimo appuntamento, il 18 novembre a Firenze, focalizzato sulle competenze. E cioè di cosa parliamo, in che modo si autovalutano, come si presentano agli altri.

“Per la Comunità ebraica italiana – scrivono Meghnagi e Di Castro nello studio di fattibilità del progetto, presentato una prima volta a Firenze a metà febbraio – è importante agire, estendendo il proprio ambito di intervento socio educativo a favore dei giovani: la loro condizione riflette il desiderio di comprendere ciò che sta mutando, percepito come incerto e preoccupante, ma soprattutto, di trovare delle soluzioni concrete alle difficoltà di entrata nella vita attiva. Le istituzioni ebraiche non possono non tenerne conto”.
Nell’ebraismo stesso, nel Talmud, viene inoltre ricordato, grande dignità è attribuita al lavoro e l’identità non è mai qualcosa di astratto o scontato che semplicemente si eredita, “ma connesso alle condizioni sociali e storiche concrete, sempre da ricostruire contestualmente, in modo individuale e collettivo”.

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 Marzo 2018
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Dal 18 al 29 marzo 2018 il centro ebraico Pitigliani, in collaborazione con l’ufficio rabbinico, da là possibilità di preparare le ciambellette di Pesach, fornendo gli ingredienti, gli utensili e persino un paio di ricette, tra cui quella di Daniele Boari, che preparerà i tipici dolcetti  in occasione del Seder della seconda sera proprio al Pitigliani; in ogni caso chiunque può sbizzarrirsi seguendo le proprie ricette e tradizioni, intraprendere la via della creatività.

Un’occasione divertente e perché no, anche benefica: i ragazzi delle associazioni giovanili ebraiche JEvents, Ugei, Delet e Benè Berith giovani hanno deciso di preparare insieme le ciambellette da donare alla Deputazione e hanno trascorso la mattinata di domenica a impastare, per arrivare a sfornare circa 8 kg di ciambellette per Pesach.

L’iniziativa, a cui i ragazzi hanno aderito con entusiasmo, è stata anche un’opportunità per creare un clima di collaborazione e coesione tra associazioni diverse, il cui scopo è quello di incentivare i giovani a partecipare in maniera attiva alla vita sociale comunitaria, unite in questo contesto per una buona causa.

Giorgia Calò


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Febbraio 2018
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Immaginatevi milletrecento ragazzi, truccati, vestiti di scena e pronti a esibirsi. È quanto succede ogni anno in occasione del ‘JEWrovision’, lo spettacolo che i giovani ebrei tedeschi aspettano per mesi, e per cui si preparano ed esercitano con meticoloso impegno. Quattro ore stile Eurovision, canzoni dei Daft Punk, Lady Gaga e chi più ne ha più ne metta: i testi? Modificati, perché si riferiscano alla vita e alla tradizione ebraica. La competizione arriva a conclusione di un intero weekend passato assieme: cori, balletti, tutto a squarciagola. E l’UGEI si è trovata proprio là, circondata da ebraismo, cultura, ed entusiasmo.

Il tutto si è svolto a Dresda, città che poco più di settanta anni fa fu rasa completamente al suolo, che ha appunto ospitato dal 9 all’11 febbraio questo show un po’ assurdo e un po’ (anzi, tanto) divertente. Ma noi non eravamo lì per esibirci, bensì per partecipare alla prima edizione dell’Union Accelerator Programme, organizzato da EUJS (European Union of Jewish Students): un seminario ideato per promuovere il dialogo e la collaborazione tra le unioni giovanili ebraiche europee. Con noi c’erano Austria (JöH), i padroni di casa Germania (JSUD), Inghilterra e Irlanda (UJS) e Belgio (UEJB). Tre giorni per conoscerci meglio e stendere le basi per sostenerci di più nei prossimi eventi. Molte cose ci accomunano, e in altrettanti aspetti ci differenziamo enormemente. In termini di numeri, noi italiani siamo più simili agli austriaci, mentre gli inglesi sono talmente tanti che hanno uno staff di 15 persone pagate full-time. C’è chi è bravissimo a raccogliere fondi, chi ha sempre più di 100 persone ai propri shabbatonim, chi invece avrebbe bisogno di più sponsor, e chi di più partecipazione.

In rappresentanza delle oltre trenta unioni d’Europa (siamo in tutto 35), l’EUJS ci ha convocato in quanto parte delle organizzazioni più solide e ben organizzate. Il loro obiettivo, per i prossimi due anni, è di dare, grazie al nostro esempio, appoggio anche alle unioni che faticano ad andare avanti. Da parte dei presenti è emersa una forte responsività al problema, e un forte desiderio di essere vicino a chi sta vivendo situazioni difficili, vedi per esempio la situazione in Polonia. Ma soprattutto, ciò che emerso è la volontà di far riscoprire l’ebraismo europeo e più di ogni altra cosa di promuoverlo; un’esigenza di dare più peso alla diaspora, a chi vuole crescere i figli in Europa e creare legami ebraici nella propria città natale. Insomma, dare un’opportunità a chi non necessariamente vuole fare l’Aliyah.

Le sessioni, un lungo e proficuo processo di design thinking, sono culminate con tre progetti, che ci vedono tutti protagonisti e che l’EUJS cercherà di implementare: una app di mappatura di tutte le Union europee e dei relativi eventi possibili a cui poter partecipare; un ‘taglit’ europeo, per esplorare le varie comunità ebraiche e promuovere uno scambio tra connazionali europei; e un programma di alumni articolato e strutturato soprattutto per le attività di raccolta fondi.

E da parte nostra? Cosa abbiamo portato concretamente con noi spendibile nel breve periodo come UGEI?
Tranquilli, non abbiamo perso tempo.
Il tutto è riassumibile in due parole: Lag Baomer.
Stay tuned.

Alissa Pavia e Carlotta Michaela Jarach


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Novembre 2017
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Napoli, Roma, Genova, Milano e Torino. Sono le cinque città in cui l’Unione dei Giovani Ebrei d’Italia (Ugei) nel corso di quest’anno ha organizzato eventi di tre giorni, dal venerdì alla domenica. In una parola: shabbatonim. Napoli a fine febbraio, Roma per Lag Ba’omer a maggio, Genova in occasione della Giornata europea della cultura ebraica, a settembre. A cui aggiungere la quattro giorni di Irua in Toscana, un progetto realizzato grazie all’organizzazione Ucei, il Viaggio della Memoria a Dachau e Mauthausen che si è concluso ieri, la costante attività del nostro organo Hatikwà, “un giornale aperto al confronto delle idee”, e molto altro.

Saremo a Milano dal 17 al 19 novembre, e le iscrizioni per chi viene da fuori sono ancora aperte (ma i posti sono molto limitati!) al costo eccezionale di 30 euro. Sabato sera si prevede festa grande in modalità Silent Disco. Il congresso annuale Ugei, invece, si svolgerà a Torino nei giorni di Chanukkà, dal 15 al 17 dicembre. Anche in questo caso non mancheranno i momenti di svago, ma sarà soprattutto l’occasione per un confronto su quanto fatto quest’anno e ci sarà ampio spazio per dibattito e proposte nuove, oltre che per il rinnovo delle cariche esecutive. Anche per il congresso le iscrizioni sono aperte, noi stiamo definendo gli ultimi dettagli e l’entusiasmo è alto. Infine una nota personale. E’ un piacere e una soddisfazione che la città in cui si svolgerà il congresso sia Torino, che per me è un po’ come uno shtetl, la comunità in cui da poco più di tre anni mi sento a casa pur provenendo da un’altra regione. E allora non posso non pensare a numerose persone che conosco, e anche a me stesso, che fino a pochi anni fa degli eventi Ugei non volevano saperne, e infatti non ne sapevano nulla. Poi hanno provato. E, molto spesso, non hanno più smesso.

Leggi i dettagli e iscriviti subito!
Milano
Torino

Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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