Società e politica

Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 Luglio 2017
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Come ha scritto correttamente su questo portale Giorgio Berruto, ci sono fenomeni che sono paragonabili ed altri che sono soltanto comparabili. Mettere sullo stesso piano di paragone l’antisemitismo e l’islamofobia potrebbe essere fuorviante ed errato, da un punto di vista terminologico, ma anche storico e sociologico.
Temere o provare diffidenza nei confronti dell’Islam non equivale sempre e indistintamente ad essere discriminatori o intolleranti nei confronti dei credenti musulmani o della religione islamica, sebbene una parte consistente di coloro che provano questo sentimento il più delle volte, volontariamente o involontariamente, lo sia. Comparare certi atteggiamenti antisemiti con altri islamofobici è invece auspicabile. Il problema è semmai nella sostanza, perché la paura è in sé un sentimento irrazionale rivolto sempre verso qualcosa che non si conosce e comprende pienamente, avvertito come un presunto o ipotetico pericolo. Un distinguo che sovente viene poi trascurato è quello da operare tra Islam – il quale comprende un’infinità di modi di praticarlo, scuole, correnti e fenomeni tra cui il Sufismo, l’Alevismo, l’Ahmadiyya, l’Ibadismo o anche solo la differenza tra Islam rurale/locale e urbano/globale – e l’Islamismo, inteso come un Islam politico e ideologico che quindi eccede dalla sfera privata del singolo credente per assurgere a dottrina totalitaria. In un recente convegno tenutosi a Bari, la filosofa Agnes Heller ha affermato che “L’Islam è una religione, capace di convivere pacificamente con il cristianesimo e l’ebraismo, mentre l’islamismo è un’ideologia totalitaria, al pari del bolscevismo. Quest’ultimo usava Marx come bandiera nello stesso modo in cui, oggi, l’islamismo si serve dell’Islam per diffondersi. Voglio dirlo a chiare lettere: in una società di massa ogni ideologia può divenire totalitaria”.

Francesco Moisés Bassano

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Luglio 2017
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A conclusione delle settimane segnate da Gay Pride in tutto il mondo, da Tel Aviv a New York, da Milano a Torino, pubblichiamo le impressioni di Clara D’ottavi, Marta Spizzichino e Giulio Piperno, che hanno preso parte al Gay Pride che si è tenuto a Roma.

Clara D’ottavi – Le persone oggi si rendono conto che essere apertamente omofobe è vergognoso e di denigrazioni dirette senza (seppur falsa) diplomazia se ne sentono poche (generalmente). Il volto che prende oggi l’omofobia è più insidioso e subdolo, si nasconde dietro opinioni apparentemente scherzose e innocenti.  Le persone si reputano altresì buone nel “tollerare” le diversità invece di accoglierle come sfumature del normale. Il giorno in cui tutti capiremo che non c’è nulla da tollerare sarà il giorno in cui potremmo davvero dire “RIP omofobia” (come leggeva uno slogan al Pride). Ai commenti “tolleranti” in stile “a me stanno pure simpatici ma quelli esagerati non mi piacciono, perché ostentare?” Il Pride risponde in tutta la sua gloria, esagerato e sfarzoso per poter gridare:  “Noi esistiamo eccome, provate ancora a negarlo!”.

Marta Spizzichino – Il Gay Pride è tanto in tutti i sensi: vi è tanta musica, tanti colori e tante persone, e ben venga che sia così. E’ tanta la strada che si fa per arrivare a Piazza Venezia partendo da Piazza della Repubblica a Roma; e tanta è stata la strada percorsa da coloro che per i diritti hanno lottato. Se di esagerazione e irriverenza vogliamo parlare facciamolo pure, non a tutti piacciono travestimenti e paillette, me compresa. Ciò nonostante difenderei chi li indossa: in loro vorrei vedere molto di me in quanto a coraggio e impertinenza. Forse li difenderei anche se non vi trovassi nulla di tutto ciò, mi piacerebbe pensare che sia stata l’umanità a parlare, perché alla fine non è vero che non ha più nulla da dire.

Giulio Piperno – Ogni volta che vado al Gay Pride mi chiedo se quella a cui sto assistendo sia una manifestazione politica o un inno alla vita. La risposta è che probabilmente è entrambe le cose. Quell’euforia, quell’entusiasmo verso l’amore, quel sentirsi liberi di essere ciò che si vuole essere che si respira per la strada. Ricorda un po’ il carnevale, con le maschere i balli e la musica; ma non bisogna venir tratti in inganno da questa analogia. Il carnevale è sempre stato il giorno del caos, di inversione delle regole, di follia. Quello che si reclama invece non è folle, e vorrebbe essere “la regola”. Ho visto gente tenersi la mano anche se normalmente la mano non se la tiene, ho visto gente mostrare sorrisi e una voglia di esistere troppo spesso nascosta. Non deve essere un semplice scherzo, un giorno di festa diluito in un anno di indifferenza. Molto si è ottenuto nel nostro paese negli ultimi anni, a livello legale e a livello morale, ma ancora si sente parlare dei diritti degli omosessuali come “concessioni”. Una differenza che può sembrare un’inezia di forma, ma nasconde in realtà una profonda divergenza concettuale. Immedesimarsi non è facile. Quanti di fronte a dilemmi quali l’adozione si chiedono che cosa voglia dire non poter avere un bambino con la persona amata? Quanti si chiedono come sarebbe la loro vita senza la possibilità di mettere su una famiglia? Troppo spesso si ha una prospettiva di superficie, congelata nella propria chiusura cognitiva. Le lotte di ieri hanno liberato la donna da secoli di subordinazione, e molte possono fare le lotte di oggi. L’importante è tenere a mente l’idea che c’è dietro: un umano bisogno di uguaglianza.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 Giugno 2017
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Da una settimana si è concluso il AJC Global Forum in Washington DC, kermesse americana dell’American Jewish Committee, organizzazione da sempre impegnata nella difesa degli ebrei in tutto il mondo e nella Advocacy per Israele, a cui quest’anno ha preso parte una ampia delegazione di giovani attivisti dell’European Union of Jewish Students (EUJS), fra cui io stesso come consigliere dell’Unione dei Giovani Ebrei d’Italia.

La delegazione, composta da quaranta giovani provenienti da venticinque paesi europei, ha affrontato una due-giorni di confronto e presentazione delle varie realtà ebraiche presenti in ciascun paese e acquisito importanti strumenti per affrontare al meglio il Global Forum, in cui sono stati chiamati a tenere due sessioni di dibattito sulla situazione politica ed ebraica in ciascun paese.

Ciascuna sessione, organizzata in tavole rotonde, ha affrontato diverse tematiche: la realtà ebraica in ciascun paese, l’antisemitismo, la crescita del BDS (Boycott Divestment Sanctions, movimento anti israeliano) nelle università, la rinascita dei movimenti nazionalisti e populisti, la minaccia islamista legata alle migrazioni. Non sono mancati poi gli incontri vis-a-vis con partecipanti al forum, complessivamente oltre 2500, interessati ad approfondire ulteriormente i temi affrontati.

La kermesse ha poi visto un susseguirsi di dibattiti e conferenze che spaziavano dal dibattito interreligioso, fra le quali anche un ifthar, tipica cena islamica al termine della giornata di digiuno durante il mese del Ramadan ospitata dall’ambasciata indonesiana, alla situazione politica in Europa, da Israele alle nuove minacce antisemite.

David Harris, direttore dell’AJC

Di grande impatto sono state inoltre le sessioni plenarie, in cui importanti personaggi hanno ripreso il tema della kermesse “The Power to Act”, riallacciando i fili di discussione delle varie conferenze. Particolare coinvolgimento ha caratterizzato le sessioni di apertura e chiusura che hanno visto, tra gli altri, i discorsi dell’ambasciatore italiano Armando Varricchio, dei ministri e presidenti di Giappone, Cipro, Romania, Austria, i dibattiti fra ospiti del calibro di Tzipi Livni e Bernard-Henri Lévy, e i premi consegnati a persone di particolare levatura morale, come l’imam, il sacerdote e il rabbino di Haifa impegnati in una reciproca assistenza.

Di grande impatto emotivo anche i discorsi di apertura e chiusura tenuti da David Harris, direttore del AJC, che ha ricordato il cinquantesimo anniversario dello scoppio della Guerra dei Sei Giorni, la drammatica espulsione di centinaia di migliaia di ebrei dai paesi musulmani a seguito della guerra del ’67, fra cui la comunità libica che ha trovato accoglienza in Italia, e l’impegno da sempre profuso da parte dell’organizzazione in difesa degli ebrei in tutto il mondo, nella lotta all’antisemitismo e nella promozione di Israele nelle sedi internazionali. Speciale menzione ha poi ricevuto il nostro paese: l’Italia è stata ringraziata per il prezioso supporto all’organizzazione e alle comunità ebraiche. Lunga è la storia che lega infatti l’AJC e il nostro paese, a cominciare dagli anni del dopoguerra in cui l’AJC ha fatto imbarcare centinaia di sopravvissuti ai campi di concentramento e sterminio nazisti attraverso i porti italiani, per poi proseguire verso il nuovo stato di Israele, Sud e Nord America, per poi aiutare negli anni settanta gli ebrei provenienti dai paesi oltre la cortina di ferro a imbarcarsi verso la libertà dai porti nel Lazio, fino all’importante voto contrario dell’Italia in una vergognosa votazione contro Israele all’Unesco, che ha convinto la Germania a fare altrettanto.

L’attenzione e l’affetto riservati al nostro paese sono stati ricambiati con una cena privata presso la residenza dell’ambasciatore italiano, alla quale hanno presenziato anche David Harris, l’ambasciatrice AJC presso l’Italia e la Santa Sede e io stesso. Durante la cena, rispondendo a una mia domanda, l’ambasciatore ha evidenziato il ruolo importante che le comunità ebraiche possono giocare nel contenimento della minaccia islamista e nel contrasto dei movimenti nazionalisti e populisti.

Ho sollevato nuovamente questi due temi nel corso di incontri privati con lo staff di due senatori degli Stati Uniti, nella giornata conclusiva della kermesse, toccando anche il delicato tema dell’accordo internazionale TTIP, nel corso dell’incontro con il team della senatrice del Michigan Stabenow, particolarmente attenta ai temi legati all’agricoltura.

La missione si è poi conclusa con importanti follow-up che si terranno nelle prossime settimane fra le organizzazioni giovanili ebraiche di alcuni paesi europei per pianificare insieme momenti di aggregazione e confronto che vedranno proprio il nostro paese come promotore. Fra i paesi coinvolti compare anche l’organizzazione ebraica studentesca del Regno Unito che ha voluto così rimarcare il proprio sentimento di appartenenza europeista, nonostante l’imminente uscita dalla comunità europea del proprio paese.

Benedetto Sacerdoti


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Giugno 2017
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Nell’ambito dei cicli di incontri “Insieme”  promosso a Torino dalla comunità ebraica, dall’Anpi e da altre sigle del mondo cristiano e musulmano, siamo stati chiamati come Ugei a portare un apporto dal punto di vista giovanile al tema della prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo. Ci è stato chiesto di analizzare due disegni di legge tuttora in fase di discussione in Parlamento. Il primo in materia di prevenzione del radicalismo, il secondo riguardante la libertà religiosa e di pensiero in Italia al di fuori delle tradizionali Intese con lo Stato. Per l’Ugei ha partecipato Filippo Tedeschi, di seguito il suo intervento.

Il problema è la partecipazione

Importante è risultato ai fini del nostro discorso il contributo di chi è intervenuto proprio prima di me, l’imam Sassi, e del giovane Ussuma. Due gli elementi che mi preme sottolineare: in primis il senso di emarginazione, il quale sarebbe, in una certa misura, anche causa della radicalizzazione di alcuni elementi all’interno del mondo islamico in Europa ed in Italia. In secondo luogo, un dato che mi sembra fondamentale: solo il 15% dei musulmani in Italia frequenta i centri islamici e le moschee, luoghi dove sempre più emerge il desiderio di integrarsi con il resto della società italiana mediante la visibilità, lo scambio di culture e la conoscenza reciproca.

Alla luce di queste considerazioni mi risulta difficile accogliere con favore i due disegni di legge, almeno così come ora vengono presentati. Evidente risulta infatti l’inopportunità di intitolare la proposta 3558 con “Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista”. Il termine jihadista è evidentemente superfluo ai fini della legge, la quale raggiungerebbe i suoi scopi ugualmente e, anzi, amplierebbe la sua efficacia anche ad altri ambiti dell’estremismo contemporaneo, declinati in altre matrici. Il termine, però, non risulta solo superfluo, ma anche dannoso: va infatti ad incidere pesantemente sul primo dei due punti, l’emarginazione, da cui siamo partiti. Pur riconoscendo che quella islamica sia la forma di terrorismo che in questo momento più minaccia la nostra sicurezza, il non voler mantenere un concetto e una dicitura più generali aumenta proprio il senso di emarginazione della popolazione islamica tutta ed in particolare di quegli elementi che oggi risultano più pericolosi.

E mi chiedo poi se anche il secondo disegno di legge di cui ci occupiamo, quello in materia di libertà di coscienza e di religione, sia la risposta adeguata ai nostri due punti di partenza. E anche qui non possiamo dirci soddisfatti. Potrebbe sembrare un testo molto illuminato, o forse illuminista, perché prevede un dialogo a due Stato/cittadino, e concede a ogni cittadino quei diritti che le Intese con lo Stato, previste dalla Costituzione, concedono, ad esempio, agli ebrei. Ma è facile rendersi conto che si tratta invece di un testo succedaneo alla logica delle Intese, intese sempre più difficili tra Stato e mondo musulmano. Difficili sia per la impossibilità dello Stato di trovare un interlocutore unico e abbastanza rappresentativo dell’islam italiano, sia per la difficoltà delle varie associazioni islamiche che in questi anni si sono interfacciate con lo Stato di unirsi in un’unica voce, che comunque non sarebbe ancora rappresentativa di una quota adeguata di chi si propone di rappresentare.

È a questo punto del nostro ragionamento che noi, ebrei italiani, possiamo portare il nostro personale contributo al dibattito che stiamo affrontando ricordando il dibattito e i presupposti teorici che hanno portato alle nostre intese. Ad oggi, qualsiasi ebreo italiano, indipendentemente dal peso che egli soggettivamente dà alla propria fede, ha diritto ad astenersi dalle prestazioni lavorative nel giorno di shabbat, ha il diritto a vedersi spostati i concorsi pubblici quando questi prendano luogo nei giorni delle festività ebraiche, può mangiare kasher negli ospedali e nei centri di detenzione, ha diritto di essere seppellito secondo il rito ebraico e varie altre cose ancora. Questi diritti però, li vede riconosciuti non in quanto si definisca soggettivamente ebreo, ma in quanto egli oggettivamente lo sia e si debba quindi riconoscere giuridicamente che, in limitate materie, potrebbe trovarsi di fronte a un conflitto di doveri cui le Intese pongono rimedio. Ma al di là delle sottigliezze giuridiche, risulta quindi evidente l’interesse per ogni ebreo (oltre che forse l’obbligo in senso ebraico) di essere iscritto ad una Comunità ebraica, se non altro perché questa possa certificare verso terzi il suo status di ebreo. A titolo di puro paradosso si pensi se domani i sindacati, per mobilitare un’innovativa modalità di protesta, invitassero tutti i propri iscritti a dichiararsi ebrei per potersi astenere dal lavoro il giorno di sabato.

E dunque vogliamo concluderne che la logica delle intese produce un interesse oggettivo di ogni musulmano a far parte di organizzazioni, centri, moschee, comunità, dove l’islam è oggetto di insegnamento e dibattito, anche critico. Mentre la logica del diritto individuale di ciascuno può portare chi è già isolato a rinchiudersi ancor più in un suo islam privato, pericolosamente chiuso tra la sua stanza e i suoi libri, o forse il solo schermo del suo computer. Anzi, il voler concedere questi diritti senza la necessità o almeno lo stimolo dell’iscrizione a una comunità, rischia di rallentare gli sforzi fatti da quelle associazioni che in questi anni si sono più sforzate nel portare in porto le intese, che a questo punto, svuotate di quelli che sarebbero i loro contenuti principali, non varrebbero la pena di essere portate a termine.

La soluzione che più ci pare convincente sarebbe quindi quella di proseguire con il cammino delle intese con quelle associazioni che già sono presenti al tavolo, lavorare perché queste riescano ad unirsi in un interlocutore unico e rendere i diritti derivanti da quelle intese esclusivi, o almeno più facili da ottenere, per gli iscritti a quelle comunità. Tale iscrizione pone in essere un legame che, anche se fosse inizialmente solo formale dovrebbe poi comunque portare ad un significativo aumento di quel 15% dai cui siamo partiti. Più musulmani italiani si sentiranno coinvolti nelle proprie comunità, più il lavoro di integrazione dei propri iscritti da parte delle comunità stesse risulterà efficace. Ruolo fondamentale in questo processo sarebbe quello delle guide religiose, al quale deve spettare il delicato compito di fornire ai propri fedeli una visione dei testi sacri che si discosti il più possibile da ogni forma di radicalizzazione e fondamentalismo violento.

Filippo Tedeschi – Vice Presidente Unione Giovani Ebrei d’Italia


Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 Maggio 2017
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Circa un anno fa mi sono trasferito a New York. Ciò che mi ha colpito maggiormente della Grande Mela non è stata la grandiosità dei suoi grattacieli né l’oceano di persone che la affolla, bensì la naturalezza con cui residenti di tutte le etnie, religioni e provenienze coesistono. Certo, New York ha i suoi grossi problemi, dalla gentrification al vertiginoso divario socio-economico. Ma la convivenza tra persone differenti è una lezione che a molte altre città non farebbe male emulare.

Sono nato e cresciuto in Italia, sono di religione ebraica e la mia famiglia è un miscuglio di origini italiane, polacche e irachene. La mia città natale è Torino ma ho vissuto in tre continenti diversi.

Fin da piccolo, ho notato quanto fosse difficile per molti italiani accettare l’esistenza di connazionali che uscissero dagli schemi. Ogni volta che dico di essere ebreo in Italia, mi capita di imbattermi in reazioni stupite, del tipo: “Ma allora non sei nato in Italia!” o “Come mai parli l’italiano così bene?”

La comunità ebraica italiana non è particolarmente grande, ma la sua storia è lunga duemila anni. Chi fatica a interiorizzare l’esistenza del binomio italiano/ebreo ignora la storia del suo stesso paese.

Qui a New York ogni persona che incontro per strada ha un’identità differente. Non puoi presumere nulla: dalla città natale al Dio in cui crede. Devi chiedere per sapere, perché guardare non basta. Non a caso, anche se spesso i tratti fisionomici suggeriscono una provenienza specifica, il newyorchese medio — molto politically correct — chiede per educazione: “Di dove sei, originally?”

Qualche mese fa, ho deciso, quasi per gioco, di chiedere su Facebook ai miei amici italiani di religione ebraica: “Quali sono le domande più fastidiose e le affermazioni più ignoranti che vi rivolgono le persone quando dite di essere ebrei?” Mai mi sarei immaginato quante persone mi avrebbero risposto. Sono stato inondato da una miriade di testimonianze, alcune ridicole altre pietose, molte imbarazzanti.

Dal “Sei ebraico?” si è passati al “Se ti do carta e matita, mi disegni la differenza tra un pisello dei vostri e uno dei nostri” fino al “Quindi di sabato voi non tirate lo sciacquone?” Le testimonianze che ho ricevuto hanno fatto luce sull’abissale ignoranza che caratterizza una grossa fetta del popolo italiano, che spesso confonde religioni e nazionalità sfornando un polpettone di chiusura mentale e disinteresse nel conoscere l’altro.

Il video che ho girato in seguito a quel post su Facebook vuole ridicolizzare ma anche sensibilizzare. Perché se l’ignoranza può scaturire solo odio, la consapevolezza invece può portare al rispetto e all’armonia tra le persone.

Simone Somekh studia giornalismo presso la New York University. Il suo primo romanzo sarà pubblicato in autunno dalla casa editrice Giuntina


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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