Società e politica

Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 Gennaio 2019
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Stamani al Palazzo del Quirinale si è tenuta, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la commemorazione del “Giorno della Memoria“.

La giornata, condotta da Francesca Fialdini, è iniziata con la proiezione di un filmato intitolato “Le donne nella Shoah”, realizzato da RaiStoria. Nel corso della cerimonia la cantante Cristina Zavalloni ha eseguito i brani musicali “Piesn Rozpaczy” di Bela Lustman, accompagnata al piano dal maestro Francesco Lotoro, e “Kolisanka Osviecinska” di Henry Lesczinsky.

Sono intervenuti la Vice Presidente del Memoriale della Shoah, Milena Santerini, la Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni e il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Marco Bussetti. La poetessa Edith Bruck ha portato la sua testimonianza e l’attrice Isabella Ragonese ha letto alcuni brani della stessa autrice e la poesia “Vago per Theresienstadt” tratta dall’opera Brundibar di Ilse Weber. Tra i presenti vi erano il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, i Vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, il Presidente della Camera dei Deputati, Roberto Fico, la Vice Presidente del Senato della Repubblica, Paola Taverna, l’Ambasciatore tedesco in Italia, Viktor Elbling, l’Ambasciatore d’Israele in Italia, Ofer Sachs, la Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ruth Dureghello, il Vice Presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, Ruben Spizzichino, i rappresentanti del Governo, del Parlamento e delle Associazioni degli ex internati e deportati.

La cerimonia si è conclusa con il discorso del Presidente. Ecco l’intervento integrale del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella:

Sono passati settantaquattro anni dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz. Eppure, nonostante il tanto tempo trascorso, l’orrore indicibile che si spalancò davanti agli occhi dei testimoni è tuttora presente davanti a noi, con il suo terribile impatto. Ci interroga e ci sgomenta ancora oggi. Perché Auschwitz non è soltanto lo sbocco inesorabile di un’ideologia folle e criminale e di un sistema di governo a essa ispirato.

Auschwitz, evento drammaticamente reale, rimane, oltre la storia e il suo tempo, simbolo del male assoluto. Quel male che alberga nascosto, come un virus micidiale, nei bassifondi della società, nelle pieghe occulte di ideologie, nel buio accecante degli stereotipi e dei pregiudizi. Pronto a risvegliarsi, a colpire, a contagiare, appena se ne ripresentino le condizioni. Una società senza diversi: ecco, in sintesi estrema, il mito fondante e l’obiettivo perseguito dai nazisti. Diversi, innanzitutto, gli ebrei. Colpevoli e condannati come popolo, come gruppo, come “razza” a parte. Gli ebrei. Portatori di una cultura antichissima, base della civiltà europea, vittime da sempre di pregiudizi e di discriminazioni, agli occhi dei nazisti diventano il problema, il nemico numero uno, l’ostacolo principale da rimuovere, con la violenza, per realizzare una società perfetta, a misura della loro farneticazione. Ma quando il benessere dei popoli o gli interessi delle maggioranze, si fanno coincidere con la negazione del diverso – dimenticando che ciascuna persona è diversa da ogni altra – la storia spalanca le porte alle più immani tragedie. Gli ebrei erano bollati con il marchio, infamante, della diversità razziale. Dipinti con tratti grotteschi, con una tale distorsione della realtà da sfociare nel ridicolo, se non si fosse tradotta in tragedia. La furia nazista si accanì con micidiale e sistematica efficienza anche contro altre categorie di “diversi”: i dissidenti, gli oppositori, i disabili, i malati di mente, gli omosessuali, i testimoni di Geova, i rom e i sinti, gli slavi. Nell’ordine nuovo, vagheggiato da Hitler, non c’era posto per la diversità, la tolleranza, l’accettazione, il dialogo. La macchina della propaganda, becera quanto efficace, si era messa in moto a tutti i livelli per fabbricare minacce improbabili e nemici inesistenti. Dove la propaganda non bastava, arrivavano il terrore e la violenza. La ragionevolezza e l’intelligenza umana furono oscurate, fino al punto di non ritorno, dalla nebbia fitta dell’ideologia e dell’odio razziale.

Per gettare il marchio di infamia sugli ebrei furono utilizzati tutti i mezzi di indottrinamento allora a disposizione: giornali, radio, cinema, manifesti, libri per bambini, trattati pseudo scientifici, vignette. Per sterminarli si fece ricorso agli strumenti tecnici più avanzati e alle più aggiornate teorie d’organizzazione burocratica e industriale. L’eliminazione del “diverso”, del sub-umano, come prodotto finale delle fabbriche della morte. Come ha acutamente notato Bauman, con un paradosso apparente, la modernità tecnologica e scientifica del tempo era piegata spregiudicatamente al servizio di una ideologia antimoderna, barbara e regressiva. Le persecuzioni naziste si iscrivevano in un progetto di società basato sul predominio dei popoli cosiddetti forti e puri sui popoli deboli, su un nazionalismo esasperato nemico della convivenza, sulla guerra come fonte di rigenerazione e di grandezza, su un imperialismo alimentato da delirio di onnipotenza, sulla sottomissione dell’individuo allo Stato, sulla negazione della libertà di coscienza, sulla repressione feroce di ogni forma di dissenso. Tutto quel che la nostra Costituzione ha voluto consapevolmente bandire e contrastare – segnando un discrimine tra l’umanità e la barbarie – con il riconoscimento di eguali diritti e dignità ad ogni persona e con l’obiettivo e il metodo della cooperazione internazionale per una convivenza pacifica tra i popoli e gli Stati. Ho trovato di grande interesse il tema scelto quest’anno per il Giorno della Memoria, scandagliando in profondità la terribile condizione femminile all’interno dei campi di sterminio. Di quelle donne umiliate e violate, nel fisico e nell’animo, di quelle madri, che con l’ultima forza residua, hanno abbracciato e rincuorato fino all’ultimo istante i loro piccoli, nel buio tremendo delle camere a gas.

Ringrazio Francesca Fialdini – che ha condotto così bene questo incontro – , il Ministro Bussetti, la presidente Di Segni, la professoressa Santerini, per i loro efficaci interventi. Edith Bruck per la sua lucida, coraggiosa – e terribile – testimonianza, di cui dobbiamo serbare memoria, nel cuore e nella mente. Ringrazio Isabella Ragonese, Federica Fracassi, Cristina Zavalloni e il Maestro Francesco Lotoro, perché anche l’arte, insieme alla storia, alla sociologia, alla filosofia, alla psicologia, è un modo per avvicinarsi a quell’inestricabile groviglio di eventi, sofferenze, paure, atrocità che fu la Shoah. Ringrazio le studentesse, Federica e Giulia, per la loro testimonianza. Rivolgo un saluto particolare, con affetto, ai sopravvissuti che, oggi, hanno voluto essere qui tra noi: Peppino Gagliardi, Sami Modiano, Selma Modiano, Gilberto Salmoni e Piero Terracina.

Una sola considerazione sul tema delle donne nella Shoah: le ideologie totalitarie hanno sempre considerato le donne come esseri inferiori. E così come la donna ariana, nella follia nazista, era ridotta a mero strumento per la riproduzione di nuovi ariani, la donna ebrea portava la colpa ulteriore di aver generato la progenie di una razza ritenuta diversa.Anche per questo va sempre ricordato che non può esistere democrazia e libertà autentica nei Paesi in cui, ancora, si continua a negare pienezza dei diritti e pari opportunità per ogni donna. Il Giorno della Memoria non è soltanto una ricorrenza, in cui si medita sopra una delle più grandi tragedie della storia, ma è un invito, costante e stringente, all’impegno e alla vigilanza. In Italia e nel mondo sono in aumento gli atti di antisemitismo e di razzismo, ispirati a vecchie dottrine e a nuove e perverse ideologie. Si tratta, è vero, di minoranze. Ma sono minoranze sempre più allo scoperto, che sfruttano con astuzia i moderni mezzi di comunicazione, che si insinuano velenosamente negli stadi, nelle scuole, nelle situazioni di disagio.

La riproposizione di simboli, di linguaggi, di riferimenti pseudo culturali, di vecchi e screditati falsi documenti, basati su ridicole teorie cospirazioniste, sono tutti segni di un passato che non deve in alcuna forma tornare e richiedono la nostra più ferma e decisa reazione. Noi Italiani, che abbiamo vissuto l’onta incancellabile delle leggi razziali fasciste e della conseguente persecuzione degli ebrei, abbiamo un dovere morale. Verso la storia e verso l’umanità intera. Il dovere di ricordare, innanzitutto, Ma, soprattutto di combattere, senza remore e senza opportunismi, ogni focolaio di odio, di antisemitismo, di razzismo, di negazionismo, ovunque esso si annidi. E di rifiutare, come ammonisce spesso la senatrice Liliana Segre, l’indifferenza: un male tra i peggiori. Auschwitz, il più grande e più letale dei campi di sterminio – con le sue grida, il suo sangue, il suo fumo acre, i suoi pianti e la sua disperazione, la brutalità dei carnefici – è stato spesso, e comprensibilmente, definito come l’inferno sulla terra. Ma fu, di questo inferno, solo l’ultimo girone, il più brutale e perverso. Un sistema infernale che ha potuto distruggere milioni di vite umane innocenti nel cuore della civiltà europea, soltanto perché, accanto al nefando pilastro dell’odio, era cresciuto quello dell’indifferenza.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Gennaio 2019
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HaTikwà (R.Mieli) – Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una serie di radicali cambiamenti nella situazione mediorientale, e mentre l’Europa si è volontariamente allontanata da una posizione di equidistanza nei confronti di Israele, gli equilibri geopolitici e le alleanze nella regione hanno subito un processo di inversione di cui non si può più non tenere conto. Quando si osserva una mappa del Medio Oriente, il primo punto interrogativo che risalta agli occhi è la dimensione di Israele rapportata alla sua rilevanza nel contesto internazionale. Come comunità ebraica in Italia e nel mondo ci siamo sempre occupati di difendere Israele dalle principali minacce che circondano il Paese sin dalla sua fondazione: il terrorismo palestinese e i paesi arabi circostanti. La situazione geopolitica del Medio Oriente è cambiata a tal punto che si è arrivati a definire Giordania ed Egitto, principali veicoli delle più sanguinose guerre condotte contro Israele, alleati, e Paesi lontani con i quali Israele è privo di contese territoriali di alcuni tipo, come Iran e Turchia, nemici. Anche durante gli anni di escalation che hanno portato alla nascita di uno Stato Islamico, Israele ha continuato a considerare la peggiore minaccia Hezbollah, che pure si estende all’interno di un territorio infinitamente più piccolo di quanto non fatto dall’Isis nei periodi di maggior espansione. Tutto questo ha creato, negli anni, molta confusione all’interno delle comunità ebraiche che fanno fatica a comprendere in che modo Israele stia agendo sia sul piano della politica internazionale che sul piano della geopolitica.

Tutta questa confusione deriva dall’idea che Israele, prima sul piano cronologico che ideologico, ha saputo anticipare i tempi, individuando prima quali Paesi si sono avvicinati, quali allontanati, e quali rappresentano una minaccia esistenziale – ben diversa da una piccola minaccia terroristica. “Iran” è la parola chiave di questo ragionamento: la teocrazia sciita è considerata la più imponente minaccia che incombe contro Israele, e proprio sulla retorica anti israeliana essa ha costruito il proprio “successo”. Sebbene, infatti, la storia di Israele sia caratterizzata da guerre e conflitti di ben altra provenienza, Teheran nel corso degli ultimi anni si è concretizzata come minaccia talmente rilevante da “costringere” i vecchi nemici di Israele a cercare proprio la cooperazione dello Stato Ebraico. Mentre Paesi come Egitto e Giordania hanno rafforzato partnership su diversi piani, dal settore energetico alla sicurezza, dallo sviluppo alla cooperazione contro le cellule Isis presenti nei Sinai, perfino l’Arabia Saudita – che ha sostenuto il terrorismo palestinese per decenni – si è fatta da parte riconoscendo in Israele un modello sociale ed economico talmente sviluppato da rappresentare l’unico esempio di benessere in una regione di tumulti.

Il riconoscimento del successo di Israele ha attraversato gli oceani giungendo, inoltre, anche in regioni del mondo tendenzialmente ostili nei suoi confronti in particolare in Africa Centrale e il Sud America. La tecnologia prodotta in Israele è stata infatti impiegata, grazie a incredibili collaborazioni, per combattere l’ebola, per costruire sistemi di irrigazione che impedissero alla siccità nordafricana di distruggere le coltivazioni, per stanare e sconfiggere definitivamente le Farc in Colombia, per salvaguardare la sicurezza di atleti e spettatori durante le Olimpiadi del Brasile. Insomma, tutte le difficoltà che Israele ha affrontato nei suoi settant’anni di vita, dalle problematiche di sicurezza – territoriale ma anche informatica – e del terrorismo islamico fino alla sicurezza alimentare e allo sviluppo della microirrigazione, ne hanno fatto un leader in diversi settori, e ora tutti vogliono un “pezzo” di queste capacità.

Nel frattempo, l’Iran, una Repubblica Islamica con ottanta milioni di abitanti di cui il 33% in condizioni di assoluta povertà, ha costruito una giustificazione per gli ingenti investimenti indirizzati ai militari, alle guardie rivoluzionarie, e al Clero sciita, affermando che ci sia qualcuno che “minaccia” la rivoluzione, e che quel “qualcuno” sia proprio Israele. Su questa favola si regge una larga fetta della politica estera dell’Iran, che attualmente, godendo del favore della Siria, ha campo libero per far pervenire armi di precisione e missili in Libano – armi che Hezbollah utilizza, tranquillamente e senza ripercussioni da parte della comunità internazionale, contro Israele -. Non meravigliamoci, dunque, se giornalmente sentiamo parlare di Raid in Siria contro depositi di armi e convogli iraniani diretti in Libano. La distanza che separa Iran e Israele è proprio ciò che ha evitato l’acuirsi delle possibilità di un’escalation militare, e se questa distanza viene accorciata dal trasferimento delle forze armate iraniane al confine con il Golan, è chiaro che ci stiamo affacciando ad una situazione che non può non sfociare in un conflitto armato.

Tecnicamente, dunque, Israele sta ad oggi affrontando una sola minaccia, ovvero la presenza iraniana in Siria. La sta affrontando nelle principali sedi della diplomazia internazionale, attraverso colloqui e scambi con i più importanti attori della regione, tra cui certamente anche Russia e Stati Uniti, e attraverso la pubblicazione di diversi rapporti di intelligence che dimostrano l’inadempienza dell’Iran all’accordo sul Nucleare e ad altrettante risoluzioni Onu, come la 2231 del 2015 che invitava l’Iran a non testare missili balistici. Teheran è, inoltre, anche il principale veicolo al mondo di propaganda anti israeliana e anti ebraica, e con i suoi finanziamenti – non impiegati affatto nel miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini – sta rafforzando gruppi terroristici come Hamas o l’ala armata di Hezbollah sia da un punto di vista logistico che militare. Insomma, se negli ultimi anni abbiamo visto un acuirsi delle tensioni a Gaza, attraverso tattiche quali il piroterrorismo (o terrorismo incendiario), lo dobbiamo sempre alle azioni di Teheran.

In sostanza, se c’è una questione che tutte le comunità ebraiche in Europa e nel mondo dovrebbero portare a conoscenza dei propri legislatori e rappresentanti nell’Esecutivo, riguarda proprio la questione iraniana, che oltre a essere diventato il principale veicolo di instabilità nella regione, si appella quotidianamente alla distruzione di Israele auspicando la morte di milioni di cittadini non solo israeliani, ma anche russi, americani ed europei. Tutto questo viene fatto quotidianamente con il beneplacito delle istituzioni europee e dei governi nazionali, che tra una partnership e l’altra con Teheran sembrano aver dimenticato che tra le loro costituzioni sono annoverati tra i valori fondanti delle stesse la libertà, la dignità dell’uomo e la pace.

“The winds of change can already be witnessed across the Middle East. Longstanding enemies are becoming partners. Old foes are finding new ground for cooperation. And the descendants of Isaac and Ishmael are coming together in common cause as never before.”

Mike Pence, Vice Presidente degli Stati Uniti, 22 Gennaio 2018


Rebecca Mieli é analista di politica internazionale e sicurezza globale. collabora con diversi think thank in Italia, Israele e Stati Uniti occupandosi di deterrenza nucleare, rischio CBRN, terrorismo e geopolitica del Medio Oriente, con un focus sul conflitto proxy tra Israele e Iran.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Gennaio 2019
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Hatikwa (D.Moresco) – “Torniamo umani”, dicevano. Il motto è un po’ di tutti e vale un po’ per tutto. Purtroppo c’è anche chi ne abusa, come gli antisionisti, facendo riferimento ad Israele ed alle problematiche del Medioriente. In un articolo, in linea teorica, il giornalista di turno non deve mai ripetere la stessa parola più volte, per non incorrere in ripetizioni e annoiare il lettore. Nella politica, ahimé, è l’esatto opposto: più si ripete, più entra nella testa delle persone e, di conseguenza, più ne aumenta il successo. “Torniamo umani”, quante volte lo abbiamo sentito. Nell’ultimo anno è lo slogan di chi si oppone alle politiche Salviniane riguardo i migranti, mentre anni prima si riferiva agli attentati in Europa per mano del terrorismo islamico. Sempre le stesse parole, stessa volontà sterile: far ritrovare senno a chi non lo ha mai avuto. Come insegnare parole d’amore a chi è affetto da analfabetismo emotivo: inutile. Mettiamo da parte per un momento gli slogan, pane e Nutella, i disturbi emotivi e la politica, e diamo voce ai numeri. Quelli sì, non mentono mai.

Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), poco attendibile quando si riferisce ad Israele, ma sul resto, più o meno, è corretta, nel 2018 la traversata del Mediterraneo centrale è costata la vita a 2275 persone. Il tasso di mortalità è aumentato rispetto al 2017 a cause delle politiche di deterrenza totale adottate dai governi europei, che hanno di fatto sospeso le missioni di soccorso e hanno ostacolato l’attività delle organizzazioni umanitarie in mare.

Inutile imbattersi nel dibattito secolare “accoglienza [] o [no]”, come se per salvare le vite delle persone fosse necessario un voto popolare o un sondaggio su Facebook. Il problema è che le traversate costano vite umane, non Btp; fanno annegare vecchi, giovani, donne e bambini, ma non fanno impennare lo spread. Allora che ce ne importa? Questo è il problema: nulla. Ipotizziamo per un momento che delle 2275 persone non ci interessi – sì, lo so, per qualcuno sano di mente sarebbe impossibile -, immaginate che il problema immigrazione in Italia non ci fosse. Di che parleremmo ora? Del nulla. Ai media basta poco: prima un po’ del docufilm di Matteo Renzi, poi dei cani che girano senza museruola, per qualche giorno della cattura del terrorista Cesare Battisti, in attesa di un altro omicidio irrisolto in un paesino sperduto dell’Italia.

La bolla dell’immigrazione ha fatto scomparire tutte le altre tematiche importanti. I dibattiti ed i programmi politici di maggioranza e opposizione, ormai, sono un ostaggio esclusivo della tematica. I grandi problemi da risolvere, come le scuole che cadono a pezzi, i terremotati che ancora sono in mezzo alla strada, le università, i trasporti, il turismo e molte altre cose sono finiti in naftalina. Forse, e dico forse, oltre che i porti stiamo chiudendo anche la mente. Scelte di governo. A questo punto, però, la domanda sorge spontanea: perché si dice “torniamo umani” e non “diventiamo umani”? D’altronde non lo siamo mai stati.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 Gennaio 2019
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HaTikwa (F.Tedeschi) – Il tono della voce è molto importante, serve a tante cose diverse: a farsi sentire da chi è lontano, ad enfatizzare determinate proposizioni, serve a mantenere segrete certe verità. Sempre più spesso mi pare di notare che nell’ambiente ebraico italiano non si riesca mai a trovare la giusta tonalità. C’è chi parla sempre troppo piano, quasi si nasconde, e c’è chi urla sempre e per qualsiasi cosa, anche la più insignificante. Il rischio, in entrambi i casi, è evidente: o si lasciano passare in sordina eventi di grande pericolosità, oppure, a suon di gridare “al lupo al lupo”, poi più nessuno è pronto ad aiutarci quando qualcuno ci vuol fare del male. Sì, dobbiamo essere onesti, c’è qualcuno che vuol ancora farci del male e sì, incredibile a dirsi, ma c’è ancora qualcuno disposto ad aiutarci quando ne abbiamo bisogno. Il problema è che nell’ultimo secolo abbiamo iniziato a etichettare troppo facilmente i nostri “nemici”. Mio nonno Vittorio Z”L ad esempio, anche dopo la guerra si rifiutò per tutta la vita di entrare in Germania. Proprio non ci riusciva, anche se era evidente che non tutti i tedeschi fossero nazisti ed antisemiti convinti. C’è chi tra di noi oggi vede negli estremismi politici nostrani il vero nemico, ma casualmente lo vede quasi sempre, chi uno, chi l’altro, da una parte sola: “fascisti qui, fascisti lì” a cui di solito si risponde “ed i vostri amici comunisti che invece ci venderebbero agli arabi”. È inevitabile che del vero ci sia in tutti e che una certa sinistra ed una certa destra finiscano con l’essere incompatibili con il nostro essere ebrei e che ci diventino avversari naturali anche se per motivi diversi.

Leggendo l’intervista rilasciata a Pierre Lurçat ad Hatikwa, mi ha preoccupato in primis il giudizio netto sulla questione delle nuove destre in Europa: un’ambiguità che non ci fa bene. Molti sforzi sono stati fatti dalle istituzioni ebraiche europee negli ultimi anni, ed in questo l’UGEI ha fatto anche la sua piccola parte, per far passare una definizione condivisa di antisemitismo, quella dell’IHRA tanto per intenderci, che comprendesse anche ogni atto di puro antisionismo. Tante, troppe volte, sembra un main stream delle nostre battaglie, ci siamo trovati a difendere l’esistenza dello Stato ebraico da persone che appunto si professavano “antisionisti e non antisemiti”. Ecco, ora stiamo attenti a non cadere nel problema opposto: nel giudicare il valore della proposta politica di un movimento solo dal suo livello di gradimento o meno nei confronti di Israele. Gradimento che per inciso, per quanto riguarda le destre citate da Lurçat, non si deve per nulla alla stima nei confronti del popolo ebraico, ma nella generale ostilità di Israele verso i paesi arabi circostanti. Ecco, gli arabi: l’altro punto caldo dell’articolo in questione era proprio il tema dell’invasione, di questa a quanto pare evidente evoluzione arabizzante della società che ci circonda. Se devo dirla tutta, e come me tante altre persone sicuramente molto più qualificate del sottoscritto, mi trovo in seria difficoltà ad individuare nell’arabo il vero problema dell’ebreo europeo di oggi o addirittura dell’Europa tutta. Il problema non è l’arabo od in generale l’immigrato musulmano, non lo sono nemmeno le sue idee. Uno dei problemi, semmai, potrebbe essere il modo in cui l’Europa, e noi ebrei, ci approcciamo alla questione migratoria attuale. Ed in ogni caso la soluzione ebraica a questo specifico problema, non potrebbe mai essere l’Alyah: una migrazione per risolvere un problema migratorio? Un sentimento molto diffuso tra gli ebrei europei ed in particolare in Italia è quello di voler cercare di restare il più chiusi possibile, confinati all’interno della Comunità stessa senza mai volerne uscire, un microcosmo che in fondo ci piace perché ci fa sentire più al sicuro. Pare quasi che se potessimo riedificare certe mura e chiuderci dentro, ci farebbe quasi piacere.

Israele, se si resta inquadrati in questa logica, può effettivamente risultare una sorta di via di fuga a questa reclusione, allargando la segregazione ad un microcosmo allargato con le sembianze di uno Stato. Ma Israele non deve essere di certo questo. Come possiamo noi ebrei, il popolo errante per definizione, sentirci minacciati da chi è costretto a migrare per qualsivoglia ragione? Giusto qui ricordare e sottoscrivere il comunicato della CER di qualche giorno fa al riguardo. Come possiamo noi accodarci alle prediche di quelli del “o si adeguano alle nostre tradizioni o se ne tornino a casa loro”, ma poi scandalizzarci quando ad un colloquio di lavoro ci sentiamo venire scartati perché a parità di bravura, il privato sceglie il nostro concorrente che è disposto a lavorare di sabato? Eppure la voce l’abbiamo alzata a suo tempo e abbiamo ottenuto l’Intesa e maggiori diritti per gli ebrei in Italia. La principale differenza è che noi ebrei rappresentiamo una minoranza numericamente irrisoria in tutta Europa e quindi maggiormente tollerabile o sopportabile da questi intolleranti. La maggior parte dei pericoli per il popolo ebraico sono sempre iniziati quando chi governa comincia a dire che gli ebrei “sono diventati troppi”. Ma se non impariamo a regolare i toni nelle occorrenze giuste rischiamo di non avere più nessuno disposto ad aiutarci e da soli possiamo fare ben poco.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 Gennaio 2019
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HaTikwà (L.Spizzichino) – Negli ultimi due mesi del 2018, chiunque avrà sentito parlare del Movimento dei Gilet gialli, un fenomeno di protesta che è nato in Francia, ma che ha superato facilmente i suoi confini, arrivando addirittura fino in Israele, seppur con numeri esigui. Ma dove nasce questa protesta? Il movimento, nato sul web in maniera spontanea, con un post su Facebook il 10 ottobre di due camionisti della Seine et Marne, che dopo aver visto una petizione su Change.org sul caro-carburante, hanno fatto appello a un blocco nazionale della rete stradale francese. In realtà il caro benzina, in nome della necessaria transizione ambientale, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso del malcontento sociale, affiorato da settimane con una serie di manifestazioni e scioperi delle categorie più deboli della società francese. Dopo sette settimane di manifestazioni, blocchi stradali e scontri, non solo a Parigi, ma in tutto il territorio francese, il bilancio è pesantissimo.

Analizziamo più nello specifico questo movimento di protesta: non essendoci dei veri e propri leader a dare un’impronta chiara a queste proteste, i gilet gialli sono diventati un melting pot di più fazioni, dai moderati fino ai radicali ed estremisti, sia di destra che di sinistra, proprio la frangia più estremista del movimento, è la causa della guerriglia urbana che sta paralizzando il centro di Parigi, e non solo, da quasi due mesi. Preoccupante, è la deriva antisemita di queste proteste, fomentate anche da personaggi come Dieudonné M’bala M’bala, diventato famoso per aver inventato la Quenelle. Infatti nelle ultime settimane, nelle varie manifestazioni sparse per il territorio francese sono comparsi diversi striscioni e slogan antisemiti, che attaccano non solo Macron, reo di aver lavorato per i Rothschild e per essere schiavo delle élite finanziarie, guidate da ebrei che manovrano nell’ombra non solo il governo francese, ma tutta la finanza globale, come nelle più becere teorie complottiste pluto-giudaico-massoniche. Macron, però non è stato l’unico bersaglio di questi slogan antisemiti, ma anche la comunità ebraica francese, allarmata da questo clima d’odio che può rischiare solamente di peggiorare. Quale sarà l’evoluzione di queste proteste solamente il tempo ce lo potrà dire.

Con le dovute proporzioni, l’idea dei gilet gialli può associarsi a quella di un altro movimento politico, il Movimento 5 Stelle: tanti i punti in comune tra queste due forze. Non è un caso che nei giorni scorsi, Luigi Di Maio, Vicepresidente del Consiglio e capo politico del M5S, ha sostenuto la possibilità di un’alleanza con il movimento di protesta francese, ribadendo anche di dover incontrare Eric Drouet, uno dei leader dei gilet gialli, in vista delle elezioni europee.  La risposta di Drouet non si è fatta attendere: “I gilet gialli hanno dato vita ad un movimento apolitico sin dall’inizio, in caso contrario non sarebbe quello che è oggi. Rifiuteremo qualsiasi aiuto politico, non importa da dove provenga! Rifiutiamo il suo aiuto. Abbiamo iniziato da soli, finiremo da soli”. Frasi forti, ma ormai metabolizzate dagli italiani, trite e ribadite, almeno fino alle elezioni politiche del marzo 2018. I gilet gialli non amano la concorrenza, d’altronde il comico da cui ripartire già lo hanno: Dieudonné.



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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