Società e politica

Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 Maggio 2019
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HaTikwa (D. Fiorentini) – Di fronte al crescente antisemitismo, mascherato abilmente da antisionismo e da una semplice avversione politica a Israele; la nuova frontiera su cui è necessario difendere gli inalienabili diritti degli ebrei è diventata addirittura l’Organizzazione delle Nazioni Unite. In particolare, oltre alle rinomate Assemblea Generale e Consiglio di Sicurezza, dal 2006 è stato creato un nuovo scenario: il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. L’ente, nato con finalità nobili e ammirevoli come la salvaguardia dei Diritti Umani in tutto il mondo, è composto da 47 delle 193 nazioni rappresentate all’ONU. Dal momento della sua fondazione però, complice la presenza di stati come l’Arabia Saudita o l’Iraq (1), abbiamo assistito un chiaro accanimento nei confronti di Israele. Infatti dal 2006 a oggi sono state ben 62 le risoluzioni che condannano lo Stato Ebraico(2), decisamente di più in confronto ad altri Paesi che notoriamente hanno qualche problema interno non da poco: Siria, Iraq, Iran, Corea del Nord combinati assieme infatti contano soltanto 30 risoluzioni. Inoltre, questo trend è ripreso dalla stessa Assemblea Generale che nella sola 73esima seduta (2018-2019) ha promulgato 21 risoluzioni contro Israele, mentre solo 6 contro tutte le altre nazioni del mondo messe insieme(3).

Una vera e propria ossessione, che ha raggiunto il culmine il 18 Marzo 2019 in cui in una sola volta sono state approvate ben 5 condanne allo Stato che di fatto è l’unica libera democrazia del Medio Oriente. “Gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est, e nel Golan siriano occupato”, “La situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est”, “Il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione” , “I diritti umani nel Golan siriano occupato”, “Assicurando responsabilità e giustizia per tutte violazioni del diritto internazionale nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est””, titoli angoscianti, che non solo denunciano una situazione umanitaria devastante, ma sottointendono la presenza di una forza occupante spietata e belligerante. Senza entrare nei dettagli specifici di ogni risoluzione, vorrei sottolineare come tutte e 5 le risoluzioni convergano in poche e semplici massime come: “l’urgenza di ottenere senza ulteriori ritardi la fine dell’occupazione israeliana, che cominciò nel 1967, e affermando che ciò è necessario per garantire diritti umani e le convenzioni internazionali” (4) oppure “condanna l’uso intenzionale di misure letali o eccessivamente forti da parte di Israele, la forza occupante, contro civili, compreso contro quei civili con uno status di protezione speciale sotto il diritto internazionale, nella fattispecie bambini, giornalisti, personale medico e persone disabili che non possono costituire un pericolo mortale” (4), oppure perle come “(l’HRC) richiede che Israele (…) termini immediatamente la costruzione del muro nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est, smantelli con effetto immediato le strutture situate all’interno di questi, rimuovere o rendere ineffettive tutte le legislazioni e gli atti regolatori relativi a quei territori e che ripari tutto il danno causato dalla costruzione del suddetto muro, che ha avuto un grave impatto sui diritti umani e le condizioni socio-economiche del popolo palestinese”. (5) Queste sono solo alcune delle condanne volte a Israele in queste numerose pagine, che frase dopo frase hanno sempre più dell’assurdo.

Innanzitutto la presenza israeliana nei territori di Giudea, Samaria, Golan non è stata ottenuta con una manifestazione di forza bruta contro un popolo di poveri indifesi, ma è il risultato di un conflitto, durato incredibilmente 6 giorni, cominciato per di più dalla parte araba, che contava ben 4 eserciti alleati contro il solo Stato d’Israele. Come in ogni guerra, ai trattati di pace vengono stipulati accordi e concessioni; da questi Israele ottenne la penisola del Sinai e la Striscia di Gaza dall’Egitto, la Cisgiordania e Gerusalemme Est dalla Giordania e le alture del Golan dalla Siria. Con l’intento di mantenere rapporti diplomatici e preservare la pace, Israele negli anni si ritirò dalla penisola del Sinai e dalla Striscia di Gaza, lasciando la prima alla giurisdizione egiziana e la seconda ai “palestinesi”, con la speranza che quest’ultimi potessero fondare il proprio Stato e vivere in armonia. Ciò non accadde, anzi si creò un nemico ancora più vicino a Israele e più imprevedibile, visto che dopo false elezioni prese il potere il gruppo terroristico Hamas. Dopo ormai 14 anni e migliaia di razzi, aquiloni infuocati e attacchi suicidi lanciati verso Israele, è ragionevole concludere che la concessione di terre ai palestinesi non ha avuto l’effetto sperato, per cui è irrazionale e assurdo pretendere che Israele torni ai confini pre 1967 (rinunciando tra l’altro a luoghi sacri come il Muro del Pianto), poiché questo non porterà altro che una maggiore capacità di attacco da parte dei palestinesi e dei loro alleati arabi.

Un’altra questione presa in considerazione è quella della presunta eccessiva reazione da parte di Israele, che, riassumendo i vari punti delle cinque risoluzioni, bombarda a tappeto, rade al suolo case e villaggi, costruisce muri in territori fuori dalla propria giurisdizione, costringe numerose persone a fuggire e ferisce classi sociali indifese come bambini, anziani e disabili; mentre invece i palestinesi si dilettano in proteste pacifiche e in casi estremi osano lanciare qualche sassolino. In primo luogo, è da sottolineare il fatto che queste proteste, in teoria agitate a causa della mancanza di aiuti umanitari, sono rivolte unicamente sui confini con Israele (che ogni giorno fornisce acqua, corrente elettrica, viveri e medicine) e non sui confini con l’Egitto, che come Israele ha stabilito una rigida frontiera, ma al contrario dello Stato Ebraico, non concedono nemmeno supporto economico o umanitario. Come mai? Entrando nel merito della questione, lasciando perdere come i vicini di casa si relazionino con questi nuovi inquilini, è risaputo che Israele agisca in modo chirurgico quando si trova costretto ad intervenire nei territori a giurisdizione palestinese, in modo da limitare le ripercussioni sui civili. Le case demolite o i villaggi bombardati a cui si fa riferimento sono unicamente quelli chiaramente riconducibili a leader terroristi. Inoltre prima di effettuare una di queste due azioni belliche, vengono mandati avvisi o messaggi radio in arabo così da allertare i civili e affinché questi possano allontanarsi in tempo ed evitare di venire colpiti. Al contrario da Gaza vengono costantemente lanciati migliaia di missili verso Israele, in modo completamente aleatorio, tanto che spesso capita che colpiscano persino il territorio relativo a Gaza. Per di più, le “proteste pacifiche” che ormai quotidianamente si svolgono al confine tra Israele e Gaza, non sono altro che scorribande violente ed incivili, di numerosi terroristi che cercano, con i mezzi artigianali a disposizione, di causare più danni possibili agli israeliani circostanti. L’arma più di tendenza degli ultimi mesi è l’aquilone incendiario. Questa arma, spesso decorata da una svastica, ha causato danni ambientali clamorosi: interi campi e raccolti dati alle fiamme, numerose case rovinate e ingenti risorse idriche sprecate per sedare gli incendi.

Il vero squallore però deve ancora venire; infatti i “civili più deboli”, nella fattispecie bambini, vengono forzati a partecipare alle proteste, e sono sfruttati per creare uno scudo umano che renda ancora più difficile l’identificazione dei terroristi palestinesi che, nel frattempo, cercano di penetrare nel territorio israeliano. In altre parole, queste affermazioni promulgate dall’UNHRC sono molto distanti dalla realtà, ma sarebbero solo carta straccia se nessuno le desse peso; purtroppo questo genere di risoluzione riscuote sempre un enorme successo anche durante le sedute dell’Assemblea Generale. Infatti sono circa 150/160 gli Stati che si esprimono costantemente contro Israele, mentre sono solo una manciata quelli che invece si prodigano a favore di Israele. Solamente l’Australia, il Canada e in particolare gli Stati Uniti, non fanno mai mancare il loro supporto; tanto che, visto lo scempio delle ultime risoluzioni, gli USA hanno persino deciso, in segno di protesta, di abbandonare il loro seggio presso l’UNHRC. Purtroppo anche la nostra amata Italia, insieme a tutta l’UE, è partecipe a questo triste spettacolo. Sia per interessi commerciali con i Paesi Arabi, sia per le direttive UE promosse dall’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri Federica Mogherini, l’Italia, nonostante il forte legame culturale e religioso con Israele, ha spesso voltato le spalle allo Stato Ebraico. In conclusione, sulla base delle suddette considerazioni, una soluzione che potrebbe risollevare i rapporti tra Israele e l’ONU, potrebbe essere un esito favorevole delle prossime elezioni europee, sperando che la disastrosa politica anti-israeliana dell’Alto Rappresentante Mogherini possa essere sostituita da un nuovo approccio pro-Israele, che oltre a portare benefici in termini di collaborazione tecnologica, economica e culturale, possa invertire il trend di votazioni presso le Nazioni Unite, cosicché possa essere riconosciuta verità e obiettività nella valutazione del conflitto arabo-israeliano.

Note

1. https://www.ohchr.org/en/hrbodies/hrc/pages/membership.aspx

2. http://ap.ohchr.org/documents/sdpage_e.aspx?b=10&c=89&t=4

3. https://www.unwatch.org/2018-un-general-assembly-resolutions-singling-israel-textsvotes-analysis/

4. A/HRC/40/L.25

5. A/HRC/40/L.27


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Maggio 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Charlotte Salomon aveva solo 26 anni quando morì ad Auschwitz. Ma prima di essere deportata, questa giovane pittrice ebrea tedesca riuscì a consegnare a un amico tutti i suoi lavori, che in seguito vennero raccolti nell’opera Vità? O Teatro?, che dopo la morte la rese famosa in tutto il mondo. Sulla sua vita è uscita a gennaio la graphic novel Charlotte Salomon. I colori dell’anima, pubblicata da Beccogiallo. Gli autori dell’opera, la sceneggiatrice Ilaria Ferramosca e il disegnatore Gian Marco De Francisco, hanno gentilmente concesso un’intervista ad HaTikwa.

 

Come è nata l’idea del progetto?

Ferramosca: È nata nel 2013 da una chiacchierata con un’amica operatrice culturale, che conosceva bene la storia di Charlotte Salomon. La sua enfasi, la sua passione nel raccontarmela, me ne fecero innamorare; tanto più che la storia di Charlotte è ancora viva e attuale, ai nostri tempi più che mai: il clima in cui ci ritroviamo a livello internazionale, sta riproponendo semi di odio e inciviltà sempre più frequenti e credo che ci voglia un soffio a tornare indietro di ottant’anni, benché si cerchi di negare e sottovalutare il problema sotto le sue varie sfaccettature (sia antisemite che razziali in genere). C’è una frase di Paulina, la seconda madre di Charlotte, pronunciata nel fumetto e tratta dai suoi guazzi, che dice: “In una società civile come la nostra, certe forme d’odio sono inaccettabili da tutti, per cui un movimento come questo (quello nazionalsocialista) è destinato a spegnersi”. Un’affermazione che mi ha molto colpita, perché la società di allora era già considerata progredita, esattamente come la nostra, eppure intolleranza e avversione presero il sopravvento. Determinate manifestazioni non vanno mai minimizzate, neanche oggi siamo esenti da un possibile regresso.

De Francisco: Il progetto ha visto un’interlocuzione tra me, Ilaria e la casa editrice. Dovevamo proporre qualcosa di respiro internazionale, e tra le varie opzioni lei ha proposto questa storia che per la sua potenza ci ha colpito profondamente.

 

Tra il documentarsi sulla vita della Salomon, la stesura della sceneggiatura e i disegni quanto tempo è occorso prima che l’opera fosse conclusa?

Ferramosca: Circa un anno e mezzo.

De Francisco: Per i disegni 8-9 mesi, perché oltre alla documentazione storica della sceneggiatrice era importante anche che io mi facessi una documentazione visiva.

 

Durante il lavoro vi siete scambiati consigli oppure ognuno ha lavorato in autonomia?

Ferramosca: Un fumetto vive di due anime: la sceneggiatura e il disegno, che hanno necessità l’una dell’altra e non possono rimanere distinte, diversamente il fumetto non esisterebbe, sarebbe solo illustrazione o, di contro, narrativa scritta. Per questo motivo l’interazione tra sceneggiatore e disegnatore avviene con regolarità; nel nostro caso, prima che Gian Marco iniziasse a lavorare sulle tavole, ci siamo incontrati più volte per analizzare la sceneggiatura. In seguito abbiamo avuto scambi di email con tavole in allegato, magari per rendere più enfatica la recitazione dei personaggi in alcune vignette, o chiarire eventuali dubbi e gestire piccole incongruenze grafiche che, a volte, possono verificarsi sulle tavole.

De Francisco: Ormai noi siamo una coppia lavorativa già da molti anni, e quando la sceneggiatura è terminata Ilaria mi ha lasciato molta libertà.

 

C’è un episodio particolare della vita di Charlotte Salomon che vi ha particolarmente colpiti? Se si, quale?

Ferramosca: Non uno in particolare, mi ha colpita la grande forza di volontà, la sua determinazione (che tra le tante cose l’ha portata a essere l’unica studentessa ebrea ammessa in accademia, in quel periodo), la sua voglia di vita nonostante fosse circondata da una catena di lutti familiari e dall’orrore della guerra. Quella di Charlotte è anche una storia di depressione, quel male oscuro che è un altro degli aspetti che la rendono attuale, e ci dimostra che una grande passione, come quella per l’arte, può costituire una valida terapia per venirne fuori.

De Francisco: essendo padre, mi ha colpito la leggerezza con cui la figlia crede alla madre quando questa le dice che andrà in cielo, e quando i parenti sono in lutto lei li rimbrotta pensando che la madre sia diventata un angelo.

 

Due anni fa BeccoGiallo ha pubblicato una graphic novel su Primo Levi; avete avuto dei modelli di riferimento, tipo altri fumetti legati alla Shoah?

Ferramosca: Quando si parla di fumetti sulla Shoah è inevitabile pensare a “Maus” di Spiegelman, primo punto di riferimento, ma grazie alla nostra prefatrice, Claudia Bourdin, ho scoperto che ne esisteva uno precedente, edito solo in Francia: “La bête est morte”. Senza contare che l’intera opera di Charlotte, “Vita? O teatro?” è realizzata come fosse un graphic novel: i guazzi sono in sequenza temporale e raccontano tutta la storia della sua vita. Inoltre alcune tavole contengono più momenti (quasi fossero vignette senza griglia) e figure in movimento, simili a dei piani sequenza; spesso, inoltre, ci sono testi inseriti. Già questo, quindi, era un modello di riferimento diretto, ma altri sono giunti, senza dubbio, dalla narrativa e dalla cinematografia, ricche di moltissime opere di enorme bellezza, nonostante descrivano un orrore di vaste dimensioni.

De Francisco: sapevamo di altri prodotti di BeccoGiallo, ma io non ho attinto a nulla per non farmi influenzare. Mi sono concentrato sulla produzione della Salomon.

 

Secondo voi oggi in Italia la Shoah viene trattata con più o meno serietà rispetto al passato?

Ferramosca: Viene trattata con più attenzione a livello mediatico e voglio sperare che questo porti a una sincera presa di consapevolezza, non a una sorta di obbligo passivo verso una ricorrenza prefissata. Nelle scuole in cui abbiamo presentato finora il libro, per esempio, abbiamo sì riscontrato serietà, ma in alcuni casi anche superficialità; inoltre siamo consci dei numerosi episodi di antisemitismo, in Italia come anche in Francia, segno che forse a livello culturale c’è ancora molto da fare.

De Francisco: certamente c’è più sensibilità oggi rispetto a quando io ero ragazzino (ha 43 anni, ndr), quando ero al liceo si parlava a stento della Seconda Guerra Mondiale, oggi i docenti sono più preparati. Di contro noto spesso nei ragazzi, quando presentiamo il libro, che sono molto più distratti e pieni di input. Per arrivare a loro, quando lo presentiamo cerchiamo di non parlare di masse e stermini, quanto della vita dei singoli individui, per coinvolgerli emotivamente.

 

Per concludere, un consiglio che vorreste dare a chi vorrebbe fare il fumettista?

Ferramosca: Munirsi di grande, enorme, pazienza! Per fare questo mestiere bisogna innanzitutto studiare molto, documentarsi in continuazione, “aprirsi alle storie” e approfondirle in diversi modi. Poi, nonostante questa sia già una fase complessa (parlo dal punto di vista dello sceneggiatore), ne arriva una che lo è altrettanto e cioè i contatti con gli editori. Non è semplice, non basta inviare un progetto, né recarsi alle fiere; esistono delle prassi da seguire in fiera e diverse modalità d’invio dei progetti in relazione alle varie politiche editoriali. Non è così facile farsi ascoltare e attrarre l’attenzione degli editori dinanzi alle numerose proposte dei colleghi, specie agli inizi. La classica gavetta da fare c’è ovunque, per cui: coraggio e determinazione e rialzarsi sempre, specie dinanzi alle porte sbattute in faccia.

De Francisco: leggere. Leggere tanto, e non solo fumetti, e disegnare molto. Molti vogliono produrre senza leggere i grandi maestri, e invece è necessario per avere dei punti di riferimento.

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Maggio 2019
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HaTikwa (C. Heimler e M. Di Porto) – Il conflitto israelo-palestinese, una delle questioni più complesse e controverse dell’ultimo secolo, è ancora lontano da una soluzione definitiva; ancora oggi si cerca di trovare un capro espiatorio a cui addossare la colpa, spesso semplicizzando e banalizzando le varie problematiche, analizzandolo con una mentalità chiusa ad altri punti di vista che non sono vicini al proprio. Il conflitto invece deve essere letto con una visione ampia, aperta a comprendere sia le ragioni israeliane sia quelle palestinesi. Troppo spesso si formulano giudizi errati che non tengono conto di principi fondamentali come il diritto all’esistenza dello stato d’Israele. Frequentemente si reputano gli ebrei colpevoli di aver usufruito illegittimamente del diritto ad avere uno stato, basandosi sull’idea che l’ebraismo, in quanto solamente una religione, non dovesse dare loro la possibilità di avere una nazione di riferimento, di creare uno Stato. La religione non è però l’unica componente dell’identità ebraica, in quanto gli ebrei costituiscono un popolo, con una cultura e una storia. Basti pensare che il più grande rappresentante del sionismo, Theodor Herzl, non si sentisse particolarmente legato alla religione, ma comunque trovasse necessario preservare l’identità ebraica, collettiva e individuale. Infatti, seppur Israele sia sempre stato il punto di riferimento ideale del popolo ebraico, e nasca come Stato in cui tutti gli ebrei verrebbero accolti, rimane un paese multietnico e rispettoso di ogni cultura. L’avere questo diritto, conquistato dai primi sionisti ispirati dagli ideali nazionalisti ottocenteschi, non esclude però che​ ​la creazione dello stato ebraico abbia cambiato lo scacchiere mediorientale; e la rottura degli equilibri precedenti ha quindi portato a gravi problematiche.

Dal punto di vista di molti ebrei, le terre palestinesi, che poi sono diventate parti del futuro stato, sono semplicemente state comprate legalmente; mentre dal punto di vista arabo, i sionisti si sono appropriati di territori dove i palestinesi vivevano in pace. Come sempre la realtà è più complessa. La delicata situazione attuale appena delineata, per essere capita fino in fondo, pretende un’analisi storica, che evidenzi soprattutto il periodo precedente alla creazione dello stato ebraico, in quanto fondamentale a comprendere le complesse dinamiche tra i due popoli. Dando queste chiavi di lettura vogliamo cercare in questo articolo di discutere riguardo l’origine della problematica dei profughi palestinesi. La società palestinese, prima dell’arrivo in massa​ ​degli ebrei, è divisa in due classi principali ben delineate: latifondisti, che detenevano la maggior parte dei terreni, e i contadini, che lavoravano in questi possedimenti. Gli ebrei, a cominciare dalla fine dell’ottocento (prima aliyah:1881/1903), spinti da uno spirito sionista e scappati dal crescente antisemitismo, si sono inseriti nel contesto sociale della regione palestinese (appartenente all’impero ottomano dal XIV secolo fino al 1918), con l’intento di costruire una comunità autonoma, nelle stesse terre che storicamente erano appartenute al popolo ebraico due millenni prima.

Per la fondazione delle prime comunità agricole quindi, gli ebrei hanno dovuto acquistare i terreni dai latifondisti palestinesi; a questi ultimi conveniva accettare la proposta d’acquisto, in quanto le terre nelle mani dei contadini palestinesi erano poco produttive. Gran parte dei contadini rimangono sia senza lavoro, sia senza casa riversandosi nelle città. Basti pensare che nel 1931, anche a causa del crollo della borsa di New York del 1929, (quando la Palestina è ormai sotto il protettorato inglese) la percentuale degli agricoltori senza terra è del 30%, l’equivalente di 20.000 famiglie. Parallelamente da parte ebraica vi è una forte crescita economica incentivata dagli stessi inglesi; questi ultimi preferivano sostenere gli ebrei, i quali avevano una produzione di beni più fiorente rispetto ai palestinesi, grazie ad organizzazioni sioniste centralizzate, (agenzia ebraica, KKL) finanziate da donazioni di ebrei da tutto il mondo. Nasce quindi un sentimento di avversione nell’animo della popolazione palestinese, verso gli ebrei, ritenuti la causa della loro povertà e delle loro misere condizioni; sentimento incentivato dalla stessa leadership palestinese. Altro fattore fondamentale che scatena la tensione della popolazione palestinese è la percezione, effettivamente vera, che la percentuale della presenza ebraica in Palestina si stesse incrementando (seppure una presenza ebraica vi fossi sempre stata, ma non aveva mai superato le 20.000 persone) al punto da far diventare gli stessi palestinesi una minoranza nelle terre da loro abitate per secoli, fatto quindi difficile da accettare. Anche la classe dirigente (latifondisti) prova insofferenza verso i sionisti, ritenuti responsabili, insieme all’Inghilterra, della non creazione dello stato arabo promessa dagli stessi inglesi. Infatti, quest’ultimi, avevano garantito lo stesso territorio agli arabi con l’accordo di Damasco nel 1915 e agli ebrei con la dichiarazione Balfour del 1917. Tutti questi fattori portano a varie rivolte​: ​tra le più importanti vi sono quelle degli anni 1920/21, 1929, e la più significativa nel 1936/39; al termine di ogni insurrezione l’Inghilterra, per sedare gli animi palestinesi, ha promulgato un libro bianco (in totale 3) con il quale limitava fortemente l‘immigrazione ebraica nel futuro stato di Israele. Il clima di tensione spinge gli inglesi, stravolti dalla guerra mondiale, a disinteressarsi della Palestina delegando all’Onu la ricerca di una soluzione; le Nazioni Unite quindi nel novembre 1947 approvano la risoluzione 181 con la quale si prevede la spartizione del territorio in due stati differenti, uno ebraico (56% dei territori compreso gran parte del Negev) e uno palestinese (44% dei territori). La risoluzione non risolve il problema e anzi subito dopo la sua approvazione ha inizio la guerra (civile) tra i due schieramenti che poi sfocerà, a seguito della dichiarazione d’indipendenza dello stato di Israele il 14 maggio 1948, nella guerra d’indipendenza che vede contrapposti il neo-stato ebraico e cinque eserciti arabi venuti a supporto dei palestinesi. Gli ebrei per conquistare i territori garantiti dalla risoluzione 181 mettono in atto il piano Dalet, che aveva anche lo scopo di conquistare Gerusalemme, città che secondo le nazioni unite doveva invece essere internazionale.
Durante le operazioni militari però la Tzhaal (esercito ebraico) distrugge numerosi villaggi arabi (200/300), spesso in modo brutale.

Nel corso della storia, le cause che hanno portato all’attuazione del piano Dalet, sono state interpretate secondo molteplici punti di vista ancora al centro di un dibattito storico: probabilmente l’esercito ebraico si poneva come obiettivo assicurarsi che nessun palestinese armato e pericoloso potesse minacciare le azioni militari israeliane, e quindi tenta con questa manovra di togliere loro un rifugio; altra interpretazione vuole che lo scopo del piano Dalet fosse la creazione di uno stato ebraico a forte maggioranza ebraica, dato che nei territori assegnati dall’Onu con la risoluzione 181 Israele era demograficamente composta dal 60/70 % di ebrei e 30/40 % di palestinesi. L’obiettivo era quindi incentivare, talvolta anche violentemente, la migrazione palestinese verso altri territori, non per “pulizia etnica” ma per strategia politica, in quanto si sarebbe creato lo stato ebraico con il 40 % dei cittadini contrari alla fondazione dello stato stesso. Anche da parte araba però l’esodo fu incentivato, consigliando vivamente ai palestinesi che abitavano nei territori israeliani di lasciare le proprie case in quanto gli eserciti arabi avrebbero così più facilmente sbaragliato le forze ebraiche, promettendo che alla fine degli scontri ognuno sarebbe tornato nei luoghi d’origine. Con la vittoria d’Israele nella guerra del 1948/1949, 700.000 palestinesi diventano quindi profughi, un numero leggermente superiore ai 600.000 profughi ebrei sefarditi espulsi dagli stati arabi a seguito della dichiarazione d’indipendenza d’Israele, che si stanziano nel neo-stato creando non pochi problemi economici e demografici. C’è un responsabile, un colpevole? Trovare un capro espiatorio non è sicuramente produttivo bensì è importante comprendere come ogni attore di questa vicenda abbia le sue responsabilità: la leadership palestinese non è stata capace di tutelare la popolazione povera in favore solo dei propri esclusivi interessi coltivando un sentimento di avversione che ha portato a guerre e distruzione; l’Inghilterra ha promesso ad entrambi i popoli di costituire uno stato o un focolare (nel caso della dichiarazione Balfour) nello stesso territorio, causando nel tempo contrasti e ribellioni che non è stata in grado di affrontare e risolvere, delegando le proprie responsabilità nel momento del bisogno all’Onu; Israele che con il piano Dalet ha causato la distruzione di numerosi villaggi palestinesi, costringendo quindi gli abitanti a lasciare le proprie case; ed infine gli stati arabi che, non prendendo in considerazione l’idea di un accordo diplomatico con Israele, hanno attaccato il neo-Stato alla nascita oltre che incentivato la migrazione palestinese dallo stato ebraico, senza integrare queste centinaia di migliaia di persone negli stessi territori arabi, non fornendo loro la cittadinanza e facendoli vivere, nella maggior parte dei casi, in campi profughi.

Eventi avvenuti più di 70 anni fa, ancora hanno il loro peso nella realtà attuale, avvenimenti passati che scandiscono il presente, un presente più complicato di molti altri; ed è proprio la complessità della situazione attuale​ ​a non permette quindi di sentenziare soluzioni come se fossero ovvie, ma pretende un’osservazione acuta, attenta. Ed è facile alzare muri mentali (e persino fisici) di fronte a questioni del genere, guardando solo dal nostro punto di vista, dalle nostre ragioni e ai nostri interessi, ma al contrario bisogna fare uno sforzo in più, ascoltando l’altro per capire l’insieme. ​ Se questi principi non verranno condivisi e applicati, sarà l’odio a regnare, l’incomprensione, e la soluzione all’Orizzonte, con l’avanzare del tempo, sarà sempre più lontana.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Aprile 2019

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HaTikwa (D. Zebuloni)To Bibi or not to Bibi? Questo è stato il grande dilemma delle appena concluse elezioni politiche israeliane. Si è parlato poco di economia e sviluppo, di politiche interne ed estere. Persino il tema della sicurezza è passato in secondo piano, nonostante un missile partito da Gaza abbia abbattuto una casa nel centro di Israele proprio due settimane prima dell’election day. L’argomento di tutte le campagne elettorali era uno ed uno solo: Bibi o Gantz? O meglio, Bibi o non Bibi?

Non sono dunque i 36 mandati da lui ottenuti ad averlo reso il grande vincitore di queste elezioni. Non è stata nemmeno la sua nomina di Primo Ministro per la quinta volta dal ’96 ad oggi ad averlo inserito nell’olimpo dei grandi leader della storia dello Stato di Israele. Il trionfo di Bibi si misura nella straordinaria e al contempo sinistra capacità di attirare a sé i riflettori senza dire una parola. Sono state poche e ben studiate infatti le interviste che Netanyahu ha concesso ai media, le uniche per altro da lui concesse in tutti e quattro gli anni del suo ultimo mandato. Nonostante ciò, o forse proprio a causa di ciò, quest’ultime sono state le interviste più trasmesse dai media nazionali e internazionali, nonché le più discusse sui social e per le strade del paese.

Per citare l’opinionista politico Amit Segal: “Bibi ha vinto le elezioni con il 70% dei voti, di cui il 35% erano a suo favore e il 35% a suo sfavore”. Ecco, non potrei riassumere in maniera più efficace l’esito di queste elezioni. Tutti hanno votato in funzione di Bibi, ma solo la metà dei votanti l’ha fatto a suo favore. Il restante 35% degli israeliani non ha votato con la speranza di avere il generale Gantz al governo, bensì ha votato con il disperato desiderio di non riavere Netanyahu al governo, di non vivere in un paese la cui atmosfera ricordi vagamente quella della Russia di Putin.

Eppure chi ha commentato la vincita del Likud definendola “la morte della democrazia israeliana”, o peggio ancora alludendo ad uno sterile parallelismo con il Presidente turco Erdogan, non ha capito nulla della politica israeliana in generale e della società israeliana in particolare. Per ogni cittadino israeliano che condanna Bibi ce n’è uno che lo venera. Per ogni israeliano che attacca Bibi ce n’è uno che lo difende. Per ogni israeliano che vede Israele nel baratro ce n’è un altro che vede Israele all’apice. La verità è che il bianco e il nero, anche nel caso di Bibi, non esistono. Esistono invece cinquanta sfumature di grigio (!) che rendono Bibi un eroe e al contempo un antieroe. O in parole semplici, un umano. Un comune mortale.

“Da giornalista quale sono” ha affermato la conduttrice televisiva israeliana Ilana Dayan, “ho l’obbligo di andare a fondo e condannare ogni singolo sbaglio commesso da Netanyahu, ma ho anche l’obbligo di lodare le sue manovre di sicurezza contro l’Iran. Ho l’obbligo di approfondire le accuse mosse contro di lui, ma ho anche l’obbligo di dargli credito per gli importanti traguardi economici ai quali ci ha condotti. Bisogna dunque capire una volta per tutte che non c’è niente di male a guardare le due facce della medaglia”. Forse Ilana Dayan ha ragione, non c’è proprio nulla di male nel guardare le due facce della medaglia. La politica come la vita d’altronde non è sempre un bivio. La politica come la democrazia non si limita alla domanda esistenziale: to Bibi or not to Bibi.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 Aprile 2019
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HaTikwa (D. Fiorentini) – Le elezioni israeliane 2019 sono giunte al termine; con la fine dello scrutinio e i voti dei soldati, possiamo affermare con certezza che il prossimo premier israeliano sarà una volta ancora Benjamin Netanyahu, per gli amici Re Bibi. Sorvolando velocemente sui dettagli del voto, che ha visto il pareggio tra il Likud (36 mandati, Netanyahu) e Cachol Lavan (35 mandati, Gantz), e la vittoria della coalizione di centrodestra con 65 mandati su 120, vorrei far notare che, come ormai da 71 anni, l’Election Day è stata la dimostrazione più chiara e lampante della democrazia che Israele rappresenta e garantisce a tutti i suoi cittadini, senza distinzioni di religione, etnia, sesso, credo politico o orientamento sessuale.

Nei 40 e passa partiti che hanno corso in queste ultime elezioni, ogni cittadino ha potuto trovare una rappresenta in cui identificarsi, persino gli arabi-israeliani hanno avuto un loro partito, che nonostante si dichiari pubblicamente antisionista, siede oggi alla Knesset con 4 mandati. Infatti “la Knesset di Gerusalemme è l’unico Parlamento mediorientale in cui i politici arabi possono alzarsi durante una seduta, accusare il proprio Paese di fascismo e tornare la sera a casa con le proprie gambe”​(1). Mentre in Israele, contrariamente alle accuse di imperialismo e fascismo, si votava, i palestinesi della Giudea e della Samaria si apprestavano al quindicesimo anno di dittatura di Abu Mazen e a Gaza i terroristi di Hamas reprimevano nel sangue le proteste dei palestinesi, che finalmente, dopo dodici anni di dittatura islamista, si sono stufati delle misere condizioni di vita in cui sono ridotti a causa del loro governo opprimente e disumano. È questo lo scenario che rende Israele, la decima democrazia più longeva al mondo​(2)​, nel report di Freedom House, in cui si va dal verde intenso (Norvegia) al viola cupo (Arabia Saudita), l’unica goccia di verde acceso tra un oceano di sfumature di violacee dittature islamiche.

Note

(1)​ Avviso ai sinceri democratici: mentre il “fascista” Israele votava, Ramallah entrava nel 15esimo anno di satrapia e Hamas sparava sulla folla, Giulio Meotti, Il Foglio, 10/04/2019

(2​) Alive and Kicking, Lahav Harkov, Jerusalem Post, 10/04/19