Società e politica

Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Febbraio 2019
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HaTikwà (S.Bedarida) – Ho avuto la recente opportunità di fare un breve viaggio di due giorni a Tbilisi, la capitale della Georgia. Ex Repubblica Sovietica, indipendente dal 1992, il Paese oggi si trova sulla sponda orientale del Mar Nero e conta circa 4 milioni di abitanti.Il suo paesaggio è tipico della regione caucasica, montano, e l’architettura è splendida e unica, a rappresentare davvero il ponte geografico, artistico e culturale tra Europa orientale e Asia centrale. Come ogni capitale di una nazione, a Tbilisi si possono vedere frequentemente bandiere georgiane sventolare dai balconi dei principali edifici istituzionali e non, unite alle bandiere dell’Unione Europea, a cui la Georgia si sente profondamente legata e di cui spera in futuro di poter fare parte. Inoltre, c’è anche un buon numero di bandiere israeliane, a cominciare dall’unione delle due issate sul terrazzo del palazzo che ospita la Camera di Commercio israelo-georgiana, sita lungo la centralissima Rustaveli Avenue.

Ho deciso perciò di affrontare con interesse l’argomento assieme alla guida, un ragazzo della mia età. Gli ho detto che sono ebreo, e la sua reazione ha manifestato stupore e grande rispetto nei miei confronti. Lui infatti non aveva mai incontrato prima d’allora persone di appartenenza ebraica, ma ha dichiarato che quello che ha sempre sentito da suo padre sugli ebrei è di “esserne sempre amici, perché si tratta di persone estremamente brillanti e intelligenti, da cui poter imparare”. Sono rimasto letteralmente senza parole: in un contesto globale in cui ancora oggi quando esplicito la mia identità sono spesso oggetto di domande non sempre poste con fine di interesse, ma talvolta con lo scopo di generare sfottò e imbarazzo, non mi era mai capitato di avere a che fare con qualcuno che avesse come unica immagine di noi, pervenutagli tramite un sentito dire, qualcosa di simile a questo. Un sentito dire estremamente positivo e privo dei più comuni stereotipi.

La guida allora ha sottolineato con fierezza la grande amicizia fra la Georgia e Israele, e il legame anche a livello non solo politico ma anche umano, da parte dei singoli. Il rapporto fra i due stati nasce innanzitutto dal profondo senso di ospitalità e accoglienza della popolazione georgiana nei confronti degli stranieri. Gli ebrei georgiani hanno infatti da sempre trovato un’oasi di grande pace in territorio georgiano, e la popolazione locale è fiera di poter ospitare una comunità ebraica.
Gli ebrei georgiani, che hanno toccato anche le 50mila unità, sono ridotti oggi a qualche migliaio, a causa della massiccia emigrazione proprio verso Israele, avvenuta prevalentemente per ragioni economiche e di opportunità lavorativa.

In ogni caso, la rottura e la tensione dei rapporti fra la Georgia e la Russia, a causa del contenzioso politico legato ai territori di Abcasia e Ossezia del Sud, con conseguenti sanzioni commerciali da parte dei secondi, e la relativa vicinanza geografica tra la Georgia e Israele hanno permesso l’intensificarsi delle relazioni commerciali fra i due paesi e l’attrazione di investimenti nel paese caucasico proprio da parte di quegli ebrei georgiani emigrati e figli di emigrati, i quali hanno potuto beneficiare dell’ottenimento della doppia cittadinanza e investire in proprietà immobiliari nel paese d’origine. Infine, nel febbraio 2014, a cementare ulteriormente l’amicizia fra i due paesi, l’allora primo ministro georgiano Garibashvili, alla presenza dell’omologo israeliano Netanyahu, ha piantato un albero nella Foresta delle Nazioni, in occasione di Tu Bi Shvat. La Georgia è un paese davvero interessante e particolare da visitare, per i paesaggi, l’architettura e la cucina. Aver avuto l’opportunità di scoprirvi anche un sincero alleato e amico del popolo ebraico e di Israele ha reso questo viaggio ancor più significativo e memorabile.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Gennaio 2019
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HaTikwa (R. Mieli) – Il caso venezuelano sta monopolizzando l’attenzione dei media internazionali per la sua particolarità. Dopo che nei primi giorni di gennaio il Presidente eletto Nicolás Maduro aveva prestato giuramento, l’opposizione è scesa in piazza per sfidarne la legittima carica, già messa in discussione dalle autorità internazionali. Il risultato dei tumulti è stata l’autoproclamazione di Juan Guaidó, che adesso è considerato il nuovo presidente ad interim. La crisi venezuelana è una questione politica e geopolitica di grande rilevanza, coinvolge gli interessi americani, che da sempre si oppongono alla legittimazione di governi filo-russi in Sud America per effetto della rinnovata Dottrina Monroe, quelli italiani, in quanto vi sono ad oggi circa 140 mila italiani residenti in Venezuela che stanno attraversando questa incredibile crisi socio-politica, e chiaramente quelli di Israele, che considera il Venezuela di Maduro uno dei più accaniti alleati dell’Iran e di Hezbollah. Ne discute con HaTikwà il direttore di Report Difesa, Luca Tatarelli, che ha seguito da Caracas le ultime elezioni in Venezuela e che può aiutarci a fare luce sulla disputa.

Come sono composti gli schieramenti e quali sono le motivazioni portate avanti da Guaidó e da Maduro?
La nomina di Guaidó è stata accolta positivamente dagli Stati Uniti e dagli alleati americani nella regione, come il leader del Brasile Bolsonaro e l’argentino Macri. Guaidó, presidente dell’Assemblea Nazionale, ha assunto la carica dell’esecutivo in virtù di un’interpretazione dell’articolo 233 della Costituzione venezuelana, la quale delega proprio a questa figura il ruolo di Presidente nel caso non esista un presidente eletto. Tuttavia, a maggio il leader Maduro era stato riconfermato dalle elezioni nazionali, e votato da una larga fetta della popolazione – nonostante l’opposizione nonché gli osservatori occidentali ne contestino la validità per brogli elettorali e violenze.

Perché Maduro è stato accusato di aver vinto tramite brogli elettorali?
Si è votato con un sistema elettronico, che ripercorre automaticamente i conteggi. In questo modo non si possono verificare le schede, come potrebbe eventualmente avvenire in Italia. L’accusa è quindi quella di aver interferito nel sistema informatico dell’infrastruttura elettorale, causando una vittoria di fatto illegittima. Il problema dei Cyber-attacchi è che l’attribuzione è praticamente impossibile, quindi non ci sono prove della responsabilità di queste infiltrazioni, di conseguenza Maduro non è colpevole di fatto. Maduro è accusato inoltre di violare sistematicamente i diritti umani e i principi democratici. Oltretutto gli si attribuisce la responsabilità di aver mandato in default il paese e di aver affamato la popolazione.

Come è stata la sua esperienza a Caracas durante le elezioni, quali sono state le impressioni?
Come Report Difesa abbiamo partecipato alle riunioni del Consiglio Nazionale Elettorale, il quale ha il compito che le campagne elettorali, nonché la fase di voto e conteggio, siano portate avanti nel rispetto delle leggi nazionali. Abbiamo partecipato come osservatori internazionali, e insieme a noi c’erano diversi esponenti dei partiti di sinistra europei e italiani. Presente anche la Bolivia, l’Ecuador e una delegazione siriana, nonché diversi paesi dell’Unione Africana. Visitando i vari seggi abbiamo avuto modo di parlare con gli elettori, i rappresentanti di lista, i presidenti di seggio, e anche gli uomini della sicurezza. La mia impressione è stata quella di una grande affluenza a sostegno di Maduro.

La popolazione sostiene quindi un dittatore?
Per gli europei è difficile capire come funziona la leadership sudamericana, perché viviamo in un contesto diverso e dunque facciamo fatica a capire alcune questioni. Nei periodi di crisi, storicamente, i paesi del Sud America hanno sempre desiderato al potere leader politici forti militarmente e con un grande carisma. L’idea dell’uomo forte è presente nella cultura dei ceti sociali bassi, quindi della grande maggioranza. Ovviamente il “leader” forte va a contrastare l’esigenza statunitense di controllare il mercato petrolifero nell’area e il fatto che Maduro abbia fatto degli accordi con russi, cinesi e turchi non è stato gradito a Washington. In sostanza, l’America Latina è considerata “Il giardino di casa” degli Stati Uniti, e dalla Dottrina Monroe non si scappa.

Come si evolverà lo scenario?
Mentre lo schieramento di Guaidó (che comprende tutti i più vicini alleati degli Stati Uniti e tutti coloro che hanno interesse a prendere una posizione anti-russa, quindi anche Germania e Canada) si appella all’illegittimità delle elezioni a causa di questi presunti brogli elettorali, Mosca e Pechino hanno preso una posizione netta a favore di Maduro, i quali credono che la crisi sia scatenata dall’ingerenza americana negli affari sudamericani. Ora, lo scenario si potrà evolvere in diversi modi, potrebbe esserci una guerra civile in virtù delle disastrose condizioni in cui versa la popolazione, si potrebbe pensare ad un futuro intervento delle Nazioni Unite oppure gli Stati Uniti potrebbero convincere Brasile e Colombia ad intervenire militarmente a favore di Guaidó, e in quel caso ci aspettiamo che la Russia e la Cina sostengano anche militarmente Maduro. La migliore opzione, secondo me, è quella che è stata già avallata da Maduro, ovvero un accordo tra lui e le forze di opposizione. Israele dopo un primo momento di indecisione nel timore di ripercussioni verso la numerosa comunità ebraica in Venezuela – nonché del dialogo più o meno velato con il Cremlino – ha riconosciuto la legittimità della nuova leadership, mentre Hamas ed Hezbollah hanno emesso due comunicati a favore della posizione di Maduro.

Che legami ci sono tra la crisi del Venezuela e il Medio Oriente?
La Siria, Iran e Hezbollah hanno un rapporto privilegiato con il Venezuela. I primi due contano diversi accordi economici con Caracas di carattere industriale, agricolo, commerciale, energetico e scientifico-tecnologico. Presentano accordi militari da centinaia di milioni di dollari, e senza dubbio questa relazione rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti, che si ritrova una “base” filo-iraniana nel “giardino di casa”. Oltre a questo, il Governo del Venezuela ha una relazione di lunga data con Hezbollah, relazioni che coinvolgono il traffico di droga che raggiunge non solo il Medio Oriente ma anche gli Stati Uniti. Alcune analisi sostengono addirittura che i proventi del Drug Trade tra Hezbollah e Venezuela (con Chavez) siano stati utili a sostenere l’Iran durante il periodo delle sanzioni statunitensi, un sostegno che secondo Israele ha permesso all’Iran di continuare a sviluppare il proprio programma nucleare. In tal senso, la posizione di Israele è coerente con quella americana, anche se così si rischia di abbattere un governo che, fino a prova contraria, è stato liberamente eletto dalla popolazione Venezuelana.


Rebecca Mieli é analista di politica internazionale e sicurezza globale. collabora con diversi think thank in Italia, Israele e Stati Uniti occupandosi di deterrenza nucleare, rischio CBRN, terrorismo e geopolitica del Medio Oriente, con un focus sul conflitto proxy tra Israele e Iran.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 Gennaio 2019
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Stamani al Palazzo del Quirinale si è tenuta, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la commemorazione del “Giorno della Memoria“.

La giornata, condotta da Francesca Fialdini, è iniziata con la proiezione di un filmato intitolato “Le donne nella Shoah”, realizzato da RaiStoria. Nel corso della cerimonia la cantante Cristina Zavalloni ha eseguito i brani musicali “Piesn Rozpaczy” di Bela Lustman, accompagnata al piano dal maestro Francesco Lotoro, e “Kolisanka Osviecinska” di Henry Lesczinsky.

Sono intervenuti la Vice Presidente del Memoriale della Shoah, Milena Santerini, la Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni e il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Marco Bussetti. La poetessa Edith Bruck ha portato la sua testimonianza e l’attrice Isabella Ragonese ha letto alcuni brani della stessa autrice e la poesia “Vago per Theresienstadt” tratta dall’opera Brundibar di Ilse Weber. Tra i presenti vi erano il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, i Vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, il Presidente della Camera dei Deputati, Roberto Fico, la Vice Presidente del Senato della Repubblica, Paola Taverna, l’Ambasciatore tedesco in Italia, Viktor Elbling, l’Ambasciatore d’Israele in Italia, Ofer Sachs, la Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ruth Dureghello, il Vice Presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, Ruben Spizzichino, i rappresentanti del Governo, del Parlamento e delle Associazioni degli ex internati e deportati.

La cerimonia si è conclusa con il discorso del Presidente. Ecco l’intervento integrale del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella:

Sono passati settantaquattro anni dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz. Eppure, nonostante il tanto tempo trascorso, l’orrore indicibile che si spalancò davanti agli occhi dei testimoni è tuttora presente davanti a noi, con il suo terribile impatto. Ci interroga e ci sgomenta ancora oggi. Perché Auschwitz non è soltanto lo sbocco inesorabile di un’ideologia folle e criminale e di un sistema di governo a essa ispirato.

Auschwitz, evento drammaticamente reale, rimane, oltre la storia e il suo tempo, simbolo del male assoluto. Quel male che alberga nascosto, come un virus micidiale, nei bassifondi della società, nelle pieghe occulte di ideologie, nel buio accecante degli stereotipi e dei pregiudizi. Pronto a risvegliarsi, a colpire, a contagiare, appena se ne ripresentino le condizioni. Una società senza diversi: ecco, in sintesi estrema, il mito fondante e l’obiettivo perseguito dai nazisti. Diversi, innanzitutto, gli ebrei. Colpevoli e condannati come popolo, come gruppo, come “razza” a parte. Gli ebrei. Portatori di una cultura antichissima, base della civiltà europea, vittime da sempre di pregiudizi e di discriminazioni, agli occhi dei nazisti diventano il problema, il nemico numero uno, l’ostacolo principale da rimuovere, con la violenza, per realizzare una società perfetta, a misura della loro farneticazione. Ma quando il benessere dei popoli o gli interessi delle maggioranze, si fanno coincidere con la negazione del diverso – dimenticando che ciascuna persona è diversa da ogni altra – la storia spalanca le porte alle più immani tragedie. Gli ebrei erano bollati con il marchio, infamante, della diversità razziale. Dipinti con tratti grotteschi, con una tale distorsione della realtà da sfociare nel ridicolo, se non si fosse tradotta in tragedia. La furia nazista si accanì con micidiale e sistematica efficienza anche contro altre categorie di “diversi”: i dissidenti, gli oppositori, i disabili, i malati di mente, gli omosessuali, i testimoni di Geova, i rom e i sinti, gli slavi. Nell’ordine nuovo, vagheggiato da Hitler, non c’era posto per la diversità, la tolleranza, l’accettazione, il dialogo. La macchina della propaganda, becera quanto efficace, si era messa in moto a tutti i livelli per fabbricare minacce improbabili e nemici inesistenti. Dove la propaganda non bastava, arrivavano il terrore e la violenza. La ragionevolezza e l’intelligenza umana furono oscurate, fino al punto di non ritorno, dalla nebbia fitta dell’ideologia e dell’odio razziale.

Per gettare il marchio di infamia sugli ebrei furono utilizzati tutti i mezzi di indottrinamento allora a disposizione: giornali, radio, cinema, manifesti, libri per bambini, trattati pseudo scientifici, vignette. Per sterminarli si fece ricorso agli strumenti tecnici più avanzati e alle più aggiornate teorie d’organizzazione burocratica e industriale. L’eliminazione del “diverso”, del sub-umano, come prodotto finale delle fabbriche della morte. Come ha acutamente notato Bauman, con un paradosso apparente, la modernità tecnologica e scientifica del tempo era piegata spregiudicatamente al servizio di una ideologia antimoderna, barbara e regressiva. Le persecuzioni naziste si iscrivevano in un progetto di società basato sul predominio dei popoli cosiddetti forti e puri sui popoli deboli, su un nazionalismo esasperato nemico della convivenza, sulla guerra come fonte di rigenerazione e di grandezza, su un imperialismo alimentato da delirio di onnipotenza, sulla sottomissione dell’individuo allo Stato, sulla negazione della libertà di coscienza, sulla repressione feroce di ogni forma di dissenso. Tutto quel che la nostra Costituzione ha voluto consapevolmente bandire e contrastare – segnando un discrimine tra l’umanità e la barbarie – con il riconoscimento di eguali diritti e dignità ad ogni persona e con l’obiettivo e il metodo della cooperazione internazionale per una convivenza pacifica tra i popoli e gli Stati. Ho trovato di grande interesse il tema scelto quest’anno per il Giorno della Memoria, scandagliando in profondità la terribile condizione femminile all’interno dei campi di sterminio. Di quelle donne umiliate e violate, nel fisico e nell’animo, di quelle madri, che con l’ultima forza residua, hanno abbracciato e rincuorato fino all’ultimo istante i loro piccoli, nel buio tremendo delle camere a gas.

Ringrazio Francesca Fialdini – che ha condotto così bene questo incontro – , il Ministro Bussetti, la presidente Di Segni, la professoressa Santerini, per i loro efficaci interventi. Edith Bruck per la sua lucida, coraggiosa – e terribile – testimonianza, di cui dobbiamo serbare memoria, nel cuore e nella mente. Ringrazio Isabella Ragonese, Federica Fracassi, Cristina Zavalloni e il Maestro Francesco Lotoro, perché anche l’arte, insieme alla storia, alla sociologia, alla filosofia, alla psicologia, è un modo per avvicinarsi a quell’inestricabile groviglio di eventi, sofferenze, paure, atrocità che fu la Shoah. Ringrazio le studentesse, Federica e Giulia, per la loro testimonianza. Rivolgo un saluto particolare, con affetto, ai sopravvissuti che, oggi, hanno voluto essere qui tra noi: Peppino Gagliardi, Sami Modiano, Selma Modiano, Gilberto Salmoni e Piero Terracina.

Una sola considerazione sul tema delle donne nella Shoah: le ideologie totalitarie hanno sempre considerato le donne come esseri inferiori. E così come la donna ariana, nella follia nazista, era ridotta a mero strumento per la riproduzione di nuovi ariani, la donna ebrea portava la colpa ulteriore di aver generato la progenie di una razza ritenuta diversa.Anche per questo va sempre ricordato che non può esistere democrazia e libertà autentica nei Paesi in cui, ancora, si continua a negare pienezza dei diritti e pari opportunità per ogni donna. Il Giorno della Memoria non è soltanto una ricorrenza, in cui si medita sopra una delle più grandi tragedie della storia, ma è un invito, costante e stringente, all’impegno e alla vigilanza. In Italia e nel mondo sono in aumento gli atti di antisemitismo e di razzismo, ispirati a vecchie dottrine e a nuove e perverse ideologie. Si tratta, è vero, di minoranze. Ma sono minoranze sempre più allo scoperto, che sfruttano con astuzia i moderni mezzi di comunicazione, che si insinuano velenosamente negli stadi, nelle scuole, nelle situazioni di disagio.

La riproposizione di simboli, di linguaggi, di riferimenti pseudo culturali, di vecchi e screditati falsi documenti, basati su ridicole teorie cospirazioniste, sono tutti segni di un passato che non deve in alcuna forma tornare e richiedono la nostra più ferma e decisa reazione. Noi Italiani, che abbiamo vissuto l’onta incancellabile delle leggi razziali fasciste e della conseguente persecuzione degli ebrei, abbiamo un dovere morale. Verso la storia e verso l’umanità intera. Il dovere di ricordare, innanzitutto, Ma, soprattutto di combattere, senza remore e senza opportunismi, ogni focolaio di odio, di antisemitismo, di razzismo, di negazionismo, ovunque esso si annidi. E di rifiutare, come ammonisce spesso la senatrice Liliana Segre, l’indifferenza: un male tra i peggiori. Auschwitz, il più grande e più letale dei campi di sterminio – con le sue grida, il suo sangue, il suo fumo acre, i suoi pianti e la sua disperazione, la brutalità dei carnefici – è stato spesso, e comprensibilmente, definito come l’inferno sulla terra. Ma fu, di questo inferno, solo l’ultimo girone, il più brutale e perverso. Un sistema infernale che ha potuto distruggere milioni di vite umane innocenti nel cuore della civiltà europea, soltanto perché, accanto al nefando pilastro dell’odio, era cresciuto quello dell’indifferenza.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Gennaio 2019
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HaTikwà (R.Mieli) – Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una serie di radicali cambiamenti nella situazione mediorientale, e mentre l’Europa si è volontariamente allontanata da una posizione di equidistanza nei confronti di Israele, gli equilibri geopolitici e le alleanze nella regione hanno subito un processo di inversione di cui non si può più non tenere conto. Quando si osserva una mappa del Medio Oriente, il primo punto interrogativo che risalta agli occhi è la dimensione di Israele rapportata alla sua rilevanza nel contesto internazionale. Come comunità ebraica in Italia e nel mondo ci siamo sempre occupati di difendere Israele dalle principali minacce che circondano il Paese sin dalla sua fondazione: il terrorismo palestinese e i paesi arabi circostanti. La situazione geopolitica del Medio Oriente è cambiata a tal punto che si è arrivati a definire Giordania ed Egitto, principali veicoli delle più sanguinose guerre condotte contro Israele, alleati, e Paesi lontani con i quali Israele è privo di contese territoriali di alcuni tipo, come Iran e Turchia, nemici. Anche durante gli anni di escalation che hanno portato alla nascita di uno Stato Islamico, Israele ha continuato a considerare la peggiore minaccia Hezbollah, che pure si estende all’interno di un territorio infinitamente più piccolo di quanto non fatto dall’Isis nei periodi di maggior espansione. Tutto questo ha creato, negli anni, molta confusione all’interno delle comunità ebraiche che fanno fatica a comprendere in che modo Israele stia agendo sia sul piano della politica internazionale che sul piano della geopolitica.

Tutta questa confusione deriva dall’idea che Israele, prima sul piano cronologico che ideologico, ha saputo anticipare i tempi, individuando prima quali Paesi si sono avvicinati, quali allontanati, e quali rappresentano una minaccia esistenziale – ben diversa da una piccola minaccia terroristica. “Iran” è la parola chiave di questo ragionamento: la teocrazia sciita è considerata la più imponente minaccia che incombe contro Israele, e proprio sulla retorica anti israeliana essa ha costruito il proprio “successo”. Sebbene, infatti, la storia di Israele sia caratterizzata da guerre e conflitti di ben altra provenienza, Teheran nel corso degli ultimi anni si è concretizzata come minaccia talmente rilevante da “costringere” i vecchi nemici di Israele a cercare proprio la cooperazione dello Stato Ebraico. Mentre Paesi come Egitto e Giordania hanno rafforzato partnership su diversi piani, dal settore energetico alla sicurezza, dallo sviluppo alla cooperazione contro le cellule Isis presenti nei Sinai, perfino l’Arabia Saudita – che ha sostenuto il terrorismo palestinese per decenni – si è fatta da parte riconoscendo in Israele un modello sociale ed economico talmente sviluppato da rappresentare l’unico esempio di benessere in una regione di tumulti.

Il riconoscimento del successo di Israele ha attraversato gli oceani giungendo, inoltre, anche in regioni del mondo tendenzialmente ostili nei suoi confronti in particolare in Africa Centrale e il Sud America. La tecnologia prodotta in Israele è stata infatti impiegata, grazie a incredibili collaborazioni, per combattere l’ebola, per costruire sistemi di irrigazione che impedissero alla siccità nordafricana di distruggere le coltivazioni, per stanare e sconfiggere definitivamente le Farc in Colombia, per salvaguardare la sicurezza di atleti e spettatori durante le Olimpiadi del Brasile. Insomma, tutte le difficoltà che Israele ha affrontato nei suoi settant’anni di vita, dalle problematiche di sicurezza – territoriale ma anche informatica – e del terrorismo islamico fino alla sicurezza alimentare e allo sviluppo della microirrigazione, ne hanno fatto un leader in diversi settori, e ora tutti vogliono un “pezzo” di queste capacità.

Nel frattempo, l’Iran, una Repubblica Islamica con ottanta milioni di abitanti di cui il 33% in condizioni di assoluta povertà, ha costruito una giustificazione per gli ingenti investimenti indirizzati ai militari, alle guardie rivoluzionarie, e al Clero sciita, affermando che ci sia qualcuno che “minaccia” la rivoluzione, e che quel “qualcuno” sia proprio Israele. Su questa favola si regge una larga fetta della politica estera dell’Iran, che attualmente, godendo del favore della Siria, ha campo libero per far pervenire armi di precisione e missili in Libano – armi che Hezbollah utilizza, tranquillamente e senza ripercussioni da parte della comunità internazionale, contro Israele -. Non meravigliamoci, dunque, se giornalmente sentiamo parlare di Raid in Siria contro depositi di armi e convogli iraniani diretti in Libano. La distanza che separa Iran e Israele è proprio ciò che ha evitato l’acuirsi delle possibilità di un’escalation militare, e se questa distanza viene accorciata dal trasferimento delle forze armate iraniane al confine con il Golan, è chiaro che ci stiamo affacciando ad una situazione che non può non sfociare in un conflitto armato.

Tecnicamente, dunque, Israele sta ad oggi affrontando una sola minaccia, ovvero la presenza iraniana in Siria. La sta affrontando nelle principali sedi della diplomazia internazionale, attraverso colloqui e scambi con i più importanti attori della regione, tra cui certamente anche Russia e Stati Uniti, e attraverso la pubblicazione di diversi rapporti di intelligence che dimostrano l’inadempienza dell’Iran all’accordo sul Nucleare e ad altrettante risoluzioni Onu, come la 2231 del 2015 che invitava l’Iran a non testare missili balistici. Teheran è, inoltre, anche il principale veicolo al mondo di propaganda anti israeliana e anti ebraica, e con i suoi finanziamenti – non impiegati affatto nel miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini – sta rafforzando gruppi terroristici come Hamas o l’ala armata di Hezbollah sia da un punto di vista logistico che militare. Insomma, se negli ultimi anni abbiamo visto un acuirsi delle tensioni a Gaza, attraverso tattiche quali il piroterrorismo (o terrorismo incendiario), lo dobbiamo sempre alle azioni di Teheran.

In sostanza, se c’è una questione che tutte le comunità ebraiche in Europa e nel mondo dovrebbero portare a conoscenza dei propri legislatori e rappresentanti nell’Esecutivo, riguarda proprio la questione iraniana, che oltre a essere diventato il principale veicolo di instabilità nella regione, si appella quotidianamente alla distruzione di Israele auspicando la morte di milioni di cittadini non solo israeliani, ma anche russi, americani ed europei. Tutto questo viene fatto quotidianamente con il beneplacito delle istituzioni europee e dei governi nazionali, che tra una partnership e l’altra con Teheran sembrano aver dimenticato che tra le loro costituzioni sono annoverati tra i valori fondanti delle stesse la libertà, la dignità dell’uomo e la pace.

“The winds of change can already be witnessed across the Middle East. Longstanding enemies are becoming partners. Old foes are finding new ground for cooperation. And the descendants of Isaac and Ishmael are coming together in common cause as never before.”

Mike Pence, Vice Presidente degli Stati Uniti, 22 Gennaio 2018


Rebecca Mieli é analista di politica internazionale e sicurezza globale. collabora con diversi think thank in Italia, Israele e Stati Uniti occupandosi di deterrenza nucleare, rischio CBRN, terrorismo e geopolitica del Medio Oriente, con un focus sul conflitto proxy tra Israele e Iran.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Gennaio 2019
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Hatikwa (D.Moresco) – “Torniamo umani”, dicevano. Il motto è un po’ di tutti e vale un po’ per tutto. Purtroppo c’è anche chi ne abusa, come gli antisionisti, facendo riferimento ad Israele ed alle problematiche del Medioriente. In un articolo, in linea teorica, il giornalista di turno non deve mai ripetere la stessa parola più volte, per non incorrere in ripetizioni e annoiare il lettore. Nella politica, ahimé, è l’esatto opposto: più si ripete, più entra nella testa delle persone e, di conseguenza, più ne aumenta il successo. “Torniamo umani”, quante volte lo abbiamo sentito. Nell’ultimo anno è lo slogan di chi si oppone alle politiche Salviniane riguardo i migranti, mentre anni prima si riferiva agli attentati in Europa per mano del terrorismo islamico. Sempre le stesse parole, stessa volontà sterile: far ritrovare senno a chi non lo ha mai avuto. Come insegnare parole d’amore a chi è affetto da analfabetismo emotivo: inutile. Mettiamo da parte per un momento gli slogan, pane e Nutella, i disturbi emotivi e la politica, e diamo voce ai numeri. Quelli sì, non mentono mai.

Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), poco attendibile quando si riferisce ad Israele, ma sul resto, più o meno, è corretta, nel 2018 la traversata del Mediterraneo centrale è costata la vita a 2275 persone. Il tasso di mortalità è aumentato rispetto al 2017 a cause delle politiche di deterrenza totale adottate dai governi europei, che hanno di fatto sospeso le missioni di soccorso e hanno ostacolato l’attività delle organizzazioni umanitarie in mare.

Inutile imbattersi nel dibattito secolare “accoglienza [] o [no]”, come se per salvare le vite delle persone fosse necessario un voto popolare o un sondaggio su Facebook. Il problema è che le traversate costano vite umane, non Btp; fanno annegare vecchi, giovani, donne e bambini, ma non fanno impennare lo spread. Allora che ce ne importa? Questo è il problema: nulla. Ipotizziamo per un momento che delle 2275 persone non ci interessi – sì, lo so, per qualcuno sano di mente sarebbe impossibile -, immaginate che il problema immigrazione in Italia non ci fosse. Di che parleremmo ora? Del nulla. Ai media basta poco: prima un po’ del docufilm di Matteo Renzi, poi dei cani che girano senza museruola, per qualche giorno della cattura del terrorista Cesare Battisti, in attesa di un altro omicidio irrisolto in un paesino sperduto dell’Italia.

La bolla dell’immigrazione ha fatto scomparire tutte le altre tematiche importanti. I dibattiti ed i programmi politici di maggioranza e opposizione, ormai, sono un ostaggio esclusivo della tematica. I grandi problemi da risolvere, come le scuole che cadono a pezzi, i terremotati che ancora sono in mezzo alla strada, le università, i trasporti, il turismo e molte altre cose sono finiti in naftalina. Forse, e dico forse, oltre che i porti stiamo chiudendo anche la mente. Scelte di governo. A questo punto, però, la domanda sorge spontanea: perché si dice “torniamo umani” e non “diventiamo umani”? D’altronde non lo siamo mai stati.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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