Società e politica

Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 Gennaio 2019
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HaTikwa (F.Tedeschi) – Il tono della voce è molto importante, serve a tante cose diverse: a farsi sentire da chi è lontano, ad enfatizzare determinate proposizioni, serve a mantenere segrete certe verità. Sempre più spesso mi pare di notare che nell’ambiente ebraico italiano non si riesca mai a trovare la giusta tonalità. C’è chi parla sempre troppo piano, quasi si nasconde, e c’è chi urla sempre e per qualsiasi cosa, anche la più insignificante. Il rischio, in entrambi i casi, è evidente: o si lasciano passare in sordina eventi di grande pericolosità, oppure, a suon di gridare “al lupo al lupo”, poi più nessuno è pronto ad aiutarci quando qualcuno ci vuol fare del male. Sì, dobbiamo essere onesti, c’è qualcuno che vuol ancora farci del male e sì, incredibile a dirsi, ma c’è ancora qualcuno disposto ad aiutarci quando ne abbiamo bisogno. Il problema è che nell’ultimo secolo abbiamo iniziato a etichettare troppo facilmente i nostri “nemici”. Mio nonno Vittorio Z”L ad esempio, anche dopo la guerra si rifiutò per tutta la vita di entrare in Germania. Proprio non ci riusciva, anche se era evidente che non tutti i tedeschi fossero nazisti ed antisemiti convinti. C’è chi tra di noi oggi vede negli estremismi politici nostrani il vero nemico, ma casualmente lo vede quasi sempre, chi uno, chi l’altro, da una parte sola: “fascisti qui, fascisti lì” a cui di solito si risponde “ed i vostri amici comunisti che invece ci venderebbero agli arabi”. È inevitabile che del vero ci sia in tutti e che una certa sinistra ed una certa destra finiscano con l’essere incompatibili con il nostro essere ebrei e che ci diventino avversari naturali anche se per motivi diversi.

Leggendo l’intervista rilasciata a Pierre Lurçat ad Hatikwa, mi ha preoccupato in primis il giudizio netto sulla questione delle nuove destre in Europa: un’ambiguità che non ci fa bene. Molti sforzi sono stati fatti dalle istituzioni ebraiche europee negli ultimi anni, ed in questo l’UGEI ha fatto anche la sua piccola parte, per far passare una definizione condivisa di antisemitismo, quella dell’IHRA tanto per intenderci, che comprendesse anche ogni atto di puro antisionismo. Tante, troppe volte, sembra un main stream delle nostre battaglie, ci siamo trovati a difendere l’esistenza dello Stato ebraico da persone che appunto si professavano “antisionisti e non antisemiti”. Ecco, ora stiamo attenti a non cadere nel problema opposto: nel giudicare il valore della proposta politica di un movimento solo dal suo livello di gradimento o meno nei confronti di Israele. Gradimento che per inciso, per quanto riguarda le destre citate da Lurçat, non si deve per nulla alla stima nei confronti del popolo ebraico, ma nella generale ostilità di Israele verso i paesi arabi circostanti. Ecco, gli arabi: l’altro punto caldo dell’articolo in questione era proprio il tema dell’invasione, di questa a quanto pare evidente evoluzione arabizzante della società che ci circonda. Se devo dirla tutta, e come me tante altre persone sicuramente molto più qualificate del sottoscritto, mi trovo in seria difficoltà ad individuare nell’arabo il vero problema dell’ebreo europeo di oggi o addirittura dell’Europa tutta. Il problema non è l’arabo od in generale l’immigrato musulmano, non lo sono nemmeno le sue idee. Uno dei problemi, semmai, potrebbe essere il modo in cui l’Europa, e noi ebrei, ci approcciamo alla questione migratoria attuale. Ed in ogni caso la soluzione ebraica a questo specifico problema, non potrebbe mai essere l’Alyah: una migrazione per risolvere un problema migratorio? Un sentimento molto diffuso tra gli ebrei europei ed in particolare in Italia è quello di voler cercare di restare il più chiusi possibile, confinati all’interno della Comunità stessa senza mai volerne uscire, un microcosmo che in fondo ci piace perché ci fa sentire più al sicuro. Pare quasi che se potessimo riedificare certe mura e chiuderci dentro, ci farebbe quasi piacere.

Israele, se si resta inquadrati in questa logica, può effettivamente risultare una sorta di via di fuga a questa reclusione, allargando la segregazione ad un microcosmo allargato con le sembianze di uno Stato. Ma Israele non deve essere di certo questo. Come possiamo noi ebrei, il popolo errante per definizione, sentirci minacciati da chi è costretto a migrare per qualsivoglia ragione? Giusto qui ricordare e sottoscrivere il comunicato della CER di qualche giorno fa al riguardo. Come possiamo noi accodarci alle prediche di quelli del “o si adeguano alle nostre tradizioni o se ne tornino a casa loro”, ma poi scandalizzarci quando ad un colloquio di lavoro ci sentiamo venire scartati perché a parità di bravura, il privato sceglie il nostro concorrente che è disposto a lavorare di sabato? Eppure la voce l’abbiamo alzata a suo tempo e abbiamo ottenuto l’Intesa e maggiori diritti per gli ebrei in Italia. La principale differenza è che noi ebrei rappresentiamo una minoranza numericamente irrisoria in tutta Europa e quindi maggiormente tollerabile o sopportabile da questi intolleranti. La maggior parte dei pericoli per il popolo ebraico sono sempre iniziati quando chi governa comincia a dire che gli ebrei “sono diventati troppi”. Ma se non impariamo a regolare i toni nelle occorrenze giuste rischiamo di non avere più nessuno disposto ad aiutarci e da soli possiamo fare ben poco.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 Gennaio 2019
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HaTikwà (L.Spizzichino) – Negli ultimi due mesi del 2018, chiunque avrà sentito parlare del Movimento dei Gilet gialli, un fenomeno di protesta che è nato in Francia, ma che ha superato facilmente i suoi confini, arrivando addirittura fino in Israele, seppur con numeri esigui. Ma dove nasce questa protesta? Il movimento, nato sul web in maniera spontanea, con un post su Facebook il 10 ottobre di due camionisti della Seine et Marne, che dopo aver visto una petizione su Change.org sul caro-carburante, hanno fatto appello a un blocco nazionale della rete stradale francese. In realtà il caro benzina, in nome della necessaria transizione ambientale, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso del malcontento sociale, affiorato da settimane con una serie di manifestazioni e scioperi delle categorie più deboli della società francese. Dopo sette settimane di manifestazioni, blocchi stradali e scontri, non solo a Parigi, ma in tutto il territorio francese, il bilancio è pesantissimo.

Analizziamo più nello specifico questo movimento di protesta: non essendoci dei veri e propri leader a dare un’impronta chiara a queste proteste, i gilet gialli sono diventati un melting pot di più fazioni, dai moderati fino ai radicali ed estremisti, sia di destra che di sinistra, proprio la frangia più estremista del movimento, è la causa della guerriglia urbana che sta paralizzando il centro di Parigi, e non solo, da quasi due mesi. Preoccupante, è la deriva antisemita di queste proteste, fomentate anche da personaggi come Dieudonné M’bala M’bala, diventato famoso per aver inventato la Quenelle. Infatti nelle ultime settimane, nelle varie manifestazioni sparse per il territorio francese sono comparsi diversi striscioni e slogan antisemiti, che attaccano non solo Macron, reo di aver lavorato per i Rothschild e per essere schiavo delle élite finanziarie, guidate da ebrei che manovrano nell’ombra non solo il governo francese, ma tutta la finanza globale, come nelle più becere teorie complottiste pluto-giudaico-massoniche. Macron, però non è stato l’unico bersaglio di questi slogan antisemiti, ma anche la comunità ebraica francese, allarmata da questo clima d’odio che può rischiare solamente di peggiorare. Quale sarà l’evoluzione di queste proteste solamente il tempo ce lo potrà dire.

Con le dovute proporzioni, l’idea dei gilet gialli può associarsi a quella di un altro movimento politico, il Movimento 5 Stelle: tanti i punti in comune tra queste due forze. Non è un caso che nei giorni scorsi, Luigi Di Maio, Vicepresidente del Consiglio e capo politico del M5S, ha sostenuto la possibilità di un’alleanza con il movimento di protesta francese, ribadendo anche di dover incontrare Eric Drouet, uno dei leader dei gilet gialli, in vista delle elezioni europee.  La risposta di Drouet non si è fatta attendere: “I gilet gialli hanno dato vita ad un movimento apolitico sin dall’inizio, in caso contrario non sarebbe quello che è oggi. Rifiuteremo qualsiasi aiuto politico, non importa da dove provenga! Rifiutiamo il suo aiuto. Abbiamo iniziato da soli, finiremo da soli”. Frasi forti, ma ormai metabolizzate dagli italiani, trite e ribadite, almeno fino alle elezioni politiche del marzo 2018. I gilet gialli non amano la concorrenza, d’altronde il comico da cui ripartire già lo hanno: Dieudonné.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 Gennaio 2019
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HaTikwà (D.Moresco)Pierre Lurçat è un avvocato, saggista, blogger e tra i fondatori della Ligue de Défense Juive in Francia. E’ nato a Parigi, ma 25 anni fa ha deciso di trasferirsi in Israele, a Gerusalemme. Ha scritto numerosi libri riguardanti l’Islam, come La spada e il Corano o Per Allah fino alla morte, ma anche altre opere riguardo Israele. Va particolarmente fiero di una traduzione: Storia della mia vita di Jabotinsky.

Il 7 e il 9 gennaio Parigi ha subito due attentati: Charlie Hebdo e l’Hyper Cacher. Dal 2015 ad oggi, cos’è cambiato?
«Penso che i francesi abbiano iniziato a imparare, troppo tardi e ancora troppo poco, quali pericoli l’islam – e in particolare l’islam radicale – ponga alla loro libertà e ai valori democratici. Quando scrissi il mio primo libro su questo argomento, La Sciabola e il Corano, più di 10 anni fa, eravamo alcuni a dire che la Fratellanza Musulmana è pericolosa per la Francia e per l’Europa. Ora siamo molti di più a dirlo, ma ci sono ancora intellettuali e politici francesi che dicono che la Fratellanza Musulmana è “moderata” e che il vero pericolo è solo l’islam jihadista. C’è ancora molto da fare riguardo questo tema».

Che pensa del concetto di Eurabia?
«Conosco personalmente Bat Yeor da più di 25 anni, e ho letto il suo libro Eurabia quando è apparso per la prima volta in francese, nel 2009. A quel tempo, alcune persone potevano sollevare domande sulla validità di questo concetto, o pensare che fosse “esagerato”. Dieci anni dopo, penso che sia sempre più difficile respingere questo concetto politico, che ora fa parte del lessico moderno. Chiunque guardi alla realtà dell’Europa oggi non può negare che si stia verificando un’evoluzione fondamentale in termini di popolazione, cultura e politica. Bat Yeor è stata una delle prime analiste politiche a descrivere questa evoluzione coniando l’espressione Eurabia. Puoi discutere i motivi per spiegare l’emergere di questa realtà, ma non puoi negare seriamente la sua esistenza».

 Può spiegare meglio che ruolo ha avuto nella nascita della Ligue de Défense Juive?
«Ho avuto un ruolo piuttosto modesto nella sua fondazione. Eravamo pochi militanti ebrei, molto preoccupati del crescente “nuovo antisemitismo” all’inizio degli anni 2000. Abbiamo pensato che fosse giusto incoraggiare i giovani ebrei a rendersene conto e prepararsi a difendersi, nello spirito di Betar e della Jewish Defence League negli Stati Uniti. Devo aggiungere che, personalmente, mi considero un discepolo di Jabotinsky, e non del rabbino Meir Kahane».

In Europa, in risposta alla crescita del terrorismo islamico, stanno nascendo partiti estremisti. Gli ebrei, secondo lei, in quale posizione devono porsi?
«In effetti, la situazione delle comunità ebraiche in Europa sembra essere la più scomoda oggi, presa tra l’islam radicale da una parte ed i partiti di estrema destra dall’altra. Ma dobbiamo essere più specifici, se vogliamo capire la situazione e cercare di adattarci ad essa. I partiti di estrema destra nell’Europa di oggi non sono una realtà monolitica. In effetti, devi distinguere i partiti di estrema destra “classici”, che sono per lo più anti-israeliani e/o antisemiti, come il Front National in Francia, e i “nuovi” partiti di estrema destra, che non sono affatto anti-israeliani, ma professano al contrario punti di vista pro-israeliani e sono pronti a fare gesti significativi verso Israele e il popolo ebraico. Penso che non possiamo respingere completamente questi partiti politici, dicendo che sono “non kosher” o squalificarli. Dobbiamo fare delle distinzioni tra loro e agire di conseguenza».

A proposito del progressivo aumento dei movimenti estremisti: concorda sul fatto che, una volta terminati gli obiettivi mainstream, come lo sono oggi gli immigrati, il pericolo per gli ebrei possa ritornare? 
«Non sono sicuro che possiamo confondere il problema dei rifugiati in Europa e la situazione degli ebrei. La presenza ebraica è molto antica e noi non siamo rifugiati in Europa. Siamo stati una parte integrante per secoli e gli ebrei hanno avuto un ruolo importante nella storia intellettuale e politica. La situazione ebraica oggi non può essere affrontata solo dalla prospettiva “antisemita”: ci si chiede se è ancora possibile vivere da ebrei in Europa. Come israeliano che è venuto dalla Francia 25 anni fa e vive a Gerusalemme da allora, vedo che la situazione degli ebrei è peggiorata durante l’ultimo quarto di secolo. Eppure, gli ebrei vivono ancora in Francia e sembrano adattarsi alle realtà mutevoli e difficili. La vera domanda che noi e voi, membri della giovane generazione, dobbiamo porci è se il nostro posto naturale oggi è in Europa, in Francia, in Italia o in Israele. Io non ho dubbi che sia in Israele».

Le nuove generazioni che tipo di ruolo hanno in questo puzzle?
«I giovani ebrei in Italia e altrove dovrebbero essere i primi a capire che il loro futuro ebraico è in Israele e sviluppare l’ideale sionista all’interno delle loro comunità. Non riesco a capire come si possa essere ebrei oggi e non essere influenzati dall’esistenza di Israele. Sono sicuro che ogni giovane ebreo italiano che viene per la prima volta in Israele capisce – o, più esattamente, sente – che è profondamente e intimamente connesso a questo paese, a questa terra e a questo popolo. Quando hai sperimentato questo sentimento, non puoi pensare di essere un ebreo altrove, e capisci che il tuo posto naturale è in Israele».

Che pensa della situazione politica in Israele?
«Penso che siamo in mezzo ad una strada. L’ultimo governo di Netanyahu ha fatto molte cose positive in vari settori importanti, come l’economia, la politica estera, con il trasferimento di ambasciate americane e di altre entità a Gerusalemme, grazie al nostro rapporto speciale con Donald Trump e altri leader stranieri. Ma c’è ancora molto da fare. Sono abbastanza fiducioso che la destra israeliana vincerà le prossime elezioni e spero che il prossimo governo prosegua nel rafforzamento della presenza ebraica in Giudea e Samaria, con l’obiettivo di annetterle ad Israele».


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Gennaio 2019
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HaTikwà (D.Fiorentini) – Della celebre frase “Je suis Charlie”, che aveva tappezzato tutto il mondo e accompagnava messaggi di solidarietà al giornale francese colpito il 7 gennaio di quattro anni fa, ormai non se ne vuol sapere più nulla. Dei milioni di francesi scesi in piazza l’11 gennaio, anche a causa del successivo attentato a un supermercato kasher, ne sono rimasti ben pochi. L’Europa con il suo atteggiamento politicamente corretto e neutralista sta abbandonando quei pochi che osano sfidare apertamente l’estremismo islamico o provano strenuamente a difendere la propria identità nazionale. Non solo Charlie, ma tanti altri giornalisti, scrittori, vignettisti, attori e intellettuali, sono stati subito lasciati soli perché  “Non si può uccidere in nome di Dio, questa è una aberrazione, ma bisogna usare la libertà di espressione senza offendere (…). Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri” (Papa Francesco).

In realtà, già nel 2006, quando furono pubblicate le vignette su Maometto uscite l’anno precedente sul giornale olandese Jyllands-Posten, la testata francese rimase sola contro le pesanti proteste del mondo islamico. “Ma c’era soltanto un modo per dimostrare solidarietà a Charlie: se l’indomani, o un giorno di quella fatale settimana, tutti i giornali e le riviste in Europa, la BBC e Channel 4, i siti e gli altri organi d’informazione più̀ importanti, avessero pubblicato simultaneamente una serie di vignette di Charlie Hebdo con Maometto. Questo, come vedremo, non è successo. Anzi, i media si sono persino rifiutati di pubblicare la copertina del “numero dei sopravvissuti” di Charlie Hebdo.” (Giulio Meotti, Hanno ucciso Charlie Hebdo, Lindau, 2015) Anche dopo che la sede fu incendiata nel 2011: Charlie ha continuato a essere Charlie, mentre i grandi media internazionali si sono ritratti nel loro angolo buio e angosciante. 

Ma da quando si è deciso che l’Islam non debba “sottomettersi alle critiche, sottomettersi all’ironia, sottomettersi alle leggi della Repubblica”(Zineb El Rhazoui, CNews, 17 Dicembre 2018)?  Da quando l’ebraismo e il cristianesimo si possono pubblicamente contestare, mentre se si dice una parola fuori  posto su Maometto si è subito accusati di islamofobia e razzismo? Evidentemente la codardia dell’Occidente ha preferito mettere in cima alle priorità la necessità di non provocare l’Islam, anche se ciò significa auto-censurarsi e sopprimere certe voci che rammentano la demenzialità di questa scelta. I benpensanti francesi non vogliono che vengano ricordati i 241 morti a causa del terrorismo islamico. I 17 000 jihaddisti salafiti, impiantati nel loro territorio, disprezzano l’identità francese e vorrebbero imporre la sacra legge del Corano.

A quattro anni da quel fatidico 7 gennaio, si può chiaramente affermare; “Charlie est mort et l’Europe est tombé”. A uccidere Charlie però non sono stati i terroristi islamici, ma noi cittadini europei stessi, che abbiamo preferito dimenticare le difficili verità e illuderci che la libertà di espressione sia aliena da Charlie, che in qualche modo sia naturalmente delimitata a determinati settori e non possa applicarsi altrove. Per questo motivo, chi cercherà di mantenere la propria autonomia di scrittore dovrà confrontarsi sempre di più con la forza opprimente della censura; a cui poco importa di Charlie e che preferisce sostenere chi, come lei, se ne è già dimenticato.

Quindi i giornalisti dovranno scegliere: salvare Charlie e combattere per quel poco che rimane della libertà di espressione  o dirgli pietosamente e silenziosamente adieu?


Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 Dicembre 2018
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Torno oggi in Italia dopo quattro mesi trascorsi in Germania. Mi sembra di aver lasciato casa per recarmi in un luogo cui non so più quale nome dare: patria? casa? famiglia?
Sono sul pullman e sono diretta a Genova, mancano ancora due ore circa. C’è un ragazzo seduto davanti a me con le treccine che parla tra sé con voce tremolante e con un italiano un po’ malconcio. L’autista gli intima di scendere, altrimenti sarà costretto a chiamare la polizia e il ragazzo controbatte facendogli notare che è una persona cattiva. Mi sento così in pena, una sensazione che è empatia, vicinanza ma anche distacco per una situazione che finora avevo letto solo sui giornali. Intorno a me sembra regnare l’indifferenza assoluta.
L’autista vuole far scendere il ragazzo che sembra avere il passaporto scaduto e, timoroso dei gendarmi al confine francese, gli dice che chiamerà la polizia. Mi sento una spettatrice di una scena che avrei preferito non vedere perché simile a quella che i miei nonni avrebbero potuto vivere 75 anni fa. Controllo nel portafoglio se ho un po’ di soldi, qualche moneta o banconota ma niente, sembra che io non possa compiere la buona azione per cause di forza maggiore. Mi chiedo però se sia giusto parlare di cause di forza maggiore, avrei potuto trovare un altro modo per pagargli il biglietto e mi sento anch’io un’indifferente, una di quelli che sta lì a guardare perché forse andare a cercare un bancomat dove prelevare avrebbe voluto dire perdere il pullman. Non so quale nome dare a tutto questo: al sorrisetto dell’autista che da paladino chiama i poliziotti in difesa della puntualità del pullman e della propria pelle e alla situazione stessa che mi pare tanto complessa da non riuscire a trovare il buono e il cattivo. Perché di pancia non avrei aspettato un solo minuto per dare i soldi necessari al ragazzo, che ha preferito che la polizia lo venisse a prendere piuttosto che scendere. Però razionalmente (e mi chiedo se sia l’avverbio giusto da usare) ho pensato alle conseguenze che il mio gesto avrebbe potuto avere e al fatto che io questo ragazzo non lo conosco, che sarebbe potuto essere un delinquente.
Poi ricordo a me stessa che la delinquenza nasce dove non c’è integrazione e mi chiedo come sia possibile risolvere un problema che ci sovrasta e che l’Italia è così incapace a gestire. In Germania ho visto tanti immigrati tutti perfettamente integrati. In cosa sbagliamo? Cosa aspettarsi da un paese in cui neanche i ragazzi che scappano dalla guerra e dalla fame vogliono rimanere? Non credo dipenda solo dalle poche prospettive economiche che l’Italia presenta, credo che quel che ho visto oggi sia sintomo o risultato – ancora non so – di fratture ben più grandi. E lo dico bisbigliando con un po’ di incertezza perché riconosco la complessità di tutto questo: non in mio nome.
Marta Spizzichino


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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