Società e politica

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Aprile 2019

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HaTikwa (D. Zebuloni)To Bibi or not to Bibi? Questo è stato il grande dilemma delle appena concluse elezioni politiche israeliane. Si è parlato poco di economia e sviluppo, di politiche interne ed estere. Persino il tema della sicurezza è passato in secondo piano, nonostante un missile partito da Gaza abbia abbattuto una casa nel centro di Israele proprio due settimane prima dell’election day. L’argomento di tutte le campagne elettorali era uno ed uno solo: Bibi o Gantz? O meglio, Bibi o non Bibi?

Non sono dunque i 36 mandati da lui ottenuti ad averlo reso il grande vincitore di queste elezioni. Non è stata nemmeno la sua nomina di Primo Ministro per la quinta volta dal ’96 ad oggi ad averlo inserito nell’olimpo dei grandi leader della storia dello Stato di Israele. Il trionfo di Bibi si misura nella straordinaria e al contempo sinistra capacità di attirare a sé i riflettori senza dire una parola. Sono state poche e ben studiate infatti le interviste che Netanyahu ha concesso ai media, le uniche per altro da lui concesse in tutti e quattro gli anni del suo ultimo mandato. Nonostante ciò, o forse proprio a causa di ciò, quest’ultime sono state le interviste più trasmesse dai media nazionali e internazionali, nonché le più discusse sui social e per le strade del paese.

Per citare l’opinionista politico Amit Segal: “Bibi ha vinto le elezioni con il 70% dei voti, di cui il 35% erano a suo favore e il 35% a suo sfavore”. Ecco, non potrei riassumere in maniera più efficace l’esito di queste elezioni. Tutti hanno votato in funzione di Bibi, ma solo la metà dei votanti l’ha fatto a suo favore. Il restante 35% degli israeliani non ha votato con la speranza di avere il generale Gantz al governo, bensì ha votato con il disperato desiderio di non riavere Netanyahu al governo, di non vivere in un paese la cui atmosfera ricordi vagamente quella della Russia di Putin.

Eppure chi ha commentato la vincita del Likud definendola “la morte della democrazia israeliana”, o peggio ancora alludendo ad uno sterile parallelismo con il Presidente turco Erdogan, non ha capito nulla della politica israeliana in generale e della società israeliana in particolare. Per ogni cittadino israeliano che condanna Bibi ce n’è uno che lo venera. Per ogni israeliano che attacca Bibi ce n’è uno che lo difende. Per ogni israeliano che vede Israele nel baratro ce n’è un altro che vede Israele all’apice. La verità è che il bianco e il nero, anche nel caso di Bibi, non esistono. Esistono invece cinquanta sfumature di grigio (!) che rendono Bibi un eroe e al contempo un antieroe. O in parole semplici, un umano. Un comune mortale.

“Da giornalista quale sono” ha affermato la conduttrice televisiva israeliana Ilana Dayan, “ho l’obbligo di andare a fondo e condannare ogni singolo sbaglio commesso da Netanyahu, ma ho anche l’obbligo di lodare le sue manovre di sicurezza contro l’Iran. Ho l’obbligo di approfondire le accuse mosse contro di lui, ma ho anche l’obbligo di dargli credito per gli importanti traguardi economici ai quali ci ha condotti. Bisogna dunque capire una volta per tutte che non c’è niente di male a guardare le due facce della medaglia”. Forse Ilana Dayan ha ragione, non c’è proprio nulla di male nel guardare le due facce della medaglia. La politica come la vita d’altronde non è sempre un bivio. La politica come la democrazia non si limita alla domanda esistenziale: to Bibi or not to Bibi.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 Aprile 2019
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HaTikwa (D. Fiorentini) – Le elezioni israeliane 2019 sono giunte al termine; con la fine dello scrutinio e i voti dei soldati, possiamo affermare con certezza che il prossimo premier israeliano sarà una volta ancora Benjamin Netanyahu, per gli amici Re Bibi. Sorvolando velocemente sui dettagli del voto, che ha visto il pareggio tra il Likud (36 mandati, Netanyahu) e Cachol Lavan (35 mandati, Gantz), e la vittoria della coalizione di centrodestra con 65 mandati su 120, vorrei far notare che, come ormai da 71 anni, l’Election Day è stata la dimostrazione più chiara e lampante della democrazia che Israele rappresenta e garantisce a tutti i suoi cittadini, senza distinzioni di religione, etnia, sesso, credo politico o orientamento sessuale.

Nei 40 e passa partiti che hanno corso in queste ultime elezioni, ogni cittadino ha potuto trovare una rappresenta in cui identificarsi, persino gli arabi-israeliani hanno avuto un loro partito, che nonostante si dichiari pubblicamente antisionista, siede oggi alla Knesset con 4 mandati. Infatti “la Knesset di Gerusalemme è l’unico Parlamento mediorientale in cui i politici arabi possono alzarsi durante una seduta, accusare il proprio Paese di fascismo e tornare la sera a casa con le proprie gambe”​(1). Mentre in Israele, contrariamente alle accuse di imperialismo e fascismo, si votava, i palestinesi della Giudea e della Samaria si apprestavano al quindicesimo anno di dittatura di Abu Mazen e a Gaza i terroristi di Hamas reprimevano nel sangue le proteste dei palestinesi, che finalmente, dopo dodici anni di dittatura islamista, si sono stufati delle misere condizioni di vita in cui sono ridotti a causa del loro governo opprimente e disumano. È questo lo scenario che rende Israele, la decima democrazia più longeva al mondo​(2)​, nel report di Freedom House, in cui si va dal verde intenso (Norvegia) al viola cupo (Arabia Saudita), l’unica goccia di verde acceso tra un oceano di sfumature di violacee dittature islamiche.

Note

(1)​ Avviso ai sinceri democratici: mentre il “fascista” Israele votava, Ramallah entrava nel 15esimo anno di satrapia e Hamas sparava sulla folla, Giulio Meotti, Il Foglio, 10/04/2019

(2​) Alive and Kicking, Lahav Harkov, Jerusalem Post, 10/04/19


Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 Aprile 2019
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HaTikwa (Y. Tesciuba) – Si è concluso ieri all’Istituto San Gallicano il Festival MondoReligioni, ideato dalla viceministra degli Esteri e della cooperazione internazionale Emanuela Claudia Del Re, patrocinato dalla Regione Lazio e presentato dall’Associazione italiana di sociologia (Ais). La manifestazione ha previsto dibattiti, presentazioni di libri, musica, documentari e incontri con i rappresentanti delle comunità religiose.

Nel corso nella tavola rotonda “Peace building e hate speeches” che si è tenuta ieri, organizzata dalla Chair “King Hamad for inter-faith-dialogue and peaceful co-existence” dell’Università degli studi di Roma La Sapienza, ha preso parte anche il consigliere ai rapporti politici ed internazionali Yoseph Tesciuba, insieme ad altri giovani leader delle comunità religiose presenti nel territorio di Roma. Di seguito, una parte del suo intervento sul tema del fondamentalismo religioso:

«Innanzitutto occorrerebbe capire che cos’è il fondamentalismo, ricordando che non è un fenomeno moderno; nasce tra la fine dell’800 e l’inizio dell’900 come corrente teologica di opposizione alla modernità e di ritorno alla purezza originaria. Lo dice la parola stessa, è l’atteggiamento di chi è pronto a lottare per i fondamenti della sua religione. E’ un atteggiamento di rigore religioso, di richiamo al senso originario di una dottrina. Fin qui però sembra quasi una causa nobile. Non lo è, ovviamente, quando sfocia nell’estremismo, nella violenza o, ancor peggio, nel terrorismo.

E a proposito del terrorismo, mi è capitato di leggere un articolo del 1975 in cui lo storico David Fromkin scrive: “Il terrorismo è violenza finalizzata a generare paura, ma lo scopo di tale violenza è che la paura, a sua volta, induca qualcuno, non il terrorista, ad attivare programmi d’azione che soddisfino qualunque cosa il terrorista realmente desideri ottenere”. Il terrorista fa di tutto per innescare lo scontro tra civiltà profetizzato da Huntington, per gettare tutti nel vortice di violenza, per coinvolgere ogni fede in una visione della realtà ridotta ad una presunta lotta tra bene e male. Quando è stato scritto l’articolo che ho citato il terrorismo era un fenomeno molto diverso da quello odierno, eppure Fromkin aveva intuito una cosa verissima: il terrorismo punta alla distruzione per poter ricostruire.

In altre parole, il terrorismo è la soluzione estrema del fondamentalista per opporsi ai processi di secolarizzazione e modernizzazione: distruggere, scuotere il mondo e creare una situazione comune di regressione ai fondamenti, di una religione o di una certa ideologia.

Per cui, per evitare che il fondamentalismo sfoci in violenza, le autorità religiose dovrebbero guidare i fedeli nella modernità, giorno dopo giorno; dovrebbero adeguare i fondamenti ai tempi moderni; fornire risposte, seppur approssimative ed incerte; stimolare il dialogo. Creare il confronto, in modo pacifico, perché se non lo si fa con le armi della non-violenza, il fondamentalista lo cercherà sempre in modo brusco e deleterio».


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Febbraio 2019
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HaTikwà (S.Bedarida) – Ho avuto la recente opportunità di fare un breve viaggio di due giorni a Tbilisi, la capitale della Georgia. Ex Repubblica Sovietica, indipendente dal 1992, il Paese oggi si trova sulla sponda orientale del Mar Nero e conta circa 4 milioni di abitanti.Il suo paesaggio è tipico della regione caucasica, montano, e l’architettura è splendida e unica, a rappresentare davvero il ponte geografico, artistico e culturale tra Europa orientale e Asia centrale. Come ogni capitale di una nazione, a Tbilisi si possono vedere frequentemente bandiere georgiane sventolare dai balconi dei principali edifici istituzionali e non, unite alle bandiere dell’Unione Europea, a cui la Georgia si sente profondamente legata e di cui spera in futuro di poter fare parte. Inoltre, c’è anche un buon numero di bandiere israeliane, a cominciare dall’unione delle due issate sul terrazzo del palazzo che ospita la Camera di Commercio israelo-georgiana, sita lungo la centralissima Rustaveli Avenue.

Ho deciso perciò di affrontare con interesse l’argomento assieme alla guida, un ragazzo della mia età. Gli ho detto che sono ebreo, e la sua reazione ha manifestato stupore e grande rispetto nei miei confronti. Lui infatti non aveva mai incontrato prima d’allora persone di appartenenza ebraica, ma ha dichiarato che quello che ha sempre sentito da suo padre sugli ebrei è di “esserne sempre amici, perché si tratta di persone estremamente brillanti e intelligenti, da cui poter imparare”. Sono rimasto letteralmente senza parole: in un contesto globale in cui ancora oggi quando esplicito la mia identità sono spesso oggetto di domande non sempre poste con fine di interesse, ma talvolta con lo scopo di generare sfottò e imbarazzo, non mi era mai capitato di avere a che fare con qualcuno che avesse come unica immagine di noi, pervenutagli tramite un sentito dire, qualcosa di simile a questo. Un sentito dire estremamente positivo e privo dei più comuni stereotipi.

La guida allora ha sottolineato con fierezza la grande amicizia fra la Georgia e Israele, e il legame anche a livello non solo politico ma anche umano, da parte dei singoli. Il rapporto fra i due stati nasce innanzitutto dal profondo senso di ospitalità e accoglienza della popolazione georgiana nei confronti degli stranieri. Gli ebrei georgiani hanno infatti da sempre trovato un’oasi di grande pace in territorio georgiano, e la popolazione locale è fiera di poter ospitare una comunità ebraica.
Gli ebrei georgiani, che hanno toccato anche le 50mila unità, sono ridotti oggi a qualche migliaio, a causa della massiccia emigrazione proprio verso Israele, avvenuta prevalentemente per ragioni economiche e di opportunità lavorativa.

In ogni caso, la rottura e la tensione dei rapporti fra la Georgia e la Russia, a causa del contenzioso politico legato ai territori di Abcasia e Ossezia del Sud, con conseguenti sanzioni commerciali da parte dei secondi, e la relativa vicinanza geografica tra la Georgia e Israele hanno permesso l’intensificarsi delle relazioni commerciali fra i due paesi e l’attrazione di investimenti nel paese caucasico proprio da parte di quegli ebrei georgiani emigrati e figli di emigrati, i quali hanno potuto beneficiare dell’ottenimento della doppia cittadinanza e investire in proprietà immobiliari nel paese d’origine. Infine, nel febbraio 2014, a cementare ulteriormente l’amicizia fra i due paesi, l’allora primo ministro georgiano Garibashvili, alla presenza dell’omologo israeliano Netanyahu, ha piantato un albero nella Foresta delle Nazioni, in occasione di Tu Bi Shvat. La Georgia è un paese davvero interessante e particolare da visitare, per i paesaggi, l’architettura e la cucina. Aver avuto l’opportunità di scoprirvi anche un sincero alleato e amico del popolo ebraico e di Israele ha reso questo viaggio ancor più significativo e memorabile.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Gennaio 2019
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HaTikwa (R. Mieli) – Il caso venezuelano sta monopolizzando l’attenzione dei media internazionali per la sua particolarità. Dopo che nei primi giorni di gennaio il Presidente eletto Nicolás Maduro aveva prestato giuramento, l’opposizione è scesa in piazza per sfidarne la legittima carica, già messa in discussione dalle autorità internazionali. Il risultato dei tumulti è stata l’autoproclamazione di Juan Guaidó, che adesso è considerato il nuovo presidente ad interim. La crisi venezuelana è una questione politica e geopolitica di grande rilevanza, coinvolge gli interessi americani, che da sempre si oppongono alla legittimazione di governi filo-russi in Sud America per effetto della rinnovata Dottrina Monroe, quelli italiani, in quanto vi sono ad oggi circa 140 mila italiani residenti in Venezuela che stanno attraversando questa incredibile crisi socio-politica, e chiaramente quelli di Israele, che considera il Venezuela di Maduro uno dei più accaniti alleati dell’Iran e di Hezbollah. Ne discute con HaTikwà il direttore di Report Difesa, Luca Tatarelli, che ha seguito da Caracas le ultime elezioni in Venezuela e che può aiutarci a fare luce sulla disputa.

Come sono composti gli schieramenti e quali sono le motivazioni portate avanti da Guaidó e da Maduro?
La nomina di Guaidó è stata accolta positivamente dagli Stati Uniti e dagli alleati americani nella regione, come il leader del Brasile Bolsonaro e l’argentino Macri. Guaidó, presidente dell’Assemblea Nazionale, ha assunto la carica dell’esecutivo in virtù di un’interpretazione dell’articolo 233 della Costituzione venezuelana, la quale delega proprio a questa figura il ruolo di Presidente nel caso non esista un presidente eletto. Tuttavia, a maggio il leader Maduro era stato riconfermato dalle elezioni nazionali, e votato da una larga fetta della popolazione – nonostante l’opposizione nonché gli osservatori occidentali ne contestino la validità per brogli elettorali e violenze.

Perché Maduro è stato accusato di aver vinto tramite brogli elettorali?
Si è votato con un sistema elettronico, che ripercorre automaticamente i conteggi. In questo modo non si possono verificare le schede, come potrebbe eventualmente avvenire in Italia. L’accusa è quindi quella di aver interferito nel sistema informatico dell’infrastruttura elettorale, causando una vittoria di fatto illegittima. Il problema dei Cyber-attacchi è che l’attribuzione è praticamente impossibile, quindi non ci sono prove della responsabilità di queste infiltrazioni, di conseguenza Maduro non è colpevole di fatto. Maduro è accusato inoltre di violare sistematicamente i diritti umani e i principi democratici. Oltretutto gli si attribuisce la responsabilità di aver mandato in default il paese e di aver affamato la popolazione.

Come è stata la sua esperienza a Caracas durante le elezioni, quali sono state le impressioni?
Come Report Difesa abbiamo partecipato alle riunioni del Consiglio Nazionale Elettorale, il quale ha il compito che le campagne elettorali, nonché la fase di voto e conteggio, siano portate avanti nel rispetto delle leggi nazionali. Abbiamo partecipato come osservatori internazionali, e insieme a noi c’erano diversi esponenti dei partiti di sinistra europei e italiani. Presente anche la Bolivia, l’Ecuador e una delegazione siriana, nonché diversi paesi dell’Unione Africana. Visitando i vari seggi abbiamo avuto modo di parlare con gli elettori, i rappresentanti di lista, i presidenti di seggio, e anche gli uomini della sicurezza. La mia impressione è stata quella di una grande affluenza a sostegno di Maduro.

La popolazione sostiene quindi un dittatore?
Per gli europei è difficile capire come funziona la leadership sudamericana, perché viviamo in un contesto diverso e dunque facciamo fatica a capire alcune questioni. Nei periodi di crisi, storicamente, i paesi del Sud America hanno sempre desiderato al potere leader politici forti militarmente e con un grande carisma. L’idea dell’uomo forte è presente nella cultura dei ceti sociali bassi, quindi della grande maggioranza. Ovviamente il “leader” forte va a contrastare l’esigenza statunitense di controllare il mercato petrolifero nell’area e il fatto che Maduro abbia fatto degli accordi con russi, cinesi e turchi non è stato gradito a Washington. In sostanza, l’America Latina è considerata “Il giardino di casa” degli Stati Uniti, e dalla Dottrina Monroe non si scappa.

Come si evolverà lo scenario?
Mentre lo schieramento di Guaidó (che comprende tutti i più vicini alleati degli Stati Uniti e tutti coloro che hanno interesse a prendere una posizione anti-russa, quindi anche Germania e Canada) si appella all’illegittimità delle elezioni a causa di questi presunti brogli elettorali, Mosca e Pechino hanno preso una posizione netta a favore di Maduro, i quali credono che la crisi sia scatenata dall’ingerenza americana negli affari sudamericani. Ora, lo scenario si potrà evolvere in diversi modi, potrebbe esserci una guerra civile in virtù delle disastrose condizioni in cui versa la popolazione, si potrebbe pensare ad un futuro intervento delle Nazioni Unite oppure gli Stati Uniti potrebbero convincere Brasile e Colombia ad intervenire militarmente a favore di Guaidó, e in quel caso ci aspettiamo che la Russia e la Cina sostengano anche militarmente Maduro. La migliore opzione, secondo me, è quella che è stata già avallata da Maduro, ovvero un accordo tra lui e le forze di opposizione. Israele dopo un primo momento di indecisione nel timore di ripercussioni verso la numerosa comunità ebraica in Venezuela – nonché del dialogo più o meno velato con il Cremlino – ha riconosciuto la legittimità della nuova leadership, mentre Hamas ed Hezbollah hanno emesso due comunicati a favore della posizione di Maduro.

Che legami ci sono tra la crisi del Venezuela e il Medio Oriente?
La Siria, Iran e Hezbollah hanno un rapporto privilegiato con il Venezuela. I primi due contano diversi accordi economici con Caracas di carattere industriale, agricolo, commerciale, energetico e scientifico-tecnologico. Presentano accordi militari da centinaia di milioni di dollari, e senza dubbio questa relazione rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti, che si ritrova una “base” filo-iraniana nel “giardino di casa”. Oltre a questo, il Governo del Venezuela ha una relazione di lunga data con Hezbollah, relazioni che coinvolgono il traffico di droga che raggiunge non solo il Medio Oriente ma anche gli Stati Uniti. Alcune analisi sostengono addirittura che i proventi del Drug Trade tra Hezbollah e Venezuela (con Chavez) siano stati utili a sostenere l’Iran durante il periodo delle sanzioni statunitensi, un sostegno che secondo Israele ha permesso all’Iran di continuare a sviluppare il proprio programma nucleare. In tal senso, la posizione di Israele è coerente con quella americana, anche se così si rischia di abbattere un governo che, fino a prova contraria, è stato liberamente eletto dalla popolazione Venezuelana.


Rebecca Mieli é analista di politica internazionale e sicurezza globale. collabora con diversi think thank in Italia, Israele e Stati Uniti occupandosi di deterrenza nucleare, rischio CBRN, terrorismo e geopolitica del Medio Oriente, con un focus sul conflitto proxy tra Israele e Iran.



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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