Società e politica

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 novembre 2018
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Pochi giorni dopo la sua vittoria alle elezioni generali del Brasile, il neopresidente Jair Bolsonaro ha confermato la volontà di visitare al più presto Israele con l’intenzione di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Bolsonaro negli ultimi mesi è stato descritto in chiave molto negativa su tutti i principali media del mondo, persino su testate storicamente allineate con la destra liberale o conservatrice. Tramite le sue dichiarazioni in campagna elettorale si è presentato come un misogino, un omofobo, un antiambientalista, un reazionario, un difensore della tortura e della pena di morte, un nostalgico delle passate dittature del Brasile. In più occasioni ha minacciato minoranze e oppositori politici, eleggendo come proprio il motto “Deus, pàtria, famìlia” – uno slogan già tanto amato dai fascisti italiani -.

Tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo l’oceano come quello che ci separa dal lontano Brasile, e niente esclude che Bolsonaro possa rivelarsi migliore di come è apparso. Anche se come insegna l’intera tradizione ed etica ebraica, non si può negare il potere e la responsabilità che detiene ogni singola parola. Un monito da tenere ancora più presente ai giorni nostri, dove sovente le parole di un politico, mal interpretate o meno, finiscono per fomentare l’odio di persone che non si pongono nessun problema nel passare direttamente all’azione. L’amicizia dunque, espressa da Bolsonaro nei confronti di Israele, e a quanto pare il sentimento reciproco del governo Netanyahu, si potrebbero archiviare come mera realpolitik. Del resto, come molti negli ultimi giorni hanno ricordato, anche i democratici e liberali stati d’Europa intrattengono spesso ottimi rapporti con dittatori o presidenti che reggono regimi a partito unico o dove vengono calpestati costantemente diritti civili e umani. La Cina, la Russia di Vladimir Putin, la Tunisia di Ben Alì, gli stati del Golfo, o come dimenticare quando Churchill e Roosevelt scelsero di allearsi con l’Unione Sovietica di Iosif Stalin per combattere la Germania nazista? Il rischio però nel caso attuale è che Israele finisca per ritrovarsi un giorno più isolata con una propria cerchia di amicizie composta soltanto da governi che condividono retoriche e politiche di estrema destra. Dove mentre all’esterno si tende la mano a Israele, internamente si alimenta – o comunque non si frena – un clima di intolleranza rivolto a chiunque sia “diverso”, colpendo non di rado gli ebrei locali. Specie quando entra in gioco, con questi governi populisti, un’esaltazione dell’ignoranza e viene operata una revisione della memoria storica che non fa mai sconti per nessuno, o quando vengono attaccati unilateralmente i mass media o mitologiche “élites della finanza mondialista” che nel pensiero dell’uomo comune sono spesso sinonimo di ebrei.

La relazione di Israele con governanti dalle idee autoritarie potrebbe essere ancora interpretata come una scelta dovuta non tanto a degli interessi in gioco quanto a dei valori condivisi, dando occasione a chi contesta Israele “senza se e senza ma” per rappresentarlo come uno stato proiettato verso il fascismo. Incrementando contemporaneamente lo stesso antisemitismo, che ritorna a galla ogni qual volta Israele raggiunge le cronache internazionali. Bolsonaro e i suoi sostenitori si sono più volte fatti ritrarre avvolti dalle bandiere d’Israele, e lo stesso presidente in alcune sue dirette video aveva ben visibile dietro di sé una menorah. Certo, sarebbe stato improbabile che un Churchill si facesse fotografare con in mano una bandiera con la falce e martello per esprimere il suo sostegno verso l’Armata Rossa.

Oltre a questi pericoli, l’amore e la vicinanza nei confronti di Israele che ognuno di noi può a diversi livelli sentire non può farci trascurare o peggio rimpiazzare i valori di democrazia e libertà secondo i quali i primi halutzim e i padri fondatori si ispirarono per la creazione della stessa Medinah. O coloro, anche ebrei, che nell’ultimo secolo hanno combattuto o sono morti per i diritti civili e l’eguaglianza di ognuno, o per liberare l’Europa dal nazifascismo. Sarebbe un tradimento verso la memoria e la storia ebraica, esaudendo la brama di chi sogna un popolo ebraico esiliato dal mondo e dalle problematiche di ogni luogo.

Francesco Moisès Bassano


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 luglio 2018
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Con grande interesse ho letto l’opinione di Nathan Greppi pubblicata ieri su HaTikwa, giornale aperto al confronto delle idee. Leggere il suo articolo mi ha fatto molto piacere per due motivi. Innanzitutto perché Nathan ha dimostrato che, volendo, è possibile esprimere un’opinione anche molto netta con pacatezza e garbo. In una parola: affidandosi all’argomentazione e non, come capita sempre più spesso altrove, con gli insulti. Mi ha fatto piacere perché – e questo è il secondo motivo – non sono d’accordo con pressoché nulla di quanto Nathan scrive. Provo a rispondergli punto per punto.

  1. Secondo Nathan un motivo per cui l’Ucei non dovrebbe criticare le dichiarazioni del ministro dell’interno Matteo Salvini è la crescita nei consensi di cui gode secondo i sondaggi il leader della Lega. Nathan ha ragione presupponendo che qualsiasi analisi o presa di posizione politica non possa evitare di fare i conti con la realtà (in questo caso, il consenso verso Salvini nei sondaggi), e fa bene a sottolinearlo. Ma sono convinto sia completamente fuori strada quando dà per assodato che la realtà dovrebbe dettare automaticamente l’analisi politica. Perché se così fosse non dovremmo fare altro che guardare la realtà e accettarla com’è, rinunciando in partenza al tentativo di migliorarla raddrizzando le cose che non vanno e che, fino a prova contraria, possono essere migliorate. L’analisi politica deve guardare alla realtà, non legittimarla e giustificarla a priori. La conseguenza inevitabile della posizione espressa da Nathan è la cancellazione della libertà di scelta e, come suoi corollari, la santificazione del presente, la monumentalizzazione del passato e la negazione del futuro: esattamente il contrario del messaggio espresso dall’ebraismo.
  2. Ha ragione Nathan a chiarire che epiteti come “fascista” o “antisemita” non dovrebbero essere usati a cuor leggero, come insulti generici, pena la svalutazione irrimediabile del loro significato. Avvicinarsi alla posizione opposta, quella secondo cui i “fascisti” e gli “antisemiti” “non dicono sul serio”, “scherzano”, “non intendono davvero”, è però altrettanto sbagliato e ancora più pericoloso.
  3. L’attuale incapacità di Berlusconi di dare un’identità anche residuale al proprio partito famigliare, Forza Italia, e le dichiarazioni che seguono, o meglio inseguono senza raggiungere, quelle di Salvini, non devono far dimenticare che Forza Italia non fa parte della maggioranza al governo. Gli italoisraeliani che hanno espresso il proprio voto a marzo hanno preferito in misura più che proporzionale il blocco Berlusconi-Salvini-Meloni (44%: è verosimile che all’interno di questo numero ci sia una quota consistente di votanti che hanno scelto Berlusconi nonostante Salvini e Meloni) ma soprattutto il Pd e +Europa che, conteggiati insieme, hanno superato il 46%, più del doppio del risultato elettorale generale. Bisogna inoltre tenere conto del numero abbastanza modesto dei votanti.
  4. Ribadito che la Lega non è un partito fascista – anche se spesso e volentieri ai fascisti e ai neofascisti strizza l’occhio, e utilizza sovente un linguaggio cameratesco di chiamata alle armi – rimane una formazione nazionalpopulista non di destra, ma di estrema destra. I suoi modelli sono Le Pen, Orban, Putin: tutto fuorché liberali, insomma. Per non dire nulla dei cedimenti sul tema dei diritti, della scienza e il complottismo ben più che latente. Troveremo sempre una fazione o un partito peggiore di un altro. Credo, tanto per fare alcuni esempi non collegati tra loro, che Hitler sia peggio di Mussolini, Hamas peggio di Fatah, Trump peggio di Bush, l’Iran degli ayatollah peggio di quello dello Scià. Basta questo per rinunciare a criticare i secondi? Io non credo.

Giorgio Berruto

Questo articolo è una risposta all’opinione di Nathan Greppi pubblicata ieri 8 luglio su HaTikwa, che per comodità di consultazione riproduciamo anche di seguito [NdR]:

UCEI, rom e migranti: 4 motivi per NON attaccare Salvini

Nelle ultime settimane si è molto parlato, sia nei mass media che sui social, delle prese di posizione del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, in particolare per quanto riguarda i rom e i barconi che portano i migranti. Posizioni che hanno suscitato prese di posizione contrarie da parte dell’UCEI, oltre che della senatrice Liliana Segre. Ma siamo sicuri che attaccare Salvini sia la cosa giusta? Qui sotto proviamo a elencare 4 motivi per cui osteggiarne le azioni può essere un errore:

1 Nonostante tutti gli attacchi che la Lega ha ricevuto da più direzioni, i sondaggi parlano chiaro: secondo l’istituto Swg, il Carroccio è passato dal 17% delle elezioni politiche al 29,2% come gradimento. Inoltre, il centrodestra è riuscito a prendere città e province dove dalla fine della Guerra erano stati eletti sempre e solo politici di sinistra (come Genova, Siena e Sesto San Giovanni). Ma il dato che più fa pensare riguarda un sondaggio Ipsos realizzato per il Corriere della Sera: infatti, è emerso che il modo in cui Salvini ha gestito l’affare Aquarius non ha ricevuto consenso solo dagli elettori di destra o 5 Stelle, ma anche da un terzo degli elettori del PD. In altre parole, prendendo posizione contro chi ha dalla sua parte la maggioranza degli italiani, l’UCEI rischia di suscitare reazioni ostili verso gli ebrei.

2 Qui devo passare a parlare di esperienze dirette: infatti, chi ha frequentato licei di provincia, e ha conosciuto i giovani che votano la Lega o i 5 Stelle, sa bene che etichettare come “fasciste” determinate posizioni non porta alcun risultato; anche quando parlavo con i miei compagni di classe delle posizioni di Grillo sugli ebrei e Israele, nella maggior parte dei casi a loro non importava. E questo non perché fossero antisemiti: la maggior parte di loro non aveva mai visto prima un ebreo, e quando lo scoprono le prime reazioni sono di stupore o indifferenza, ma mai di odio.

3 Prendere posizione contro una determinata fazione politica può essere divisivo anche per gli stessi ebrei italiani: infatti, è risaputo che da anni una parte consistente di essi è politicamente vicina a Berlusconi, tanto che il 4 marzo il 44% degli italiani residenti in Israele ha votato per lui, e che nel 2008 tale percentuale saliva al 73%. Inoltre, anche tra gli ebrei c’è chi teme l’immigrazione islamica, a causa della quale in Francia gli atti antisemiti sono in costante aumento. Una preoccupazione tale che persino il presidente UCEI Noemi Di Segninel settembre 2017, parlando dei migranti ha detto che non dobbiamo essere indifferenti, ma neanche “coprirci di buonismo”.

4 Infine, e questa è forse la ragione più importante, perché la Lega ha catalizzato voti che, se essa non esistesse, andrebbero a partiti veramente neofascisti come CasaPound e Forza Nuova. E forse è anche grazie al fatto che il Carroccio non è più un partito solo del nord che alle Regionali del Lazio CasaPound si è fermata al 2%. In questo caso, chi non ama la Lega dovrebbe perlomeno ricorrere alla logica del “meno peggio”.

Nathan Greppi


Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 luglio 2018
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Nelle ultime settimane si è molto parlato, sia nei mass media che sui social, delle prese di posizione del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, in particolare per quanto riguarda i rom e i barconi che portano i migranti. Posizioni che hanno suscitato prese di posizione contrarie da parte dell’UCEI, oltre che della senatrice Liliana Segre. Ma siamo sicuri che attaccare Salvini sia la cosa giusta? Qui sotto proviamo a elencare 4 motivi per cui osteggiarne le azioni può essere un errore:

  • Nonostante tutti gli attacchi che la Lega ha ricevuto da più direzioni, i sondaggi parlano chiaro: secondo l’istituto Swg, il Carroccio è passato dal 17% delle elezioni politiche al 29,2% come gradimento. Inoltre, il centrodestra è riuscito a prendere città e province dove dalla fine della Guerra erano stati eletti sempre e solo politici di sinistra (come Genova, Siena e Sesto San Giovanni). Ma il dato che più fa pensare riguarda un sondaggio Ipsos realizzato per il Corriere della Sera: infatti, è emerso che il modo in cui Salvini ha gestito l’affare Aquarius non ha ricevuto consenso solo dagli elettori di destra o 5 Stelle, ma anche da un terzo degli elettori del PD. In altre parole, prendendo posizione contro chi ha dalla sua parte la maggioranza degli italiani, l’UCEI rischia di suscitare reazioni ostili verso gli ebrei.
  • Qui devo passare a parlare di esperienze dirette: infatti, chi ha frequentato licei di provincia, e ha conosciuto i giovani che votano la Lega o i 5 Stelle, sa bene che etichettare come “fasciste” determinate posizioni non porta alcun risultato; anche quando parlavo con i miei compagni di classe delle posizioni di Grillo sugli ebrei e Israele, nella maggior parte dei casi a loro non importava. E questo non perché fossero antisemiti: la maggior parte di loro non aveva mai visto prima un ebreo, e quando lo scoprono le prime reazioni sono di stupore o indifferenza, ma mai di odio.
  • Prendere posizione contro una determinata fazione politica può essere divisivo anche per gli stessi ebrei italiani: infatti, è risaputo che da anni una parte consistente di essi è politicamente vicina a Berlusconi, tanto che il 4 marzo il 44% degli italiani residenti in Israele ha votato per lui, e che nel 2008 tale percentuale saliva al 73%. Inoltre, anche tra gli ebrei c’è chi teme l’immigrazione islamica, a causa della quale in Francia gli atti antisemiti sono in costante aumento. Una preoccupazione tale che persino il presidente UCEI Noemi Di Segni, nel settembre 2017, parlando dei migranti ha detto che non dobbiamo essere indifferenti, ma neanche “coprirci di buonismo”.
  • Infine, e questa è forse la ragione più importante, perché la Lega ha catalizzato voti che, se essa non esistesse, andrebbero a partiti veramente neofascisti come CasaPound e Forza Nuova. E forse è anche grazie al fatto che il Carroccio non è più un partito solo del nord che alle Regionali del Lazio CasaPound si è fermata al 2%. In questo caso, chi non ama la Lega dovrebbe perlomeno ricorrere alla logica del “meno peggio”.

Nathan Greppi

Su HaTikwa la risposta all’opinione di Nathan Greppi da parte di Giorgio Berruto a questa pagina [NdR]


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 giugno 2018
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Il 1° giugno 2018, dopo ben ottantotto giorni dalle elezioni politiche, si è insediato il governo Conte, guidato dall’omonimo giurista e docente universitario, con una composizione politica di Lega Nord e Movimento 5 Stelle, i due partiti rispettivamente di destra radicale euroscettica e di stampo populista, entrambi con una modalità di agire molto simile a quella del fascismo. Infatti i due partiti si pongono come rappresentanti dell’intero popolo e della sua volontà e sovranità (dimenticandosi che il popolo esercita la sovranità nei limiti della stessa Costituzione); sono la voce di tutta l’ignoranza, il razzismo e il qualunquismo imperante nel Belpaese e ampliato a macchia d’olio grazie a Facebook; provocavano il governo con modalità aggressive quando erano all’opposizione, e soprattutto ritengono democrazia e volontà popolare le proprie idee mentre sono  “cose da pdioti” quelle affermate da chiunque non la pensi come loro. Rassicurante come quadro, no?

Ma andiamo nel dettaglio a vedere chi è che compone questo esecutivo: abbiamo innanzitutto un Primo Ministro che non ricorda (o finge di non ricordare) il nome di Piersanti Mattarella, fratello del Capo dello Stato, ucciso dalla mafia nel 1980, e definito semplicemente un “congiunto”; un Ministro della Salute che, pur essendo medico legale, nega l’importanza dei vaccini obbligatori, sostenendo che essi debbano diventarlo solo a epidemia in corso (che sarebbe come dire mettersi un giubbotto antiproiettile solo dopo aver ricevuto lo sparo), e in questo modo dà voce e ossigeno a tutto il movimento no-vax che nega il valore della medicina e delle scoperte costate decenni di lavoro e di ricerche, anche per mezzo di insulti, un po’ come faceva la massa della popolazione ai tempi dei Promessi Sposi (la credenza degli untori); un Ministro per la Famiglia con idee retrograde e medievali, omofobo, sostenitore dell’esclusività della “famiglia tradizionale” e contrario all’aborto (che è invece un diritto fondamentale che va garantito a ogni donna). Merita però una menzione speciale il Ministro dell’Interno, che è la personificazione della disumanità: si comporta ancora come se fosse in campagna elettorale, aizza le masse a odiare il diverso, crea un caso diplomatico con la Tunisia, si rifiuta (in nome del pugno duro) di far attraccare ai porti italiani un barcone che rischia di rovesciarsi (con la massa di persone su Facebook a inneggiare alla morte dei migranti in pericolo di vita), si complimenta esplicitamente per l’uccisione di un ragazzo da parte delle forze di  polizia. E soprattutto (cosa più preoccupante in assoluto) fomenta lo squadrismo, crea in versione moderna e digitale il vecchio concetto delle liste di proscrizione di epoca romana, di Marco Antonio e Cesare. Sei nelle liste di proscrizione? Chiunque ti può uccidere e il suo atto resterà impunito. Vittima illustre delle liste di proscrizione fu l’oratore Cicerone. Siamo allo stesso livello oggi, potremmo chiamarle liste di proscrizione 2.0: se domani, dopodomani o fra un anno un rom, un nero o comunque un individuo “diverso” dovesse essere ucciso, non ci sarebbe da stupirsi se il nostro Ministro dell’Interno non condannasse l’omicidio, cosicché le masse siano sempre più legittimate a odiare. Pensiamo un momento a ottant’anni fa: lo stesso odio gratuito e di massa si riversava verso il popolo ebraico, e portò in Italia e in Germania alle leggi razziste, portò alla Notte dei Cristalli, portò alla Shoah. Peraltro, a proposito di ebrei, il primo e supremo leader del Movimento 5 Stelle è un individuo che a più riprese ha mostrato una preoccupante avversione all’ebraismo (per citare alcuni esempi: la sua banalizzazione del Giorno della Memoria e del suo significato oppure la sua autodefinizione di individuo “oltre Hitler”).

I due partiti che sono rappresentati nell’esecutivo non hanno nemmeno applaudito l’intervento, a mio dire eloquente e ineccepibile, della senatrice Liliana Segre, che in nome della barbarie nazista che ha vissuto in prima persona, ha dichiarato la sua più ferma opposizione a qualunque legge contro i rom e le minoranze in generale, attirandosi per altro gli insulti di un buon numero di commentatori seriali di Facebook che le hanno augurato di essere derubata da uno zingaro, affermando che è certamente peggio che vivere in un campo di concentramento. Ma su questo punto è meglio sorvolare e fingere di non aver letto, tenendo solo a mente che questi commentatori seriali sono in mezzo a noi e potremmo incontrarli per strada.

Piuttosto, prendendo spunto dall’intervento della stessa Liliana Segre, voglio lanciare il mio appello: qualunque ebreo che nel segreto dell’urna ha messo la propria croce sul simbolo della Lega (o peggio sul simbolo dei 5 Stelle), oggi deve mettere una mano sulla propria coscienza. Magari il voto alla Lega è andato in nome della (presunta?) amicizia del suo leader nei confronti dello Stato di Israele (da più parti ho visto su Facebook pagine simpatizzanti per Israele inneggiare all’attuale Ministro dell’Interno), ma il risultato di oggi è un governo che si avvicina molto allo squadrismo, un governo che non si farà scrupoli a isolare le minoranze e a far vivere loro quello che i nostri fratelli correligionari hanno vissuto ottant’anni fa quando, in fuga dalla persecuzione, si sono visti respinti alle frontiere. Non fa nemmeno onore a Israele avere come (sedicente) amico un individuo di valori umani così infimi e meschini.

Noi come ebrei siamo appena venticinquemila in tutta Italia, più o meno lo stesso numero di abitanti che ha Isernia, in Molise. Ma siamo pur sempre una minoranza estremamente integrata e “rumorosa”, e abbiamo il compito di opporci categoricamente a qualunque iniziativa di stampo razzista di questo governo, e far sentire la nostra voce ogni qualvolta ciò dovesse accadere. Chi dimentica è complice, chi dà loro il voto è complice di questa macchina, è un franco tiratore.

Oggi sono i rom, i musulmani e i migranti africani, ma domani potremmo essere nuovamente noi. Non servono proclami come “passaporto pronto” o simili. Serve piuttosto prestare costante attenzione, e magari avere pronto il microfono, prima del passaporto. Israele è certamente un punto fermo e fondamentale per la nostra vita di ebrei, ma non può e non deve essere l’unica ragione delle nostre scelte politiche in Italia e in Europa. Chi sceglie di continuare a vivere in Europa, deve lavorare nell’interesse primario di questa bellissima e fondamentale realtà: un’Europa che sia sicura, accogliente e che sappia sempre garantirci i valori e i diritti per la cui conquista le passate generazioni hanno dovuto lottare duramente. E questo significa combattere a ogni costo il razzismo, il nazionalismo e la xenofobia, anche laddove i partiti portatori di tali valori si dichiarassero amici e sostenitori dello Stato di Israele.

Simone Bedarida


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 giugno 2018
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“The Racist Law” è il nome del convegno tenutosi domenica 27 maggio a Roma, presso il MAXXI. Il tema della conferenza è stato l’antisemitismo, in particolare nel contesto della storia italiana.

Inizia con i saluti dell’Ambasciatore nonché capo della delegazione italiana IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) Sandro De Bernardin a della Presidentessa UCEI Noemi Di Segni, i quali introducono il tema dell’antisemitismo, ponendo come punto di domanda e riflessione, come e quando vederne i primi segnali nella nostra società. Sono seguiti gli interventi dei numerosi ospiti, che hanno affrontato l’argomento da diversi punti di vista. Steve Katz, esperto americano della storia della Shoah ha fornito un’introduzione storica dell’antisemitismo. Partendo dalla concezione apostolica degli ebrei, sviluppa un discorso in tappe storiografiche, passando per il medioevo, la rivoluzione francese, fino al XX secolo. Con il cristianesimo nasce la concezione metafisica dell’ebreo, quella parte di umanità che ha rifiutato la rivelazione messianica. Il deicidio come colpa ontologica rende l’ebreo colpevole e crudele per natura agli occhi della popolazione europea. La sua condizione di diverso e malvagio sembrerebbe apparentemente trovare la sua fine con le rivoluzioni americana e francese e la conseguente emancipazione; ma ne fa invece seguito un antisemitismo diverso, su base etniconazionale prima, per poi raggiungere il culmine fra le due guerre mondiali, con l’antisemitismo razzista su base biologica. Segue l’intervento dell’ex premier Giuliano Amato, che inizia il suo discorso ragionando sulla “differenziazione” e la “discriminazione” in ambito legale. La differenziazione non è un male di per sé, siamo tutti ugualmente diversi, ma lo diventa quando diventa presupposto di discriminazione, favorendo un gruppo e perseguitando un altro. Il percorso per l’uguaglianza è stato lungo e non è ancora completamente raggiunto. Riflette sull’importanza del linguaggio giuridico, non sempre rispecchiato nei comportamenti degli individui, ma comunque alla base della giustizia sociale. Sottolinea, infine, la differenza fra il razzismo usato nel corso dei secoli per la sottomissione dei popoli diversi dal proprio e l’antisemitismo del XX secolo; il primo con il fine di sfruttamento dei diversi e del consolidamento di società gerarchizzate; il secondo con il fine della totale eliminazione degli ebrei. Il discorso inizia quindi a focalizzarsi sulle leggi razziste. A contestualizzarle all’interno del regime fascista è l’intervento successivo della professoressa Lucia Ceci, insegnante di Storia a Tor Vergata, che descrive i “testi di legge organica su Eritrea a Somalia”, del 1933. E’ a partire da questi infatti che inizia a comparire il linguaggio razzista all’interno del regime. Con la conquista dell’Etiopia, l’Italia diventa razzista; la legislazione antiebraica rappresenta un salto di qualità, non considerabile una conseguenza inevitabile della legislazione razzista coloniale, ma nel clima culturale della quale si inserisce. Il professor Francesco Cassata ha invece spiegato il ruolo dell’eugenetica, soffermandosi sull’influenza del cattolicesimo nell’eugenetica italiana. A dare informazioni tecniche e dettagliate sulle leggi razziste del 1938 è Michele Sarfatti, con l’intervento conclusivo della prima sessione.

La seconda sessione inizia con l’intervento di Roberto Finzi, professore di storia economica, sulla sorte dei professori universitari ebrei cacciati con le leggi razziste. Il mondo universitario italiano non ha mai fatto i conti con questa vicenda. Un’occasione di rinnovamento mancato, quello che successe nel dopoguerra. Casi tragici come il caso Terni ne sono emblema. Una parentesi del rapporto fra Chiesa e persecuzioni razziste durante la seconda guerra mondiale viene fornita dal Professor Melloni (università di Modena). Gli speaker successivi riprendono una prospettiva più internazionale, con l’intervento di Michel Rosenfeld sull’antisemitismo e la discriminazione razzista in America, del professor Shaub sulla discriminazione nei confronti dei convertiti nel mondo ispanico e del Professor Ten Have sulle legislazioni razziste nei paesi occupati, con l’esempio particolare dell’Olanda. A concludere il seminario è l’intervento (fuori programma) di Yehuda Bauer, per decenni capo delle ricerche storiche dello Yad Vashem e fondatore di IHRA, con un sollecito legare tutta la teoria esposta durante la giornata con quello che è la realtà quotidiana: l’antisemitismo non è sempre presente e non va dato per scontato, ma quando c’è, è importante saperlo affrontare

Una conferenza dunque ricca di spunti di riflessioni e di ricordo degli eventi passati. L’antisemitismo va e viene nel corso della storia e dei popoli, ma conoscendo il passato e comprendendone le dinamiche saremo pronti ad affrontare il futuro.

Giulio Piperno



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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