Società e politica

Consiglio UGEIUGEI12 Gennaio 2021
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di Ludovica Efrati, US Affairs Editor

 

Jon Ossoff, nato ad Atlanta nel 1987, è diventato, dopo la vittoria al ballottaggio del 5 gennaio contro il senatore repubblicano David Perdue, non solo il più giovane senatore della Georgia, ma anche il più giovane senatore ebreo di sempre. Dopo un estenuante testa a testa avvenuto lo scorso novembre, infatti, la settimana scorsa il giovane democratico ha avuto la meglio sul senatore uscente con il 50,6% dei voti.

Laureato alla London School of Economics e all’Università di Georgetown, prima di entrare in politica ha lavorato come giornalista e documentarista investigativo. Negli scorsi anni, la sua azienda ha prodotto alcuni documentari andati in onda sulla BBC, tra cui uno sui crimini di guerra dell’ISIS. Di seguito elenchiamo alcuni fattori che caratterizzano in particolare la sua carriera:


Consiglio UGEIUGEI11 Gennaio 2021
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di David Fiorentini

 

In uno stravolgimento epocale, gli Accordi di Abramo hanno generato un grande entusiasmo, che per la prima volta permetterà a tutte le aziende israeliane di guardare alla propria regione, il Medio Oriente, per la ricerca di nuovi affari, senza doversi rivolgere ai mercati europeo o americano. Questo è stato il tema centrale di un dibattito tenutosi nel corso dell’ultimo Congresso della WUJS (World Union of Jewish Students), che ha avuto luogo dal 27 al 31 dicembre.

Si stima che Israele e l’UAE già intrattenevano rapporti commerciali in segreto, per un volume d’affari di circa un miliardo di dollari. Tuttavia, le imprese che avevano accesso a questo mercato erano pochissime, e le procedure di ammissione ovviamente erano estremamente complesse. Adesso che la porta ai paesi del Golfo si è spalancata, sono numerosissime le aziende che da Israele e dagli Emirati non vedono l’ora di immergersi in questo mare di opportunità.


Consiglio UGEIUGEI7 Gennaio 2021
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di Gavriel Hannuna

 

Ancora una volta, Israele sembra essere su tutti i giornali. Nel corso della pandemia, si è parlato molto della situazione nello Stato Ebraico, inizialmente riguardo alle sperimentazioni dei vaccini, per poi parlare del pessimo lavoro durante la seconda ondata; adesso, invece, perché questo piccolo stato, con soli 8,9 milioni di abitanti, è il leader mondiale nelle vaccinazioni. Ben il 12,5% della popolazione è stato vaccinato, più di 1 milione di persone (dati del 2 gennaio). Intanto, il terzo lockdown procede con migliaia di nuovi contagiati ogni giorno, mentre il governo avrebbe promesso di vaccinare il 25% della popolazione entro la fine del mese; un traguardo più che raggiungibile, visti i dati di inizio gennaio.


Consiglio UGEIUGEI7 Gennaio 2021
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di Luca Spizzichino e David Fiorentini

 

Pensavamo che il 2021 stesse prendendo una bella svolta: le prime vaccinazioni, gli accordi di pace… ed ecco qua la sorpresa: la più grande democrazia dell’Occidente, il paese da sempre faro delle libertà, sta vivendo le sue ore più buie.

Che il processo di polarizzazione di entrambe le fazioni precedente all’insediamento di Trump nel 2016, è indubbio. Allo stesso tempo, è palese come il presidente uscente non solo abbia giovato da questo clima nella precedente campagna, ma che a un certo punto sia arrivato ad alimentarlo, facendo arrivare la società americana ad una profonda crisi.

Il quadriennio è cominciato all’insegna della presunta interferenza russa nelle elezioni. Una diatriba legale durata oltre tre anni che, unita ad una campagna mediatica senza precedenti, ha costantemente minato la legittimità della presidenza. Dopodiché, è stata la volta dell’impeachment, fallito anche questo, ma che di certo non ha contribuito alla costituzione di un ambiente di cooperazione bipartisan, proprio agli albori della pandemia.

La tensione ha continuato a salire, fino ad arrivare al clamoroso caos della scorsa estate. Nonostante le raccomandazioni dei medici, centinaia di migliaia di persone, capitanate dai movimenti estremisti Black Lives Matter e Antifa, si sono riversate in piazza per denunciare la causa del razzismo sistemico negli USA. Settimane di violenza inaudita, che ha causato decine di morti, tra cui anche un poliziotto di colore, comandi di polizia messi a ferro e fuoco, e interi quartieri fuori controllo.

D’altro canto, l’atteggiamento ambiguo di Trump ha creato un terreno fertile anche per le frange più estremiste dell’universo conservatore: dai suprematisti bianchi ai neonazisti, passando per i cospirazionisti, e su tutti i sostenitori di QAnon: una complessa narrativa secondo cui il fantomatico Deep State, il vero capo del Congresso, starebbe tentando di abbattere il paladino Donald Trump.

Se fino a poco tempo fa i più fanatici del movimento trumpista erano alimentati da maldestre dichiarazioni, e allo stesso tempo frenati da tempestivi ordini esecutivi, da novembre ad oggi hanno preso una piega quasi paranoica. La difficoltà nell’accettare l’ormai più volte confermata, certificata e contro-certificata sconfitta ai danni del prossimo Presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden li ha portati a crearsi una propria verità, che sta alimentando un fuoco – quello dell’elettorato trumpiano sentitosi derubato delle elezioni – che ormai è diventato nelle ultime ore un vero e proprio incendio.

E non è un caso l’uso del termine incendio. L’ultima volta che venne occupato il Campidoglio fu nell’agosto del 1814, quando gli inglesi bruciarono non solo la sede del Congresso, ma anche l’iconica Casa Bianca. Dopo 207 anni, in maniera più simbolica che guerrigliera, il luogo più emblematico del potere a stelle e strisce è stato violato di nuovo: questa volta dai propri cittadini.

L’atteggiamento assunto da Trump nelle ultime settimane ha dato il via libera alle fazioni più estremiste per interrompere bruscamente un solenne processo, quale è la formalizzazione dell’elezione del presidente entrante, in un atto che senza dubbio passerà alla storia. Sostenitori di QAnon, bandiere confederate, teschi delle SS e altri caratteri neonazisti hanno inondato le aule della più grande democrazia del Mondo, dagli uffici della Pelosi fino alla House Chamber.

Uno spettacolo ripugnante, soprattutto per chi, da conservatore repubblicano, non sognerebbe mai di trasgredire la santità della Costituzione. Le opposizioni e le obiezioni si portano avanti, ma nei limiti delineati dalla legge, seguendo le secolari procedure dei Padri Fondatori. “La violenza non vince mai. La Libertà vince”, ha riaperto la sessione a camere congiunte il Vicepresidente Mike Pence. Così come a luglio le rivolte non erano la risposta, anche oggi la prepotenza non deve prevalere sul diritto americano.

L’amministrazione Trump in questi quattro anni ha vissuto molti alti: un’economia galoppante, l’eliminazione dell’ISIS, l’uccisione di Soleimani, i numerosi accordi di pace e il supporto incondizionato allo Stato d’Israele. Ha avuto però anche numerosi bassi: l’ambiguità nei confronti dei suprematisti, la gestione delle manifestazioni negli Stati Uniti a seguito dell’uccisione di George Floyd, e su tutti una gestione controversa, se non addirittura superficiale, della pandemia, che sta mietendo sempre più vittime.

Ma se fino a poco tempo fa si poteva dare un giudizio sufficiente a questi quattro anni, ciò che è successo ieri a Capitol Hill ha completamente dissolto la sua eredità politica. Trovandosi ormai da solo, in una barca alla deriva, lasciata da molti dei suoi stessi alleati, è inaccettabile che abbia permesso uno dei più grandi scempi della democrazia statunitense. Non è tollerabile il fatto che abbia prima incoraggiato, e poi in qualche modo apprezzato il deprecabile gesto dei suoi sostenitori.

Quello di mercoledì è un giorno cupo, non solo per gli Stati Uniti, ma per tutto il mondo occidentale, che dal ‘900 in poi, nel bene o nel male, vedeva negli USA un modello a cui ispirarsi. E se finora gli States non sapevano quali potessero essere i risultati di un populismo incontrollato, ecco che per la prima volta lo hanno imparato a proprie spese. Ma si sa, la più grande forza degli Stati Uniti d’America è quella di rialzarsi sempre dopo ogni caduta. Sicuramente succederà anche stavolta.


Consiglio UGEIUGEI3 Gennaio 2021
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di David Zebuloni

 

Non tutti hanno il privilegio di chiamare “zia” un Premio Nobel per la medicina, eppure Piera Levi Montalcini pare farlo con estrema naturalezza. Cita “zia Rita” con tanta disinvoltura che, talvolta, ci dimentichiamo persino che la zia in questione sia una delle menti più geniali dell’ultimo secolo. Ci immaginiamo un’anziana signora impegnata a girare il ragù, invece scopriamo una figura epica, che ha lasciato un’impronta indelebile nel campo della ricerca neurologica. Parliamo ovviamente di Rita Levi Montalcini, non solo Premio Nobel per la medicina, ma anche Senatrice a Vita della Repubblica Italiana, nonché la prima donna scienziata a ricevere il prestigioso Premio Max Weinstein. Si potrebbe parlare per ore di quest’insolita zia e Piera lo fa sempre con grande piacere e con altrettanta nostalgia, ma anche con un profondo senso di responsabilità. Di professione ingegnere ed imprenditrice, Piera Levi Montalcini ha rinunciato agli studi di medicina per pietà di un gallo. “Lo usavano per le ricerche in laboratorio e mandava degli urli strazianti. Mi ha traumatizzato”, mi racconta ridendo. Eppure dietro il sorriso mite e intelligente si cela un piccolo rimpianto. Il rimpianto di non aver studiato la chimica e la biologia, materie necessarie per scoprire i segreti più nascosti di quella macchina perfetta chiamata essere umano. Una macchina che ancora oggi suscita in lei tanta curiosità. Per quanto riguarda l’inevitabile confronto con il Premio Nobel, invece, Piera mi rassicura. “Non sono gelosa di zia Rita, perché sono diversa da lei”, afferma. “Io ho fatto le cose che piacevano a me e lei ha fatto le cose che piacevano a lei”. È sincera quando lo dice. Piera ha fatto davvero ciò che più le piaceva. E lo fa tutt’ora, giorno e notte. Si dedica con passione all’incontro con i bambini nelle scuole, per trasmettere loro un po’ di quella curiosità di cui lei è tanto ghiotta. Si dedica poi con altrettanta passione alla valorizzazione del ricordo della sua amata famiglia, di cui zia Rita è l’assoluta protagonista. Lo scopo di Piera è semplice. “Non voglio lasciare morire un esempio”, mi confessa. L’esempio in questione è quello di Rita Levi Montalcini, una delle ricercatrici più brillanti che l’Italia abbia mai visto. O meglio, una delle donne più coraggiose che l’umanità abbia mai conosciuto.