Società e politica

Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Marzo 2020
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HaTikwa, di Revital Rahmani

Credito revisione: Micol Meghnagi

 

Dopo aver finito la mia prima laurea di Comunicazione e Sociologia al Bar Ilan, ho deciso di volare a Londra a continuare i miei studi nel campo televisivo. Sono nata e cresciuta a Milano ma sempre stata legata ad Israele così, una volta finito il liceo, ho deciso di fare l’Alyah.

Mi trovo attualmente a Londra, città dalla quale non posso e non voglio muovervi e, come me, centinaia di altri connazionali coetanei.

Inizialmente nessuno aveva realmente compreso la gravità della situazione, soprattutto a causa del sovraccarico di informazione, che spesso dilagava in una non-informazione e creava confusione. Soltanto poche settimane fa attendevo a braccia aperte i miei genitori che avevano in programma di venirmi a trovare Londra.

Purim, i festeggiamenti, il ricongiungimento familiare.

Con il passare dei giorni, e con l’aggravarsi della situazione a livello mondiale, ci siamo resi conto che non ci trovavamo di fronte ad una semplice “febbre e mal di gola”. Non poter essere vicino ai propri cari in momenti del genere non è mai facile. Si susseguono sentimenti alternanti che vanno dalla paura e l’angoscia alla speranza e ad una ingenua positività da parte della gente intorno a me.

Questa nuova consapevolezza ha portato a un necessario stravolgimento delle percezioni nella quotidianità. Uscire di casa, prendere il treno o la metro, ed allo stesso tempo dover evitare il contatto fisico di ogni tipo.

Mentre la situazione andava ad aggravarsi sempre di più in Italia e nel resto del mondo, Londra sembrava non vivere in modo coscienzioso il dramma del Covid19. Le metro stracolme di persone e il normale svolgimento della vita di tutti i giorni portava gli italiani, come me, ad una condizione di totale scissione comportamentale ed emotiva. Da un lato eravamo consapevoli della gravità della situazione, passando ore e ore al telefono con amici e parenti, a cacciare via le paure che pian piano si fondevano con la solitudine. Dall’altro eravamo costretti a continuare la nostra vita come se nulla stesse accadendo.

In tutto questo non ero sola, come me, amici e amiche condividevano lo stesso stato emotivo: “tornare o rimanere?”. In questi casi ogni giorno è un’incognita.

Tornare in Italia e con l’obbligo di quarantena nella stessa dimora dei propri genitori, oppure rimanere, evitando di prendere aerei e di diventare potenziali portatori del virus?

Da qui a pochi giorni avevo in programma un volo direzione Tel Aviv. Dovevo partire in Israele e festeggiare Pesach con il resto della mia famiglia. Ad eccezione di mio fratello, che è a Londra qui con me, tutta la mia famiglia si trova attualmente in Israele. Tel Aviv e Londra sono per certi versi agli antipodi. Due grandi metropoli, sì, ma estremamente differenti tra loro.

La coscienza collettiva deve sempre venire prima degli egoismi individuali, e dal momento in cui il mio ritorno avrebbe potuto compromettere la salute delle persone che amo- e non solo- ho deciso di rimanere.

Le vacanze semestrali erano ormai alle porte. Amici e amiche da ogni parte del mondo rientravano a casa con la paura di non poter più riabbracciare le proprie famiglie per mesi. Londra continuava ad essere una bolla all’interno della quale la vita continuava a svolgersi nella –quasi- normalità. Qualcuno cominciava timidamente ad uscire di casa con una mascherina che gli copriva il viso, qualcun altro cominciava a prendere quelle distanze di sicurezza-umana.

L’apice è arrivato con Il discorso di Boris Johnson, dove “Immunità di gregge” e “Abituatevi a perdere i vostri cari” erano diventati il motto della sua campagna contro il Covid19. Pochi giorni dopo ritrattato, il discorso di Boris Johnson ha avuto però un impatto psicologico di grande importanza sulla vita di ognuno di noi, e gli ultimi che erano rimasti, hanno deciso così di partire.

In questi giorni di isolamento, lontana da Tel Aviv e lontana da Milano, non riesco a far altro che pensare alla mia comunità, a coloro che non ce l’hanno fatta, a coloro che lottano tra la vita e la morte.  I miei pensieri vanno ai miei amici, alla mia famiglia, alle persone che amo – ma non solo. Vanno a tutti quei volti sconosciuti, che in questo momento vivono in quello stato di incertezza e paura che caratterizza le mie giornate. Ai medici, agli infermieri, ai volontari e a tutti coloro che stanno rischiando la propria vita per salvare quella degli altri. Agli emarginati, che oggi, a casa non possono starci. Perché un tetto sicuro dove ripararsi non lo hanno.

In questi giorni di isolamento ho riscoperto la semplicità di un affetto sincero, di una carezza mancata, di un abbraccio non dato. Ho fatto mio il dolore che sta vivendo la mia comunità. A loro va il mio affetto più sincero.

E mentre i pensieri scorrono veloci nella mente, faccio i bagagli, esco di casa e busso alla porta di mio fratello e sua moglie. Insieme è più facile.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Marzo 2020
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HaTikwa, Gavriel Hannuna

Dictator: Nell’antica Roma il dictator era una persona alla quale veniva affidato il potere assoluto della Repubblica in caso di grandi crisi; e quando questa veniva risolta, il dictator era invitato a cedere questi poteri. Col tempo abbiamo visto quanto questa posizione sia rischiosa per la sopravvivenza di una repubblica: gli stessi romani hanno avuto dittatori che hanno svolto il loro ruolo perfettamente, riaprendo il senato dopo la fine della crisi, e altri che invece hanno approfittato della situazione per rimanere in carica anche dopo.

Anche se non vogliamo più usare la parola “dittatore”, la maggior parte delle costituzioni delle democrazie mondiali hanno un protocollo per le emergenze simile a quello romano: concentrano i poteri nel capo del governo per ottenere una risposta rapida ed efficiente, in un momento dove perdere tempo significa perdere vite umane.

In piena crisi del coronavirus, molti governi hanno già dichiarato la situazione un’emergenza nazionale, conferendo la maggior parte dei poteri ai loro capi di stato. Anche Israele stava per fare lo stesso. Il 19 marzo, lo speaker della Knesset Yuli Edelstein era sul punto di chiudere il parlamento, lasciando a Netanyahu la possibilità di governare senza “intralci”. Nello stesso giorno, i giornali hanno gridato al colpo di stato, 600.000 persone si sono riunite su Facebook per protestare e, nonostante le restrizioni dei movimenti, molti si sono presentati a protestare davanti alla Knesset. Il presidente israeliano Rivlin è intervenuto chiedendo a Edelstein di non chiudere il parlamento, e la Corte Suprema ha deliberato per mantenere la democrazia funzionante.

Perché gli altri sì e Netanyahu no?

A differenza di altri capi di governo, Netanyahu si trova in un limbo politico. Pochi giorni prima della minaccia di chiusura del parlamento 61 parlamentari avevano votato per iniziare un nuovo governo senza di lui; Rivlin aveva affidato l’incarico a Gantz, mentre Bibi continuava a proporre un governo di unità nazionale con sé stesso al comando per i prossimi 18 mesi. Gantz non era d’accordo, e dopo le consultazioni finite senza risultati, ecco che si parla di mettere in pausa la democrazia e di lasciare Netanyahu al comando a tempo indefinito, mentre il suo processo per corruzione (che sarebbe dovuto essere il 17 marzo) è stato rimandato a data da definirsi.

Alla fine del tunnel

Dopo essersi ritrovato in un vicolo cieco, Gantz ha deciso di accettare l’accordo di Netanyahu: divideranno il mandato in due, lasciando Bibi al potere per i prossimi 18 mesi per poi lasciare il governo a Gantz. Intanto Blu e Bianco si è ufficialmente disintegrato davanti alla nazione. Lapid, il numero due del partito, ha visto l’accordo come un atto di tradimento e ha annunciato la scissione da Blu e Bianco; aveva precedente affermato che avrebbe preferito una quarta elezione piuttosto che dare il governo a Netanyahu. Intanto, il politico che i giornali davano per spacciato alle prime elezioni è riuscito a resistere e a portare ad uno stallo la Knesset, ritornando alle elezioni per 3 volte; dopodiché è riuscito a polverizzare l’unico partito che si era dimostrato una minaccia per il suo governo negli ultimi 10 anni, assicurarsi un mezzo mandato, e rinviare il suo processo per corruzione per almeno altri 18 mesi.

In un mondo dove i partiti anti-establishment hanno preso il potere, promettendo di essere diversi e di portare qualcosa di nuovo al governo (USA, Italia, etc…), Israele va contro corrente, e ci mostra quanto Netanyahu sia tra i politici più abili nel panorama Israeliano.

Difficile dire cosa succederà dopo i fatidici 18 mesi: il governo Gantz si troverà davanti una Knesset ancora più divisa, il ché in democrazia significa gestire un governo lento e poco efficiente. Per un governo del genere la risorsa più importante è il tempo, che Bibi ha trovato il modo di “rubare”.

Il destino del primo ministro più longevo di Israele sarà determinato dal suo processo per corruzione, che potrebbe far finire la sua carriera politica, o dargli una nuova spinta verso un altro mandato. La gestione della crisi coronavirus potrebbe essere la sua carta vincente per un ritorno alla  sua amata posizione di “King Bibi”.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 Marzo 2020
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HaTikwa, di Sharon Zarfati

Cosa hanno in comune Frida Kahlo, Rita Levi Montalcini e Nelson Mandela? In questi giorni di quarantena, siamo stati tutti costretti ad una condizione di tempo libero forzato. Perciò sono andata a scavare nella memoria delle biografie che ho letto negli ultimi tempi, e mi sono saltati alla mente questi tre nomi. Non riporterò l’interezza delle loro biografie, perché sicuramente le conoscerete già.

 

Frida Kahlo

La Kahlo è conosciuta universalmente come simbolo della rivoluzione messicana, icona della seconda metà del ventesimo secolo. La sua storia è l’immagine di una voglia incredibile di “prendere la vita a morsi”1.

A sei anni si ammalò di poliomielite, il ché le impedì di camminare agevolmente come i suoi compagni di scuola. Ma la sua vera condanna arrivò a diciotto anni: in un giorno di pioggia, mentre tornava in bus verso Coyocan, alla Casa Azul all’angolo del mercato di San Juan un incidente mortale le cambiò la vita; e questa volta per davvero. Un’apocalisse le piombò addosso: un corrimano del tram con cui si scontrò le trafisse da parte a parte il fianco. Fu un uomo di nome Alejandro a poggiarle un ginocchio in petto e a sfilare con un gesto deciso il pezzo di ferro che, una volta estratto, sancì per sempre la sua disabilità e sterilità.

Di lì iniziò il calvario di ospedali, chirurgi e medici che dovettero fare un vero e proprio “collage”2 e la rinchiusero in un sarcofago di gesso e ferro che divenne presto la sua tela, il suo grido di libertà.

È proprio in queste giornate interminabili che la Kahlo ha iniziato a dipingere, prima i suoi busti, poi sé stessa, l’unica immagine che poteva vedere era quella del suo volto riflesso e trasandato per una donna della sua caratura. È così che si rimane aggrappati alla vita?

“Ho cominciato a dipingere sdraiata a letto. Sarei dovuta rimanere paralizzata, dicevano i medici. E invece mi sono rialzata. E un giorno sono andata da lui”3. Lui era Diego Rivera. Il suo secondo “incidente” di vita.
Il resto della storia probabilmente lo conoscerete già.

 

Rita Levi Montalcini

Una delle più celebri citazioni della Montalcini è: “Le leggi razziali del 1938 si sono rivelate la mia fortuna, perché mi hanno obbligata a costruirmi un laboratorio in camera da letto, dove ho cominciato le ricerche che mi hanno in seguito portato alla scoperta dell’NGF (Nerve Growth Factor)”4.

La Montalcini fu sicuramente una donna che ha cambiato il mondo. Concentrando i suoi studi sul sistema nervoso centrale, fa giusto in tempo a laurearsi con lode in Medicina nel ‘36, che nel 1938 tenta prima una fuga in Belgio per salvarsi dalle leggi razziali che la costringono a tornare nel 1940 a Torino, sua città natale, e poi a Firenze, dove opera come medico per le forze alleate partigiane.

È nella sua camera da letto che la Montalcini allestisce un laboratorio dove conduce minuziose ricerche per identificare il fattore di crescita delle cellule nervose e, assieme a Stanley Cohen, effettua la prima caratterizzazione biochimica del fattore di crescita. Questa scoperta le valse il Nobel per la Medicina nel 1986.

 

Nelson Mandela

Mandela ha vissuto per 27 anni in carcere, in una piccola cella che poteva essere percorsa in tre passi, dove le visite erano permesse una volta ogni sei mesi, e dove ogni giorno spaccava pietre che diventavano ghiaia, in silenzio. Il tutto essendo innocente.

In carcere Mandela leggeva, spesso la stessa poesia (che vi lascio qui sotto5), o scriveva lettere per i suoi affetti o per i membri della Lega Giovanile dell’ANC. Decise di vivere la prigionia come una preparazione per il tempo che avrebbe vissuto una volta uscito dalla cella. Ha saputo evadere con la mente ed essere un attivista per i diritti dei neri da dentro la cella, tanto è vero che nel 1990, quando il presidente Le Klerk lo liberò, fu colpito dalla folla che lo accolse e lo acclamò. Era composta di neri e di bianchi, vedeva un nuovo Sudafrica che era cambiato anche grazie a lui. Un anno dopo, nelle prime elezioni libere sudafricano viene eletto Presidente della Repubblica e Capo del governo.

 

È chiaro che gli esempi di vita che ho riportato non sono minimamente paragonabili alla nostra condizione, ma spero vi diano l’ispirazione per impiegare al meglio il tempo in queste giornate così strane.

Ora non è importante capire come e perché ci ritroviamo a vivere certe condizioni, quello ce lo diranno i numeri e gli storici tra diversi anni. Ciò che è importante capire ora è come investire il proprio tempo e trasformare una condizione in un’opportunità.

Essere resilienti alle situazioni, saper vedere l’opportunità dove non ve ne sono, è lo spirito che caratterizza i vincenti.

 

Citazioni

1,2,3 Pino Cacucci, ¡Viva la vida! – Feltrinelli Editore, 2010

4 Rita Levi-Montalcini, Elogio dell’imperfezione – Baldini Castoldi Dalai, 2010

5Invictus, in lingua originale https://www.youtube.com/watch?v=FozhZHuAcCs


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Marzo 2020
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HaTikwa, di David Fiorentini

Di fronte all’imperversare dell’emergenza coronavirus, l’opinione pubblica ha inevitabilmente dato molta attenzione al sistema sanitario nazionale. Dai posti in terapia intensiva ai fondi europei, il popolo italiano sta avendo modo di conoscere e mettere in discussione il proprio sistema ospedaliero.

Proprio in questi giorni di riflessione, è stata pubblicata l’annuale classifica dei migliori ospedali al mondo dalla rivista statunitense Newsweek: nelle prime cento posizioni, troviamo vari ospedali italiani tra cui il l’Ospedale Niguarda di Milano (47), l’Istituto Clinico Humanitas di Milano (51-100), il Policlinico Gemelli di Roma (51-100) e il Policlinico Sant’Orsola di Bologna (51-100). Ma ciò che stupisce maggiormente è trovare nella Top 10, per il secondo anno di seguito, il Sheba Medical Center di Ramat Gan. L’ospedale israeliano, fiore all’occhiello della Kupat Holim, ha raggiunto la nona posizione in un sondaggio che, coordinato dalla compagnia assicurativa internazionale GeoBlue e dalla piattaforma di elaborazione dati Statista, ha coinvolto 21 Paesi e oltre 70.000 esperti del settore.

Situato a Tel HaShomer, è tra le più longeve strutture sanitarie del Paese. Il centro fu fondato nel 1948 come ospedale militare per i feriti della Guerra d’Indipendenza, ma fu riconvertito in civile nel 1953 dal Dott. Sheba, dal quale la struttura ha successivamente preso il nome. Il complesso ospedaliero è enorme, e comprende un ampio reparto di terapia intensiva, un ospedale pediatrico, una clinica per disturbi post traumatici, un centro oncologico, un avanzato centro di ricerca e un campus accademico affiliato all’Università di Tel Aviv.

Ogni anno, l’ospedale fornisce prestazioni mediche a oltre un milione e mezzo di pazienti, tra i quali anche molti cittadini dell’Autorità Palestinese, senza fare discriminazioni e mantenendo sempre uno standard mondiale. Alla base di questa straordinaria eccellenza vi sono collaborazioni stellari con altri istituti di ricerca, come il Lonza Group di Basilea per lo sviluppo di terapie genetiche per leucemia e linfoma, e progetti pionieristici nel settore, come quello con la OKI Electric Industry Ltd, che serve a esplorare nuove misure preventive contro la demenza senile. Ad oggi, oltre un quarto della ricerca medica nazionale è condotta presso il Sheba Medical Center.

Alla 34° posizione della classifica di Newsweek, dopo l’istituto clinico di Ramat Gan, troviamo il Sourasky Medical Center di Tel Aviv, a conferma che, da umilissime origini, oggi Israele è leader del Medio Oriente e del Mondo nella medicina e nella ricerca. Non a caso il Sistema Sanitario Israeliano è stato più volte considerato uno dei migliori al mondo dal Bloomberg Annual Healthcare Index. In particolare, lo Stato d’Israele ha un sistema sanitario di tipo universale, che fornisce copertura medica a tutti i cittadini iscritti a uno dei quattro fondi sanitari nazionali che compongono la Kupat Holim: Clalit, Maccabi, Meuhedet e Leumit.

Fondamentale è anche l’apporto del Maghen David Adom (MDA), il servizio sanitario di urgenza ed emergenza israeliano, che oltre ai 2.000 eroici medici e infermieri e i 15.000 volontari, può contare sul sostegno di numerose associazioni di amicizia in tutto il mondo. Con sede alla Banca del Sangue di Tel HaShomer, presso il Sheba Medical Center, il MDA possiede circa 900 ambulanze, di cui numerose adatte alla terapia intensiva per rispondere con prontezza ad attacchi terroristici o catastrofi naturali.

Un quadro nazionale molto promettente, che però, come il resto dell’Occidente, sta soffrendo di fronte all’emergenza Covid-19. Dopo aver bloccato i voli per Cina, Corea del Sud e Italia e aver imposto la quarantena a chiunque entrasse nel Paese, oggi Israele si trova in uno stato di quarantena generale, nonostante i casi, al momento della decisione, fossero solamente 300. Inoltre, sono stati ordinati altri 1.000 ventilatori, per aumentare i posti in terapia intensiva dai 3.500 attuali a ben 4.500, uno ogni 2.000 abitanti. Numeri impressionanti se paragonati all’Italia o al Regno Unito, i quali possono contare solamente su circa 5.000 posti per i loro 60 milioni di abitanti. A questo va anche aggiunto l’apporto di un altro asso nella manica di Israele: il Mossad, che in via eccezionale è stato impiegato anche in questo tipo di missioni speciali, ed è riuscito a recuperare ben 100.000 kit per la diagnostica del coronavirus.

In sintesi, sono state prese misure estremamente previdenti, ancora non accompagnate dallo stanziamento di un fondo di emergenza per le imprese come in Italia, Germania o USA, ma la loro reattività potrebbe essere la chiave per prevenire o contenere un drammatico tracollo dell’economia. Infatti, al momento, le perdite dovute alle restrizioni governative, secondo il capo economista del Ministro delle Finanze Shira Greenberg, sono abbastanza circoscritte, e ammontano a circa 12 miliardi di dollari.

Per concludere con una nota positiva, nonostante la situazione non così florida, Israele ha anche dimostrato grande solidarietà ad altri paesi afflitti dal coronavirus, in particolare all’Italia. Non si può fare a meno di menzionare l’emozionante proiezione del Tricolore sulle antiche mura di Gerusalemme, sul Municipio di Tel Aviv e sul modernissimo Stadio di Netanya, che ribadisce ancora una volta la vicinanza dei due Paesi, con l’auspicio di poter festeggiare presto la fine di questo difficile momento.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Marzo 2020
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HaTikwa, di Giorgia Calò

Simbolo di unione e fratellanza tra le diverse nazioni, ma mai come in questo caso anche di speranza e forza: la Fiaccola Olimpica è stata accesa la mattina del 12 marzo presso le rovine del Tempio di Era ad Olimpia, e si appresta ad iniziare il suo viaggio verso Tokyo, dove sono previsti i Giochi Olimpici 2020 per questa estate.

A causa delle disposizioni restrittive dovute alla pandemia Covid-19, la cerimonia di accensione della fiaccola è avvenuta in forma privata, senza gli spettacoli e il rito simbolico del taglio del ramo d’ulivo che l’accompagna. Oggi verrà invece consegnata alle autorità giapponesi, che la porteranno a Tokyo.

Ciò rappresenta un barlume di speranza e ottimismo in un momento di paura. Mentre le persone sono recluse nelle loro case per combattere il virus che si sta diffondendo a livello globale, la fiamma olimpica, secondo la mitologia greca dono di Prometeo agli esseri umani, non si ferma; nonostante l’interruzione a Sparta della tradizionale corsa a staffetta attraverso le città greche e i siti archeologici, dovuta all’inevitabile ammasso di persone scese in strada per assistere al passaggio della fiaccola, questa continua imperterrita nella sua missione: trasmettere l’unione e l’uguaglianza di tutti i paesi attraverso lo sport.

“La cancellazione delle Olimpiadi è inimmaginabile”, ha dichiarato la governatrice di Tokyo, Yuriko Koike.

Non sarebbe la prima volta nella storia che si parla di cancellazione delle Olimpiadi: nell’antica Grecia questo era impensabile, in quanto la manifestazione sportiva aveva un’importanza tale da bloccare qualunque guerra o conflitto per correre ad Olimpia ed assistere alle gare. Ma in età contemporanea per ben tre volte, tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, le manifestazioni sportive sono state annullate: nel 1916 a Berlino, nel 1940 proprio a Tokyo, che rischia di vedere la storia ripetersi 80 anni dopo, e infine nel 1944 a Londra.

L’inizio dei giochi è previsto per il 24 luglio 2020, per poi concludersi il 9 agosto: sia il comitato olimpico sia il governo giapponese stanno portando avanti l’organizzazione dell’evento sportivo più seguito al mondo, nella speranza che nella stagione estiva l’emergenza Corona Virus sia ormai rientrata.



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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