Società e politica

Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Gennaio 2020
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HaTikwa, di David Zebuloni 

Rav Meir Shapiro (1887-1933), presidente dell’Agudat Israel polacca e Rosh Yeshiva dei Chahmei Lublin, introdusse la rivoluzionaria idea del Daf Yomi, lo studio di una pagina al giorno del Talmud Babilonese, con il fine di completarlo in sette anni e mezzo. La conclusione dello studio si celebra con un evento chiamato Sium HaShas. Il primo ciclo di studio iniziò a Rosh HaShana del 1923, con l’intento che ogni ebreo del mondo studiasse lo stesso foglio nello stesso giorno, globalizzando così il sapere millenario ebraico.

“Storicamente lo studio del Talmud è stato per eccellenza riservato ai soli uomini”, racconta Letizia Fargion, “ma il tredicesimo ciclo, che si è concluso qualche giorno fa, ha portato con sé una novità assoluta: la partecipazione significativa dello studio della Ghemarà allargato al pubblico femminile“. Insieme a centinaia di celebrazioni che si sono tenute in tutto il mondo del Sium HaShas, ce n’è stata una in particolare, organizzata dall’organizzazione Hadran (Advancing Talmud study for Women), a catturare l’attenzione pubblica. “Sono state 3,500 le donne arrivate da tutta Israele, e non solo, per riunirsi a Biniane HaHuma a Yerushalaim, per celebrare e festeggiare questo momento”, continua Letizia Fargion, anche lei presente all’evento. “Tutte insieme abbiamo letto l’ultimo brano di Masechet Nidda, emozionate di essere giunte a tale traguardo“.

“E’ un momento epocale assistere alla partecipazione allo studio di tutto il popolo comprese le donne che, con serietà e dedizione, hanno portato a termine il progetto del Daf Yomi”, ha detto Rav Saks da Londra. Grandi personalità come Rav Benny Lau, la Rabanit Michelle Cohen Ferber (fondatrice del Daf Yomi femminile) la Rabanit Dr. Michal Tikochinsky, la rabanit Malke Bina (fondatrice della yeshiva femminile Matan) sono intervenuti sottolineando l’importanza della divulgazione del sapere presso tutto il popolo ebraico. La Rabbanit Esti Rosemberg, nipote del grande Rav Soleveichik, ha detto come suo nonno, fin dagli Anni Sessanta, iniziò a insegnare Ghemarà anche alle donne. Tra gli ospiti d’onore Jaine Shottenstein, che con l’edizione sponsorizzata dalla sua famiglia, ha contribuito notevolmente allo studio e diffusione del Talmud in questi ultimi anni.

“La serata si è conclusa con l’augurio che lo studio sia la luce che guidi la nostra vita: Torah shel chaim e chaim shel Torah (Torah per la vita e vita per la Torah) e una coinvolgente performance corale del pubblico con la canzone guidata da kululam”, racconta emozionata Letizia, originaria di Milano e israeliana dal ’94, di professione organizzatrice di eventi. “E’ stato emozionante partecipare a questo evento che ha celebrato il trionfo dello studio e del sapere anche come strumento di emancipazione della figura della donna nell’ebraismo. Oggi chi vuole studiare ha sicuramente molti più strumenti di un tempo. Basti pensare all’edizione Shottenstein o alle lezioni a disposizione su Hadran.org.il. In generale sento che a Gerusalemme si avvisano segni di apertura di più ampio respiro dell’ebraismo modern-orthodox. Molte Sinagoghe ortodosse, per esempio, permettono minianim di sole donne che leggono la Meghilat Esther e fanno Dvar Torah. Sono traguardi importanti questi!”, conclude Letizia sorridendo. “Yerushalaim rimane comunque per me la città delle grandi contraddizioni dove convivono realtà diverse. Sempre più attuale diventa il verso di Isaia: Da Sion uscirà la Torah e la parola di Dio da Gerusalemme, כי מציון תצא תורה ודבר ה׳ מירושלים.”


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

È opinione diffusa che americani e israeliani siano sempre stati fortemente alleati, soprattutto sul piano geopolitico. Ma se si guarda a cosa pensa al riguardo l’opinione pubblica dei due paesi, e in particolare quella americana, la questione si fa ben più complicata.

L’opinione pubblica americana

Partiamo dall’opinione pubblica americana: secondo un sondaggio pubblicato nel gennaio 2018 dal Pew Research Center (PRC), tra i più importanti centri di statistica al mondo, negli ultimi 40 anni l’opinione pubblica americana è rimasta stabilmente filoisraeliana: nel 1978 il 45% degli americani era più vicino a Israele che ai palestinesi, contro il 14% più filopalestinese e il restante 41% neutro; nel 2018, la percentuale di filoisraeliani era del 46%, contro un 16% di filopalestinesi.

Apparentemente non vi è stato un forte cambiamento, ma la realtà è ben diversa: se si va a guardare a come sono cambiate le opinioni in base agli schieramenti politici, emerge che tra i repubblicani la percentuale di filoisraeliani, dal 1978 al 2018, è salita dal 49% al 79%; tra i democratici, invece, nello stesso periodo la percentuale è calata dal 44% al 27%. Nello stesso arco di tempo si sono notati altri fenomeni particolari: tra la metà degli anni ’80 e i primi anni ’90 la percentuale di filoisraeliani crollò tra entrambi gli schieramenti, probabilmente a causa della vicenda di Jonathan Pollard, un analista dell’intelligence americana che in quegli anni aveva venduto a Israele documenti top secret. Fu a partire dal 2001, in seguito all’Attentato alle Torri Gemelle, che le opinioni su Israele si fecero sempre più polarizzate tra repubblicani e democratici.

Nel rapporto emergono anche altre differenze, ad esempio in base all’età e al tasso di istruzione, dove però i filoisraeliani prevalgono in tutte le fasce; riguardo all’età, ad esempio, il 56% degli americani dai 65 anni in su è filoisraeliano, contro il 32% di quelli dai 18 ai 29 anni, che però sono comunque di più dei filopalestinesi, che nella stessa fascia di età sono il 23%. Mentre per quanto riguarda l’istruzione, se tra chi non ha nemmeno il diploma i filoisraeliani sono il 51%, tra i laureati sono il 39%, contro un 22% di filopalestinesi. Mentre se si guarda alle differenze tra le varie fedi, i più vicini a Israele sono gli evangelici con una percentuale del 78%, contro il 43% dei cattolici e il 26% dei non credenti; quest’ultima categoria, quella che mette insieme atei e agnostici, è l’unica dove prevalgono i filopalestinesi, al 29%.

Gli ebrei americani e israeliani

Un altro sondaggio del PRC, uscito nell’ottobre 2013, spiegava che anche tra gli ebrei, come tra gli americani in generale, il sostegno a Israele aumentava di pari passo con l’età, con il 38% degli ebrei dai 65 anni in su “fortemente legati” a Israele e il 41% che si sentivano “abbastanza legati”, contro il 25% e il 35% nelle stesse categorie per gli ebrei sotto i 30 anni. E anche in questo caso i repubblicani erano nettamente più vicini a Israele dei democratici, con percentuali del 50% per i primi e del 25% per i secondi su chi aveva un legame forte.

Non c’erano invece grosse differenze in base all’istruzione, con i laureati e i senza diploma rispettivamente al 32% e al 30%; vi era invece una grossa differenza tra i vari tipi di ebraismo, con gli ortodossi al 61% fortemente legati a Israele contro il 24% dei riformati e il 16% dei non praticanti.

La ragione di queste divergenze è che nel corso dei decenni gli ebrei israeliani e americani sono diventati sempre più lontani per orientamento politico: infatti, secondo un sondaggio del gennaio 2017, gli ebrei israeliani che si consideravano di destra e di centro erano rispettivamente il 37% e il 55%, contro un 19% di destra e un 29% di centro tra gli ebrei americani. Sul fronte opposto, gli ebrei americani che si consideravano di sinistra erano il 49%, contro l’8% degli ebrei israeliani. Ciò ha portato anche a divergenze di opinioni sui temi più delicati: il 61% degli ebrei americani era convinto che uno stato ebraico e uno palestinese potessero convivere vicini, mentre tra gli ebrei israeliani la percentuale scendeva al 43%. E se il 52% degli ebrei israeliani pensava che gli USA non aiutassero abbastanza Israele, tra gli ebrei americani la percentuale era del 31%.

Dopo l’elezione di Donald Trump questo divario sembra essersi allargato ulteriormente, tanto che gli ebrei americani sembrano essere diventati meno filoisraeliani dei loro connazionali cristiani: nel maggio 2019, il PRC rivelava che il 42% degli ebrei americani pensava che Trump favorisse troppo Israele, contro il 22% dei protestanti e il 34% dei cattolici.

In conclusione, dai dati emerge chiaramente che l’opinione pubblica americana, e in particolare quella ebraica, ha un approccio molto più eterogeneo nei confronti di Israele di quanto si sia portati a pensare. Tuttavia, è chiaro che le giovani generazioni di americani siano sempre meno amiche dello Stato Ebraico, e bisogna sperare che prima o poi vi sia un’inversione di tendenza.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 Dicembre 2019
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HaTikwa (D. Fiorentini) – “L’UNRWA promuove la perpetuazione del problema dei rifugiati palestinesi, ma non la sua soluzione. Un’agenzia dal chiaro sfondo politico, per tenere sotto scacco Israele e il processo di pace, finanziata e supportata in primo luogo dai paesi dell’OLP” (Ben Dror Yemini, durante la sua sessione all’EJA Winter Bootcamp).

Questo è solo uno dei temi trattati durante l’EJA Winter Bootcamp di Bruxelles. Il seminario, tenutosi presso l’EU Jewish Building, consisteva di due giorni di full immersion nel mondo dell’Advocacy for Israel

Organizzato dalla European Jewish Association, ha riunito 50 ragazze e ragazzi di tutte le età da tutta Europa, ciascuno con un diverso tipo di antisemitismo da combattere e un trascorso in politica, giornalismo e lobbying

Tra i vari relatori, il primo è stato il ricercatore e scrittore Ben Dror Yemini, giornalista di Yedioth Akhronot, il quale ha presentato la storia di Israele e del Sionismo, le contraddizioni della causa palestinese e soprattutto ha sottolineato la responsabilità dei Paesi Arabi nella mancata formazione di uno stato arabo in Palestina. Nel pomeriggio insieme ai parlamentari Paulo Casaca (S&D) e Michael Freilich (Nieuw-Vlaamse Alliantie) si è discusso dell’importanza delle lobby e di come approcciare nel modo più efficace un politico o una personalità di rilievo al fine di convincerlo della propria causa. L’aspetto principale di questo genere di incontri si basa nel conoscere l’interlocutore e saper coniugare la propria causa alle tematiche per cui il politico si batte.

Dopo la cena di gala, alla presenza del giornalista Hans Knoop, che dopo la Seconda Guerra Mondiale ha contribuito alla cattura di un importante ufficiale nazista, il seminario è ripreso la mattina seguente. Il tema della seconda giornata era il rapporto con i media. La mattina era dedicata ai giornali, da come preparare un comunicato stampa a come renderlo più appetibile per il giornalista e l’editore del giornale così da assicurarsi la sua pubblicazione. Nel pomeriggio, assieme al direttore degli affari pubblici dell’EJA Alex Benjamin e al giornalista Brian Maguire, si è posta la problematica di saper convincere, oltre che al singolo politico, tutta l’opinione pubblica. Il metodo principale è durante un’intervista televisiva, in cui bisogna saper reagire a domande spinose e rispondere nel breve tempo disponibile specie se durante un dibattito con altri esponenti politici. 

Dopo aver compiuto l’ultima sessione riguardo l’importanza di tenere traccia dei movimenti dei nostri oppositori, il seminario è giunto al termine. Lo scopo di questo corso però non si è compiuto nella sola formazione di giovani europei, ma si auspica che tutti i partecipanti, una volta tornati in patria, possano a loro volta tenere workshops e conferenze sia per tenere testa ai rappresentanti della causa palestinese, ma soprattutto per formare e ispirare altri giovani. Per questo motivo, come consigliere alla Jewish and Israel Advocacy dell’UGEI, mi pongo l’obiettivo di dar seguito all’impegno preso dall’EJA a Bruxelles e creare opportunità di formazione e approfondimento in Italia, affinché tutti i giovani ebrei italiani possano rispondere quando messi alla prova da attivisti universitari pro palestinesi o antisemiti.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Dicembre 2019
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HaTikwa (L. Clementi) – Tutto in un mese. Approvata la Commissione Segre per la lotta all’Antisemitismo, gran parte delle forze politiche si alzano in piedi ad applaudire. Rimangono seduti i Parlamentari di Lega, Forza Italia e Fratelli D’Italia. Poco dopo, la Senatrice Segre viene messa sotto scorta per le continue minacce (200 al giorno!) ricevute sul web, dopo il Report dell’Osservatorio Antisemitismo. Poi Canali, il Sindaco di Predappio (luogo di nascita di Mussolini) che si rifiuta di sovvenzionare il Viaggio della Memoria di alcune scuole perché ‘’fazioso’’. Poi il Comune di Schio che dice ‘’no’’ alle Pietre d’Inciampo per gli scledensi che morirono nei lager perché ‘’divisive’’. Poi il Consigliere comunale triestino di Forza Nuova Fabio Tuiach che si indigna perché la Segre ha detto che Gesù era ebreo. Nel mezzo, tanto odio e tanti altri episodi di odio antisemita, noti e meno noti.

Ma che cosa sta succedendo all’Italia?

E’ da ingenui ritenere che improvvisamente l’Antisemitismo sia ricomparso dopo 80 anni nella società civile: un fenomeno a così ampio raggio che improvvisamente riprende piede con così tanta veemenza non può che essere frutto dello sdoganamento di qualcosa che già c’era e che ora ci si sente autorizzati a manifestare liberamente, ancora una volta.

A questo punto lo step successivo è: di chi è la colpa? Si, perché una colpa deve esserci, altrimenti non si spiega il motivo per il quale la Senatrice Liliana Segre debba esser messa sotto scorta per la stessa ragione per la quale fu deportata 80 anni fa, cioè per il solo fatto di essere ebrea. Non cercare un colpevole equivale a non cercare di capire quale sia il problema, e quindi come possa essere risolto. Perché anche la politica, che per un lungo lasso di tempo ha tentato di contenere determinati messaggi, improvvisamente è diventata la loro cassa di risonanza?

A mio avviso, la risposta deve essere cercata andando indietro nel tempo. La crisi economica ha portato ad una svalutazione generale della classe politica. ‘’Tanto rubano tutti’’ è la frase che si sente ormai in ogni casa d’Italia dopo il primo servizio di qualunque TG.

Nel tentativo di recuperare credibilità, i partiti si sono essenzialmente personalizzati, andando ad identificarsi con la figura del proprio leader. E’ la stessa leadership a diventare protagonista assoluta della politica, trovando come terreno di scontro quello dei social network e guadagnando consensi grazie alle équipe di esperti nel settore, che studiano campagne a tavolino nel tentativo di manipolare l’opinione pubblica.

Questo conduce inevitabilmente ad una democrazia del pubblico, con alla base slogan, qualunquismo e semplificazioni estreme. Tra i leader ed i cittadini non deve apparentemente esistere alcun filtro: l’elettore deve avere la percezione che il politico di riferimento sia quanto a lui più vicino, e sia in grado, proprio perché così ‘’simile a noi’’, di capire e tutelare le esigenze del popolo. Il tutto, sommato ad una situazione del Paese non proprio rosea, conduce allo sdoganamento di linguaggi di odio anche all’interno della classe politica stessa e, conseguentemente, all’accrescimento di rabbia e frustrazione dei cittadini.

Ponendo il dato di un Antisemitismo diffuso e rimasto incubato, nonostante la morte di migliaia di Ebrei e la creazione di una Costituzione che sancisce diritti inviolabili, ora non c’è neanche più la percezione di una classe politica con valori saldi e programmi volti ad estirpare sul nascere qualunque forma di disuguaglianza sostanziale nei diritti del singolo, proprio perché l’agenda detta che è necessario mostrarsi ‘’dalla parte degli italiani’’, sempre e comunque. Ma chi sono i veri italiani, quelli che l’italiano medio considererebbe ‘’come lui’’? E’ importante saperlo, perché questa definizione potrebbe essere la definizione di certe agende politiche negli anni a venire.

Quale sarà, poi, il destino per gli ‘’altri’’?


Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 Novembre 2019
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HaTikwa (D. Fiorentini) – Arriva con un tempismo eccezionale la storica decisione degli USA di riconoscere gli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria, ponendo fine all’ambiguità americana circa la legalità delle cosiddette colonie israeliane.

Una disputa che nasce nel lontano ’67 a seguito della vittoria riportata da Israele nella Guerra dei Sei Giorni e la relativa conquista della Giudea e della Samaria, quando per delegittimare lo Stato ebraico i paesi arabi hanno cominciato una campagna internazionale per rendere Israele agli occhi dell’opinione pubblica come una forza bruta e imperialista.

“E’ infatti dal (quel) momento in cui Israele viene considerato forza occupante all’interno di territori catturati”, scrive il giornalista Niram Ferretti, che sottolinea come questa prospettiva distorta del conflitto abbia radici tanto profonde da convincere la Corte di Giustizia Europa e l’Ufficio dell’Alto Rappresentante degli Affari Esteri.

In questo contesto discriminatorio e ispirato dai movimenti di boicottaggio si colloca la recente decisione dell’Unione Europea di etichettare gli articoli provenienti dalla Giudea e dalla Samaria come “prodotti in territori occupati da Israele“. Un ulteriore tentativo di delegittimazione dello Stato d’Israele, che va ad aggiungersi alle ben otto risoluzioni votate dall’ONU nei scorsi giorni che condannano Israele e non riconoscono i suoi confini.

L’accusa principale è quella di aver permesso, senza averne il diritto, la proliferazione di insediamenti ebraici in Giudea e Samaria. Oltre a trascurare la millenaria presenza di storiche comunità ebraiche come Gerico e Hebron, non sono state tenute in conto numerose accordi e numerose norme del diritto internazionale.

In primis il Mandato Britannico per la Palestina del 1922, che la Gran Bretagna, potenza vincitrice della Prima Guerra Mondiale, ha stipulato alle spese del collassato Impero ottomano, stabilì il diritto degli ebrei di dimorare in tutti i territori a occidente del fiume Giordano. Tale documento venne ratificato all’unanimità dalla Società delle Nazioni, una sorta di progenitore dell’ONU, ricevendo l’approvazione anche della Comunità Internazionale. “Esso non è mai decaduto, non è mai stato abrogato, e dal punto di vista del diritto internazionale è l’architrave su cui poggia tutto il resto. Non a caso, uno dei maggiori giuristi americani del secolo scorso, nonché uno degli architetti della Risoluzione 242, Eugene W. Rostow, lo specificava chiaramente in un suo importante articolo”

“Molti credono che il mandato palestinese ha avuto termine nel 1947 quando il governo britannico si dimise da potentato mandatario. Errato. Un accordo non cessa quando il fiduciario muore, si dimette, sottrae la proprietà affidata o è licenziato. L’autorità responsabile dell’accordo nomina un nuovo fiduciario o in alternativa dispone per l’adempimento dell’accordo… In Palestina il mandato britannico ha cessato di essere operativo relativamente ai territori di Israele e della Giordania quando questi due stati vennero creati e riconosciuti dalla comunità internazionale. Ma le sue normative sono ancora effettive relativamente alla West Bank e alla Striscia di Gaza, le quali non sono ancora state allocate a Israele, alla Giordania o a uno stato indipendente“.

Da notare che questo intervento fu fatto nel 1990, prima ancora degli Accordi di Oslo del 1993-1995, in cui per l’appunto vennero risolte tutte le perplessità riguardo i territori della Giudea e Samaria. I suddetti accordi stabilirono tre zone di pertinenza, la zona A sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, la zona B e la Zona C a controllo israeliano. Il piano ed i suoi numerosi dettagli allegati furono approvati e riconosciuti dall’Autorità Palestinese, per cui non solo Israele ha il pieno di diritto di fondare nuovi insediamenti nelle sue aree di pertinenza, ma ha assolutamente fondamento l’accusa di discriminazione e boicottaggio mossa da Israele verso l’Unione Europea. 

Grazie all’amministrazione Trump, dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, il riconoscimento della sovranità sul Golan e adesso il riconoscimento della legalità degli insediamenti nelle aree C della Giudea e della Samaria, si sta delineando un nuovo scenario geo-politico in cui stanno venendo meno i capisaldi della propaganda araba contro la legittimità di Israele. Inoltre, “assicurando ad Israele garanzie di sicurezza tali da rendere possibili le concessioni necessarie per arrivare ad un accordo di pace permanente capace di rispondere anche alla richiesta dei palestinesi di avere un proprio stato”.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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