Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 marzo 2014
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 Gatekeepers
“The gatekeepers” è forse il film che, fra tutti quelli proposti al Festival del Cinema Israeliano, ha creato la maggiore aspettativa:  novanta  minuti in cui vengono per la prima volta intervistati sei vecchi capi dello Shin Bet, il servizio di spionaggio antiterrorismo israeliano.  Tanta curiosità era abbastanza prevedibile, da una parte per la prima volta diventa possibile avvicinare figure altrimenti irraggiungibili, dall’altra forse si nasconde al suo interno il desiderio di scoprire il perché, il per come, e sviscerare ogni possibile retroscena. L’ultima cosa che però si può trovare nel documentario è, però, la morbosità: il regista, Moreh Dror, ha la capacità di lasciare allo spettatore la possibilità di trarre le proprie conclusioni, e di riproporre momenti dolorosi degli ultimi cinquant’anni di storia in maniera senz’altro toccante, ma mai patetica (basti pensare alla sequenza dedicata al periodo dell’uccisione di Rabin).

Dopo un’ora e mezza in cui osservi sei signori, diversi per età, idee, modo di approcciarsi, darsi il cambio e ”cedersi” la scena a vicenda, dopo un’ora e mezza di strette allo stomaco, ciò che più rimane impresso è un filo rosso che li unisce tutti e sei: non importa in che anni abbiano lavorato, e non importa adesso che lavoro facciano -molti di loro si sono “riciclati” come politici o giornalisti- comune è l’assoluta sfiducia con cui ripensano alla classe politica contemporanea al loro mandato –unica eccezione è Carmi Gillon, che lavorava gomito a gomito con Yitzhak Rabin, che ricorda con stima e affetto. Comune a tutti era l’impressione di lavorare con chi non aveva un piano a lungo termine, una proposta politica efficace, ma soluzioni momentanee (viene detto per la precisione “nessuna strategia, solo tattiche”).  Potevano essere profondamento diversi fra di loro, chi era stato maggiormente indurito da una vita all’interno di un’organizzazione militare e chi meno, chi riteneva accettabili un maggior numero di azioni e chi meno, ma tutti loro guardavano all’intera classe politica con l’occhio disilluso di chi ci ha creduto, e ora non riesce più a crederci per davvero. Il “vecchio uomo in fondo al corridoio” –come veniva chiamato durante l’infanzia il Primo Ministro, espressione che poi nell’età adulta diventa un idioma per indicare l’intera classe politica- visto attraverso i loro occhi sembra annaspare tra le difficoltà, senza riuscire a prendere un direzione chiara. Alla domanda finale posta dal regista, “Cosa bisogna fare ora?” nella sostanza, tutti questi sei signori, anche quelli da cui non ti saresti aspettato una risposta del genere, o almeno non così categorica, rispondono, “Dialogare, dialogare con tutti”, dimostrando quella capacità di andare oltre se stessi di cui lamentano la mancanza in chi li rappresenta.

Talia Bidussa

 

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 marzo 2014
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Lo sport in Israele non si ferma di Shabbat.

Calciatori, giocatori di basket, pallavolisti, schermidori e professionisti di altre pratiche sportive scendono in campo di sabato. Un po’ come di domenica in Italia, un po’ come siamo abituati da sempre. Durante il weekend, dopo la dura settimana di lavoro, è concesso stendersi sul divano, godersi qualche orribile junk food guardando la squadra del cuore o il campione in carica. Così anche in Israele arriva il tanto atteso weekend e con esso le trasferte allo stadio, le partite in TV. Ma come si fa se è Shabbat?

Un giornalista di Haaretz lo ha chiesto al giovanissimo fiorettista Yuval Freilich:

“Quando avevo 13 anni l’unica cosa che volevo era diventare un bravo ragazzo religioso”, racconta Yuval che viene da una famiglia religiosa. Quando ha scelto la scherma, era solo per hobby e non pensava di diventare così forte, ma oggi impugnando il fioretto vince e il suo sogno è l’Olimpiade. Nell’intervista spiega che rinunciare al rispetto dello Shabbat per la passione della scherma non è stata una decisione facile. Racconta che nel 2008 ha fatto appello all’alta Corte suprema israeliana, ma poi ha deciso: “Quando ho gareggiato nel 2010 di Shabbat si è scatenata una grande polemica, ma da quel momento io ho deciso che se le competizioni fossero cadute di Shabbat, io avrei gareggiato”. Il suo è un sogno di ragazzo e i suoi genitori l’hanno accettato e si sono adattati. Quando ci sono le trasferte la mamma e il papà di Yuval scelgono un albergo vicino alla palestra e prenotano dalla sera prima, così sabato mattina sono pronti per raggiungere il luogo a piedi e tifare per il figlio.

La Corte suprema non interviene in decisioni puramente religiose e rimanda la questione. Così in Israele, paese di grandi libertà ma anche di grandi contraddizioni, gli ultraortodossi protestano e rimangono esclusi anche dalle competizioni sportive. Il Beitar, squadra di Gerusalemme storicamente schierata a destra, aveva protestato e promesso ai fedeli tifosi che non ci sarebbero state, nella città santa, partite di Shabbat. Ma il campionato non si ferma e, se a Gerusalemme il calcio diventa una questione politica e religiosa, i giocatori e i professionisti come il giovane Yuval Freilich, preferiscono giocare e non rinunciare alla carriera.

Ma lo Shabbat non è la sola questione religiosa, in Israele ci sono calciatori emergenti arabi che giocano in squadre israeliane e ci sono squadre arabe (Bnei Sakhnin per esempio) dove giocano calciatori ebrei israeliani. E se in Italia siamo abituati a vedere giocatori che si fanno il segno della croce sul petto prima di entrare in campo o prima di tuffarsi in piscina, da gennaio 2014 ci abitueremo a vedere giocatori in campo con la kippa, dopo il permesso ufficiale dato dalla FIFA.

La libertà di espressione scende in campo e gli sportivi incontrano culture, religioni e abitudini da tutto il mondo, ma come si fa a difendere tutte le sensibilità senza mettere troppi paletti? Come si fa a far rimanere le palestre luoghi in cui a dettar legge è la disciplina sportiva, non gli egoismi politici e le rigidità religiose?

Come dice Yuval Freilich: “Non penso che la religione debba influenzare le possibilità che ognuno ha, di avere successo nello sport, nell’arte o nella musica”. E allora quando si entra in campo o si sale in pedana ciò che conta più di tutti è avere la possibilità e la forza per giocare, tutto il resto è puro scenario.

Rebecca Treves

Foto di Rebecca Treves

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 marzo 2014
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CarnevaleCarnevale. Le strade romane, colorate di coriandoli, brulicano bambini mascherati e divertiti. Principesse, mostri, pirati e quest’anno anche un piccolo Papa.  In questa atmosfera di festa e divertimento con tante iniziative anche per i più grandi, se si chiudono bene gli  occhi, con un po’ di immaginazione, si può intravedere una Roma diversa: Roma Dove una festa poteva per qualcuno trasformarsi in un vero incubo.

Anche se oggi in Italia il Carnevale più celebre è quello di Venezia, in passato a Roma il Carnevale ha rappresentato uno dei momenti più attesi dell’anno. In questi giorni che precedono la Quaresima, a Roma, come altrove, nei secoli passati, era consuetudine trasgredire le regole.  I romani, liberi di mascherarsi e divertirsi, non esitavano a lasciarsi andare ad eccessi nei festeggiamenti.

In primo luogo si possono ricordare i ‘giochi di Agone e Testaccio’ durante i quali fra i vari divertimenti,  si parla di una sfida in groppa non ad un cavallo bensì ad un ebreo. L’obbligo venne meno  dietro il pagamento di una tassa di 1.130 fiorini annui (la cosiddetta contribuzione di ‘Agone e Testaccio’). Attilio Milano racconta “della tradizione secondo cui negli Statuti di Roma, riformati sotto Paolo II nel 1464, si asseriva che gli ultimi 30 fiorini erano stati aggiunti in memoria dei  30 denari per cui fu venduto Gesù”.  Questa tassa fu riscossa per ben 550 anni e venne impiegata per finanziare le celebrazioni.

Più noto è invece il divertimento costituito dal far rotolare giù per Monte Testaccio uno sfortunato anziano ebreo, chiuso in una botte chiodata, entro la quale spesso moriva.

Nel 1466 fu Papa Paolo II, il veneziano Pietro Barbo, a valorizzare il Carnevale a Roma.
Questi stabilì che i festeggiamenti si sarebbero dovuti svolgere soprattutto lungo via Lata, l’odierna via del Corso (che secondo alcuni fu così denominata proprio con riferimento alle corse che vi si svolgevano). Proprio qui i romani potevano assistere alle corse ‘dei barberi’ e dei bipedi. Si trattava di corse di bellissimi cavalli (appartenenti alle nobili famiglie romane), di giovani ma anche di anziani e di ebrei.

Con il tempo questi ultimi furono costretti a correre svestiti sotto gli sguardi divertiti dei romani in festa e del Papa che assisteva ai festeggiamenti dalla sua residenza, Palazzo di San Marco (presso piazza Venezia).  Alessandro VI invece, avendo cambiato residenza, ordinò che la meta delle corse avrebbe dovuto essere piazza  San Pietro mentre ‘ il punto di scappata’ doveva confluire nel palazzo della Cancelleria (Palazzo Sforza-Cesarini).
Inizialmente gli ebrei che partecipavano alle corse del Carnevale non erano umiliati, anzi vi partecipavano spontaneamente. Con il passare del tempo, invece, come racconta Ademollo nel ‘Il Carnevale di Roma’, l’antisemitismo iniziò a manifestarsi soprattutto nelle corse del Carnevale. Ancora nel 1581 sebbene corressero nudi  erano ancora trattati come gli altri romani ”bipedi” che partecipavano alle corse ..anch’essi svestiti. Come è noto, i trattamenti riservati ai romani di religione ebraica iniziarono a peggiorare notevolmente. Sempre nel ‘Carnevale di Roma’ si racconta del fatto che gli ebrei fossero costretti a correre ‘forzatamente ben pasciuti anzi rimpinzati di cibo perchè fossero più lenti nelle corse’.

Montaigne scrisse nel 1583 ”Lunedì i soliti otto ebrei corsero ignudi il palio loro, favoriti da pioggia vento et freddo degni di questi perfidi mascherati di fango al petto delle grida. (Bandi).” Gli sfortunati iniziarono ad essere bersaglio di umiliazioni venendo colpiti da sassi e fango, lanciati dagli spettatori.

Papa Clemente IX nel 1668 abolì la corsa in cambio del pagamento di un tributo di 300 scudi (che si aggiunsero al precedente tributo di 1130 fiorini che continuò ad essere obbligatorio) e di un umiliante atto di  sottomissione, ‘l’omaggio’,che si sarebbe dovuto svolgere in Campidoglio, da parte dei capi della comunità. Questo atto di ‘omaggio’ fu poi abolito a metà dell’ottocento dopo una brevissimo periodo in cui si svolgeva in forma privata.

Testimonianze di ulteriori mortificazioni sono facilmente individuabili da  editti volti a vietare la possibilità di molestare, umiliare  e infastidire gli ebrei romani.  Cosa che si protrasse sino alla fine del settecento soprattutto con riferimento alle ‘giudiate‘. Queste erano caratterizzate da satire e motteggi contro gli ebrei, si pensi a carri, palchi, da dove si prendevano in giro usi e costumi ebraici, spesso anche con il contributo oltre che del popolino anche di religiosi.
Piazza Navona, Testaccio, Via del Corso luoghi immortalati anche dalla penna di grandi scrittori stranieri quali: Goethe, Montaigne, Gregorovius, Keats, Shelley, Dumas, nei secoli passati furono dunque centro di disprezzo e di umilianti mortificazioni nei confronti di una parte della cittadinanza che sin dal II sec a.C. (con l’ambasceria di Pompeo) aveva contribuito allo sviluppo e alla grandezza di Roma.


Sarah Tagliacozzo

Fonti

Alessandro Ademollo, Il Carnevale di Roma nei secoli XVII e XVIII,   A.Sommurga e C., 1883

Riccardo Calimani, Storia degli ebrei italiani, vol. 1- dalle origini al XV secolo, Mondadori,2013

Attilio Milano, Il Ghetto di Roma, Carucci editore-Roma, 1988.

                                                                      


Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 marzo 2014
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 Ragazze MancineLibri che…

 

Quando penso a tutti i libri che mi restano da leggere, ho la certezza d’essere ancora felice” Pierre-Jules Renard.

 libri che… ci sono piaciuti e speriamo piaceranno anche a voi

libri che… vi faranno dimenticare dell’orologio e di tutte le cose che avete da fare

libri che… vi faranno passare in fretta un viaggio in treno o un’attesa dell’autobus

libri che… avreste voglia di rileggere mille volte

libri che… vi faranno ridere da diventare tutti rossi

libri che… kleenex alla mano, perchè vi trascineranno in una valle di lacrime

libri che… non riuscirete ad andare a dormire fin quando non li avrete finiti

libri che… lo deciderete voi, dopo averli letti.

Questa è una rubrica che tentativamente vi farà dimenticare dei vostri smartphone per cinque minuti. Chiudete Facebook e Twitter. Mettetevi comodi e ascoltate i nostri consigli di lettura. Se vi verrà voglia, correte in libreria a comprare il libro che vi abbiamo consigliato. Se siete fortunati, lo trovate nella biblioteca della vostra città. E, se vi sarà piaciuto, imprestatelo a chi volete bene.

Attenzione: questa è una pratica che potrebbe portare giovamento quotidiano alle vostre menti e ai vostri cuori.

Ragazze Mancine

 Non credo sia tecnica giornalistica diffusa e condivisa ma sento di dover iniziare questo articolo con un “uffa”.

Ebbene sì, questo ho pensato dopo aver letto le 288 pagine del libro di Stefania Bertola. Sì, perché “Ragazze Mancine” è uno di quei libri che ti scoccia finire. Ti scoccia leggerne le ultime righe, chiuderlo e ritornare alla dura realtà. Ti scoccia sapere che prima di leggere altre pagine così incredibilmente surreali e divertenti, dovrai (ahimè, ahinoi) aspettare molto tempo o eventualmente metterti a frugare negli scaffali di tutte le librerie della tua città.

La verità è che vorrei non aver mai letto “Ragazza mancine” per assaporare di nuovo quelle risate che vengono dalla pancia fino a fare scendere anche le lacrime.

Sarà che sono una ragazza anch’io, sarà che Stefania Bertola è torinese come me e sarà che la Torino che fa da sfondo a tutti i suoi libri è così reale ma, insomma ormai l’avrete ben capito, questo libro mi è piaciuto da impazzire.

E’ la storia della sfortunata anzi no, lo dico alla piemontese, della sfigatissima Adele, madama torinese tanto snob quanto inetta che viene abbandonata dal marito con un post-it. E, se il marito l’ha lasciata, non così i debiti di lui, che la costringono ad abbandonare il suo conto in banca e tutti i suoi averi. Da un giorno all’altro dunque, la nostra eroina, che di eroico ha ben poco, lascia la sua magione, i suoi profumi alla calendula e le sue lezioni di yoga, per cercare un mestiere o una qualsiasi maniera di non finire per strada.

E proprio un’autostrada imbocca, alla ricerca di un canile, dove lasciare il cane bielorusso dell’amante del marito, unico bene che il consorte è riuscito a lasciarle.

La linearità della storia è ben presto sconvolta dall’arrivo di Eva e da sua figlia che ha il nome del personaggio di una soap opera. Adele ed Eva in comune non hanno niente, a parte appunto essere mancine. Sono però entrambe due donne in fuga: Adele, da una vita di sfarzi e niente sforzi; Eva, da una donna che vuole riprendersi il medaglione che lei ha al collo.

Con questo espediente che ha le tinte del romanzo giallo, la Bertola dà il via alla danza letteraria.

Così nella città della Mole e del bicerìn, si sviluppa e avviluppa un’intricata trama e una chilometrica galleria di personaggi che compaiono tra le righe e conosciamo pian piano, tra un capitolo e l’altro, tra un imprevisto e l’altro. Dal rubacuori Manuel, al romantico ma un po’ inesperto Cristiano, i quali daranno vita a flirt e innamoramenti.

Consigli pratici.

Autrice: Stefania Bertola

Pagine: 288.

Prezzo: 18,50 euro.

Casa Editrice: Einaudi.

E’ indubbiamente un libro da ragazze, da donne, insomma da persona di genere femminile la cui età spazia dai 14 ai 99 anni; è un libro che provoca dipendenza e buon umore immediato, a tratti può causare dolori addominali dati dall’eccessivo riso.

E’ un libro che passerà di mano in mano, da voi alle vostre amiche, alle amiche delle vostre amiche: avrete voglia di farlo leggere a tutti.

E’ un libro “che accende l’allegria e non la spegni più”.

Rebecca Pakin


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 marzo 2014
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Torino

07/02/2014. Ore 9.

Seduto davanti a me c’è un giovane ragazzo romano.

E’ qui per la riunione dell’esecutivo dell’ “European Maccabi Confederation” ed  è un atleta del Maccabi Roma. Il suo obiettivo è coinvolgere più persone all’interno del Maccabi Italia prendendo spunto dalle attività che vengono svolte negli altri paesi dalle organizzazioni Maccabi. Mi parla di un evento denominato  “dog walking” tenutosi in Olanda e gestito dal Maccabi Holland: si tratta di un’occasione di ritrovo tra persone che possiedono un cane e intanto interagiscono tra loro e si conoscono. Trovo la cosa molto divertente…se solo avessi un cane.

Mi parla di lezioni di zumba, una sorta di fitness che associa l’aerobica a movimenti della musica afro caraibica; serate di calcio balilla e di “sport” alla wii – l’ideale per me che vorrei fare sport senza fare sport- il tutto gestito dalle organizzazioni Maccabi delle varie nazioni. Non solo sport ad alti livelli, quindi, ma anche occasione per stare insieme, conoscersi e divertirsi.

Va continuando con le trascorse Maccabiadi alle quali ha partecipato quest’estate. La delegazione italiana contava 55 persone tra atleti e dirigenti. Sport rappresentati: pallanuoto, tennis, atletica, scacchi, badminton, calcio a 5 e judo. Gli ultimi due hanno portato a casa la medaglia di bronzo. All’interno dello staff, i  genitori come dirigenti e il fratello come compagno di squadra, cosa che ha reso l’esperienza ancora più carica di emozioni.

E di colpo, nonostante la pioggia incessante all’esterno mi ritrovo anche io a ricordare il caldo afoso di quel giorno a Gerusalemme.

Gerusalemme

17/07/2013

Teddy Stadium. Ore 20.

Sono appena entrata nello stadio. Ho caldo. Sono qui per la cerimonia d’apertura delle Maccabiadi e so già che sarà un grande evento. Si prevedono circa 32.000 persone. Effettivamente di gente ne sta entrando molta: è visibile, quasi palpabile, l’eccitazione nei loro occhi.

Inizio a  sventolarmi con il libretto che ci è stato dato all’ingresso e, notando che non produce alcun effetto rinfrescante, mi ritrovo a sfogliarlo.

“Il primo club sportivo ebraico aprì ad Istanbul , in Turchia, e fu fondato da ebrei immigrati dall’Europa, vittime di pregiudizi e antisemitismo, cacciati per tale motivo dai circoli sportivi. L’idea si diffuse e oggi Maccabi è sinonimo di organizzazione sportiva ebraica in oltre 50 paesi.

La prima Maccabiade ebbe luogo nel 1932 a Tel Aviv: vi parteciparono oltre 400 atleti provenienti da vari paesi compresi quelli arabi (come Egitto e Siria). Le Maccabiadi sono, tra quelli che prevedono numerose discipline, il settimo più grande evento sportivo dopo i Giochi olimpici, i Giochi Panamericani, i Giochi asiatici, i Giochi del Commonwealth, Universiadi e i Giochi panafricani. Esse si svolgono ogni 2 anni in Europa e ogni 4 in Israele.”

Mi siedo al posto assegnatomi in tribuna fissando con molta curiosità  l’enorme palco davanti ai miei occhi. Le luci si spengono. Lo spettacolo inizia.

La sfilata delle delegazioni, tradizione di qualsiasi cerimonia sportiva, vede come protagonisti atleti e dirigenti di ogni organizzazione. Nello stupore per la delegazione USA che conta più di mille atleti e quei paesi che invece contano solo un rappresentante (come nel caso della nuotatrice croata che, fiera, porta la sua bandiera), finalmente arriva il turno dell’Italia . Subito salto in piedi, urlando e cercando di manifestare tutto il mio supporto. La parata si chiude con la delegazione israeliana, aperta a tutte le componenti della società. E poi l’accensione della torcia, musica e balli.

Mi accorgo di non avere più caldo. Sono pur sempre a Yerushalaim.

Torino

7/02/2014. Ore 9.15

Il cameriere, che si accinge a servirci un buon cappuccino kosher, mi riporta alla realtà e il ragazzo sta ancora parlando.

Nel suo discorso sento le parole fratellanza, spirito di aggregazione e confronto. Sport ed ebraismo uniti per insegnare uno stile di vita basato sulla solidarietà, la sana competizione e il rispetto per l’altro. Lo sport come mezzo per insegnare determinati valori e celebrare un messaggio: Am Israel Hai, il popolo d’Israele Vive.

Mi lascia con una certezza: Berlino 2015.

L’eccitazione compare nuovamente nei suoi occhi. I giochi europei si terranno tra un anno in Germania e l’obiettivo è chiaro: fare in modo di fare vivere questa magnifica esperienza a più giovani ebrei possibili.

Il motto: “Start training. Experience Maccabi. Experience Berlin”.

Un ringraziamento speciale ad Angelo Della Rocca.

 Miriam Sofia