Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 marzo 2014
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Bologna

Da Moked 23/3/2014

Comunicazione, nuovi media, problemi e degenerazioni di un mondo, quello del modo di fare informazione, ma anche di interagire con gli altri, che è cambiato radicalmente negli ultimi anni. A questo tema è stato dedicato l’incontro del pomeriggio di Shabbat nell’ambito del tradizionale fine settimana per la festa ebraica di Purim organizzato dall’Unione giovani ebrei d’Italia. Un tema di grande attualità tanto nella società quanto nell’Italia ebraica, che il Consiglio Ugei 2014 guidato dal presidente Simone Disegni ha tenuto ad approfondire, organizzando un momento di riflessione e dibattito con la partecipazione di Marco Contini, giornalista di Repubblica, e Matteo Fornaciari, politologo dell’Università cattolica di Milano, moderato dalla giornalista di Pagine Ebraiche Rossella Tercatin, per poi affrontare l’approccio dell’etica ebraica con il rabbino capo di Bologna Alberto Sermoneta. Rav Sermoneta che insieme al presidente Daniele De Paz ha partecipato alla cena dello Shabbat esprimendo grande emozione nel vedere i locali comunitari animati da tanti giovani provenienti da tutta Italia. Quale l’impatto dei social network nella comunicazione politica? E quale l’effetto della scomparsa in tanti casi del ruolo di mediazione tra notizia e lettore del giornalista? Queste le domande da cui ha preso le mosse la discussione, con una sola certezza, la percezione di trovarsi ad affrontare cambiamenti radicali rispetto ai quali è difficile individuare regole di comportamento certe, anche di fronte a situazioni sempre più diffuse: la moltiplicazione dei contenuti d’odio, magari anche tra i propri contatti sulla rete, eventualmente veicolati da “amici” virtuali, ma non sempre reali, la tendenza ad assumere, protetti da schermo e tastiera, atteggiamenti aggressivi e un alto tasso di litigiosità. Anche se, come ha ricordato rav Sermoneta, il problema, più che nei mezzi, sta nell’impiego che se ne fa: usare anche i nuovi mezzi di comunicazione con intelligenza, in modo ebraico, il suo input fondamentale. E dopo la festa in maschera del sabato sera, domenica dedicata a un giro di Bologna, con una speciale attenzione ai luoghi della sua storia e vita ebraica, accompagnati da guide d’eccezione, i ragazzi della Comunità.

http://moked.it/blog/2014/03/23/qui-bologna-i-social-network-e-noi/


Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 marzo 2014
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Tel aviv Fashion week

Si è conclusa lo scorso 13 marzo la Gindi Fashion week durante la quale Tel Aviv ha mostrato un suo aspetto di cui non tutti sono a conoscenza: regina della movida mediterranea e meta per studiosi e ricercatori, la metropoli israeliana primeggia ormai anche nel mondo fatto di lustrini e paillettes della moda internazionale. Da qualche anno, infatti, Tel Aviv si sta assicurando un posto nell’olimpo del glamour, facendosi strada tra Londra, Parigi e New York.

Fiducia nei giovani e cosmopolitismo sembrano essere state le parole d’ordine della Fashion week israeliana. Anche per questa edizione, infatti, dopo il successo della collaborazione dello scorso anno con Roberto Cavalli, la settimana della moda è stata aperta dalla sfilata di un brand straniero, italiano per l’esattezza: Missoni. Sembra dunque essere stato riconfermato il connubio tra Italia ed Israele, almeno nel mondo del glamour.

Al Fashion show di Missoni era presente la direttrice di Vogue Italia, Franca Sozzani, la quale ha affermato che la chiave del successo della moda israeliana dovrà essere investire sui nuovi designer, promuovendoli e supportandoli. La direttrice di Vogue Italia sembra aver compreso appieno la politica israeliana in fatto di giovani: start-up, stages e borse di studio sono ciò che più attira ragazzi da tutto il mondo verso le istituzioni israeliane capaci, più di tante altre, di offrire chances lavorative.

Nel corso della fashion week Israele non si è smentita, aprendo le porte alle nuove generazioni in ogni aspetto della manifestazione, iniziando dalla musica che ha intrattenuto gli ospiti, suonata da bambini in età compresa tra gli otto e i dodici anni e non da famose band locali.

Le passerelle, però, sono state il vero e proprio palcoscenico delle nuove leve: insieme alle collezioni di stilisti affermati come Shai Shalom e Dorin Frankfurt, sono state presentate le creazioni delle giovani promesse della moda israeliana, primi fra tutti, gli studenti dello  Shenkar College of Engineering and Design.

Durante la Gindi Fashion Week la moda ha dato quindi spettacolo, ma non solo sulla passerella. Gli ospiti d’eccezione e gli invitati provenienti da ogni parte del mondo hanno reso Tel Aviv un crocevia modaiolo in cui il concetto di stile è stato reinterpretato in infiniti modi. C’è stato chi, improvvisandosi Frida Kahlo, ha celebrato Purim con qualche giorno di anticipo e chi, invece, sembrava essere uscito da un servizio fotografico di Vanity Fair.

A chiudere in grande stile questo tripudio di stravaganza e glamour sono state le creazioni di Maskit, indossate da donne famose ed eleganti come Lea Peretz e l’attrice Yuval Scharf.

Concludere la fashion week con la sfilata di Maskit, maison israeliana fondata nel 1954 da Ruth Dayan (presente in prima fila durante il fashion show), è stata la scelta più riuscita di tutta la manifestazione. Rappresentando una delle prime tappe fondamentali per l’ascesa dello stile israeliano in tutto il mondo, la partecipazione di Maskit ha permesso una riscoperta delle origini necessaria per poter guardare al futuro, perché serve uno sguardo sul passato per riuscire ad avere fiducia nell’avvenire.

 

Sara Pavoncello                                                                                                                                                                                      

Foto di Daniele Di Nepi 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 marzo 2014
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 Gatekeepers
“The gatekeepers” è forse il film che, fra tutti quelli proposti al Festival del Cinema Israeliano, ha creato la maggiore aspettativa:  novanta  minuti in cui vengono per la prima volta intervistati sei vecchi capi dello Shin Bet, il servizio di spionaggio antiterrorismo israeliano.  Tanta curiosità era abbastanza prevedibile, da una parte per la prima volta diventa possibile avvicinare figure altrimenti irraggiungibili, dall’altra forse si nasconde al suo interno il desiderio di scoprire il perché, il per come, e sviscerare ogni possibile retroscena. L’ultima cosa che però si può trovare nel documentario è, però, la morbosità: il regista, Moreh Dror, ha la capacità di lasciare allo spettatore la possibilità di trarre le proprie conclusioni, e di riproporre momenti dolorosi degli ultimi cinquant’anni di storia in maniera senz’altro toccante, ma mai patetica (basti pensare alla sequenza dedicata al periodo dell’uccisione di Rabin).

Dopo un’ora e mezza in cui osservi sei signori, diversi per età, idee, modo di approcciarsi, darsi il cambio e ”cedersi” la scena a vicenda, dopo un’ora e mezza di strette allo stomaco, ciò che più rimane impresso è un filo rosso che li unisce tutti e sei: non importa in che anni abbiano lavorato, e non importa adesso che lavoro facciano -molti di loro si sono “riciclati” come politici o giornalisti- comune è l’assoluta sfiducia con cui ripensano alla classe politica contemporanea al loro mandato –unica eccezione è Carmi Gillon, che lavorava gomito a gomito con Yitzhak Rabin, che ricorda con stima e affetto. Comune a tutti era l’impressione di lavorare con chi non aveva un piano a lungo termine, una proposta politica efficace, ma soluzioni momentanee (viene detto per la precisione “nessuna strategia, solo tattiche”).  Potevano essere profondamento diversi fra di loro, chi era stato maggiormente indurito da una vita all’interno di un’organizzazione militare e chi meno, chi riteneva accettabili un maggior numero di azioni e chi meno, ma tutti loro guardavano all’intera classe politica con l’occhio disilluso di chi ci ha creduto, e ora non riesce più a crederci per davvero. Il “vecchio uomo in fondo al corridoio” –come veniva chiamato durante l’infanzia il Primo Ministro, espressione che poi nell’età adulta diventa un idioma per indicare l’intera classe politica- visto attraverso i loro occhi sembra annaspare tra le difficoltà, senza riuscire a prendere un direzione chiara. Alla domanda finale posta dal regista, “Cosa bisogna fare ora?” nella sostanza, tutti questi sei signori, anche quelli da cui non ti saresti aspettato una risposta del genere, o almeno non così categorica, rispondono, “Dialogare, dialogare con tutti”, dimostrando quella capacità di andare oltre se stessi di cui lamentano la mancanza in chi li rappresenta.

Talia Bidussa

 

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 marzo 2014
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Lo sport in Israele non si ferma di Shabbat.

Calciatori, giocatori di basket, pallavolisti, schermidori e professionisti di altre pratiche sportive scendono in campo di sabato. Un po’ come di domenica in Italia, un po’ come siamo abituati da sempre. Durante il weekend, dopo la dura settimana di lavoro, è concesso stendersi sul divano, godersi qualche orribile junk food guardando la squadra del cuore o il campione in carica. Così anche in Israele arriva il tanto atteso weekend e con esso le trasferte allo stadio, le partite in TV. Ma come si fa se è Shabbat?

Un giornalista di Haaretz lo ha chiesto al giovanissimo fiorettista Yuval Freilich:

“Quando avevo 13 anni l’unica cosa che volevo era diventare un bravo ragazzo religioso”, racconta Yuval che viene da una famiglia religiosa. Quando ha scelto la scherma, era solo per hobby e non pensava di diventare così forte, ma oggi impugnando il fioretto vince e il suo sogno è l’Olimpiade. Nell’intervista spiega che rinunciare al rispetto dello Shabbat per la passione della scherma non è stata una decisione facile. Racconta che nel 2008 ha fatto appello all’alta Corte suprema israeliana, ma poi ha deciso: “Quando ho gareggiato nel 2010 di Shabbat si è scatenata una grande polemica, ma da quel momento io ho deciso che se le competizioni fossero cadute di Shabbat, io avrei gareggiato”. Il suo è un sogno di ragazzo e i suoi genitori l’hanno accettato e si sono adattati. Quando ci sono le trasferte la mamma e il papà di Yuval scelgono un albergo vicino alla palestra e prenotano dalla sera prima, così sabato mattina sono pronti per raggiungere il luogo a piedi e tifare per il figlio.

La Corte suprema non interviene in decisioni puramente religiose e rimanda la questione. Così in Israele, paese di grandi libertà ma anche di grandi contraddizioni, gli ultraortodossi protestano e rimangono esclusi anche dalle competizioni sportive. Il Beitar, squadra di Gerusalemme storicamente schierata a destra, aveva protestato e promesso ai fedeli tifosi che non ci sarebbero state, nella città santa, partite di Shabbat. Ma il campionato non si ferma e, se a Gerusalemme il calcio diventa una questione politica e religiosa, i giocatori e i professionisti come il giovane Yuval Freilich, preferiscono giocare e non rinunciare alla carriera.

Ma lo Shabbat non è la sola questione religiosa, in Israele ci sono calciatori emergenti arabi che giocano in squadre israeliane e ci sono squadre arabe (Bnei Sakhnin per esempio) dove giocano calciatori ebrei israeliani. E se in Italia siamo abituati a vedere giocatori che si fanno il segno della croce sul petto prima di entrare in campo o prima di tuffarsi in piscina, da gennaio 2014 ci abitueremo a vedere giocatori in campo con la kippa, dopo il permesso ufficiale dato dalla FIFA.

La libertà di espressione scende in campo e gli sportivi incontrano culture, religioni e abitudini da tutto il mondo, ma come si fa a difendere tutte le sensibilità senza mettere troppi paletti? Come si fa a far rimanere le palestre luoghi in cui a dettar legge è la disciplina sportiva, non gli egoismi politici e le rigidità religiose?

Come dice Yuval Freilich: “Non penso che la religione debba influenzare le possibilità che ognuno ha, di avere successo nello sport, nell’arte o nella musica”. E allora quando si entra in campo o si sale in pedana ciò che conta più di tutti è avere la possibilità e la forza per giocare, tutto il resto è puro scenario.

Rebecca Treves

Foto di Rebecca Treves

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 marzo 2014
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CarnevaleCarnevale. Le strade romane, colorate di coriandoli, brulicano bambini mascherati e divertiti. Principesse, mostri, pirati e quest’anno anche un piccolo Papa.  In questa atmosfera di festa e divertimento con tante iniziative anche per i più grandi, se si chiudono bene gli  occhi, con un po’ di immaginazione, si può intravedere una Roma diversa: Roma Dove una festa poteva per qualcuno trasformarsi in un vero incubo.

Anche se oggi in Italia il Carnevale più celebre è quello di Venezia, in passato a Roma il Carnevale ha rappresentato uno dei momenti più attesi dell’anno. In questi giorni che precedono la Quaresima, a Roma, come altrove, nei secoli passati, era consuetudine trasgredire le regole.  I romani, liberi di mascherarsi e divertirsi, non esitavano a lasciarsi andare ad eccessi nei festeggiamenti.

In primo luogo si possono ricordare i ‘giochi di Agone e Testaccio’ durante i quali fra i vari divertimenti,  si parla di una sfida in groppa non ad un cavallo bensì ad un ebreo. L’obbligo venne meno  dietro il pagamento di una tassa di 1.130 fiorini annui (la cosiddetta contribuzione di ‘Agone e Testaccio’). Attilio Milano racconta “della tradizione secondo cui negli Statuti di Roma, riformati sotto Paolo II nel 1464, si asseriva che gli ultimi 30 fiorini erano stati aggiunti in memoria dei  30 denari per cui fu venduto Gesù”.  Questa tassa fu riscossa per ben 550 anni e venne impiegata per finanziare le celebrazioni.

Più noto è invece il divertimento costituito dal far rotolare giù per Monte Testaccio uno sfortunato anziano ebreo, chiuso in una botte chiodata, entro la quale spesso moriva.

Nel 1466 fu Papa Paolo II, il veneziano Pietro Barbo, a valorizzare il Carnevale a Roma.
Questi stabilì che i festeggiamenti si sarebbero dovuti svolgere soprattutto lungo via Lata, l’odierna via del Corso (che secondo alcuni fu così denominata proprio con riferimento alle corse che vi si svolgevano). Proprio qui i romani potevano assistere alle corse ‘dei barberi’ e dei bipedi. Si trattava di corse di bellissimi cavalli (appartenenti alle nobili famiglie romane), di giovani ma anche di anziani e di ebrei.

Con il tempo questi ultimi furono costretti a correre svestiti sotto gli sguardi divertiti dei romani in festa e del Papa che assisteva ai festeggiamenti dalla sua residenza, Palazzo di San Marco (presso piazza Venezia).  Alessandro VI invece, avendo cambiato residenza, ordinò che la meta delle corse avrebbe dovuto essere piazza  San Pietro mentre ‘ il punto di scappata’ doveva confluire nel palazzo della Cancelleria (Palazzo Sforza-Cesarini).
Inizialmente gli ebrei che partecipavano alle corse del Carnevale non erano umiliati, anzi vi partecipavano spontaneamente. Con il passare del tempo, invece, come racconta Ademollo nel ‘Il Carnevale di Roma’, l’antisemitismo iniziò a manifestarsi soprattutto nelle corse del Carnevale. Ancora nel 1581 sebbene corressero nudi  erano ancora trattati come gli altri romani ”bipedi” che partecipavano alle corse ..anch’essi svestiti. Come è noto, i trattamenti riservati ai romani di religione ebraica iniziarono a peggiorare notevolmente. Sempre nel ‘Carnevale di Roma’ si racconta del fatto che gli ebrei fossero costretti a correre ‘forzatamente ben pasciuti anzi rimpinzati di cibo perchè fossero più lenti nelle corse’.

Montaigne scrisse nel 1583 ”Lunedì i soliti otto ebrei corsero ignudi il palio loro, favoriti da pioggia vento et freddo degni di questi perfidi mascherati di fango al petto delle grida. (Bandi).” Gli sfortunati iniziarono ad essere bersaglio di umiliazioni venendo colpiti da sassi e fango, lanciati dagli spettatori.

Papa Clemente IX nel 1668 abolì la corsa in cambio del pagamento di un tributo di 300 scudi (che si aggiunsero al precedente tributo di 1130 fiorini che continuò ad essere obbligatorio) e di un umiliante atto di  sottomissione, ‘l’omaggio’,che si sarebbe dovuto svolgere in Campidoglio, da parte dei capi della comunità. Questo atto di ‘omaggio’ fu poi abolito a metà dell’ottocento dopo una brevissimo periodo in cui si svolgeva in forma privata.

Testimonianze di ulteriori mortificazioni sono facilmente individuabili da  editti volti a vietare la possibilità di molestare, umiliare  e infastidire gli ebrei romani.  Cosa che si protrasse sino alla fine del settecento soprattutto con riferimento alle ‘giudiate‘. Queste erano caratterizzate da satire e motteggi contro gli ebrei, si pensi a carri, palchi, da dove si prendevano in giro usi e costumi ebraici, spesso anche con il contributo oltre che del popolino anche di religiosi.
Piazza Navona, Testaccio, Via del Corso luoghi immortalati anche dalla penna di grandi scrittori stranieri quali: Goethe, Montaigne, Gregorovius, Keats, Shelley, Dumas, nei secoli passati furono dunque centro di disprezzo e di umilianti mortificazioni nei confronti di una parte della cittadinanza che sin dal II sec a.C. (con l’ambasceria di Pompeo) aveva contribuito allo sviluppo e alla grandezza di Roma.


Sarah Tagliacozzo

Fonti

Alessandro Ademollo, Il Carnevale di Roma nei secoli XVII e XVIII,   A.Sommurga e C., 1883

Riccardo Calimani, Storia degli ebrei italiani, vol. 1- dalle origini al XV secolo, Mondadori,2013

Attilio Milano, Il Ghetto di Roma, Carucci editore-Roma, 1988.

                                                                      



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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