Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 maggio 2014
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Miramare weekend Trieste

Perdonatemi, per una volta voglio togliermi i panni del consigliere UGEI e commentare il weekend di Trieste appena trascorso.

Inizialmente non vi nascondo che avevo delle serie perplessità circa la buona riuscita dell’evento, visti i numeri ridotti di partecipanti.

A posteriori invece devo ammettere che questo weekend è stato uno dei meglio riusciti a cui ho partecipato nei miei anni di partecipazione all’UGEI (sarà un caso, che a questo io non ho partecipato attivamente all’organizzazione?). Abbiamo avuto modo sicuramente di conoscerci meglio, di fare amicizia con nuovi ragazzi e di entrare realmente in confidenza. Il clima era realmente quello che si dovrebbe ritrovare sempre all’UGEI: un clima famigliare e di condivisione.

Dal punto di vista contenutistico inoltre credo che si siano affrontati temi importanti e che non si sia perso tempo, concentrandosi sul concreto, focalizzando i problemi principali e proponendo soluzioni concrete e realizzabili.

Il tutto in una cornice amabile come quella della comunità di Trieste, che ci ha accolto come se fossimo i loro figli, ci ha ospitato e nutrito con un tale affetto da farmi rimpiangere di non aver organizzato mai nessun evento prima.
Un po’ di resoconto. Il weekend si è aperto con la presentazione della ricerca del professor Campelli circa lo stato dell’ebraismo italiano. L’ebraismo italiano sta soffrendo un calo nei numeri e nella partecipazione, presentando tuttavia una forte, fortissima voglia di esserci. Nelle comunità si litiga, a volte sono troppo religiose, a volte lo sono troppo poco, ma il problema fondamentale è che manca quel senso famigliare che le comunità dovrebbero avere. E poi ci si impoverisce dal punto di vista identitario e intellettuale. Una o due generazioni fa gli ebrei contribuivano profondamente alla crescita sociale, economica, culturale, scientifica del paese, ed erano percepiti come elemento importante del tessuto sociale italiano, oggi meno.

La giornata di sabato si è costruito su queste riflessioni, andando a domandarci che cosa secondo noi determina il più forte allontanamento dalle comunità e dall’UGEI Non mi soffermo a dettagliare i ragionamenti di circa sei ore di dibattito (il desiderio di confrontarsi era talmente forte che l’unica pausa, e brevissima, è stata fatta per mangiare challà e nutella). Il punto fondamentale che è emerso è che manca il collante, manca quell’ingrediente che fa venire voglia di partecipare. L’UGEI non è più quella di un tempo, dove la socializzazione bastava come elemento determinante dello stare insieme. Oggi serve riscoprire un insieme di valori e il veicolare esperienze che creino un legame forte. Più che socializzazione spicciola, si vogliono contenuti, si vuole cultura, ebraismo, identità. E si vuole fare, tant’è che una delle proposte più pragmatiche è stata quella di presentare a partire dal prossimo congresso meno mozioni e più progetti, in cui i presentatori degli stessi si impegnino in prima persona a portare avanti quanto vogliono vedere realizzato. La voglia di fare si traduce anche in voglia di parlare e confrontarsi maggiormente a livello locale. In alcune comunità la cosa funziona già molto bene. A Roma e a Milano questo ancora manca.

Ovviamente non sono mancati il buon cibo di shabbat, la festa del sabato sera con la vodka che girava,  la visita al centro città e al Castello di Miramare e perfino la classica grigliata fuori porta di Lag ba-Omer.
Personalmente ho dormito molto poco, ma non mi è importato. Avevo una camera, a differenza di tutte le altre, quasi impraticabile, con fili elettrici scoperti e odore forte di pittura fresca, ma è andata bene lo stesso.
Questo weekend è stato perfetto, e non credo verrò smentito nel dire che forse abbiamo intrapreso la strada giusta.

Benedetto Sacerdoti


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 maggio 2014
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In questi giorni, molti di noi, alla notizia dello scandaloso scambio di embrioni avvenuto presso l’ospedale Pertini di Roma, si saranno probabilmente interrogati su chi siano da considerare i “reali” genitori dei gemelli che nasceranno. Ecco un breve riepilogo per chi non avesse seguito la vicenda: lo scorso 4 dicembre presso l’unità di Fisiopatologia per la riproduzione e la sterilità del Pertini sono stati scambiati gli embrioni da impiantare a due donne (a quanto pare dai cognomi simili); purtroppo però in un caso l’impianto è riuscito, nell’altro no. Così ora le due donne si ritrovano l’una con due gemelli propri in un utero altrui, mentre l’altra senza “figli genetici”, ma con una gravidanza in corso. Non stupisce di certo che, stando alle dichiarazione dei rispettivi legali, entrambe le parti siano intenzionate a lottare per ottenere l’affidamento dei gemelli. Infatti le coppie che si rivolgono a questi centri di infertilità sono disposte a fare qualunque cosa pur di avere un bambino, accettando persino un figlio non del tutto proprio.

Ai giudici italiani spetterà la decisione, ma quali sono le opinioni rabbiniche a riguardo?  A dirla tutta, neanche le fonti ebraiche sono in grado di risolvere il dilemma, in primis perché un caso del genere non è ancora mai stato sottoposto a parere rabbinico. Tuttavia, alcuni spunti di riflessione possono essere tratti dalle disposizioni riguardanti i casi di ricorso ad una madre surrogata, o più comunemente detto “utero in affitto”. Alfredo Mordechai Rabello, professore emerito di Storia del diritto e Diritto comparato all’Università ebraica di Gerusalemme, nella recente pubblicazione “Intorno alla vita che nasce. Diritto ebraico, canonico ed islamico a confronto”, scrive che su tale problematica i pareri sono contrastanti. Fino a poco tempo fa, infatti, sembrava che la maggioranza dei decisori fosse propensa a ritenere come madre quella uterina, ovvero colei che ha partorito il figlio; attualmente, però, l’opinione più diffusa considera madre quella genetica, posizione fatta propria anche da Rav Sh. Goren, Rav Ovadià Josef e Rav Sh. Amar. All’origine di tale opinione vi sarebbe il fatto che, secondo la Halachà, il bambino è figlio di colui che ha dato il seme; analogamente allora, la maternità potrebbe essere stabilita sulla base della donatrice dell’ovulo, come anche l’ebraicità del figlio nato. Vi è poi chi sostiene – sempre secondo quanto riportato da Rabello – che entrambe le donne siano da ritenersi madri. Tali considerazioni non debbono però confondere il lettore: il caso della madre surrogata, una donna che accetta, gratuitamente o a pagamento, di accogliere e nutrire per nove mesi nel proprio utero un figlio altrui, è ben diverso dal caso verificatosi al Pertini; sarebbe quindi azzardato affermare che anche in questo caso si considera madre quella genetica. L’attuale gestante infatti non si è proposta volontariamente di portare in grembo i figli altrui.

Tornando alle leggi vigenti in Italia, è assai improbabile che i genitori biologici riescano ad ottenere l’affidamento dei gemelli. Infatti secondo il codice civile la madre è colei che partorisce (art. 269), a meno che questa non disconosca il figlio, condizione che non si può però verificare in questa specifica circostanza, in quanto le leggi sulla fecondazione assistita impongono il riconoscimento del bambino nato con queste tecniche. Molto probabilmente, quindi, ci troveremo di fronte ad un caso di fecondazione eterologa (seme e/o ovulo provengono da un soggetto esterno alla coppia) involontaria, poiché i due individui dell’altra coppia non erano intenzionati a fare donazione dei propri gameti. Il caso vuole che l’errore si sia verificato proprio qualche mese prima che la Corte Costituzionale cancellasse il divieto di fecondazione assistita eterologa stabilito con la legge 40/2004.

Forse, nonostante la drammaticità dell’avvenuto, questa riflessione sulla genitorialità non farà male agli italiani, ancora così bigotti in termini di fecondazione assistita. Da anni in altri paesi europei la fecondazione eterologa è ammessa, così come in Israele dove è consentita giuridicamente, a prescindere dai pareri rabbinici non sempre favorevoli (il principale ostacolo è il rischio di un rapporto incestuoso tra due fratellastri nati inconsapevolmente dallo stesso seme); tra l’altro persino la maternità surrogata è concessa dalla legge israeliana. In Italia invece negli ultimi dieci anni siamo rimasti imbalsamati, convinti che il figlio possa essere solo colui che eredita il nostro DNA. E l’educazione?

 

Noemi Di Segni

 

Fonti: Dariush Atighetchi, Daniela Milani, Alfredo M. Rabello, Intorno alla vita che nasce.  Diritto ebraico, canonico ed islamico a confronto, G. Giappichelli Editore, Torino, 2013.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 maggio 2014
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foto maccabi calcio

C’è il cuore che batte

sempre più veloce
Ad ogni rincorsa
esplode una voce
Chi grida vittoria
non sa darsi pace
Disegna la storia
Solo chi è capace

Io corro più forte
Raggiungo le stelle
Le rubo alla luna
Diventano pelle
Per farti un vestito
Azzurro che splende
Negli occhi e nel cuore
L’Italia si accende.

La più grande passione degli italiani viene celebrata attraverso questo riadattamento dei Negramaro di una canzone di Claudio Villa. Essa vuole incitare ed esortare la nazionale italiana che parteciperà ai mondiali di calcio che si terranno in Brasile il prossimo Giugno. Personalmente, mi sono spesso chiesta cosa spingesse così tanta gente ad appassionarsi a questo sport che ha origini antichissime: era infatti praticato in Giappone già nel XI secolo  e in Cina dove il pallone era curiosamente ripieno di piume e capelli femminili-e poi dicono che donne e calcio non vanno d’accordo-. In Inghilterra fu riabilitato nel 1617…anche se gli inglesi facevano ancora confusione tra calcio e rugby. Solo nel 1863 ebbe finalmente riscontro istituzionale e mutarono, finalmente, anche i materiali utilizzati per costruire il pallone: si misero infatti da parte capelli, piume e vesciche d’animali che furono sostituiti da caucciù e cuoio.

Il calcio con la C maiuscola divenne quindi un fenomeno sociale che si diffuse in tutto il mondo molto rapidamente. Tifare una precisa squadra diventò pian piano una questione di appartenenza e di unione tra gli individui secondo il principio “sei ciò che tifi”. I tifosi iniziarono a vedersi, definirsi e percepirsi come membri della propria categoria, adattando norme e comportamenti di gruppo. Oltre ad una forte componente di appartenenza, emersero anche sentimenti di ostilità e diffidenza nei confronti di tutti colori che facevano parte di gruppi esterni dando vita, talvolta, a episodi di violenza.

E in Israele?

La domanda mi è sorta spontanea in occasione della partita amichevole tra il Maccabi Italia e il Maccabi Haifa, entrambe under 18, tenutasi a Villa York il 13 aprile. Italia e Israele si sono incontrati per l’ennesima volta nella condivisione della passione per lo sport e per il calcio. L’ente che governa il calcio in Israele e controlla il campionato nazionale, la coppa nazionale e la Nazionale del paese è la Federazione Calcistica d’Israele (IFA). Il Maccabi Haifa Football Club, fondato nel 1913 è il club più titolato d’Israele ed è stato il primo club israeliano a qualificarsi per la UEFA Champions League. I giocatori under 18 del Maccabi Haifa che nella loro tournée italiana hanno avuto la possibilità di confrontarsi con i giovani del Maccabi Italia, terzi nel mondo alle ultime Maccabiadi in Israele. Per la cronaca, gli italiani si sono aggiudicati la vittoria battendo gli avversari 6 a 3 nonostante l’eccellente possesso di palla degli israeliani. A seguire tifosi e giocatori si sono potuti ristorare con un invitante rinfresco di specialità giudaico-romanesche, particolarmente apprezzato dai ragazzi di Haifa che per un momento hanno messo da parte humus e falafel per concentrarsi su panini con concia e bottarga.

Una bella occasione per tutti i giovani ebrei di condividere la passione per il calcio: il prossimo appuntamento per i giovanissimi giocatori under 12 sarà lo “Junior Trophy” del 1 maggio a Madrid, proprio dove due anni fa vennero gettate le basi per una grande squadra che sarebbe arrivata a vincere una storica medaglia alle Maccabiadi. I ragazzi avranno occasione di confrontarsi con altre squadre ma soprattutto divertirsi e condividere un’esperienza indimenticabile.

 

Miriam Sofia


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 maggio 2014
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rav kahaneman

Per la prima volta quest’anno ho trascorso la settimana di Pesach in Israele.

Dopo aver aiutato (più o meno) mia madre a cucinare per il seder, sono andata in terrazza a parlare con mia sorella Elisa che studia in Israele e torna raramente a Roma.   Davanti alla splendida vista del mare di Tel Aviv, Elisa ha acceso il computer per ascoltare della musica.  Dopo un paio di canzoni di Rino Gaetano e di qualche cantante a me sconosciuto, ha insistito perché ne ascoltassi una in particolare. ‘Shemà Israel-Memory of the Shoah’  di Yaakov Shwekey.

Inizialmente non riuscivo a capire. ‘Perchè dovremmo ascoltare una canzone dal titolo così malinconico e triste?’ Ero già pronta a protestare quando Elisa ha iniziato a raccontarmi la storia della canzone.

‘Rabbi Yosef Shlomo Kahaneman, rabbino di una delle più importanti comunità ebraiche della Lituania, fondatore di più yeshivot e di un orfanotrofio perse gran parte della propria famiglia, dei suoi studenti e della sua comunità durante la guerra. Emigrato in Israele fondò a Bnei Brak la Ponevez Yeshivà, uno centri di studio di Torah più importanti al mondo. Era anche vicino agli ideali sionisti tanto che ancora oggi continua la tradizione da lui iniziata di issare la bandiera dello stato di Israele fuori dalla sua Yeshivà il giorno di Yom Ha’Azmaut’

La canzone non era ancora finita e io continuavo a non capire perché mi stesse raccontando la storia di un rabbino della Lituania e cosa c’entrasse lo Shemà. Quasi senza permettermi di ascoltare le parole ha continuato a raccontarmi la storia.

‘Come sai, molti genitori di religione ebraica in tutta Europa, per salvare i propri figli dalla deportazione nei campi di concentramento nazisti, decisero di nasconderli in conventi o in istituti religiosi cattolici.  La maggior parte di questi bambini, spesso molto piccoli, divennero purtroppo orfani.

Dopo la fine della guerra, i famigliari sopravvissuti andarono a riprenderli ma in molte di queste strutture si negò la presenza di bambini di religione ebraica.
Rabbi Kahaneman dopo la fine della guerra, secondo una leggenda intrisa di fondamenti di verità, cercò anche lui in giro per l’Europa questi bambini per ricongiungerli ai loro famigliari o per portarli in Israele. Nella canzone si racconta di come anche a lui fu spesso risposto che ‘quelli della tua religione non si trovano fra noi’ ma il rabbino senza perdersi d’animo cercò comunque un modo di individuare i bambini.  Secondo la leggenda raccontata nella canzone, sarebbe entrato nelle stanze in cui i bambini dormivano e avrebbe cantato i primi versi dello Shemà. I bambini, ricordandosi dei genitori che prima di addormentarsi gli recitavano lo Shemà avrebbero portato la mano agli occhi o avrebbero iniziato a chiamare la mamma.’

La sera del Seder, per tradizione, leggiamo il Rituale della Rimembranza. Ogni anno penso ai miei bisnonni. Lui morto ad Aushwitz lei, mia nonna Tosca, la prima donna tornata a Roma dopo un tormentato viaggio dallo stesso campo di concentramento. Anche loro nascosero mio nonno e i suoi fratelli al Collegio Nazzareno.

Non sono riuscita a scoprire se la storia del Rabbino lituano che recitava lo Shemà ai bambini nei conventi fosse del tutto vera, ma mi piace crederlo. Purtroppo, molti bambini non rividero più le loro famiglie e in molti non furono più ritrovati.

 

*I bambini furono sempre al centro degli  interessi di Rabbi Kahaneman. Quest’ultimo si prese infatti cura anche di alcuni dei ‘Bambini di Teheran’. Si trattava  circa 3000 bambini polacchi che in seguito all’accordo fra gli Alleati e l’Unione Sovietica nella primavera del 1942,  furono trasferiti in Iran insieme a migliaia di soldati polacchi e di rifugiati.  I bambini furono portati in Israele grazie all’Agenzia Ebraica. Quando arrivarono, furono al centro di una famosa polemica circa l’educazione più ortodossa (yeshivot) o laica (kibbutzim) che lo Stato gli avrebbe dovuto garantire.

Sarah Tagliacozzo

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 aprile 2014
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Melissa Sonnino 28 aprile 2014

Ci sono un ebreo, un musulmano, un cattolico, un buddista e un sikh che parlano seduti attorno ad un tavolo. No, non è l’inizio di una barzelletta. Secondo una personalissima statistica, questo è piuttosto lo schema classico della gran parte degli eventi dedicati al dialogo interreligioso, o cambiando gli attori, interculturale, intracomunitario, tra chi insomma ha voglia di confrontarsi con la diversità e, magari, apprezzarla. Grandi sorrisi a favore di fotografo, se possibile un intermezzo del politico di turno a suggellare la solennità dell’incontro e neanche a dirlo, di donne e giovani neppure l’ombra.

Sarà forse una colpa essere giovani e allo stesso tempo interessati a queste tematiche? Dopo lunga riflessione, la mia risposta è “NI”. Sicuramente è legittimo perseguire i propri interessi, ma è stupido ostinarsi a farlo nelle sedi sbagliate. É indubbio che un pizzico di gioventù gioverebbe, e non poco, alle iniziative che oggigiorno promuovono il dialogo e offrono strumenti per confrontarci con una società che muta così rapidamente.

Da qualche tempo ormai, sono abbastanza convinta che il metodo più efficace per approfondire la consapevolezza delle proprie identità, inclusa quella ebraica, sia proprio il confronto con l’esterno, con il cosiddetto “diverso”. A forza di esplorare la mia d’identità, sono finita a lavorare per un’organizzazione ebraica che non solo questo tipo di confronto lo promuove, ma crede anche che i valori dell’ebraismo e tutto ciò che di buono ne consegue, debbano essere esportati fuori dal mondo ebraico. É cosi che da un giorno all’altro mi sono ritrovata promoter di diversità e società inclusive con il compito aggiuntivo, come se non fosse abbastanza, di convincere i miei correligionari a mettersi in gioco e contribuire alla missione.

Dopo il comprensibile smarrimento iniziale, l’istinto di sopravvivenza ha avuto la meglio e la creatività è arrivata in aiuto. In fondo si trattava “semplicemente” di fornire una piattaforma di dialogo originale, che fosse d’interesse per le comunità ebraiche europee e dove diverse minoranze potessero instaurare un rapporto di solidarietà autentico, traendo al contempo benefici che rispondessero a bisogni reali. Questo è lo spirito in cui, circa tre anni fa, è nato il progetto europeo “Facing Facts! – rendere visibili i reati d’odio“.

Purtroppo, se esiste un campo nel quale, volenti o nolenti, le comunità ebraiche d’Europa hanno maturato un’esperienza significativa, è proprio quello del monitoraggio di crimini ed episodi motivati da odio antisemita. In Europa esistono veri e propri casi di eccellenza, come il Community Security Trust (CST), partner nel progetto, che si occupa della registrazione degli episodi di antisemitismo nel Regno Unito sin dal 1984.

La raccolta, l’analisi e la segnalazione di dati relativi ai reati d’odio possono dotare le comunità o le organizzazioni che rappresentano minoranze oggetto di discriminazione, di un potente strumento per comunicare i propri timori al governo, alle forze dell’ordine, ai mezzi di comunicazione ecc. I reati di odio implicano un’aggressione premeditata a una vittima sulla base della sua reale o presunta identità (età, razza, credo, genere, orientamento sessuale, identità di genere o disabilità). La componente d’odio rende le conseguenze di questi reati più gravi di quelle di altri tipi di reato. Perchè siano adottate politiche pubbliche migliori, volte alla prevenzione e alla lotta ai reati di odio e alla garanzia di servizi adatti alle necessità delle vittime, sono necessari dati affidabili basati su fatti oggettivi.

Oggi in Europa sono ancora poche le comunità e le organizzazioni in grado di raccogliere e verificare i dati in maniera sistematica. Facing Facts! nasce con lo scopo di colmare questo vuoto, mettendo al servizio di altre comunità l’esperienza delle comunità ebraiche più avanzate nel campo. Questo obiettivo è stato raggiunto mettendo a punto delle linee guida e un corso di formazione per formatori unico nel suo genere che, non solo fornisce gli strumenti per stabilire un sistema di monitoraggio credibile e adeguato, ma anche di insegnare ad altre persone all’interno, ma soprattutto all’esterno, della propria comunità o organizzazione, a fare lo stesso.

Poco più di un mese fa, ventitré persone provenienti da tredici paesi differenti, hanno preso parte all’ultima edizione del corso di formazione per formatori organizzato da Facing Facts! a Budapest, presso lo European Roma Rights Centre. Quattro giorni di formazione no-stop che hanno visto rappresentanti di organizzazioni ed individui che lavorano per promuovere i diritti di rom, ebrei, musulmani, disabili, LGBT e transessuali collaborare, condividere esperienze ed imparare l’uno dall’altro.

Oltre ad espandere il proprio portfolio di conoscenze e competenze, i partecipanti hanno riconosciuto nella possibilità di entrare in contatto e lavorare fianco a fianco con rappresentanti di altre minoranze, il valore aggiunto del corso.

Se state alzando il sopracciglio un po’ scettici, come a dire “questo succede solo nelle favole” posso aggiungere che a seguito dell’edizione 2012 del corso di formazione tenutosi a Londra, l’organizzazione CIDI, che si occupa della registrazione di episodi di antisemitismo in Olanda, utilizzando le conoscenze apprese durante il corso, ha a sua volta formato con successo un’organizzazione musulmana, SPIOR, assistendola nella creazione di un sistema di monitoraggio dei crimini motivati dall’odio contro i musulmani. Un gruppo di formatori certificati Facing Facts!, tra cui rappresentanti della comunità ebraica locale, ha unito le forze per rendere i reati di odio maggiormente visibili in Ungheria, specie quelli perpetrati nei confronti della popolazione rom.

La lista degli esempi positivi è lunga, a dimostrare che il confronto con gli altri non solo è possibile ma può addirittura migliorare in maniera significativa la nostra esistenza. Facing Facts! è solo un esempio che può essere declinato in molti modi diversi.

Credeteci!

Melissa Sonnino

 

Per chi volesse saperne di più del progetto Facing Facts e`possibile consultare il sito www.facingfacts.eu

Per chi e`arrivato sveglio fin qui ed e`interessato a leggere le linee guida sul monitoraggio dei crimini di odio (finalmente) tradotte in italiano questo e`il link http://www.ceji.org/media/guidelines-for-monitoring-of-hate-crimes-and-hate-motivated-incidents-IT-web-version.pdf

Per chi volesse sapere qualcosa di piu`sull’organizzazione per cui lavoro www.ceji.org



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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