Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 agosto 2018
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Dopo una serata di divertimento a Tel Aviv, ci siamo svegliati nel meraviglioso Hotel Dan Panorama. Colazione ricca, valigie pronte e via alla prossima destinazione. Al gruppo si sono aggiunti sette giovani italo-israeliani provenienti da diversi settori dello Tzahal che resteranno con noi fino alla fine del viaggio per darci un assaggio della vita dei giovani in Israele. Dopodiché, siamo giunti al museo Independence Hall, situato in uno dei viali principali di Tel Aviv, ricco di storie da raccontare. Il museo fu infatti la sede della proclamazione dello Stato di Israele. La guida ha saputo farci emozionare trasmettendoci i valori della forza e della determinazione tipici del nostro popolo.

Grazie al tempo disponibile, abbiamo accolto con tanto calore il gruppo dei soldati e siamo partiti per un giro alla scoperta del Bauhaus di Tel Aviv. Dopo un’ora di pausa pranzo passata fra i vialetti di Tel Aviv, siamo giunti al museo della diaspora. Siamo rimasti colpiti nello scoprire come la popolazione ebraica sia riuscita a eccellere pur essendo sparsa in giro per il mondo.

La giornata è terminata in bellezza; l’incontro con il capo dei beduini ci ha introdotti nel loro mondo raccontandoci storie e tradizioni della loro cultura. Ci hanno dato il benvenuto con un’eccellente cena a base di riso, carne e hummus. Ore 3 – partenza per Masada!

Bianca Matalon, Alex Tricomi


Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 agosto 2018
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Stanchezza. Anche ieri sera ci siamo divertiti, forse un po’ troppo… Sveglia prestissimo e si parte, meta la ‘città che non dorme’, Tel Aviv! Per fortuna le due ore passate sul pullman ci hanno ricaricato, almeno in parte, le batterie. La giornata si fa subito interessante in quanto veniamo accolti nell’ufficio del Viceambasciatore italiano in Israele, Gianmarco Macchia. L’incontro si sviluppa in maniera differente dal solito, infatti, dopo una breve introduzione sull’effettivo ruolo che svolge l’ambasciata, ha lasciato subito spazio alle nostre domande. Passato il primo, fisiologico, momento di imbarazzo, ci siamo intrattenuti due ore a discutere delle relazioni politiche-sociali israeliane e del grande business delle Start Up.

L’orario chiama: è ora di pranzo. Ci spostiamo allo Shuk HaCarmel, il più famoso mercato della città, nel quale veniamo avvolti dalla varietà di colori, odori e suoni che caratterizzano questo luogo. Lasciandoci alle spalle lo Shuk, ci dirigiamo verso la spiaggia di Tel Aviv, per goderci un po’ di relax e mare. Dopo il check-in, ci raggiunge in albergo Naor Gilon, ex ambasciatore di Israele in Italia. Con lui affrontiamo la storia di Israele e approfondiamo il tema della ricerca tecnologica. La giornata è conclusa, ora ci aspetta una entusiasmante serata all’insegna del divertimento, dopotutto, Tel Aviv è la città che non dorme mai.

Samuel Veneziani, Giorgia Calò, Simone Israel


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 luglio 2018
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Dopo sole 48 ore il gruppo del Taglit Italia è già compatto, pronto ad affrontare la seconda giornata, principalmente all’insegna di Tzfat, una delle quattro città sante di Israele, che conserva una forte identità religiosa e ortodossa. Identità: è stato proprio questo il tema dell’attività della sera precedente, in cui i ragazzi hanno raccontato il loro rapporto con l’ebraismo e sono stati poi divisi in quattro gruppi, ciascuno dei quali ha classificato i principali valori religiosi come famiglia, comunità, tradizioni ecc.

Secondo giorno: sveglia presto per tutti (o quasi …); prima tappa il kibbutz di Sasa dove siamo stati accolti da Angelica Calò e dai ragazzi di Bereshit LaShalom, che ci hanno emozionato con racconti di dolore ma anche di solidarietà tra culture e religioni diverse. Angelica (o Edna in ebraico) con il suo entusiasmo ci ha insegnato, attraverso esercizi teatrali musicati, che in certi momenti si sono trasformati in vere e proprie coreografie, come persone così diverse tra loro possano comunicare attraverso la musica e il teatro, un linguaggio comune a tutti.

Arriviamo finalmente alla meta principale, Tzfat, dove la fame e la voglia di assaggiare le burekas e i falafel ha avuto la meglio sul programma. Dopo una piccola pausa per visitare le vie e i negozietti siamo tornati “seri” e ci siamo diretti a una sinagoga della città: un piccolo tempio decorato in azzurro, letteralmente incastonato e nascosto tra gli edifici della città. Dulcis in fundo Hamat Tiberias, un sito archeologico del secondo secolo con acque termali e i resti di un’antica sinagoga con mosaici raffiguranti simboli ebraici ma anche iscrizioni in greco, immagini dello zodiaco e iconografie rappresentanti Apollo Elios.

Giorgia Calò, Agnese Salvi Bentivoglio, Caterina Cognini


Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 luglio 2018
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Lo spirito di coesione del gruppo Taglit Italia 2018 si è già visto nelle prime ore a Ben Gurion. Sì, Le prime 4 ore di attesa che il gruppo arrivato da Roma si è sorbito riservando comunque un sorriso fresco agli ultimi arrivati. Il primo pernottamento ad Haquq è stato introdotto da un momento di presentazione per conoscersi un po’ gli uni con gli altri e da uno speciale incontro con alcuni cavalli curiosi liberi di vagare nel kibbutz.

Tanti auguri Marta! La nostra giornata è partita con una canzone di buon compleanno prima di salire in pullman per dirigerci al Parco Naturale di Banias. Il tragitto è stato una ottima occasione affinché la nostra guida Naama ci raccontasse del territorio che stavamo attraversando e delle minoranze religiose che lo abitano, in particolare di quella drusa. La nostra passeggiata nel verde si è conclusa giungendo all’incantevole cascata di Banias, luogo perfetto per ammazzarsi di selfie e foto di gruppo. Il nostro percorso naturalistico ha lasciato spazio ad uno nella storia di Israele. Non appena siamo arrivati sul monte Bental, avere i confini davanti ai nostri occhi, ha mosso Naama a raccontarci di più della storia dei rapporti e dei conflitti fra lo stato di Israele e la Siria. Percepire quanto questi eventi brucino tutt’ora sulla pelle di questi popoli, con nelle orecchie un silenzio interrotto solo da una esplosione in lontananza, ci ha interrogati personalmente e non ci ha lasciato indifferenti.

Nel pomeriggio, a riportare un po’ di brio nella giornata, c’è stata l’uscita rafting sul fiume Giordano. Divisi in piccoli gruppi da 4 a 6 persone abbiamo affrontato, a colpi di pagaia, le innumerevoli difficoltà che una missione di questo calibro comporta. Badate bene, non era il fiume la vera minaccia, bensì gli urti con gli altri gommoni. Testimoni delle nostre avventure erano le famiglie di varie etnie e religioni accorse sulle rive per godersi insieme un pomeriggio lontano dalla calura. Dopo questo fantastico inizio siamo curiosi di cosa succederà domani!

Maria Angelillis, Laura Meli, Simone Israel


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 luglio 2018
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Non andava lontano Wilhelm Von Humboldt quando scriveva che l’uomo vede le cose sostanzialmente, anzi esclusivamente, nel modo in cui la lingua gliele propone. La lingua tedesca, con i suoi quattrocentomila lemmi, fornisce a chiunque voglia studiarla una quantità di parole interessanti: per etimologia, significato e rigore esplicativo. Laddove l’italiano, l’inglese o il francese utilizzano perifrasi per esprimere concetti, il tedesco fornisce parole che in poche lettere racchiudono il succo di un’idea. La lingua definisce il mondo in cui si vive e pensare che il Duden, il vocabolario tedesco, è da anni nei best sellers, lascia riflettere. I tedeschi proteggono la propria lingua: non è per loro una vecchia ciabatta slabbrata, comoda certamente, ma priva della forma originaria, a differenza di ciò che avviene con l’italiano, la cui grammatica troppe volte deformiamo. È piuttosto “Weltanschauung”, concezione del mondo e della vita. Concepita dai filosofi tedeschi alla fine dell’Ottocento tale parola rappresenta un sistema coerente, in cui da un punto di vista archimedico – ovvero da alcune convinzioni di fondo – si possono spiegare il mondo e le leggi del suo sviluppo. Termine tristemente associato alla Germania nazista, il più grande trauma da cui la nazione sia mai stata colpita, la “Stunde null”, l’ora zero da cui la storia sarebbe dovuta ripartire. Se non fosse che una nuova “Weltanschauung” di lì a poco avrebbe assoggetto una metà della Germania, quella comunista. È dunque una visione del mondo che catalizza lo sguardo e non ammette altri punti di vista, imprigionando l’osservatore a vedere le cose in un solo modo. Parola ugualmente interessante è “Nestbeschmutzer”, l’insozzatore del nido che sporca il nucleo a cui appartiene. Heine e le sue belle poesie ne sono l’esempio. Ebreo convertito che emigra a Parigi perché stanco della censura, non dimentica la sua “Heimat”, la patria, di cui conserva una bruciante nostalgia. Di Heine i tedeschi non tollerano l’ironia, talvolta sacrilega, nei confronti della Prussia e delle sue virtù militari. Destino dei “Nestbeschmutzer” è di avere, accanto ai detrattori, un nutrito gruppo di ammiratori che tentano l’impossibile per ergere una statua al poeta romantico. Nell’elenco di parole interessanti che valgono la pena di essere ricordate si ha “Schadenfreuden”, alla lettera la gioia delle disgrazie altrui. Un sentimento presente in ogni società che ha avuto però la fortuna di essere condensato dal tedesco. Accanto ad esso altri termini dello stesso ambito semantico sono stati concettualizzati: la “Vorfreude”, l’attesa che precede la gioia e l’ “Angst”, l’angoscia mescolata alla paura, tanto apprezzata dagli inglesi che l’hanno adottata senza tradurla. E poi, forse la più importante, quella che rievoca ai tedeschi di oggi – e non solo ai tedeschi – brutti ricordi: “Vergangenheitbewältigung”, il confronto con il passato. Per anni il passato è stato ignorato e volutamente accantonato fin quando Alexander e Margarete Mitscherlich denunciarono “l’incapacità dei tedeschi di portare il lutto”. Con l’avvento della Germania comunista le cose divennero certamente più semplici, ma il problema rimaneva eluso. Il passato veniva liquidato come cosa estranea alla DDR e il Muro di Berlino ne diventò il simbolo. Solo con lo sceneggiato americano Holocaust, negli anni ‘70, il pubblico si sentì obbligato a cominciare a fare i conti con un precedente scomodo, diventando da lì in poi sempre più presente. Dai programmi scolastici ai dibattiti televisivi fare i conti con il passato era qualcosa in cui era inevitabile imbattersi, e di cui farsi carico. Perché non è vero che la storia non insegna nulla, insegna a chi è tutto orecchi e non teme la responsabilità e l’ardore che tale gesto richiedono, insieme a una buona dose di coraggio, autocritica e capacità di riconoscere i propri sbagli.

Marta Spizzichino



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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