Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Agosto 2019
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La nostra esperienza col Taglit Italia è iniziata domenica 4 agosto. Con 2 voli differenti, uno da Roma e uno da Milano, ci siamo incontrati a Tel Aviv, dove abbiamo ricevuto il benvenuto ufficiale da parte della nostra guida Naama e concluso con una pizza israeliana offerta dal Taglit. La nostra avventura è continuata con 2 ore di pullman, direzione Kineret. Abbiamo concluso la giornata conoscendoci meglio e ricevendo le indicazioni per il giorno seguente. Una volta trasferiti nelle camere abbiamo socializzato un ancora un po’ per poi andare a dormire. Il giorno seguente, sveglia programmata alle ore 7:00 del mattino, questa volta diretti verso Zfat, una delle quattro città sacre di Israele.

Attraverso la visita a due sinagoghe, abbiamo scoperto la particolarità della città, uno stile non presente in Italia. Il pomeriggio ci siamo trasferiti al Kibbutz Sasa dove abbiamo con piacere incontrato Edna Calò e suo figlio, i quali ci hanno reso partecipi di attività artistiche, mostrandoci da vicino la realtà del kibbutz. Ci siamo poi trasferiti al rafting di Goshrìm, vivendo una fantastica esperienza sul fiume. Per concludere la giornata al meglio, una volta fatto ritorno all’ostello e a pancia a piena, abbiamo svolto l’attività serale condotta dai madrichim.

 

Andrea Luzzatto Voghera

Francesca Piazza O Sed

Ghila Limentani


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Agosto 2019
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HaTikwa – Questa settimana leggeremo le due parashot che chiudono il libro di Bemidbar, 4° della Torah. Queste parashot vengono lette sempre nei giorni che intercorrono tra il 17 di Tamuz e il 9 di Av, periodo dell’ anno noto come Ben Ametzarim, nei quali ci rattristiamo, per la distruzione dei due Batè Hamikdash.

La parola Mattot viene tradotta in italiano come tribù. Ma ha anche un altro significato, “bastoni“. Il bastone è un ramo che viene reciso dall’ albero, il quale perde la sua natura, non avendo più sostentamento dall’albero e le sue radici. Esso man mano si indurisce e cambia colore, divenendo sempre più scuro.

Numerosi commentatori paragonano il bastone all’ebreo in quanto, dopo l’esilio, dopo la distruzione dei due templi, si trova smarrito in una terra non sua, senza la possibilità di aver un contatto diretto con la Shekina, la presenza divina, paragonata all’albero. Sotto i vari attacchi da cui ci difendiamo ogni giorno, diveniamo sempre più forti, così come fa il ramo.

Il termine Maase, invece, viene tradotto come “tappe” o “fermate“.  La Torah ci sta insegnando che le varie amarezze dell’ esilio, sono solo delle tappe che serviranno a riportarci alla nostra fonte principale, sempre più vicini al Signore, in una Gerusalemme presto ricostruita.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Luglio 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Negli ultimi mesi sono scoppiate due grosse polemiche che hanno coinvolto il mondo dei fumetti da un lato e il mondo ebraico dall’altro: la prima, che ha avuto risonanza a livello internazionale, riguarda la decisione del New York Times, avvenuta a giugno, di non pubblicare più vignette politiche sull’edizione internazionale dopo che, ad aprile, ne aveva pubblicata una accusata di antisemitismo in quanto ritraeva Netanyahu come un cane con la medaglietta a forma di Magen David che fa da guida a un cieco Trump con la kippah in testa. Ciò ha causato il licenziamento di diversi vignettisti affermati(1).

 La seconda polemica, che riguarda solo l’Italia, è legata al fumettista Gianluca Costantini, celebre per i suoi lavori nel campo del graphic journalism, il giornalismo a fumetti, che è stato anche premiato da Amnesty International; il 17 luglio, questi ha rivelato sul suo blog di essere stato licenziato nell’ottobre 2018 dalla CNN, per la quale pubblicava vignette sullo sport, dopo aver ricevuto accuse di antisemitismo per una vignetta del 2015 in cui un terrorista dell’ISIS si toglie una maschera da Netanyahu. Costantini si è difeso attribuendo le accuse a troll di estrema destra(2).

 

Il contesto generale

Apparentemente sconnesse, queste due polemiche rientrano entrambe in uno spettro più ampio: infatti il mondo del graphic journalism è da sempre fortemente schierato contro Israele. Basti pensare che l’autore maltese-americano Joe Sacco, ritenuto da molti il padre del genere, è salito alla ribalta grazie a opere come Palestina: una nazione occupata e Gaza 1956, dove il conflitto israelo-palestinese viene narrato unicamente dal punto di vista dei palestinesi, mentre gli israeliani sono ritratti quasi come dei mostri.

Un altro esempio lampante è quello del diario a fumetti Cronache da Gerusalemme del franco-canadese Guy Delisle, che nel 2012 vinse il primo premio al Festival di Angouleme, tra i più importanti al mondo per i fumetti: Delisle, sebbene sia meno schierato di Sacco, tende a privilegiare il punto di vista dei palestinesi, tanto da credere persino all’accusa secondo cui i soldati israeliani ruberebbero gli organi dei palestinesi morti. E se si prova a cercare le principali opere sull’argomento su qualunque sito specializzato, si vedrà che quasi tutti i fumetti sul conflitto tendono a prendere posizioni filopalestinesi (salvo poche eccezioni, come La Brigata Ebraica del fumettista belga Marvano).

Ma ci sono stati diversi casi in cui i fumettisti più schierati hanno anche preso parte a iniziative ancora più ostili, come aderire al movimento BDS che vuole boicottare Israele sia sul piano economico che su quello culturale: tra il 2014 e il 2015, ad esempio, decine di fumettisti a livello internazionale hanno inviato due petizioni al delegato generale del Festival di Angouleme, Franck Bondoux, per dirgli di rinunciare alla sponsorizzazione del festival da parte di Sodastream, azienda israeliana attiva nel campo dell’acqua minerale; sponsorizzazione interrottasi nel 2016 proprio a causa delle petizioni(3). Tra i firmatari italiani vi era il già citato Costantini.

Un altro caso, più recente, riguarda il celebre fumettista Zerocalcare, che nel dicembre 2016 ha aderito a una campagna del BDS per boicottare i prodotti dell’azienda informatica HP, accusata di fornire le proprie tecnologie all’esercito israeliano(4).

 

Le radici dell’odio

Ma da dove nasce tanto astio, in questo ambiente culturale, nei confronti dello Stato Ebraico? È qualcosa che non si può spiegare semplicemente con accuse di antisemitismo, anche perché nel mondo dei fumetti, soprattutto negli USA, gli ebrei hanno avuto un ruolo centrale: erano ebrei i creatori di Superman, Jerry Siegel e Joe Shuster, come lo erano quelli di Batman, Bob Kane e Bill Finger, e lo erano anche Stan Lee e Jack Kirby, creatori dei più famosi supereroi Marvel. E non va dimenticato che erano ebrei anche E.C. Segar, creatore di Braccio di Ferro, e Will Eisner, ritenuto da molti l’inventore delle graphic novel. E anche i maggiori fumettisti israeliani, come Rutu Modan e i gemelli Hanuka, in genere sono ben accolti nei nostri festival e dalla nostra critica.

La vera radice dell’antisionismo presente in questo ambiente non va cercata nell’antisemitismo, perlomeno non del tutto, ma nel fatto che la maggior parte dei fumettisti, in Occidente, è politicamente vicina all’estrema sinistra terzomondista, quella che considera l’Europa e gli USA le cause di tutti i mali: basti pensare alla vicinanza di Zerocalcare al mondo dei centri sociali, che tra i suoi colleghi non è un’eccezione bensì la regola.

È significativa in tal senso la graphic novel Capire Israele in 60 giorni (e anche meno) dell’autrice ebrea americana Sarah Glidden: la sua opera è il resoconto a fumetti di un viaggio in Israele con il progetto Taglit, che riavvicina i giovani ebrei alle loro origini. Nell’opera si vede come la Glidden, partendo da pregiudizi tipicamente di sinistra nei confronti di Israele, nel corso del viaggio arriva pian piano a vedere la complessità del conflitto, e alla fine è costretta a mettere in discussione i suoi pregiudizi.

In Italia, invece, da un’inchiesta del settimanale Panorama è emerso che per decenni le case editrici che pubblicano fumetti “impegnati” sono sempre state tutte vicine alla sinistra radicale, e le uniche eccezioni sono costituite da opere in parte vicine al neofascismo(5). In altre parole, nel fumetto italiano dominano gli estremi, e le posizioni moderate faticano a trovare spazio. Il critico Giuseppe Pollicelli, tra i maggiori esperti di fumetto in Italia, già nel 2016 spiegava in un’intervista a Il Foglio che in Italia anche nel mondo della satira prevale il politicamente corretto(6).

 

Considerazioni

Tornando alle due polemiche di cui si è parlato all’inizio dell’articolo: in seguito ai fatti relativi al New York Times, va detto chiaramente che, sebbene la vignetta fosse di pessimo gusto, è una follia anche solo pensare di licenziare un intero staff di vignettisti per l’operato di uno solo. Ciò infatti ha suscitato numerose reazioni indignate in tutto il mondo, soprattutto considerando che in molti paesi un vignettista può anche rischiare la vita per il suo lavoro (vedi Charlie Hebdo)(7). Inoltre, censurando tutte le vignette politiche si rischia di alimentare quello stesso antisemitismo che chi ha denunciato la vignetta vorrebbe contrastare, in quanto si alimenta lo stereotipo delle lobby ebraiche che controllano tutto.

Per Costantini invece il discorso è diverso: dopo il licenziamento dalla CNN si è detto convinto che nei suoi disegni “non esiste razzismo, antisemitismo o pregiudizio, ma solo critiche contro un governo.”(8) Tuttavia, nel maggio 2018, durante i disordini al confine con la Striscia di Gaza per la “Marcia del Ritorno”, egli pubblicò sulla sua pagina Facebook una serie di vignette ben più vergognose di quella per cui è stato licenziato: in una si vede un bambino che urina sulla bandiera israeliana(9), mentre un’altra ritrae un bambino israeliano con la kippah e la scritta “futuro assassino.”(10) Su quest’ultima vale la pena porsi una domanda: se qualcuno avesse postato una vignetta su un bambino musulmano con la scritta “futuro terrorista”, come sarebbe stata recepita? In molti l’avrebbero accusata di islamofobia, e forse sarebbe stata censurata da Facebook. Per la vignetta di Costantini invece nessuno si è indignato. Qualcosa che dovrebbe far riflettere soprattutto chi lo difende dalle accuse di antisemitismo.

Ma anche se i fumettisti che hanno preso queste posizioni non sono antisemiti, le ragioni che li spingono a odiare Israele sono comunque sbagliate: semplicemente, anziché odiare gli israeliani in quanto ebrei li odiano in quanto “occidentali” che vivono in terra araba. Perciò, anche se Costantini lo nega, in realtà i suoi disegni sono pieni di pregiudizio, solo che non lo ammette nemmeno a sé stesso.

 

Note:

1)      “Il New York Times non pubblicherà più vignette che parlano di politica”, Il Post, 11/06/2019

2)      “La reputazione del web: un modo diverso di dire censura”, Gianluca Costantini, gianlucacostantini.com, 17/07/2019

3)      “Dopo le proteste dei fumettisti Angoulême cessa i rapporti con Sodastream”, Fumettologica, 14/01/2016

4)      “Zerocalcare aderisce alla campagna #IoNonComproHP, la tecnologia dell’apartheid israeliana”, bdsitalia.org, 11/12/2016

5)      “La politica? È tutta un fumetto”, Francesco Borgonovo, Panorama, 08/05/2019

6)      “Vignettisti prudenti e comici pol. corr. In Italia la satira ha smesso di aggredire?”, Simonetta Sciandivasci, Il Foglio, 22/05/2016

7)      “New York Times, basta vignette: vince il politically correct”, Roberto Vivaldelli, Inside Over, 13/06/2019

8)      “Gianluca Costantini, accusato di antisemitismo su Twitter, perde il lavoro alla CNN: ‘Vale più la reputazione social della verità’”, Ravennanotizie.it, 23/07/2019

9)      https://www.facebook.com/gianlucacostantini.drawing/photos/a.1669412593106952/1669412686440276/?type=3&theater

10)   https://www.facebook.com/gianlucacostantini.drawing/photos/a.1669412593106952/1669413306440214/?type=3&theater

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Luglio 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) –  Prima ancora di essere Rabbino Capo della Comunità ebraica di Milano, Rav Arbib è un maestro. Un maestro inteso come intendiamo oggi i maestri del Talmud: severi e paterni al punto giusto, dalle parole semplici, prive di alcuna retorica. Un maestro di Halachà (la legge ebraica) e un maestro di Mussar (l’etica ebraica). Un maestro di vita. Ho avuto il privilegio di studiare con Rav Arbib decine e decine di volte, in contesti e periodi diversi. Ricordo con particolare nostalgia i pomeriggi trascorsi con il gruppo del collegio rabbinico, seduti nell’ufficio del Rav intorno alla grande scrivania di legno, a studiare la matrice della sofferenza di Giobbe e la logica risoluta che si cela dietro i trattati della Ghemarà. Oggi torno nello stesso ufficio per intervistarlo, seduto alla stessa scrivania di legno, circondato dagli stessi libri dall’aspetto secolare e con lo stesso desiderio di apprendere.

Rav, vorrei cominciare l’intervista con un mio ricordo lontano. Un ricordo lontano, ma straordinariamente nitido e ben impresso nella mia mente. Un ricordo che risale al 2005, quando frequentavo la quarta elementare e scrivevo per il giornalino della scuola. Ricordo che venni con due compagni di classe da lei in ufficio per intervistarla. Ricordo che all’epoca lei riponeva molta speranza in questa Comunità. Beh, immagino siano cambiate molte cose da allora, ma a distanza di quattordici anni, sente di nutrire la stessa speranza per il futuro che ci attende?

Io credo che la Comunità ebraica di Milano sia una delle Comunità ebraiche più vitali d’Europa, anche se a volte non ce ne rendiamo conto. Ci sono delle Comunità in giro per l’Europa con gli stessi numeri di iscritti che abbiamo qui a Milano e che non fanno nemmeno la metà di ciò che riusciamo a fare noi. Per esempio abbiamo a Milano molti templi attivi in cui pregare, un numero che negli ultimi anni è addirittura in crescita. Molto spesso sento dire che ciò è causa divisione, ma io penso che sia un segno di grande vitalità. Basta pensare alle piccole Comunità d’Italia, in cui è rimasto un solo tempio attivo in cui pregare, e possiamo capire come la situazione qui a Milano sia diversa. Inoltre il numero di templi che è aumentato a Milano ha segnato anche un aumento delle persone che partecipano alle preghiere. I numeri ci dimostrano che al posto di togliersi persone a vicenda se ne aggiungono sempre di più e questo è a mio avviso un fenomeno importantissimo. A volte riconosco un eccesso di litigiosità interna, una litigiosità che rischia di limitare la nostra possibilità di miglioramento interno. A volte dovremmo riuscire a superare le polemiche e le tensioni, ma nonostante ciò io rimango molto ottimista perché credo che abbiamo delle grandi potenzialità: in parte espresse, in parte che devono ancora esprimersi.

 

Nel 2005 la nominavano Rabbino capo di Milano. Sente di aver raggiunto gli obiettivi che si era posto il giorno in cui le riferirono del nuovo incarico?

Non mi piace giudicare me stesso, è una cosa che tendo a non fare. Preferisco far giudicare agli altri. Credo tuttavia che ci siano diverse cose buone che si sono sviluppate nel tempo. Faccio un esempio. Questa scuola in cui ci troviamo adesso, nonostante i suoi difetti è senza dubbio un elemento di grande unità. Io tengo a questa scuola in modo particolare, ho trascorso al suo interno i miei ultimi trent’anni e ci sono particolarmente affezionato. Penso che abbiamo il compito di conservarla con grande forza e con grande impegno. Nella Torah c’è un personaggio che non muore. Ecco, questo personaggio è Chanoch, che ha la stessa radice di Chinuch – educazione. Credo che il messaggio sia proprio questo: l’educazione è l’unica garanzia di eternità che abbiamo. Porto un altro esempio semplice e banale. Ci sono moltissime Comunità ebraiche nel mondo, persino in Israele, in cui la Kashrut del rabbinato locale viene considerata di seconda o di terza categoria. Da noi a Milano la Kashrut del Rabbinato viene normalmente accettata. Credo sia questo un elemento importante e positivo, che indica oltretutto l’unità all’interno della Comunità.

 

Desidero portarla ancora un po’ indietro nel tempo Rav. Lei lasciò Tripoli all’età di nove anni, dopo la Guerra dei sei giorni. Cosa conserva ancora oggi delle sue origini libiche?

Io sono arrivato qui che avevo nove anni, ero piccolo, ma credo che ci siano alcune cose che mi siano rimaste di Tripoli. Innanzitutto le usanze, per esempio faccio il Seder di Pesach secondo le tradizioni di mio padre, compresi alcuni passi della Hagadah che leggiamo in arabo. Poi credo che gli studi che ho fatto al Talmud Torah di Tripoli siano stati fondamentali. Lì ho imparato a leggere bene, cosa che ormai è difficile da raggiungere. Magari si parla benissimo l’ebraico, ma lo si legge male. Io leggo adesso come leggevo a nove anni, nel senso che già a quella età sapevo leggere in modo preciso, grazie agli insegnamenti che avevo ricevuto. Sono impronte importanti queste, come quelle che mi ha lasciato mia madre, che quando siamo arrivati in Italia mi ha subito iscritto al Talmud Torah, nonostante avessimo necessità più impellenti. Vedere l’ebraismo come punto centrale è una cosa che devo ai miei genitori e all’influenza della tradizione tripolina.

 

In un’intervista per la medesima testata, il Rabbino capo di Roma ha affermato che “L’ebraismo va difeso”. Non le domando se si trova d’accordo con Rav Di Segni in quanto immagino che la risposta sia affermativa. Vorrei chiederle piuttosto quale sia secondo lei il modo giusto per difendere l’ebraismo. 

Confesso i miei peccati: non ho letto l’intervista a Rav Di Segni, dunque non so a cosa si riferisse quando ha detto questa frase. Dico ciò che penso io. L’ebraismo va difeso da diversi punti di vista, va difeso innanzitutto dagli attacchi esterni. Stiamo vivendo un periodo di rinascita dell’antisemitismo. Un risveglio a cui non eravamo preparati perché molto banalmente non ce lo aspettavamo. Ciò che sta accadendo in Belgio, in Francia, in Svezia è davvero impressionante. Dobbiamo renderci contro che i bei tempi sono finiti e che dobbiamo difenderci. Difenderci con intelligenza ovviamente, senza isteria. Poi credo che l’ebraismo vada difeso dall’assimilazione, un problema enorme che ha colpito il popolo ebraico in varie epoche, ma che negli ultimi due secoli è diventato molto più forte, molto più ampio. Dobbiamo prendere coscienza di questo problema, dobbiamo capire che c’è anche se a volte viene negato. Oggi abbiamo due tendenze parallele molto forti: quella dell’allontanamento dall’ebraismo e quella del ritorno all’ebraismo. Gestire queste due tendenze non è facile, perché le reazioni non sono sempre entusiaste, ma abbiamo il dovere di fare del nostro meglio. L’avvicinamento non si compie dicendo “no” ad ogni cosa. Il riavvicinamento deve avvenire in modo positivo, dobbiamo riappropriarci della tradizione ebraica e soprattutto dello studio della Torah, che dà la visione dell’insieme. Una visione di cui abbiamo bisogno.

 

Qual è dunque la maggiore minaccia dell’ebraismo italiano? E non mi riferisco necessariamente all’ebraismo italiano inteso come ebraismo comunitario. Mi riferisco a quell’ebraismo italiano inteso come ebraismo identitario.

Come già detto, l’assimilazione. Dobbiamo anche renderci conto che quando parliamo dell’assimilazione parliamo della normalità. Tutti i popoli si sono assimilati nell’arco della storia, ma tutti i popoli sono poi anche spariti. I popoli vengono normalmente assorbiti nella cultura di maggioranza. Noi cerchiamo di andare controcorrente rispetto al processo naturale, questa è la difficoltà. Una difficoltà stimolante, che ha generato un qualcosa di grandioso, una cultura che si studia in tutto il mondo. Nessuno mette in dubbio che la cultura ebraica sia straordinaria. Ecco, dobbiamo recuperate l’orgoglio per questa cultura, per la nostra identità. Una cultura che è fatta di pratica e di azione, non solo di pensiero. C’è un passo del Sefer HaChinuch che dice: “dietro le azioni vengono attirati i cuori”. Dobbiamo recuperare il legame con l’ebraismo tradizionale, perché è ricchissimo ed estremamente moderno, nonostante non ce ne rendiamo sempre conto. Credo  che questa sia la grande sfida della nostra epoca.

 

Poco prima di terminare il liceo, lei mi regalò un libro che conservo ancora oggi con grande cura. Un libro al quale tengo moltissimo in quanto mi ha permesso di portare a termine la stesura della mia tesi d’esame. Mi riferisco al saggio “Dove si arrende la notte”, testo straordinario in cui Elie Wiesel è messo a confronto con il teologo cattolico Johann Baptist Metz. Lei crede all’importanza e all’efficacia del dialogo interreligioso? 

Il dialogo interreligioso è stato secondo me fondamentale per combattere l’antisemitismo. Forse non ci ricordiamo più quanto fosse pesante l’antisemitismo di matrice religiosa. Un antisemitismo virulento in cui l’ebreo era l’incarnazione del male. Dal dialogo interreligioso in poi la Chiesa Cattolica si è impegnata molto contro l’antisemitismo. Questo è un cambiamento epocale, importantissimo. Quando il dialogo invece diventa teologico tutto si complica, in quanto il dialogo deve rispettare le identità diverse, senza cercare di influenzare l’identità religiosa dell’interlocutore. In questo il cristianesimo ha fatto dei grandi passi, ma ogni tanto la tendenza conversionistica si ripresenta. Ad oggi il problema principale del dialogo interreligioso consiste nel rapporto con Israele, in quanto la Chiesa Cattolica si dimostra ancora ambigua a riguardo. Nell’ultima visita del Papa al Tempio Maggiore di Roma, Israele non è mai stata citata in quanto “Terra di Israele”, ma sempre come “Terra Santa”. Non credo che ciò sia casuale, credo che il Papa scelga bene le parole da utilizzare. Tuttavia, anche su questo fronte credo che sia innegabile che ci sia un progresso.

 

Rav, recentemente ha ricevuto uno dei massimi riconoscimenti esistenti all’interno del mondo ebraico. Il Premio della Katz Foundation. Cosa rappresenta per lei questo traguardo?

Mi ha fatto molto piacere, è stata una bella sorpresa. Non me lo aspettavo assolutamente. Ho ricevuto la chiamata quando ero ad Anversa per un congresso di Rabbini europei e all’inizio non ci credevo. Mi sento molto onorato. La cosa più importante ai miei occhi è che questo premio sia stato assegnato per un motivo preciso, ovvero quello di riuscire ad applicare l’Halachà, la legge ebraica, nel mondo moderno. Diciamo che è ciò che tentiamo tutti di fare, a volte con successo, a volte con meno successo, a volte magari un po’ arrabbiandoci, però tentiamo tutti di farlo. Ecco, credo che questo sia il riconoscimento dello sforzo. D’altronde questo è il mondo in cui viviamo, la cosa più semplice sarebbe isolarci, ma noi apparteniamo a questo mondo e tentiamo pertanto di portare la tradizione ebraica in questo mondo. Credo che questo sia il compito di un Rav, questo è ciò che tento di fare. Quanto io ci riesca poi realmente è una bella domanda, a cui non so dare una risposta, però mi fa piacere che sia riconosciuto lo sforzo.

 

Prima di lei hanno vinto il medesimo Premio anche Rav Soloveitchik, Rav Steinsaltz e Rav Sachs. Che effetto le fa appartenere a questa lista di colossi della legge ebraica nell’era moderna?

Non ne faccio assolutamente parte. Riesco ancora a mantenere il senso delle proporzioni. Questi sono dei giganti e io sono molto piccolo, questo è fuori discussione.

 

Con lei ho studiato la Mishnà, il Mussar, la Ghemarà, il Tanach. Ricordo sempre le lezioni sul libro di Giobbe, il martedì pomeriggio dopo scuola. Qual è il testo che preferisce trattare con gli studenti? 

E’ una bella domanda… Dipende dove, dipende con che ragazzi… A scuola credo che lo studio che riesce meglio sia quello del Tanach legato al Mussar. Quando invece insegno a gruppi più piccoli e non in una classe, credo che lo studio fondamentale sia e debba essere quello della Halachà e della Ghemara.

 

Rav, in questi anni lei ha educato migliaia di giovani ragazzi e ragazze, tra i quali appunto vi sono anch’io. Se le chiedessi di scegliere un solo insegnamento tra i tanti da lei trasmessi, quale vorrebbe che non dimenticassimo mai?

Vorrei citare un passo che dice: “Educa il ragazzo secondo la sua strada così che, anche quando invecchierà, non si staccherà da essa”. Questo passo viene normalmente interpretato dicendo che l’educazione deve essere individuale in quanto tutti gli allievi sono diversi. Ogni ragazzo ha una sensibilità e un’intelligenza singolare e, pertanto, deve studiare ciò che è adatto a lui. A me personalmente piace un’altra interpretazione che viene data da un grande Maestro del novecento, Rabbi Yitzhak Hutner. Secondo la sua interpretazione, bisogna educare il ragazzo secondo la sua strada in modo tale che egli non si staccherà da essa. Ma da cosa esattamente non si staccherà? Non dalla strada che gli hai insegnato, bensì dall’educazione stessa. Dal fatto che è necessario continuare ad autoeducarsi. Che non si finisce mai di imparare. Se riuscissimo a trasmettere questo ai nostri allievi, significherebbe che siamo riusciti a trasmettere l’elemento fondamentale dell’insegnamento stesso, perché di fatto non possiamo sperare di riuscire ad insegnare ai nostri allievi tutti i concetti dell’ebraismo. L’unica cosa su cui possiamo scommettere è che l’allievo non smetterà mai di imparare. Se dunque riuscissimo a trasmettere la necessità di non smettere mai di studiare, significherebbe che abbiamo avuto successo come insegnanti.

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 Luglio 2019
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HaTikwa (Y. Tesciuba) – Anche questo campeggio è giunto alla fine, collezionando un altro successo esemplare per l’Eli Hay. A circa due settimane dal suo termine, credo siano maturi i tempi per prendersi un momento, non solo per riflettere su quello che è stato, ma anche per indirizzare qualche sincero ringraziamento alle persone che sono dietro un’organizzazione che sta dando tanto ai più giovani delle nostre Comunità.

Per farlo, voglio seguire uno schema per nulla lineare; voglio partire dalla fine, da un momento magico che difficilmente può esser pervenuto per mezzo delle foto o dei video condivisi con i genitori: “Rav Moshe è una persona speciale, è come un secondo padre per tutti noi”. Questo è stato il denominatore comune dei tanti pensieri espressi dai ragazzi in un video a sorpresa che è stato fatto e pensato appositamente per ringraziare Rav Moshe nel corso della premiazione finale dell’ultimo giorno. E’ stata la frase più ripetuta individualmente dagli intervistati, che hanno appreso solo dopo di condividere la stessa identica visione con così tanti altri ragazzi. Si è trattato un pensiero significativo tanto quanto sincero che si è presto tradotto negli occhi più lucidi che abbia mai visto, sia nel volto del diretto interessato sia in quelli di tanti altri ragazzi e madrichim, indistintamente dall’età. Ma questo è stato un solo frammento di quei momenti carichi di emozioni che, come tutte le cose vere ed autenticamente belle, solitamente sfuggono anche alle più accurate delle dirette live.

Chiedersi a cosa si debba così tanta gratitudine verso Rav Moshe dovrebbe essere una domanda dalla risposta facile per chi ha avuto a che farci. Pur non volendo scrivere un pezzo di mera celebrazione, sento il dovere di spiegare a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo, la natura della stima così diffusa tra i giovani nei suoi confronti: Rav Moshe è una di quelle persone naturalmente buone e altruiste, che si preoccupa di ogni ragazzo come fosse suo figlio. E’ una persona che prende istintivamente a cuore ogni causa; che gestisce con zelo e con un perfezionismo forse anche eccessivo, ogni aspetto dei campeggi che organizza, sempre con la stessa passione e la stessa visione dei primi giorni. A lui non sfugge quello che potrebbe passare inosservato anche ai tanti madrichim che si occupano di uno stesso gruppo ristretto di ragazzi; ha sempre un occhio vigilie affinché ogni ragazzo stia bene, sii diverta, faccia sport e mangi regolarmente. Ecco perché sono in tanti a ritenerlo un secondo padre.

Rav Moshe è una persona estremamente versatile ed eclettica, così tanto che talvolta risulta genuinamente contraddittoria, adatta a chiunque. Ma per dimostrarvelo voglio evitare di spendere ulteriori parole chiaramente evidenziate da un certo soggettivismo e da un forte affetto che cresce anno dopo anno; voglio farlo con qualche cenno sul suo passato, sulla sua vita prima che piombasse a Roma, che potrebbe esser sconosciuta anche ai più fedeli: Rav Moshe ha iniziato gli studi rabbini alla Yeshivat Bnei Akiva di Natanya per poi concluderli alla Bet Amidrash Sfaradi, ma al contempo stesso vanta anche una una specializzazione in Sociologia ed Economia alla Bar Ilan; Rav Moshe si è certamente divertito giocando professionalmente nella serie A basket israeliana, ma ha anche servito il suo Paese come paracadutista. Ecco cosa lo rende tanto speciale: per tanti potrebbe essere solo un rabbino, ed invece è molto di più: una persona colma di storie; una persona con cui ridere e con cui potersi confidare, uno sportivo accanito; un sionista senza se e senza ma; un maestro di vita.

Ho aperto questo articolo partendo dalla fine del campeggio, eppure non posso fare a meno di ricordare che di strada ne è stata fatta fin ad oggi; si è trattato di un cammino lungo ed impervio, iniziato nel 2004, di cui mi ritengo orgogliosamente e modestamente un’autentica testimonianza. C’ero anche io nel lontano 2004, all’apertura del centro sportivo Eli Hay; è stato versato anche il mio sudore nella strada che ci ha portati ad alzare la coppa dei Campionati Regionali di pallacanestro, solamente qualche anno dopo; c’ero anche io quando è stato inaugurato il centro comunitario Young Ely nel 2011. Ma la cosa che più mi riempie di orgoglio, è il fatto di aver partecipato sia alla primissima edizione del campeggio sportivo dell’Eli Hay, come chanich, sia all’ultima appena conclusa, ma nelle vesti di madrich. E’ un cerchio che si chiude e che mi ricorda del dovere morale di restituire qualcosa, aiutando Rav Moshe a plasmare altre generazione.

Ma c’è un altro capitolo della storia Eli Hay che bisogna necessariamente menzionare e che ha preso vita proprio nel corso dell’ultimo campeggio. Un capitolo che potremmo sintetizzare sotto il nome di internazionalizzazione: la lunga strada sopramenzionata è infatti valsa l’attenzione ed il riconoscimento del Beitar mondiale, il secolare movimento giovanile fondato da Zabotinskij che negli anni ha educato intere generazioni di ebrei di tutto il mondo, sfornando primi ministri e presidenti della repubblica dello Stato d’Israele. Si tratta di un’organizzazione che prende nome dall’Alleanza Trumpeldor (Brith Trumpeldor) ma anche dalla fortezza in cui Bar Kochba condusse la rivolta contro le legioni di Roma nel secondo secolo, e che d’ora in poi si affiancherà all’Eli Hay per estenderne l’impianto ideologico fondato sull’attaccamento ad Israele, sul Sionismo, sull’impegno nel sociale.

Se questo articolo avesse preso le forme di un’intervista a Rav Moshe, lui avrebbe sicuramente cercato di sfuggire ai complimenti che ho rivolto fin adesso e mi avrebbe ammonito, chiedendomi di non personificare il campeggio nella sua figura; ne avrebbe approfittato, piuttosto, per ringraziare tutte le persone che sono state messe in azione nel motore del campeggio. Ecco perché, un grazie altrettanto sincero, va a tutti voi: ai madrichim, allo staff, alla sicurezza, ai genitori. Andiamo avanti sempre così, fino ad altri importanti traguardi. E come sempre, «rak bishvil ha ruach» – ovvero – «sempre e solo per lo spirito!»