Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 Novembre 2019
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HaTikwa (D. Fiorentini) Di fronte allo sgomento e al grande disappunto generato dall’ennesimo rigurgito di antisemitismo in Germania, non si può fare a meno di interrogarsi su cosa le comunità ebraiche e gli enti pubblici possano fare per prevenire altri attentati e debellare questo odio che aleggia ancora per le vie d’Europa. Nello stesso giorno, durante le solennità di Yom Kippur, anche in Italia ha avuto luogo un episodio di antisemitismo, per fortuna non violento, ma da segnalare. In breve, l’attivista antisionista Miko Peled ha tenuto un seminario dal titolo “A talk about Palestine” presso l’Università Statale di Milano, però avendo la scaltrezza di farla proprio di Yom Kippur, giorno in cui nessun rappresentante della controparte avrebbe potuto partecipare al dibattito. Quindi, nonostante la diffida dell’università, arrivata su sollecitazione della Comunità Ebraica di Milano, Miko Peled ha avuto campo libero per dar voce a tutte le illazioni avanzate dalla retorica pro-pal. Per quanto si tratti soltanto di un seminario universitario, ho deciso di parlarne per dimostrare come questo tremendo odio per gli ebrei e la causa sionista sia altrettanto grave e da condannare anche quando si manifesta in altre forme. “Ero lì seduta, con le lacrime agli occhi, scioccata dalla situazione e dal lavaggio del cervello che stava avvenendo davanti ai miei occhi”, dice una giovane studentessa israeliana presso la facoltà di Scienze Politiche, che nonostante la festività ha deciso di andare alla conferenza e dar voce simbolicamente alla causa ebraica. Un tripudio palestinese, uno spettacolo estremamente di parte che deve ricordare come l’affiorare dell’antisemitismo è sempre dietro l’angolo. In Italia infatti, seppur in modalità più moderate rispetto ad altri Paesi europei, continuano a esserci manifestazioni di inimicizia verso il popolo ebraico​ : ​ “Considerato che i palestinesi continuano a soffrire per la mancanza di uno status giuridico sicuro di residente, per la confisca delle loro terre e per la discriminazione nell’accesso ai servizi pubblici, alla pianificazione e all’edilizia, come pure nell’accesso ai luoghi e ai siti di culto.” (Risoluzione N 2017/ 00262 – Comune di Firenze – 8 Maggio 2017) Cosi si apre la risoluzione approvata all’unanimità dall’amministrazione Nardella a Firenze. Un’introduzione molto simile a quanto deliberato da altre città italiane: Napoli,“L’avvio del ripristino del Diritto Internazionale Umanitario in Palestina e della cessazione delle complicità italiane, inclusi cooperazione militare e commercio armi e l’utilizzo strumentale dello sport (…) Condanna la decisione degli organizzatori del Giro ciclistico d’Italia 2018 – RCS Mediagroup S.r.l – di avviare la competizione sportiva da Gerusalemme… decisione che ha di fatto avallato l’annessione illegale da parte di Israele della città”(ODG Langella, Comune di Napoli – 11 Luglio 2018): Torino, Bologna e altre ancora. Città simbolo della cultura, della libertà e centri vitali della grande democrazia che è l’Italia, che si lasciano ingannare dalla visione distorta, spesso anche incentivata dalla sinistra italiana, che costantemente attacca l’altra grande democrazia Occidentale, Israele. Oltre alle numerose delibere citate si aggiungono i gemellaggi, patti di amicizia e collaborazione, tra le città storicamente rosse e le roccaforti palestinesi: come non annoverare il gemellaggio voluto dall’Ulivo tra Torino e Gaza, oppure quelli tra Livorno e Gaza, Pisa e Gerico, Reggio Emilia e Beit Jala e Nablus. Per fortuna, la situazione italiana è ancora lontana dalla violenza, ormai di routine, a cui assistiamo nelle città francesi o tedesche; per questo c’è la possibilità di prevenire una rinascita massiccia di antisemitismo. La ricetta più efficace non è da inventare, ma basta cercarla nella storia recente del popolo ebraico. Durante il Congresso di Basilea del 1897, Herzel e gli altri padri del Sionismo avevano individuato quattro principi su cui basare il loro lavoro per arrivare un giorno alla fondazione di uno Stato Ebraico.

Mentre i primi tre punti, si riferiscono soprattutto al senso di unità e identità da rafforzare tra gli ebrei, il quarto incoraggia a creare “iniziative per assicurarsi l’appoggio dei diversi governi per realizzare gli obiettivi del sionismo”. Proprio su quest’ultimo punto le comunità ebraiche italiane si devono attivare; non è sufficiente invitare il prefetto o l’assessore di turno alla Giornata della Memoria, bisogna creare conferenze, eventi e manifestazioni in cui poter costantemente dialogare con le autorità pubbliche e, tramite queste, con il resto della popolazione. Con il pieno appoggio dei governanti e con un loro genuino interesse automaticamente si potrà sviluppare delle progettualità che interessino tutti i cittadini. Basti pensare a quanto lavoro si potrebbe fare nelle scuole, luogo in cui spesso si forma l’antisemitismo, visto che la conoscenza dell’ebraismo è spesso ridotta a una breve commemorazione il 27 Gennaio e a un paio di capitoli di lezioni in quinta liceo. Nel mio piccolo ad esempio, durante le scorse elezioni comunali a Siena, mi sono attivato a sostegno del candidato, divenuto poi Sindaco, Luigi de Mossi, che non solo è un grande amico della comunità ebraica, ma in piena campagna elettorale ha accettato con grande piacere da me, candidato al consiglio comunale e da mio padre, consigliere nazionale del KKL, una copia incorniciata della Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato di Israele ribadendo il suo pieno supporto allo Stato Ebraico e al suo popolo. Sempre sulla stessa linea, mi darò da fare affinché il Consiglio Comunale, in risposta alla mozione del consiglio fiorentino, approvi una delibera a favore del popolo ebraico e del suo diritto a vivere in Israele e difendersi contro coloro che ne auspicano l’annichilimento. In conclusione, è necessario che ognuno di noi, sia nelle piccole o nelle grandi comunità si prodighi per avvicinare e legare con gli esponenti della comunità locale, suscitando un autentico interesse per la causa ebraica; solo così si potranno creare progetti concreti per combattere con forza l’antisemitismo e assicurare una presenza ebraica in Italia anche per i decenni a venire.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 Ottobre 2019
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Ai sensi dell’art. 15 dello Statuto Ugei, in data 11/10/2019 il Consiglio ha deliberato la convocazione di un Congresso straordinario che si terrà in data 12-13/12/2019 dando seguito al volere congressuale di discutere su eventuali nuovi parametri di partecipazione agli eventi UGEI. Il Congresso straordinario seguirà il seguente Ordine del Giorno:

1- discussione riguardo eventuali nuovi parametri di partecipazione agli eventi UGEI

2- eventuale presentazione di mozioni e votazione relativa al punto 1

3- vari ed eventuali

 

La Presidente

Keren Perugia


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Ottobre 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – Se mai mi avessero detto che l’ingrediente più importante in cucina è la simpatia, non ci avrei proprio creduto. Questo tuttavia è il segreto di Ruhama, meglio soprannominata Madame Falafel, che alla soglia degli ottant’anni conquista il palato e il cuore degli israeliani con la sua semplicità disarmante e il suo umorismo pungente da nonna un po’ pettegola. Sì, proprio una nonna: la schiena leggermente ricurva, i capelli tinti di rosso fuoco e un paio di occhiali dalle lenti spesse. Il suo provino a MasterChef ha scombussolato il paese più di quanto abbiano fatto due gironi di elezioni parlamentari. E’ andata pressappoco così: Ruhama è entrata nello studio ballando e cantando, poi ha provato a vendere i suoi falafel ai giudici per il costo di venti shekel, infine ha ordinato al cameraman di avvicinarsi per inquadrare la simmetria perfetta della sua pita fatta a mano. Dieci minuti di pura follia che le sono valsi un rating da capogiro. Il suo provino è diventato virale sui social e il suo percorso nella cucina di MasterChef è stato il più seguito e acclamato di tutta l’edizione. Pensavo che il suo successo si limitasse al piccolo schermo, che i pochi attimi di visibilità ottenuti grazie al programma non avessero ripercussioni anche sulla vita reale, quella lontana dalle telecamere, ma mi sbagliavo di grosso. Ho incontrato Ruhama in un bar vicino a casa, e intervistarla è stato quasi impossibile. Ogni manciata di minuti si presentava un fan chiedendole un selfie o complimentandosi con lei per i suoi piatti. Mi riferisco a giovani e vecchi, ammiratori di ogni età che la osservavano estasiati dagli altri tavoli e le scattavano delle fotografie di nascosto. Io osservavo il tutto esterrefatto, lei invece sorseggiava il caffè tranquilla, come se fosse normale per lei ricevere tante attenzioni. Quando pensavo che l’entusiasmo in sala fosse ormai calato, si è presentato un cameriere impacciato e le ha confessato: “Madame Falafel, mia nonna ti adora!”. E la risposta di Ruhama? Pronta e tagliente come uno dei coltelli utilizzati nella cucina di MasterChef, come se tutta quella scena facesse parte di un copione già scritto e imparato a memoria. “Che tesoro che sei, ma tuo nonno invece non mi adora? Sai, sono single io…”. Ottant’anni di pura ironia, ottant’anni di buon cibo e di un grande amore per la vita: ecco, questa è Ruhama.

Madame Falafel, ora che la competizione è finita possiamo parlarne più serenamente. Ti dispiace di aver perso MasterChef?

Non mi dispiace di aver perso, mi dispiace di non aver vinto. Che è ben diverso!

Perché ci tenevi tanto?

MasterChef mi ha riempito di vita le giornate. Io non sono una di quelle vecchie che possono stare a casa a guardare il soffitto. Entrare nel programma mi ha fatto sentire di nuovo giovane, ho imparato un sacco di cose. Era da tempo che non uscivo di casa presto la mattina e tornavo tardi la sera. E poi adesso ho moltissimi nuovi amici giovani.

Cosa pensi che sia andato storto? Perché ti hanno eliminata?

Non lo so nemmeno io, sono cinquant’anni che preparo quella torta alle mele e nessuno me l’aveva mai criticata prima. Il problema è che io cucino a MasterChef come cucino a casa. Non mi piace sprecare ingredienti o utilizzare ingredienti troppo cari. Non mi piace sporcare troppe stoviglie. Non misuro mai lo zucchero o il sale, vado sempre a colpo d’occhio.

Prima hai citato i tuoi nuovi amici giovani riferendoti a loro come se fossero lontani da te anni luce, ma credo che tu sia più simile a loro di quanto pensi. Ti senti appartenere di più al mondo dei giovani o al mondo dei vecchi?

Caratterialmente sono molto più simile a voi giovani, ma ai fornelli cucino come una nonna. I giovani hanno fantasia e creatività, io invece mi baso sulle ricette che già conosco. Se mi dai della carne trita per esempio, io ti preparo delle polpette indimenticabili. Mai i giovani no! I giovani preparano della pasta, la riempiono di carne e ottengono dei ravioli. Credimi, anche se potessi rimpicciolirmi e infilarmi dentro un raviolo, otterresti comunque un falafel e nulla di più.

Ricordo la tua audizione a MasterChef come se fosse ieri, nel paese non si parlava d’altro. Ti sei impadronita dello studio e delle telecamere. Cos’hai provato rivedendoti?

Non riuscivo a smettere di ridere. A malapena riconoscevo quella vecchia matta che imboccava i giudici, che ballava e cantava dietro ai fornelli. Ero fuori di me. Il giorno dopo non potevo uscire di casa, tutto il mondo d’un tratto sembrava essersi ricordato della mia esistenza.

Vuoi dirmi che non ti aspettavi questo successo?

Tuttora non me lo spiego, sono una vecchia come tante altre.

Beh, sei un po’ la nonna che tutti vorrebbero avere.

Una volta l’ho detto ai giudici: “per me siete come dei nipoti tornati da scuola affamati”. I giovani impiattano per ore e alla fine il piatto rimane vuoto. Una fogliolina di prezzemolo qua, una fogliolina di menta là. A me piace servire in pentola, come fanno le nonne.

C’è chi definisce quei piatti vuoti con le foglioline delle “opere d’arte”.

Non me ne parlare, a me fanno proprio arrabbiare. Ti spiego, è come prendere una vecchia signora e metterle in testa un bel nastro. Non ha senso! Il cibo deve essere buono, non bello.

Nello studio di MasterChef hai portato oltre che del buon cibo, anche la tua storia, le tue radici, le tue tradizioni, le tue esperienze di vita.

Ne ho passate tante ragazzo mio.

Raccontami, come sei diventata Madame Falafel?

Sono arrivata a Bruxelles in nave, senza una lira, in cerca di lavoro. Così sono stata assunta da una famiglia ebraica locale come badante. Era il ’63 se non sbaglio. Ricordo quel periodo come un periodo difficile, ma molto felice. Quanta ricchezza che c’era in Belgio, quanta abbondanza, mi sembrava di vivere in un film Hollywoodiano! Nel ’67 ho cominciato a lavorare nel bar di un albergo come cantante e lì ho conosciuto mio marito, mi ha visto esibirmi e si è subito innamorato. Nel ’70 abbiamo aperto insieme un ristorantino di specialità israeliane e l’abbiamo chiamato “Dizengoff”. Tra un falafel e l’altro salivo sul bancone e mi mettevo a ballare e cantare come una matta. Dovevi vedere la faccia dei clienti, tutti europei glaciali ed eleganti: ci rimanevano secchi.

Quindi sono stati loro ad incoronarti la regina dei falafel?

Sì, venivano da tutti gli angoli della città per assaggiarli.

E quando hai deciso di tornare in Israele?

Dopo vent’anni in Belgio mi sono proprio stufata, ho chiuso il ristorante e me ne sono tornata a casa.

E tuo marito?

Mi ero stufata pure di lui, così abbiamo divorziato. Poveretto, pace all’anima sua, è morto ormai.

Toglimi una curiosità, alle telecamere di MasterChef hai detto di essere cugina di Einstein. Mi spieghi come sia possibile? Non mi risulta che Einstein fosse yemenita…

L’ho già spiegato una decina di volte, ma nessuno mi capisce. Non ho mai detto che siamo cugini di sangue. Ascoltami bene, funziona così: la bisnonna di mio cognato e la bisnonna di Einstein sono sorelle. Non è tanto difficile!

Ne sei proprio sicura?

Non ho modo di dimostrarlo, ma giuro che è vero.

Quindi posso dormire tranquillo, Einstein non è yemenita?

No, nemmeno un po’, puoi stare tranquillo. Però fidati, se solo avesse provato le mie specialità yemenite, si sarebbe pentito amaramente di non esserlo.

Ci sono altri VIP in famiglia oltre a te e Einstein?

Sì, certo. Yizhar Cohen, hai presente? Quello che ha vinto l’Eurovision nel ’78 con A-Ba-Ni-Bi. Ecco, lui è mio cugino. Di sangue, per davvero, non come Einstein!

Qual è la tua specialità in cucina Ruhama?

Le mie pitot sono imbattibili, sembrano fatte con la macchina. Entrambi i lati hanno lo stesso identico spessore, la stessa quantità di mollica e la crosta ben dorata.

E cosa si prepara Madame Falafel quando è da sola a casa?

Mangio sempre avanzi, come ti ho detto detesto buttare via il cibo.

Forse avrei dovuto cominciare proprio da questa domanda, ma meglio tardi che mai. Quand’è che hai deciso di iscriverti a MasterChef?

Mica l’ho deciso io, l’hanno deciso i miei nipoti. Mi hanno iscritto al programma di nascosto, senza dire nulla a nessuno. A volte preparo un semplicissimo uovo sodo e loro lo esaltano come se avessi cucinato chissà che cosa. Mi dicono: “nonna, è l’uovo più buono del mondo”.

Nel programma si è parlato spesso del coraggio che hai avuto nell’affrontare questa esperienza considerata l’età avanzata. Agli anziani che ti seguono e che si sentono soli ed abbandonati cosa vuoi dire?

Che è colpa loro! Io la mattina mi vesto ed esco di casa, non importa se sono stanca o se fuori fa caldo. Non ci si può lasciare andare, mai. Ancora adesso, quando non ho nulla da fare, vado a giocare a carte con le mie amiche. Però non mi diverto più come una volta. Un tempo ridevamo di tutto, adesso devo stare seduta ad ascoltare per ore le loro disgrazie. Una che ha il marito in fin di vita, l’altra che è sulla sedia a rotelle, l’altra ancora che le è venuto l’Alzheimer. Non immagini che fatica.

Prima di salutarci vorrei chiederti quali sono i tuoi progetti futuri. Sono sicuro che sentiremo parlare di te ancora a lungo.

Di questo passo forse mi candiderò alle elezioni, tanto qui nessuno riesce a formare un governo. Ad oggi credo che otterrei come minimo dodici mandati.

Non sarebbe una cattiva idea.

Sì, potrebbe funzionare, ma in realtà ho ancora un altro sogno da realizzare.

Credo che ormai nulla potrebbe più stupirmi. Di che si tratta?

Non esserne troppo sicuro! Il mio sogno è diventare una modella. Esistono le modelle per le taglie forti, vero? Ecco, io voglio essere una modella per vestiti da vecchi. Che ne pensi?

Che sei riuscita di nuovo a stupirmi Ruhama…

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Ottobre 2019
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HaTikwa – Il settimo giorno di Succot è chiamato Hoshana Rabà. Non esiste nella Torà nessuna menzione di questo giorno e molti pensano che fu instaurato tardivamente nell’Ebraismo, ma non è affatto così. Nel Talmud Babli si fa risalire questa usanza all’epoca del primo Tempio e nel Trattato Succa (42b) si chiama settimo giorno della Aravà. Addirittura la tradizione afferma che Hillel stabili il lunario in modo che Hoshana Rabà non avvenisse di Shabbath stabilendo che Il primo giorno di Rosh HaShanà non fosse mai di domenica.

Il Midrash Tehilim dice: “Di Rosh Hashanà, tutti gli esseri viventi del mondo vengono davanti a Lui come un gregge, e [i figli di] Israele passano anche davanti a Lui con quelli. I ministri delle nazioni (angeli di ogni nazione ndr) del mondo dicono [allora]: “Abbiamo trionfato e vinto il giudizio” e nessuno sa chi abbia trionfato, Israele o le nazioni del mondo… Quando arriva il primo giorno della festa (di Succot) e tutto Israele, grandi e piccoli, porta il lulav nella mano destra e il’etrog nella mano sinistra, tutti sanno immediatamente che Israele ha vinto il giudizio. Quando arriva il giorno di Hoshanna Rabbà, prendiamo i rami di salice e facciamo sette processioni mentre il hazan si erge come un angelo di D-o, con una Torà sul braccio e il popolo gira intorno come si faceva intorno dell’altare… gli angeli del servizio [divino] si rallegrano e dicono: “[i figli di] Israele hanno vinto, [i figli di] Israele hanno vinto, la progenie di Israele non mentirà e non si pentirà!”

Ciò significa che da sempre Rosh HaShanà e Hoshana Rabà furono accomunati sotto la midat HaDin. E il settimo giorno di Succot è diventato l’ultimo momento della chiusura della sentenza divina. La scelta dell’ultimo giorno di Succot non è casuale poiché segna l’inizio della stagione delle piogge in Israele e la Mishnà in Rosh HaShanà (I,2) dice: “Durante la festa, il mondo è giudicato sull’acqua!”

Il mondo cabalistico afferma che i sette giri compiuti, come i sette giri fatti da Israele intorno a Gerico per abbattere i muri, abate la distanza che esiste tra l’uomo e D-o. Hoshana Rabà è un giorno fondamentale in cui segniamo che concludiamo tutto il periodo di feste rinnovati e purificati pronti ad affrontare un nuovo anno con più umiltà. La forma della foglia di salice ricorda la forma della bocca e degli occhi che sono loro che ci fanno spesso trasgredire ed è proprio loro che noi sbattiamo simbolicamente ad Hoshana Rabba, ma anche l’ebreo che non voglia più essere, colui che non studia Torà e non fa mitzvot. Con l’augurio che quest’anno possa essere un anno di studio ed elevazione.

Rav Alexander Meloni 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 Ottobre 2019
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HaTikwa – Il popolo ebraico nel percorso del primo mese dell’anno attraversa tre momenti fondamentali di incontro: a Capodanno celebriamo la Creazione divina dell’universo. Nel giorno del Kippur, dell’Espiazione, o meglio della cancellazione delle colpe, l’ebreo recupera la dimensione interiore della coscienza riconciliandosi con se stesso, con la comunità e con il mondo.
A Succot, la festa delle Capanne, fissata dal Levitico cinque giorni dopo il Kippur, si esce dalla propria casa, o meglio, dal proprio ego, per gioire all’ombra della divina presenza in una fragile capanna.
Se a Capodanno ascoltiamo il suono dello Shofar con la nostra coscienza e la nostra mente, se a Kippur digiuniamo per elevare al Signore i nostri sentimenti di riconciliazione, arriviamo a Succot pronti a gioire ed eseguire il precetto della capanna con tutto il nostro corpo, consumando quattordici pasti all’ombra della protezione divina.
Appena finito il digiuno passiamo da un precetto all’altro per costruire la capanna, legando così la gioia del Perdono a quella della libertà dal bisogno.
Nel ciclo agricolo l’autunno è la festa del raccolto, motivo della gioia del nostro risultato, ma anche pericolosa occasione per insuperbirsi e rinchiudersi nel proprio ambito dimenticando la collettività.

Vediamo insieme i particolari di una capanna che rappresenta nei suoi dettagli l’Arca santa, per trasmettere all’uomo la sensazione che possiamo servirci della Natura solo per stabilire un equilibrio tra Sole ed ombra. Il tetto deve essere costruito esclusivamente con vegetali staccati dal terreno per dimostrare la sua temporaneità.
Inoltre il tetto deve essere abbastanza folto da realizzare un’ombra maggiore della parte assolata, ma nello stesso tempo occorre che lasci vedere le stelle.
L’uomo spesso rischia una sovraesposizione mediatica che gli fa dimenticare la capacità di cercare se stesso: l’ombra invece rappresenta un momento di ripiegamento, di riflessione, dal quale poi ripartire per alzare gli occhi al Cielo, cercare le stelle che indicano in alto la strada da seguire.
“Abiterete nelle capanne sette giorni perché ho fatto abitare nelle capanne i figli di Israele quando gli ho fatti uscire dalla terra d’Egitto”.

I Maestri affermano che la festa delle Capanne e’ stata fissata in autunno e non in primavera in prossimità della Pasqua per  ricordarci che non costruiamo la capanna per godere l’ombra delle sue frasche per il nostro piacere, ma al contrario delle abitudini degli altri popoli, la costruiamo in autunno  dimostrando la volontà di eseguire un precetto divino.
La capanna è un simbolo di sicurezza nella protezione divina, paradossalmente proprio attraverso la sua fragilità.
Il libro biblico dell’Ecclesiaste accompagna la festa di Sukkot per ricordare come ogni elemento della natura umana sia temporaneo e destinato a lasciar posto ad altri con il volgere dei tempi.
Nello stesso modo l’Ecclesiaste conclude positivamente la riflessione pessimistica offrendo una via di uscita nell’adesione al precetto
L’ospitalità è un sentimento ed un valore talmente radicato nel popolo ebraico da immaginare di avere ospiti fissi, uno per ciascuno giorno di festa da Abramo a David. Il ruolo di queste sette guide fedeli corrisponde ciascuno a qualità umane e sfere mistiche alle quali ispirare il comportamento individuale e collettivo .
A Succot non solo il passato è il protagonista della festa, ma il simbolismo della capanna deve sollecitare l’uomo, e non solo l’ebreo, a volgere il pensiero, anzi ad identificarsi completamente per sette giorni con chi vive tutto l’anno senza la stabilita’ di una casa o di un lavoro.
In questi giorni difficili per l’Europa, offrire una riflessione, anzi una testimonianza di sapersi confrontare sul tema dell’accoglienza e dell’ospitalità costituisce un prezioso spunto di confronto e di dialogo. La dimensione universale viene evidenziata dal numero delle offerte corrispondente ai settanta popoli della terra per chiedere l’abbondanza derivata dalle piogge.
I temi recenti dell’Expo con molteplici proposte per nutrire il pianeta sembrano essere riassunte nella liturgia ebraica che benedice il Signore che fa soffiare il vento e fa scendere la pioggia come segno della Sua speciale benedizione per il genere umano e per la Terra di Israele.
Un altro precetto specifico di Succot è quello del Lulav: “prenderete per voi rami di palma, un frutto di bell’aspetto, rami di mirto e di salice”.
Leggendo l’Hallel, i Salmi di lode, con in mano questo mazzo di vegetali, chiediamo al Signore di ascoltare le nostre suppliche ed inviare le giuste piogge per far crescere piante e frutta.
Ancora il ciclo della natura con il numero sette come i sette elementi del Lulav necessita di un intervento dell’uomo per elevarlo al sovrannaturale.
Ogni punto cardinale viene benedetto dal movimento dell’uomo che intende abbracciare la realtà attraverso il precetto, sacralizzando lo spazio con un gesto umano per volgere a sé la volontà divina.
Con la festa di Succot incontriamo nello stesso tempo Natura e collettività per proiettarci con l’unità del genere umano verso i giorni nei quali sapremo convivere in unica capanna nella quale sviluppare il benessere materiale nella gioia di un anno pieno di benedizioni.
Rav Dr. Umberto Piperno


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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