Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 Gennaio 2019
Dieudonne-M-bala-M-bala-centre-performing-the-quenelle-gesture-with-fellow-demonstrators.jpg

5min226

HaTikwà (L.Spizzichino) – Negli ultimi due mesi del 2018, chiunque avrà sentito parlare del Movimento dei Gilet gialli, un fenomeno di protesta che è nato in Francia, ma che ha superato facilmente i suoi confini, arrivando addirittura fino in Israele, seppur con numeri esigui. Ma dove nasce questa protesta? Il movimento, nato sul web in maniera spontanea, con un post su Facebook il 10 ottobre di due camionisti della Seine et Marne, che dopo aver visto una petizione su Change.org sul caro-carburante, hanno fatto appello a un blocco nazionale della rete stradale francese. In realtà il caro benzina, in nome della necessaria transizione ambientale, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso del malcontento sociale, affiorato da settimane con una serie di manifestazioni e scioperi delle categorie più deboli della società francese. Dopo sette settimane di manifestazioni, blocchi stradali e scontri, non solo a Parigi, ma in tutto il territorio francese, il bilancio è pesantissimo.

Analizziamo più nello specifico questo movimento di protesta: non essendoci dei veri e propri leader a dare un’impronta chiara a queste proteste, i gilet gialli sono diventati un melting pot di più fazioni, dai moderati fino ai radicali ed estremisti, sia di destra che di sinistra, proprio la frangia più estremista del movimento, è la causa della guerriglia urbana che sta paralizzando il centro di Parigi, e non solo, da quasi due mesi. Preoccupante, è la deriva antisemita di queste proteste, fomentate anche da personaggi come Dieudonné M’bala M’bala, diventato famoso per aver inventato la Quenelle. Infatti nelle ultime settimane, nelle varie manifestazioni sparse per il territorio francese sono comparsi diversi striscioni e slogan antisemiti, che attaccano non solo Macron, reo di aver lavorato per i Rothschild e per essere schiavo delle élite finanziarie, guidate da ebrei che manovrano nell’ombra non solo il governo francese, ma tutta la finanza globale, come nelle più becere teorie complottiste pluto-giudaico-massoniche. Macron, però non è stato l’unico bersaglio di questi slogan antisemiti, ma anche la comunità ebraica francese, allarmata da questo clima d’odio che può rischiare solamente di peggiorare. Quale sarà l’evoluzione di queste proteste solamente il tempo ce lo potrà dire.

Con le dovute proporzioni, l’idea dei gilet gialli può associarsi a quella di un altro movimento politico, il Movimento 5 Stelle: tanti i punti in comune tra queste due forze. Non è un caso che nei giorni scorsi, Luigi Di Maio, Vicepresidente del Consiglio e capo politico del M5S, ha sostenuto la possibilità di un’alleanza con il movimento di protesta francese, ribadendo anche di dover incontrare Eric Drouet, uno dei leader dei gilet gialli, in vista delle elezioni europee.  La risposta di Drouet non si è fatta attendere: “I gilet gialli hanno dato vita ad un movimento apolitico sin dall’inizio, in caso contrario non sarebbe quello che è oggi. Rifiuteremo qualsiasi aiuto politico, non importa da dove provenga! Rifiutiamo il suo aiuto. Abbiamo iniziato da soli, finiremo da soli”. Frasi forti, ma ormai metabolizzate dagli italiani, trite e ribadite, almeno fino alle elezioni politiche del marzo 2018. I gilet gialli non amano la concorrenza, d’altronde il comico da cui ripartire già lo hanno: Dieudonné.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 Gennaio 2019
darkness.jpg

2min181

HaTikwà (M.Moscato) – In questa parashà troviamo le ultime tre piaghe: le cavallette, le tenebre e la morte dei primogeniti. Qui si conclude il ciclo della schiavitù dei figli d’Israele in Egitto. La Torah ci dice che negli ultimi anni il Popolo Ebraico era diventato idolatra come gli egiziani, quindi Hashem gli comanda due mitzvot particolari, per assicurare la Gheulà, redenzione: il Korban Pesach, il sacrificio Pasquale, e il Brit Milà, la circoncisione. Queste mitzvot sono legate tra loro poiché la Torah ci dice che la circoncisione è indispensabile per poter offrire il Korban Pesach.

Inoltre, Dio comanda anche un’altra mitzvá all’inizio della parashà: “Allo scopo che tu possa raccontare a tuo figlio e al figlio di tuo figlio, ciò che ho operato in Egitto e i prodigi che ho eseguito in mezzo a loro in modo da riconoscere che Io sono il Signore” (Shemot capitolo 10 verso 2). Che cosa ci vuole insegnare questo verso? Che se tu racconti questi miracoli che ha fatto Hashem in Egitto a tuo figlio e al figlio di tuo figlio per almeno tre generazioni, l’Emunà, la fede, in Hashem e la conoscenza della Torah e delle mitzvot, non si allontaneranno mai dalla tua famiglia. Quindi è una grande mitzvà raccontare ai figli i miracoli che ha fatto il Signore per manifestare la sua grandezza perché Lui é Il Signore, אני ה.

 

Shabbat Shalom a tutti,

Manuel Moscato.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 Gennaio 2019
WhatsApp-Image-2019-01-06-at-16.43.45-e1547110809617.jpeg

7min518

HaTikwa (L.Clementi) – Piccolo, con soli 70 anni di Storia sulle spalle, lo Stato d’Israele si sta rivelando un’avanguardia in ogni settore sul quale sceglie di investire. Un esempio è la sempre crescente importanza data allo sport. Gli israeliani giocano, altroché se giocano. Saremo pure in medio-oriente, ma la loro concezione sportiva non ha nulla a che vedere con quella dei paesi confinanti. Per la pallacanestro si guardano gli States, per il calcio l’Europa, per gli sport da combattimento il Sud America e l’Oriente (anche se dentro casa c’è già un patrimonio ereditario invidiabile), poi una miriade di altre discipline praticate dalla variegata popolazione. Nel frattempo ci si evolve, e i risultati si vedono tutti.

Per quanto riguarda il basket, sport nazionale, nel 2014 il Maccabi Tel Aviv ha vinto la sua sesta Eurolega (o Coppa dei Campioni), e la Ligat Ha’Al è ricca di campioni, uno su tutti Amar’e Stoudemire, che ha dominato l’NBA con i Suns e i Knicks, ed ora gioca per l’Hapoel Yerushalaim. Nel calcio le squadre israeliane contano cinque partecipazioni alla fase a gironi della Champions League, e nel 2001/02 l’Hapoel Tel Aviv è arrivata ai quarti della Coppa Uefa, strapazzando squadre come Chelsea, Parma e Lokomotiv Mosca. Per quanto riguarda gli sport da combattimento, Israele eccelle nel Judo. L’ultima gioia risale al 28 ottobre 2018, quando Sagi Muki ha vinto la medaglia d’oro nel Grande Slam di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. E sì, è stata suonata l’Hatikva’, l’inno nazionale. In questa situazione idilliaca di progresso, i problemi sportivi israeliani non provengono di certo dall’interno, ma dall’esterno. Il continuo boicottaggio da parte di alcune Nazioni e di alcuni atleti spesso impedisce il compiuto e corretto svolgimento degli eventi sportivi. Il lettore più acuto avrà notato con curiosità il fatto che Israele abbia partecipato e partecipi a competizioni europee, pur non avendo geograficamente proprio nulla di europeo. Questo perché è stata sportivamente cacciata dal proprio continente di riferimento, l’Asia, grazie alla “Associazione araba per il boicottaggio d’Israele’’, al BDS e a risoluzioni come quella del 1974 organizzata dal Kuwait, che ha portato alla sua espulsione dall’AFC, l’equivalente asiatico della UEFA.

E’ un sabotaggio continuo e mirato, che va dalla non stretta di mano data alle Olimpiadi di Rio 2016 al Judoka Or Sasson da parte di Islam El Shehaby, atleta egiziano con il quale doveva competere, passando per l’oscurare la bandiera israeliana nelle live streaming al momento della griglia di partenza, come accaduto ai Mondiali di Nuoto nel 2013 in Qatar ad Amit Ivry, fino ad arrivare alle campagne BDS contro il Giro d’Italia 2018, che ha fatto tappa in Israele.

Nulla è lasciato al caso, come se competere con un atleta israeliano, o stringergli la mano, o menzionare il suo nome accanto alla bandiera della Nazione di provenienza sia un’affermazione di esistenza di qualcosa che a parer loro non dovrebbe esistere. Questo crea problemi enormi a livello logistico per l’organizzazione di grandi eventi in loco. Viene alla memoria il caso calcistico dell’Argentina: i sudamericani avrebbero dovuto giocare lo scorso giugno una partita preparatoria al Mondiale in Russia proprio contro Israele, allo Stadio Teddy Kollek di Gerusalemme. Prevista per Haifa, la partita è stata spostata dal Governo locale forse per un atto politico di autodeterminazione: far giocare Messi, uno dei giocatori più forti della storia del calcio, a Gerusalemme sarebbe stato un atto di forte legittimazione. La Federcalcio Palestinese lo ha reputato inaccettabile. I giocatori argentini hanno ricevuto pressioni e minacce, ufficiali e non, e l’amichevole è stata annullata. Il punto è che questo atteggiamento così antisportivo, promosso da Nazioni perlopiù arabe, va a danneggiare non soltanto gli atleti israeliani. La propaganda anti-sionista ha portato a definire lo Stato d’Israele ‘’Stato di apartheid’’, all’interno del quale gli ebrei godono di una condizione privilegiata. Nella realtà dei fatti in questa Nazionale, in qualunque sport, i membri di tutte le religioni competono fianco a fianco. Si ricordano grandi sportivi arabo-israeliani che hanno dato il loro contributo: ad esempio nel calcio Abbas Suan, Walid Badir, e nel pugilato Johar Abu Lashin, campione IBO di pesi welter. Questo fa riflettere, come fa altrettanto riflettere l’indiscrezione del Jerusalem Post, secondo la quale la stella del Liverpool, Mohamed Salah, sarebbe disposto a lasciare la squadra qualora questa decida di acquistare Moanes Dabbur, prolifico attaccante arabo-israeliano del Salisburgo. La smentita è arrivata, ma gli estremi per il dubbio ci sono: non sarebbe la prima volta che il giocatore si presta ad azioni di questo tipo. In ogni caso, la difficile storia sportiva dello Stato d’Israele non termina di certo qui. Il progetto di rendersi competitivi in ogni disciplina prosegue.

E per la cronaca: ve li ricordate i sopracitati Eli Sasson della mano non stretta a Rio e Amit Ivry della bandiera oscurata ai Mondiali di Nuoto in Qatar? Bene: medaglie di bronzo.‘’Dalla dura cervice’’, dicono…

Luca Clementi, laureando in giurisprudenza, ha lavorato nel settore dell’informazione all’interno dell’ufficio stampa della Comunità Ebraica di Roma. È inoltre attore di teatro, con più di 15 spettacoli all’attivo.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 Gennaio 2019
photo16_1070_714.jpg

8min734

HaTikwà (D.Moresco)Pierre Lurçat è un avvocato, saggista, blogger e tra i fondatori della Ligue de Défense Juive in Francia. E’ nato a Parigi, ma 25 anni fa ha deciso di trasferirsi in Israele, a Gerusalemme. Ha scritto numerosi libri riguardanti l’Islam, come La spada e il Corano o Per Allah fino alla morte, ma anche altre opere riguardo Israele. Va particolarmente fiero di una traduzione: Storia della mia vita di Jabotinsky.

Il 7 e il 9 gennaio Parigi ha subito due attentati: Charlie Hebdo e l’Hyper Cacher. Dal 2015 ad oggi, cos’è cambiato?
«Penso che i francesi abbiano iniziato a imparare, troppo tardi e ancora troppo poco, quali pericoli l’islam – e in particolare l’islam radicale – ponga alla loro libertà e ai valori democratici. Quando scrissi il mio primo libro su questo argomento, La Sciabola e il Corano, più di 10 anni fa, eravamo alcuni a dire che la Fratellanza Musulmana è pericolosa per la Francia e per l’Europa. Ora siamo molti di più a dirlo, ma ci sono ancora intellettuali e politici francesi che dicono che la Fratellanza Musulmana è “moderata” e che il vero pericolo è solo l’islam jihadista. C’è ancora molto da fare riguardo questo tema».

Che pensa del concetto di Eurabia?
«Conosco personalmente Bat Yeor da più di 25 anni, e ho letto il suo libro Eurabia quando è apparso per la prima volta in francese, nel 2009. A quel tempo, alcune persone potevano sollevare domande sulla validità di questo concetto, o pensare che fosse “esagerato”. Dieci anni dopo, penso che sia sempre più difficile respingere questo concetto politico, che ora fa parte del lessico moderno. Chiunque guardi alla realtà dell’Europa oggi non può negare che si stia verificando un’evoluzione fondamentale in termini di popolazione, cultura e politica. Bat Yeor è stata una delle prime analiste politiche a descrivere questa evoluzione coniando l’espressione Eurabia. Puoi discutere i motivi per spiegare l’emergere di questa realtà, ma non puoi negare seriamente la sua esistenza».

 Può spiegare meglio che ruolo ha avuto nella nascita della Ligue de Défense Juive?
«Ho avuto un ruolo piuttosto modesto nella sua fondazione. Eravamo pochi militanti ebrei, molto preoccupati del crescente “nuovo antisemitismo” all’inizio degli anni 2000. Abbiamo pensato che fosse giusto incoraggiare i giovani ebrei a rendersene conto e prepararsi a difendersi, nello spirito di Betar e della Jewish Defence League negli Stati Uniti. Devo aggiungere che, personalmente, mi considero un discepolo di Jabotinsky, e non del rabbino Meir Kahane».

In Europa, in risposta alla crescita del terrorismo islamico, stanno nascendo partiti estremisti. Gli ebrei, secondo lei, in quale posizione devono porsi?
«In effetti, la situazione delle comunità ebraiche in Europa sembra essere la più scomoda oggi, presa tra l’islam radicale da una parte ed i partiti di estrema destra dall’altra. Ma dobbiamo essere più specifici, se vogliamo capire la situazione e cercare di adattarci ad essa. I partiti di estrema destra nell’Europa di oggi non sono una realtà monolitica. In effetti, devi distinguere i partiti di estrema destra “classici”, che sono per lo più anti-israeliani e/o antisemiti, come il Front National in Francia, e i “nuovi” partiti di estrema destra, che non sono affatto anti-israeliani, ma professano al contrario punti di vista pro-israeliani e sono pronti a fare gesti significativi verso Israele e il popolo ebraico. Penso che non possiamo respingere completamente questi partiti politici, dicendo che sono “non kosher” o squalificarli. Dobbiamo fare delle distinzioni tra loro e agire di conseguenza».

A proposito del progressivo aumento dei movimenti estremisti: concorda sul fatto che, una volta terminati gli obiettivi mainstream, come lo sono oggi gli immigrati, il pericolo per gli ebrei possa ritornare? 
«Non sono sicuro che possiamo confondere il problema dei rifugiati in Europa e la situazione degli ebrei. La presenza ebraica è molto antica e noi non siamo rifugiati in Europa. Siamo stati una parte integrante per secoli e gli ebrei hanno avuto un ruolo importante nella storia intellettuale e politica. La situazione ebraica oggi non può essere affrontata solo dalla prospettiva “antisemita”: ci si chiede se è ancora possibile vivere da ebrei in Europa. Come israeliano che è venuto dalla Francia 25 anni fa e vive a Gerusalemme da allora, vedo che la situazione degli ebrei è peggiorata durante l’ultimo quarto di secolo. Eppure, gli ebrei vivono ancora in Francia e sembrano adattarsi alle realtà mutevoli e difficili. La vera domanda che noi e voi, membri della giovane generazione, dobbiamo porci è se il nostro posto naturale oggi è in Europa, in Francia, in Italia o in Israele. Io non ho dubbi che sia in Israele».

Le nuove generazioni che tipo di ruolo hanno in questo puzzle?
«I giovani ebrei in Italia e altrove dovrebbero essere i primi a capire che il loro futuro ebraico è in Israele e sviluppare l’ideale sionista all’interno delle loro comunità. Non riesco a capire come si possa essere ebrei oggi e non essere influenzati dall’esistenza di Israele. Sono sicuro che ogni giovane ebreo italiano che viene per la prima volta in Israele capisce – o, più esattamente, sente – che è profondamente e intimamente connesso a questo paese, a questa terra e a questo popolo. Quando hai sperimentato questo sentimento, non puoi pensare di essere un ebreo altrove, e capisci che il tuo posto naturale è in Israele».

Che pensa della situazione politica in Israele?
«Penso che siamo in mezzo ad una strada. L’ultimo governo di Netanyahu ha fatto molte cose positive in vari settori importanti, come l’economia, la politica estera, con il trasferimento di ambasciate americane e di altre entità a Gerusalemme, grazie al nostro rapporto speciale con Donald Trump e altri leader stranieri. Ma c’è ancora molto da fare. Sono abbastanza fiducioso che la destra israeliana vincerà le prossime elezioni e spero che il prossimo governo prosegua nel rafforzamento della presenza ebraica in Giudea e Samaria, con l’obiettivo di annetterle ad Israele».


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 Gennaio 2019
hyp-1280x703.jpg

1min93

 

 

A quattro anni di distanza dall’infame attentato all’Hyper Cacher di Parigi, nel quale furono massacrati quattro correligionari, colpevoli solamente di essere ebrei, l’Unione Giovani Ebrei d’Italia ricorda e non dimentica l’odio antisemita che, a distanza di ottanta anni, non è stato ancora sradicato dalla faccia della Terra.

 

 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci