Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Giugno 2019
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HaTikwà – Barbara Pontecorvo è un avvocato dal 1996, con un particolare interesse per l’analisi politica nazionale ed internazionale, soprattutto del Medioriente. E’ in costante contatto con analisti, politici, studiosi sia in Italia, che all’estero e svolge un’intensa attività volontaristica nel settore delle Fondazioni e Associazioni no profit. Dirige da oltre due anni un Osservatorio sulle Discriminazioni: Solomon. E’ un’organizzazione di volontari, apolitica e senza fini di lucro, per la tutela di ogni forma di discriminazione, ispirata alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e delle Nazioni Unite, alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Cos’è Solomon-Osservatorio sulle Discriminazioni?
L’Osservatorio Solomon nasce nel 2015 su richiesta di una parte della Comunità internazionale, in particolare dagli americani, che sentiva il bisogno che ci fosse un’associazione italiana in difesa delle ragioni di Israele, in particolare contro il fenomeno BDS. Prima veniva leggermente monitorato, perché non se ne capiva la portata, in Italia non aveva ancora preso piede, anche se ancora oggi non è un fenomeno rilevante, ma richiede una preparazione ed una risposta. Solomon nasce come associazione Anti-BDS e per la difesa di Israele.

Quanti siete a lavorare e quanto tempo richiede?
Il lavoro è intenso e richiede un impegno quasi giornaliero. La maggior parte di Solomon è costituita da avvocati, poi ci sono dei non avvocati che lavorano per segnalare alcuni fenomeni, in modo che si possa predisporre una risposta tecnica a questi. Siamo tra Roma e Milano, abbiamo un Consiglio Direttivo, un’Assemblea, un Comitato Scientifico e un Comitato d’Onore.

Quali sono le difficoltà più grandi che riscontrate?
La vera difficoltà deriva dal dibattito interno: se agire o meno, se mandare una lettera o no, se la lettera ha un fondamento giuridico. Il vero grande problema è la legislazione italiana, non essendoci una definizione di antisemitismo ed essendo inadeguata la normativa sulle discriminazioni, datata addirittura 1975, e noi siamo autori di una proposta di legge per aggiornarla. Bisogna capire quando è giusto agire e capire quando agendo si fa pubblicità al fenomeno che altrimenti non sortirebbe alcun effetto.

Perché non c’è la definizione di antisemitismo?
Sin dal 2016 abbiamo portato in Italia l’iniziativa volta all’adozione della definizione di antisemitismo dell’IHRA, International Holocaust Remembrance Alliance, adottata anche dal Parlamento Europeo e tradotta proprio da noi in italiano. Le iniziative sono volte affinché lo Stato Italiano la adotti.

Deve esserci anche una base per una strategia mediatica?
Le nostre attività non hanno rilevanza mediatica, non ne facciamo quasi mai pubblicità. Alcune volte rimbalzano sui giornali, o per iniziativa di giornalisti esterni alle Comunità o, recentemente, e di questo mi dispiaccio, anche per iniziative di qualcuno interno alle Comunità ebraiche.

Qual è il rischio che correte ad esporvi?
Il rischio che abbiamo corso, in maniera consapevole, è concreto. Dall’iniziativa di non voler far partecipare il BDS alle manifestazioni del 25 aprile a Milano sono scaturite due denunce nei confronti di Solomon e ovviamente verso la mia persona, che sono il rappresentante legale, da parte di uno dei leader di BDS Milano. La cosa è stata sempre tenuta riservata, un po’ per non interferire nell’iter del processo e un po’ per motivi interni per non dare pubblicità. Io sono stata la prima attivista ebrea denunciata da un membro BDS in tutto il mondo. Il primo dei miei processi per diffamazione fatti da questa signora è stato archiviato ed il secondo è in attesa di archiviazione qui a Roma da circa due anni.

Non credi che alcune cose andrebbero pubblicizzate di più?
In alcuni casi è un boomerang. Noi stiamo svolgendo un’attività importantissima nei confronti dell’Università di Torino, senza fare pubblicità nemmeno nel mondo ebraico, e questo ha generato qualche equivoco. Una parte dell’ebraismo ha preso le distanze dal processo che stiamo avviando nei confronti del Rettore e dell’Università per attività discriminatorie. Dal 2015 ci sono stati circa 100 eventi antisemiti al Suo interno, abbiamo fatto un accesso agli atti ed abbiamo visto che l’Università non aveva un regolamento né l’organizzatore, Progetto Palestina, era iscritto all’Albo delle Associazioni Studentesche, quindi non poteva organizzare i convegni. L’università concedeva crediti formativi agli studenti, che partecipavano ad eventi antisemiti 300 alla volta. Abbiamo fatto un ricorso straordinario al Miur ed al Presidente della Repubblica e tutta questa attività è stata equivocata da una parte dell’ebraismo che non ha capito il motivo, prendendo addirittura le distanze da noi. A noi è stato detto che abbiamo agito male, ma qualcuno si è preso la briga di sapere in che modo lo abbiamo fatto? Abbiamo chiesto di intervenire formalmente nel Consiglio UCEI per chiarire i nostri intenti e spiegare le nostre attività.

E quando ci sarà questo intervento?
Siamo in attesa di una convocazione formale, la prima non è andata a buon fine. Nel frattempo, l’Università di Torino si è dotata di un regolamento e, circa quindici giorni fa, Progetto Palestina non è più un’organizzazione segreta, ma hanno nome e cognome e possono essere citati in giudizio.

Come riescono avvocati, con famiglia, con uno studio da mandare avanti, a fare anche tutto il resto?
La mattina molto presto e la sera molto tardi (ride, ndr). Questa è un’attività irrinunciabile, nonostante gli impegni non riesco a farne a meno.

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 Maggio 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – E infine, dopo mesi di campagna elettorale, dibattiti e speculazioni, cala il sipario sulle elezioni europee di quest’anno. Nel caso dell’Italia, i risultati hanno stravolto totalmente lo scenario politico nostrano: la Lega al 34%, il PD al 22% e i 5 Stelle al 17%. Ma a cosa porterà tutto ciò? E che implicazioni ha per quanto riguarda gli ebrei italiani e le relazioni tra l’Italia e Israele?

Partiamo da quello che in poco tempo è passato dall’essere un piccolo partito del nord a rappresentare un terzo degli elettori italiani, ovvero la Lega: se da un lato hanno fatto discutere certi casi in cui Matteo Salvini sembrava strizzare l’occhio all’estrema destra di Casapound, dall’altro egli si è presentato fin dall’inizio come un amico degli ebrei e di Israele. In particolare, fece scalpore quando, durante una visita in Israele nel dicembre 2018, definì apertamente “terroristi” i membri di Hezbollah, cosa che ironicamente ha suscitato proteste soprattutto da parte dei partiti alla sua destra, come Fratelli d’Italia e la già citata Casapound.

Questa dualità tra essere nazionalisti e filoisraeliani non è una novità nel panorama politico italiano, tutt’altro: come spiega il saggio del 2003 La destra e gli ebrei del giornalista Gianni Scipione Rossi, sin dai tempi del MSI la destra italiana ha avuto un rapporto particolare con gli ebrei: una parte consistente del partito di Almirante prendeva apertamente le distanze dal passato antisemita dei propri maestri e difendeva il diritto d’Israele a difendersi; di contro, i movimenti neofascisti come Ordine Nuovo (responsabile della Strage di Piazza Fontana) oltre ad essere apertamente antisemiti erano anche filopalestinesi, come lo sono oggi Casapound e Forza Nuova. La situazione è uguale ad allora, con una differenza: durante la Guerra Fredda pochissimi ebrei votavano MSI, mentre oggi sono in molti a votare Lega, sebbene abbiano poca rappresentanza a livello mediatico.

Passiamo ora al partito che ha subito la maggiore disfatta alle europee, il Movimento 5 Stelle: il partito di Grillo non ha mai fatto mistero di ospitare numerosi antisionisti e antisemiti; basti pensare a quando, nel gennaio 2019, il senatore grillino Elio Lannutti citò su Facebook i Protocolli dei Savi di Sion. Dopo quasi un anno al potere, i 5 Stelle hanno quasi dimezzato il loro consenso rispetto al 32% che presero alle politiche dell’anno scorso, soprattutto perché una volta passati dall’opposizione al governo si sono rivelati una delusione per chi sperava in un vero cambiamento.

Una nota positiva per quanto riguarda queste elezioni riguarda anche i partiti minori: a differenza del 2014, quando presero ben 3 seggi, stavolta i partiti di estrema sinistra apertamente antisionisti (La Sinistra, Partito Comunista di Rizzo) non hanno superato la soglia di sbarramento.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Maggio 2019
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HaTikwà (S. Foa) – È tiepida e diafana la prima luce della mattina di Venerdì 24 maggio che accarezza le volte di Milano Centrale, nel momento in cui mi accingo a partire alla volta di Milano Marittima; proprio così, un’accorata Armata Brancaleone ugeina, formata da circa cento teste (italiche e non) ha scelto tale località della Riviera Romagnola, in occasione di Lag Ba’ Omer. Non una semplice grigliata ignorante ma un vero e proprio Shabbaton, in un albergo in esclusiva per noi; la hall trasformata in una Sinagoga proletaria, la cucina purificata nei minimi dettagli dal nostro Ettore, sempre in gran spolvero, e la spaziosa sala da pranzo, dove dopo il Kiddush, la cena e qualche barzelletta deliziosamente triviale del sottoscritto, ci si può dedicare allo “spaccaghiaccio”, una serie di giochi di società accompagnati da un buon vino.

Il sabato ci regala una bella giornata dove, nell’attesa che il lungo shabbat finisca, ci si può dedicare al Caffè dilemma, classico momento “cult” che ha caratterizzato molti eventi UGEI fin dalla notte dei tempi; qualcuno però preferisce un tuffo eretico nell’Adriatico, approfittando dell’amena e vicinissima spiaggia.  Arriva il momento della tradizionale festa del sabato sera: un rustico locale situato su un isola delle storiche Saline di Cervia, dove un bravissimo DJ ci fa dimenticare le playlist precompilate di Spotify e un valido barman ci serve drink come se piovesse. Di domenica Giove Pluvio ci prende in contropiede e quella che doveva essere la grigliata tradizionale di Lag Baomer, si trasforma in un pranzo frugale ma delizioso in hotel. Prima però non manca l’occasione di conoscere il programma “J-Academy”, percorso formativo tra Gerusalemme, Londra e Berlino per chi decide di prendersi un gap year di dieci mesi. Il momento dei saluti è condito da un improbabile Ruben Spizzichino che si immedesima in un inviato stile Maratona Mentana, raccogliendo interviste semiserie tra i partecipanti. Qualche ora dopo, l’ambiente asettico della stazione AV di Bologna mi comunica che il week-end è finito e mi trasmette un profonda malinconia; al Consiglio UGEI tutto vanno i complimenti per un Lag Ba’ Omer da ricordare. Alla prossima!


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 Maggio 2019
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HaTikwa (D. Fiorentini) – Di fronte al crescente antisemitismo, mascherato abilmente da antisionismo e da una semplice avversione politica a Israele; la nuova frontiera su cui è necessario difendere gli inalienabili diritti degli ebrei è diventata addirittura l’Organizzazione delle Nazioni Unite. In particolare, oltre alle rinomate Assemblea Generale e Consiglio di Sicurezza, dal 2006 è stato creato un nuovo scenario: il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. L’ente, nato con finalità nobili e ammirevoli come la salvaguardia dei Diritti Umani in tutto il mondo, è composto da 47 delle 193 nazioni rappresentate all’ONU. Dal momento della sua fondazione però, complice la presenza di stati come l’Arabia Saudita o l’Iraq (1), abbiamo assistito un chiaro accanimento nei confronti di Israele. Infatti dal 2006 a oggi sono state ben 62 le risoluzioni che condannano lo Stato Ebraico(2), decisamente di più in confronto ad altri Paesi che notoriamente hanno qualche problema interno non da poco: Siria, Iraq, Iran, Corea del Nord combinati assieme infatti contano soltanto 30 risoluzioni. Inoltre, questo trend è ripreso dalla stessa Assemblea Generale che nella sola 73esima seduta (2018-2019) ha promulgato 21 risoluzioni contro Israele, mentre solo 6 contro tutte le altre nazioni del mondo messe insieme(3).

Una vera e propria ossessione, che ha raggiunto il culmine il 18 Marzo 2019 in cui in una sola volta sono state approvate ben 5 condanne allo Stato che di fatto è l’unica libera democrazia del Medio Oriente. “Gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est, e nel Golan siriano occupato”, “La situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est”, “Il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione” , “I diritti umani nel Golan siriano occupato”, “Assicurando responsabilità e giustizia per tutte violazioni del diritto internazionale nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est””, titoli angoscianti, che non solo denunciano una situazione umanitaria devastante, ma sottointendono la presenza di una forza occupante spietata e belligerante. Senza entrare nei dettagli specifici di ogni risoluzione, vorrei sottolineare come tutte e 5 le risoluzioni convergano in poche e semplici massime come: “l’urgenza di ottenere senza ulteriori ritardi la fine dell’occupazione israeliana, che cominciò nel 1967, e affermando che ciò è necessario per garantire diritti umani e le convenzioni internazionali” (4) oppure “condanna l’uso intenzionale di misure letali o eccessivamente forti da parte di Israele, la forza occupante, contro civili, compreso contro quei civili con uno status di protezione speciale sotto il diritto internazionale, nella fattispecie bambini, giornalisti, personale medico e persone disabili che non possono costituire un pericolo mortale” (4), oppure perle come “(l’HRC) richiede che Israele (…) termini immediatamente la costruzione del muro nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est, smantelli con effetto immediato le strutture situate all’interno di questi, rimuovere o rendere ineffettive tutte le legislazioni e gli atti regolatori relativi a quei territori e che ripari tutto il danno causato dalla costruzione del suddetto muro, che ha avuto un grave impatto sui diritti umani e le condizioni socio-economiche del popolo palestinese”. (5) Queste sono solo alcune delle condanne volte a Israele in queste numerose pagine, che frase dopo frase hanno sempre più dell’assurdo.

Innanzitutto la presenza israeliana nei territori di Giudea, Samaria, Golan non è stata ottenuta con una manifestazione di forza bruta contro un popolo di poveri indifesi, ma è il risultato di un conflitto, durato incredibilmente 6 giorni, cominciato per di più dalla parte araba, che contava ben 4 eserciti alleati contro il solo Stato d’Israele. Come in ogni guerra, ai trattati di pace vengono stipulati accordi e concessioni; da questi Israele ottenne la penisola del Sinai e la Striscia di Gaza dall’Egitto, la Cisgiordania e Gerusalemme Est dalla Giordania e le alture del Golan dalla Siria. Con l’intento di mantenere rapporti diplomatici e preservare la pace, Israele negli anni si ritirò dalla penisola del Sinai e dalla Striscia di Gaza, lasciando la prima alla giurisdizione egiziana e la seconda ai “palestinesi”, con la speranza che quest’ultimi potessero fondare il proprio Stato e vivere in armonia. Ciò non accadde, anzi si creò un nemico ancora più vicino a Israele e più imprevedibile, visto che dopo false elezioni prese il potere il gruppo terroristico Hamas. Dopo ormai 14 anni e migliaia di razzi, aquiloni infuocati e attacchi suicidi lanciati verso Israele, è ragionevole concludere che la concessione di terre ai palestinesi non ha avuto l’effetto sperato, per cui è irrazionale e assurdo pretendere che Israele torni ai confini pre 1967 (rinunciando tra l’altro a luoghi sacri come il Muro del Pianto), poiché questo non porterà altro che una maggiore capacità di attacco da parte dei palestinesi e dei loro alleati arabi.

Un’altra questione presa in considerazione è quella della presunta eccessiva reazione da parte di Israele, che, riassumendo i vari punti delle cinque risoluzioni, bombarda a tappeto, rade al suolo case e villaggi, costruisce muri in territori fuori dalla propria giurisdizione, costringe numerose persone a fuggire e ferisce classi sociali indifese come bambini, anziani e disabili; mentre invece i palestinesi si dilettano in proteste pacifiche e in casi estremi osano lanciare qualche sassolino. In primo luogo, è da sottolineare il fatto che queste proteste, in teoria agitate a causa della mancanza di aiuti umanitari, sono rivolte unicamente sui confini con Israele (che ogni giorno fornisce acqua, corrente elettrica, viveri e medicine) e non sui confini con l’Egitto, che come Israele ha stabilito una rigida frontiera, ma al contrario dello Stato Ebraico, non concedono nemmeno supporto economico o umanitario. Come mai? Entrando nel merito della questione, lasciando perdere come i vicini di casa si relazionino con questi nuovi inquilini, è risaputo che Israele agisca in modo chirurgico quando si trova costretto ad intervenire nei territori a giurisdizione palestinese, in modo da limitare le ripercussioni sui civili. Le case demolite o i villaggi bombardati a cui si fa riferimento sono unicamente quelli chiaramente riconducibili a leader terroristi. Inoltre prima di effettuare una di queste due azioni belliche, vengono mandati avvisi o messaggi radio in arabo così da allertare i civili e affinché questi possano allontanarsi in tempo ed evitare di venire colpiti. Al contrario da Gaza vengono costantemente lanciati migliaia di missili verso Israele, in modo completamente aleatorio, tanto che spesso capita che colpiscano persino il territorio relativo a Gaza. Per di più, le “proteste pacifiche” che ormai quotidianamente si svolgono al confine tra Israele e Gaza, non sono altro che scorribande violente ed incivili, di numerosi terroristi che cercano, con i mezzi artigianali a disposizione, di causare più danni possibili agli israeliani circostanti. L’arma più di tendenza degli ultimi mesi è l’aquilone incendiario. Questa arma, spesso decorata da una svastica, ha causato danni ambientali clamorosi: interi campi e raccolti dati alle fiamme, numerose case rovinate e ingenti risorse idriche sprecate per sedare gli incendi.

Il vero squallore però deve ancora venire; infatti i “civili più deboli”, nella fattispecie bambini, vengono forzati a partecipare alle proteste, e sono sfruttati per creare uno scudo umano che renda ancora più difficile l’identificazione dei terroristi palestinesi che, nel frattempo, cercano di penetrare nel territorio israeliano. In altre parole, queste affermazioni promulgate dall’UNHRC sono molto distanti dalla realtà, ma sarebbero solo carta straccia se nessuno le desse peso; purtroppo questo genere di risoluzione riscuote sempre un enorme successo anche durante le sedute dell’Assemblea Generale. Infatti sono circa 150/160 gli Stati che si esprimono costantemente contro Israele, mentre sono solo una manciata quelli che invece si prodigano a favore di Israele. Solamente l’Australia, il Canada e in particolare gli Stati Uniti, non fanno mai mancare il loro supporto; tanto che, visto lo scempio delle ultime risoluzioni, gli USA hanno persino deciso, in segno di protesta, di abbandonare il loro seggio presso l’UNHRC. Purtroppo anche la nostra amata Italia, insieme a tutta l’UE, è partecipe a questo triste spettacolo. Sia per interessi commerciali con i Paesi Arabi, sia per le direttive UE promosse dall’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri Federica Mogherini, l’Italia, nonostante il forte legame culturale e religioso con Israele, ha spesso voltato le spalle allo Stato Ebraico. In conclusione, sulla base delle suddette considerazioni, una soluzione che potrebbe risollevare i rapporti tra Israele e l’ONU, potrebbe essere un esito favorevole delle prossime elezioni europee, sperando che la disastrosa politica anti-israeliana dell’Alto Rappresentante Mogherini possa essere sostituita da un nuovo approccio pro-Israele, che oltre a portare benefici in termini di collaborazione tecnologica, economica e culturale, possa invertire il trend di votazioni presso le Nazioni Unite, cosicché possa essere riconosciuta verità e obiettività nella valutazione del conflitto arabo-israeliano.

Note

1. https://www.ohchr.org/en/hrbodies/hrc/pages/membership.aspx

2. http://ap.ohchr.org/documents/sdpage_e.aspx?b=10&c=89&t=4

3. https://www.unwatch.org/2018-un-general-assembly-resolutions-singling-israel-textsvotes-analysis/

4. A/HRC/40/L.25

5. A/HRC/40/L.27


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Maggio 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Charlotte Salomon aveva solo 26 anni quando morì ad Auschwitz. Ma prima di essere deportata, questa giovane pittrice ebrea tedesca riuscì a consegnare a un amico tutti i suoi lavori, che in seguito vennero raccolti nell’opera Vità? O Teatro?, che dopo la morte la rese famosa in tutto il mondo. Sulla sua vita è uscita a gennaio la graphic novel Charlotte Salomon. I colori dell’anima, pubblicata da Beccogiallo. Gli autori dell’opera, la sceneggiatrice Ilaria Ferramosca e il disegnatore Gian Marco De Francisco, hanno gentilmente concesso un’intervista ad HaTikwa.

 

Come è nata l’idea del progetto?

Ferramosca: È nata nel 2013 da una chiacchierata con un’amica operatrice culturale, che conosceva bene la storia di Charlotte Salomon. La sua enfasi, la sua passione nel raccontarmela, me ne fecero innamorare; tanto più che la storia di Charlotte è ancora viva e attuale, ai nostri tempi più che mai: il clima in cui ci ritroviamo a livello internazionale, sta riproponendo semi di odio e inciviltà sempre più frequenti e credo che ci voglia un soffio a tornare indietro di ottant’anni, benché si cerchi di negare e sottovalutare il problema sotto le sue varie sfaccettature (sia antisemite che razziali in genere). C’è una frase di Paulina, la seconda madre di Charlotte, pronunciata nel fumetto e tratta dai suoi guazzi, che dice: “In una società civile come la nostra, certe forme d’odio sono inaccettabili da tutti, per cui un movimento come questo (quello nazionalsocialista) è destinato a spegnersi”. Un’affermazione che mi ha molto colpita, perché la società di allora era già considerata progredita, esattamente come la nostra, eppure intolleranza e avversione presero il sopravvento. Determinate manifestazioni non vanno mai minimizzate, neanche oggi siamo esenti da un possibile regresso.

De Francisco: Il progetto ha visto un’interlocuzione tra me, Ilaria e la casa editrice. Dovevamo proporre qualcosa di respiro internazionale, e tra le varie opzioni lei ha proposto questa storia che per la sua potenza ci ha colpito profondamente.

 

Tra il documentarsi sulla vita della Salomon, la stesura della sceneggiatura e i disegni quanto tempo è occorso prima che l’opera fosse conclusa?

Ferramosca: Circa un anno e mezzo.

De Francisco: Per i disegni 8-9 mesi, perché oltre alla documentazione storica della sceneggiatrice era importante anche che io mi facessi una documentazione visiva.

 

Durante il lavoro vi siete scambiati consigli oppure ognuno ha lavorato in autonomia?

Ferramosca: Un fumetto vive di due anime: la sceneggiatura e il disegno, che hanno necessità l’una dell’altra e non possono rimanere distinte, diversamente il fumetto non esisterebbe, sarebbe solo illustrazione o, di contro, narrativa scritta. Per questo motivo l’interazione tra sceneggiatore e disegnatore avviene con regolarità; nel nostro caso, prima che Gian Marco iniziasse a lavorare sulle tavole, ci siamo incontrati più volte per analizzare la sceneggiatura. In seguito abbiamo avuto scambi di email con tavole in allegato, magari per rendere più enfatica la recitazione dei personaggi in alcune vignette, o chiarire eventuali dubbi e gestire piccole incongruenze grafiche che, a volte, possono verificarsi sulle tavole.

De Francisco: Ormai noi siamo una coppia lavorativa già da molti anni, e quando la sceneggiatura è terminata Ilaria mi ha lasciato molta libertà.

 

C’è un episodio particolare della vita di Charlotte Salomon che vi ha particolarmente colpiti? Se si, quale?

Ferramosca: Non uno in particolare, mi ha colpita la grande forza di volontà, la sua determinazione (che tra le tante cose l’ha portata a essere l’unica studentessa ebrea ammessa in accademia, in quel periodo), la sua voglia di vita nonostante fosse circondata da una catena di lutti familiari e dall’orrore della guerra. Quella di Charlotte è anche una storia di depressione, quel male oscuro che è un altro degli aspetti che la rendono attuale, e ci dimostra che una grande passione, come quella per l’arte, può costituire una valida terapia per venirne fuori.

De Francisco: essendo padre, mi ha colpito la leggerezza con cui la figlia crede alla madre quando questa le dice che andrà in cielo, e quando i parenti sono in lutto lei li rimbrotta pensando che la madre sia diventata un angelo.

 

Due anni fa BeccoGiallo ha pubblicato una graphic novel su Primo Levi; avete avuto dei modelli di riferimento, tipo altri fumetti legati alla Shoah?

Ferramosca: Quando si parla di fumetti sulla Shoah è inevitabile pensare a “Maus” di Spiegelman, primo punto di riferimento, ma grazie alla nostra prefatrice, Claudia Bourdin, ho scoperto che ne esisteva uno precedente, edito solo in Francia: “La bête est morte”. Senza contare che l’intera opera di Charlotte, “Vita? O teatro?” è realizzata come fosse un graphic novel: i guazzi sono in sequenza temporale e raccontano tutta la storia della sua vita. Inoltre alcune tavole contengono più momenti (quasi fossero vignette senza griglia) e figure in movimento, simili a dei piani sequenza; spesso, inoltre, ci sono testi inseriti. Già questo, quindi, era un modello di riferimento diretto, ma altri sono giunti, senza dubbio, dalla narrativa e dalla cinematografia, ricche di moltissime opere di enorme bellezza, nonostante descrivano un orrore di vaste dimensioni.

De Francisco: sapevamo di altri prodotti di BeccoGiallo, ma io non ho attinto a nulla per non farmi influenzare. Mi sono concentrato sulla produzione della Salomon.

 

Secondo voi oggi in Italia la Shoah viene trattata con più o meno serietà rispetto al passato?

Ferramosca: Viene trattata con più attenzione a livello mediatico e voglio sperare che questo porti a una sincera presa di consapevolezza, non a una sorta di obbligo passivo verso una ricorrenza prefissata. Nelle scuole in cui abbiamo presentato finora il libro, per esempio, abbiamo sì riscontrato serietà, ma in alcuni casi anche superficialità; inoltre siamo consci dei numerosi episodi di antisemitismo, in Italia come anche in Francia, segno che forse a livello culturale c’è ancora molto da fare.

De Francisco: certamente c’è più sensibilità oggi rispetto a quando io ero ragazzino (ha 43 anni, ndr), quando ero al liceo si parlava a stento della Seconda Guerra Mondiale, oggi i docenti sono più preparati. Di contro noto spesso nei ragazzi, quando presentiamo il libro, che sono molto più distratti e pieni di input. Per arrivare a loro, quando lo presentiamo cerchiamo di non parlare di masse e stermini, quanto della vita dei singoli individui, per coinvolgerli emotivamente.

 

Per concludere, un consiglio che vorreste dare a chi vorrebbe fare il fumettista?

Ferramosca: Munirsi di grande, enorme, pazienza! Per fare questo mestiere bisogna innanzitutto studiare molto, documentarsi in continuazione, “aprirsi alle storie” e approfondirle in diversi modi. Poi, nonostante questa sia già una fase complessa (parlo dal punto di vista dello sceneggiatore), ne arriva una che lo è altrettanto e cioè i contatti con gli editori. Non è semplice, non basta inviare un progetto, né recarsi alle fiere; esistono delle prassi da seguire in fiera e diverse modalità d’invio dei progetti in relazione alle varie politiche editoriali. Non è così facile farsi ascoltare e attrarre l’attenzione degli editori dinanzi alle numerose proposte dei colleghi, specie agli inizi. La classica gavetta da fare c’è ovunque, per cui: coraggio e determinazione e rialzarsi sempre, specie dinanzi alle porte sbattute in faccia.

De Francisco: leggere. Leggere tanto, e non solo fumetti, e disegnare molto. Molti vogliono produrre senza leggere i grandi maestri, e invece è necessario per avere dei punti di riferimento.

 



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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