Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 Marzo 2020
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HaTikwa, di Sharon Zarfati

Cosa hanno in comune Frida Kahlo, Rita Levi Montalcini e Nelson Mandela? In questi giorni di quarantena, siamo stati tutti costretti ad una condizione di tempo libero forzato. Perciò sono andata a scavare nella memoria delle biografie che ho letto negli ultimi tempi, e mi sono saltati alla mente questi tre nomi. Non riporterò l’interezza delle loro biografie, perché sicuramente le conoscerete già.

 

Frida Kahlo

La Kahlo è conosciuta universalmente come simbolo della rivoluzione messicana, icona della seconda metà del ventesimo secolo. La sua storia è l’immagine di una voglia incredibile di “prendere la vita a morsi”1.

A sei anni si ammalò di poliomielite, il ché le impedì di camminare agevolmente come i suoi compagni di scuola. Ma la sua vera condanna arrivò a diciotto anni: in un giorno di pioggia, mentre tornava in bus verso Coyocan, alla Casa Azul all’angolo del mercato di San Juan un incidente mortale le cambiò la vita; e questa volta per davvero. Un’apocalisse le piombò addosso: un corrimano del tram con cui si scontrò le trafisse da parte a parte il fianco. Fu un uomo di nome Alejandro a poggiarle un ginocchio in petto e a sfilare con un gesto deciso il pezzo di ferro che, una volta estratto, sancì per sempre la sua disabilità e sterilità.

Di lì iniziò il calvario di ospedali, chirurgi e medici che dovettero fare un vero e proprio “collage”2 e la rinchiusero in un sarcofago di gesso e ferro che divenne presto la sua tela, il suo grido di libertà.

È proprio in queste giornate interminabili che la Kahlo ha iniziato a dipingere, prima i suoi busti, poi sé stessa, l’unica immagine che poteva vedere era quella del suo volto riflesso e trasandato per una donna della sua caratura. È così che si rimane aggrappati alla vita?

“Ho cominciato a dipingere sdraiata a letto. Sarei dovuta rimanere paralizzata, dicevano i medici. E invece mi sono rialzata. E un giorno sono andata da lui”3. Lui era Diego Rivera. Il suo secondo “incidente” di vita.
Il resto della storia probabilmente lo conoscerete già.

 

Rita Levi Montalcini

Una delle più celebri citazioni della Montalcini è: “Le leggi razziali del 1938 si sono rivelate la mia fortuna, perché mi hanno obbligata a costruirmi un laboratorio in camera da letto, dove ho cominciato le ricerche che mi hanno in seguito portato alla scoperta dell’NGF (Nerve Growth Factor)”4.

La Montalcini fu sicuramente una donna che ha cambiato il mondo. Concentrando i suoi studi sul sistema nervoso centrale, fa giusto in tempo a laurearsi con lode in Medicina nel ‘36, che nel 1938 tenta prima una fuga in Belgio per salvarsi dalle leggi razziali che la costringono a tornare nel 1940 a Torino, sua città natale, e poi a Firenze, dove opera come medico per le forze alleate partigiane.

È nella sua camera da letto che la Montalcini allestisce un laboratorio dove conduce minuziose ricerche per identificare il fattore di crescita delle cellule nervose e, assieme a Stanley Cohen, effettua la prima caratterizzazione biochimica del fattore di crescita. Questa scoperta le valse il Nobel per la Medicina nel 1986.

 

Nelson Mandela

Mandela ha vissuto per 27 anni in carcere, in una piccola cella che poteva essere percorsa in tre passi, dove le visite erano permesse una volta ogni sei mesi, e dove ogni giorno spaccava pietre che diventavano ghiaia, in silenzio. Il tutto essendo innocente.

In carcere Mandela leggeva, spesso la stessa poesia (che vi lascio qui sotto5), o scriveva lettere per i suoi affetti o per i membri della Lega Giovanile dell’ANC. Decise di vivere la prigionia come una preparazione per il tempo che avrebbe vissuto una volta uscito dalla cella. Ha saputo evadere con la mente ed essere un attivista per i diritti dei neri da dentro la cella, tanto è vero che nel 1990, quando il presidente Le Klerk lo liberò, fu colpito dalla folla che lo accolse e lo acclamò. Era composta di neri e di bianchi, vedeva un nuovo Sudafrica che era cambiato anche grazie a lui. Un anno dopo, nelle prime elezioni libere sudafricano viene eletto Presidente della Repubblica e Capo del governo.

 

È chiaro che gli esempi di vita che ho riportato non sono minimamente paragonabili alla nostra condizione, ma spero vi diano l’ispirazione per impiegare al meglio il tempo in queste giornate così strane.

Ora non è importante capire come e perché ci ritroviamo a vivere certe condizioni, quello ce lo diranno i numeri e gli storici tra diversi anni. Ciò che è importante capire ora è come investire il proprio tempo e trasformare una condizione in un’opportunità.

Essere resilienti alle situazioni, saper vedere l’opportunità dove non ve ne sono, è lo spirito che caratterizza i vincenti.

 

Citazioni

1,2,3 Pino Cacucci, ¡Viva la vida! – Feltrinelli Editore, 2010

4 Rita Levi-Montalcini, Elogio dell’imperfezione – Baldini Castoldi Dalai, 2010

5Invictus, in lingua originale https://www.youtube.com/watch?v=FozhZHuAcCs


Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 Marzo 2020
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HaTikwa, di Benedetta Spizzichino

Il bel paese sta affrontando giorni molto duri a causa della crescente diffusione del coronavirus, avvenuta prima in Lombardia e poi – progressivamente – nelle altre regioni d’Italia. Gli italiani tentano di rispondere nelle maniere più disparate: c’è chi canta dai balconi, chi reinventa la didattica seguendo lezioni online, chi riarrangia il proprio lavoro facendo smart working, e chi lancia iniziative e challenges sui social.

È proprio grazie ai social che, in un momento storico pieno di incertezza, la vita si riorganizza, seppur con cadenze e abitudini alterate: ci si laurea in videoconferenza, si fanno aperitivi su Skype, ci si allena con YouTube. Ma, soprattutto, le notizie viaggiano sempre più rapidamente. Le piattaforme con maggiore affluenza abbondano di testimonianze scritte e visive di medici e operatori sanitari che, con i segni delle mascherine sotto il viso, le occhiaie di giornate senza sosta e il coraggio da vendere, ci chiedono costantemente di restare a casa.

Nel frattempo aumentano gli ammalati e i decessi, scarseggiano i posti letto in terapia intensiva, per non parlare della strumentazione medica. I morti al 22 marzo erano 4.825, facendo dell’Italia il primo paese al mondo per numero di morti a causa del virus.

Ma è in questo clima di ansia e panico diffusi che nel mondo ebraico si alza una piccola-grande voce, giovane e volenterosa: Jewlead, una commissione di giovani ebrei che cerca innanzitutto di dare un contributo alla collettività, ma che tiene aperti gli occhi sul mondo. È ad opera di questi ragazzi l’iniziativa GOAL-19, una raccolta fondi aperta il 19 marzo, proprio quando l’Italia ha raggiunto il triste primato di nazione con più morti da coronavirus.

GOAL-19 ha come obiettivo raccogliere 19.000 euro, da devolvere interamente all’acquisto di apparecchiature cliniche e strumentazioni per gli operatori sanitari per l’Ospedale Spallanzani di Roma, che al momento è il maggior centro di ricerca per il trattamento del virus in Italia. L’iniziativa, da subito ben accolta, ha riscosso i suoi primi 1.000 euro nel giro di mezz’ora, e non intende arrestarsi. Ma grandi obiettivi richiedono grandi adesioni. Jewlead ci invita tutti a donare, anche cifre piccole ma fondamentali, in una battaglia che quest’anno ha coinvolto tutti noi: il Covid-19.

L’ebraismo italiano è un ebraismo presente, che vuole esserci per le sue comunità e per il suo paese, e l’iniziativa di Jewlead ne è l’espressione più giovane e impegnata.

Per donare, cliccare su questo link: https://www.gofundme.com/f/GOAL-19


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Marzo 2020
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HaTikwa, di David Fiorentini

Di fronte all’imperversare dell’emergenza coronavirus, l’opinione pubblica ha inevitabilmente dato molta attenzione al sistema sanitario nazionale. Dai posti in terapia intensiva ai fondi europei, il popolo italiano sta avendo modo di conoscere e mettere in discussione il proprio sistema ospedaliero.

Proprio in questi giorni di riflessione, è stata pubblicata l’annuale classifica dei migliori ospedali al mondo dalla rivista statunitense Newsweek: nelle prime cento posizioni, troviamo vari ospedali italiani tra cui il l’Ospedale Niguarda di Milano (47), l’Istituto Clinico Humanitas di Milano (51-100), il Policlinico Gemelli di Roma (51-100) e il Policlinico Sant’Orsola di Bologna (51-100). Ma ciò che stupisce maggiormente è trovare nella Top 10, per il secondo anno di seguito, il Sheba Medical Center di Ramat Gan. L’ospedale israeliano, fiore all’occhiello della Kupat Holim, ha raggiunto la nona posizione in un sondaggio che, coordinato dalla compagnia assicurativa internazionale GeoBlue e dalla piattaforma di elaborazione dati Statista, ha coinvolto 21 Paesi e oltre 70.000 esperti del settore.

Situato a Tel HaShomer, è tra le più longeve strutture sanitarie del Paese. Il centro fu fondato nel 1948 come ospedale militare per i feriti della Guerra d’Indipendenza, ma fu riconvertito in civile nel 1953 dal Dott. Sheba, dal quale la struttura ha successivamente preso il nome. Il complesso ospedaliero è enorme, e comprende un ampio reparto di terapia intensiva, un ospedale pediatrico, una clinica per disturbi post traumatici, un centro oncologico, un avanzato centro di ricerca e un campus accademico affiliato all’Università di Tel Aviv.

Ogni anno, l’ospedale fornisce prestazioni mediche a oltre un milione e mezzo di pazienti, tra i quali anche molti cittadini dell’Autorità Palestinese, senza fare discriminazioni e mantenendo sempre uno standard mondiale. Alla base di questa straordinaria eccellenza vi sono collaborazioni stellari con altri istituti di ricerca, come il Lonza Group di Basilea per lo sviluppo di terapie genetiche per leucemia e linfoma, e progetti pionieristici nel settore, come quello con la OKI Electric Industry Ltd, che serve a esplorare nuove misure preventive contro la demenza senile. Ad oggi, oltre un quarto della ricerca medica nazionale è condotta presso il Sheba Medical Center.

Alla 34° posizione della classifica di Newsweek, dopo l’istituto clinico di Ramat Gan, troviamo il Sourasky Medical Center di Tel Aviv, a conferma che, da umilissime origini, oggi Israele è leader del Medio Oriente e del Mondo nella medicina e nella ricerca. Non a caso il Sistema Sanitario Israeliano è stato più volte considerato uno dei migliori al mondo dal Bloomberg Annual Healthcare Index. In particolare, lo Stato d’Israele ha un sistema sanitario di tipo universale, che fornisce copertura medica a tutti i cittadini iscritti a uno dei quattro fondi sanitari nazionali che compongono la Kupat Holim: Clalit, Maccabi, Meuhedet e Leumit.

Fondamentale è anche l’apporto del Maghen David Adom (MDA), il servizio sanitario di urgenza ed emergenza israeliano, che oltre ai 2.000 eroici medici e infermieri e i 15.000 volontari, può contare sul sostegno di numerose associazioni di amicizia in tutto il mondo. Con sede alla Banca del Sangue di Tel HaShomer, presso il Sheba Medical Center, il MDA possiede circa 900 ambulanze, di cui numerose adatte alla terapia intensiva per rispondere con prontezza ad attacchi terroristici o catastrofi naturali.

Un quadro nazionale molto promettente, che però, come il resto dell’Occidente, sta soffrendo di fronte all’emergenza Covid-19. Dopo aver bloccato i voli per Cina, Corea del Sud e Italia e aver imposto la quarantena a chiunque entrasse nel Paese, oggi Israele si trova in uno stato di quarantena generale, nonostante i casi, al momento della decisione, fossero solamente 300. Inoltre, sono stati ordinati altri 1.000 ventilatori, per aumentare i posti in terapia intensiva dai 3.500 attuali a ben 4.500, uno ogni 2.000 abitanti. Numeri impressionanti se paragonati all’Italia o al Regno Unito, i quali possono contare solamente su circa 5.000 posti per i loro 60 milioni di abitanti. A questo va anche aggiunto l’apporto di un altro asso nella manica di Israele: il Mossad, che in via eccezionale è stato impiegato anche in questo tipo di missioni speciali, ed è riuscito a recuperare ben 100.000 kit per la diagnostica del coronavirus.

In sintesi, sono state prese misure estremamente previdenti, ancora non accompagnate dallo stanziamento di un fondo di emergenza per le imprese come in Italia, Germania o USA, ma la loro reattività potrebbe essere la chiave per prevenire o contenere un drammatico tracollo dell’economia. Infatti, al momento, le perdite dovute alle restrizioni governative, secondo il capo economista del Ministro delle Finanze Shira Greenberg, sono abbastanza circoscritte, e ammontano a circa 12 miliardi di dollari.

Per concludere con una nota positiva, nonostante la situazione non così florida, Israele ha anche dimostrato grande solidarietà ad altri paesi afflitti dal coronavirus, in particolare all’Italia. Non si può fare a meno di menzionare l’emozionante proiezione del Tricolore sulle antiche mura di Gerusalemme, sul Municipio di Tel Aviv e sul modernissimo Stadio di Netanya, che ribadisce ancora una volta la vicinanza dei due Paesi, con l’auspicio di poter festeggiare presto la fine di questo difficile momento.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Marzo 2020
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HaTikwa, di Manuel Moscato

Questo Shabbat leggiamo tre Parashot: nel Primo Sefer le Parashot di Vayakel e Pekudè, e nel secondo la Parashà di Shabbat Hahodesh.

All’inizio della parashà di Vayakel è scritto: “Moshé convocò tutta la congrega dei figli di Israele e disse loro: ‘Ecco le cose che Hashem ha comandato di fare’.” La parola “convocò”, in ebraico proprio vayakel, è legata alla parola keylà, ossia comunità.

È interessante come Moshè raduni tutta la congrega dei figli d’Israele, perché questa congrega la troviamo anche nella parashà di Bò, in cui ci si riferisce proprio ad un gruppo di persone che si radunano per uno scopo ben preciso. Secondo la Torah, questo scopo è quello di mettere in pratica le Mitzvot; in particolare, il raduno rappresenta l’unità del popolo.

Cos’è la comunità per il popolo ebraico? L’essere tutti uniti per rispettare le Mitzvot, ed è legata a momenti precisi come lo Shabbat e le feste che Hashem ci ha comandato di rispettare.

Possa essere questo Shabbat di riflessione per tutti noi, e non dobbiamo mai pensare di sentirci soli, perché dietro alle nostre spalle c’è sempre la comunità che si raduna per non farci sentire mai soli.

Am ehad ve lev ehad, un unico popolo e un unico cuore.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Marzo 2020
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HaTikwa, di Giorgia Calò

Simbolo di unione e fratellanza tra le diverse nazioni, ma mai come in questo caso anche di speranza e forza: la Fiaccola Olimpica è stata accesa la mattina del 12 marzo presso le rovine del Tempio di Era ad Olimpia, e si appresta ad iniziare il suo viaggio verso Tokyo, dove sono previsti i Giochi Olimpici 2020 per questa estate.

A causa delle disposizioni restrittive dovute alla pandemia Covid-19, la cerimonia di accensione della fiaccola è avvenuta in forma privata, senza gli spettacoli e il rito simbolico del taglio del ramo d’ulivo che l’accompagna. Oggi verrà invece consegnata alle autorità giapponesi, che la porteranno a Tokyo.

Ciò rappresenta un barlume di speranza e ottimismo in un momento di paura. Mentre le persone sono recluse nelle loro case per combattere il virus che si sta diffondendo a livello globale, la fiamma olimpica, secondo la mitologia greca dono di Prometeo agli esseri umani, non si ferma; nonostante l’interruzione a Sparta della tradizionale corsa a staffetta attraverso le città greche e i siti archeologici, dovuta all’inevitabile ammasso di persone scese in strada per assistere al passaggio della fiaccola, questa continua imperterrita nella sua missione: trasmettere l’unione e l’uguaglianza di tutti i paesi attraverso lo sport.

“La cancellazione delle Olimpiadi è inimmaginabile”, ha dichiarato la governatrice di Tokyo, Yuriko Koike.

Non sarebbe la prima volta nella storia che si parla di cancellazione delle Olimpiadi: nell’antica Grecia questo era impensabile, in quanto la manifestazione sportiva aveva un’importanza tale da bloccare qualunque guerra o conflitto per correre ad Olimpia ed assistere alle gare. Ma in età contemporanea per ben tre volte, tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, le manifestazioni sportive sono state annullate: nel 1916 a Berlino, nel 1940 proprio a Tokyo, che rischia di vedere la storia ripetersi 80 anni dopo, e infine nel 1944 a Londra.

L’inizio dei giochi è previsto per il 24 luglio 2020, per poi concludersi il 9 agosto: sia il comitato olimpico sia il governo giapponese stanno portando avanti l’organizzazione dell’evento sportivo più seguito al mondo, nella speranza che nella stagione estiva l’emergenza Corona Virus sia ormai rientrata.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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