Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 Gennaio 2019
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HaTikwà – Spesso per ricordare abbiamo bisogno di qualche aiuto, una foto, un testo o di un suono. Un supporto che ci aiuti a rievocare o semplicemente a immaginare quella parte di tempo ormai passata.

In una piccola bottega di Tel Aviv c’è un uomo che si è posto come ragione di vita lo scopo di ridonare la “voce” a oggetti ormai muti. Amnon Winstein è un liutaio israeliano che da circa venti anni si occupa di restaurare violini appartenuti ai musicisti vittime della Shoah. Amnon nasce a Tel Aviv nel 1939, un anno dopo il trasferimento dei genitori, Moshe e Golda, dalla Polonia. Solo a guerra conclusa, la famiglia Winstein scoprirà di aver perso tra nonni, zii e cugini, più di quattrocento parenti. La vita per il giovane liutaio prosegue e diviene uno dei produttori di violini più rispettati al mondo. Amnon così, conciliando la sua professione con il desiderio di recuperare la sua eredità perduta, inizia a localizzare i violini suonati dagli ebrei nei campi e nei ghetti, ricostruendoli con cura per poterli riportare in vita. Negli ultimi anni Winstein, insieme ad organizzazioni di tutto il mondo, è riuscito a organizzare concerti utilizzando gli stessi violini da lui ristrutturati. Quando aprii uno dei primi violini che mi consegnò un nipote di un deportato, trovai all’interno della sottile polvere nera; erano le ceneri cadute dalle nubi emesse dai forni crematori, così ricorda Amnon il primo impatto.

Sono diversi i ruoli assunti dal violino nella Shoah: come colonna sonora profondamente drammatica, che accompagnava i deportati verso la morte o come gioco malvagio dei nazisti, che facevano trovare una piccola orchestra di deportati in stazione per per illudere e disorientare i nuovi prigionieri. Se solo tutti quei violini potessero raccontare ciò che hanno visto, narrerebbero storie incredibili, storie di lotte, di sopravvivenza, di rese, in una lingua da tutti conosciuta: la musica. Grazie per aver donato una “voce” a coloro che non possono più raccontare.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 Gennaio 2019
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HaTikwà (D.Fiorentini) – Come ormai da un paio di anni, si è svolta la Run For Mem: una corsa non competitiva per la Giornata della Memoria, ricordando le vittime dell’Olocausto. Quest’anno si è tenuta nella splendida cornice della città di Torino; un magnifico percorso lungo le strade del centro storico, che tra l’altro ha permesso ai numerosi partecipanti giunti da tutta l’Italia di ammirare le bellezze capoluogo piemontese.

Anche in questa edizione, l’UGEI ha partecipato attivamente portando ragazzi e ragazze da varie comunità e mettendoli nelle condizioni di vivere questa esperienza divertente, ma anche significativa. Inoltre, dopo aver raggiunto il traguardo, tutti i partecipanti insieme ai giovani del GET, si sono rifocillati nelle sale della Comunità Ebraica di Torino, che ha gentilmente offerto un leggero pranzo. Un momento, anche questo, molto conviviale in cui tanti giovani ebrei italiani hanno potuto incontrarsi o riallacciare rapporti che magari per la distanza si erano un po’ persi.

Prima di concludere, vorrei condividere con i lettori un episodio che forse è stato quello che di più mi ha segnato durante la giornata: cioè il momento in cui il corridore olimpionico Shaul Ladany, sopravvissuto alla Shoah e agli attentati alle Olimpiadi di Monaco del 1972, una volta tagliato il traguardo e dopo aver appena intravisto nella folla la bandiera d’Israele che avevo in mano, mi ha immediatamente gridato in ebraico: “הדגל , la bandiera”

Un gesto semplice forse, ma che mi ha davvero toccato. Spesso durante la Giornata della Memoria ci si focalizza sul ricordo del dramma che ha significato la Shoah per l’Umanità, scordando però un aspetto altrettanto fondamentale della Storia, ovvero la rinascita del Popolo Ebraico, concretizzata nella rifondazione dello Stato d’Israele. Chi è stato allo Yad Vashem di Gerusalemme sa che dopo un lungo percorso tra le varie atrocità che hanno dovuto subire gli ebrei sotto il regime nazista, si apre un’enorme terrazza con un vista panoramica mozzafiato su tutta Israele; questa a simboleggiare e testimoniare che il Popolo Ebraico non è morto nei campi di sterminio, ma ha saputo rialzarsi e creare qualcosa di ancora più grande e più potente del male che ha dovuto subire in passato. Per questo motivo, quando ho visto lo sguardo fiero e orgoglioso di Shaul nel tenere la bandiera per cui ha combattuto per tutta la sua vita, non ho potuto fare a meno che emozionarmi nel sentirmi parte anch’io di questa Patria.

עם ישראל חי


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Gennaio 2019
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HaTikwa (D.Zebuloni) – In mezzo a tutto il baccano, a quel brusio insopportabile al quale ci siamo abituati (o forse rassegnati), la voce di Elena Loewenthal è un faro di luce e verità. Una voce cosciente, che non cade mai nella retorica. Una voce fuori dal coro, ma non perché stonata. Giornalista, scrittrice, docente universitaria: i titoli di Elena sono numerosi ed importanti, ma è la sua identità da traduttrice che ci porta a ricordare l’amicizia avuta con Amos Oz, scomparso lo scorso 28 Dicembre all’età di 79 anni. Le sue parole:

Trovo doveroso cominciare questa intervista con un ricordo ad Amos Oz. C’è un momento che ti lega particolarmente a lui? Un aneddoto che ci puoi raccontare?
Di momenti particolari ce ne sono tanti, perché sono vent’anni che lo accompagno nelle traduzioni italiane. Ci sono tanti altri autori, ma con lui si era stabilita un’amicizia e un affetto veramente unici, tali per cui ogni esperienza di traduzione è stata particolare a suo modo. Soprattutto tutti gli incontri che ho avuto con lui, sia in Israele che in Italia, mi hanno lasciato un qualcosa di particolare in termini di riflessioni ed emozioni.

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato traducendo i suoi testi?
Io sostengo che i libri belli siano molto più facili da tradurre dei libri brutti. Nel caso di Amos Oz tutto questo vale mille volte, perché i suoi libri sono tutti straordinari. Tradurre i suoi libri è sempre stato un qualcosa di intimo e spontaneo al tempo stesso. Le sue parole nel testo ebraico scorrono con una limpidezza unica, e per la traduzione questo è un gran dono.

C’è un libro di Oz che ti piace più degli altri?
Ogni libro mi ispira un rapporto diverso, un amore diverso. Certamente “Una storia di amore e di tenebra” è stata e resta per me l’avventura di traduzione più esaltante e complessa che io abbia mai avuto, perché la Feltrinelli voleva che la traduzione italiana fosse la prima in assoluto ad essere pubblicata. E così è stato. Ho lavorato sul dattiloscritto con le sue note scritte a mano e questo ha fatto sì che la versione uscita poi in ebraico fosse un po’ diversa. C’è addirittura un brano che io non ho avuto e che poi si è deciso di non inserire nemmeno nelle tantissime ristampe successive. Certamente questa totale immersione nel suo libro, nella sua vita, nella tragedia di sua madre mi hanno coinvolto in un modo indimenticabile.

Immagino che le sue opere abbiano influenzato non soltanto la Elena traduttrice, ma anche la Elena scrittrice. In che modo?
Oltre ai libri di Amos Oz, il lavoro di traduzione è di per sé una manna per la scrittura. Questo corpo a corpo con il testo ti permette di esplorare i lessico, la morfologia, la sintassi della frase in cui nulla ti può sfuggire. Questo appunto aiuta tantissimo nella scrittura in sé, nella ricerca di quella chiarezza, di quella precisione di cui la lingua scritta avrebbe sempre bisogno.

Esiste un momento preciso in cui hai capito di voler diventare scrittrice? Un attimo su cui puoi puntare il dito e dire: “ecco, lì tutto ha avuto inizio”?
Ho sempre amato molto scrivere, sin dalle elementari. I temi, i pensierini mi piacevano molto. Poi ad una certa età ho scoperto di essere in difetto, perché i miei compagni di classe del liceo non andavano in contro al tema con lo stesso entusiasmo con cui andavo in contro io. La giornata in cui c’era il tema o la traduzione dal greco o dal latino era una giornata in cui andavo a scuola più volentieri che mai, perché oltre all’impegno c’era sempre una dose di divertimento.

Hai scritto decine e decine di libri, qual è la tua maggior fonte d’ispirazione?
L’ispirazione è un qualcosa che riguarda la vita. Qualcosa che senti, che vedi, che ricordi. Credi di inventare, ma invece si tratta principalmente di ricordi. Le letture, le parole. Tutto è ispirazione. Per me qualunque esperienza è stata così, l’ultima fra tutte la morte di mio marito. Ho sentito la necessità di scrivere per capire, non il mistero della morte e della sofferenza ovviamente, ma più semplicemente quello che mi stava succedendo nella testa e nel cuore.

Possiamo allora affermare che ogni libro è un po’ autobiografico? Che ogni tuo libro porta dentro un pezzetto di te?
Questo no, non esattamente. “Lo specchio coperto”, di cui ti parlavo, in qualche misura lo è, ma cerco sempre di raccontare qualcosa che io possa condividere poi con il lettore. Non si tratta di parlare di me, si tratta di parlare di ciò che la vita mi porta a desiderare di raccontare.

C’è un libro, tra quelli che hai scritto, a cui sono particolarmente legato. Un libro che personalmente reputo debba diventare una lettura obbligatoria in tutte le scuole d’Italia. Parlo di “Contro il giorno della memoria”. Ricordo che più che un libro, ebbi la sensazione di leggere un lungo sfogo. Cos’hai provato scrivendolo?
Quel libro, il cui titolo è provocatorio ma efficace, nasce da una collaborazione che, a suo tempo, avevo avuto con il deputato Furio Colombo a favore del progetto di legge che ha portato poi all’istituzione della Giornata della Memoria. Negli ultimi anni tuttavia avevo cominciato a sentire un po’ di disagio quando venivo chiamata a parlare dell’argomento, così avevo deciso di cominciare a declinare questi inviti. Innanzitutto perché si tratta di una giornata che per me costa una grande sofferenza, ma poi perché sentivo emergere sempre più questa retorica sul ricordo che nasce da una considerazione fondamentalmente sbagliata. Mi spiego. Il Giorno della Memoria dovrebbe essere quel giorno in cui l’Europa e l’Italia ricordano la storia, la propria storia. Tuttavia negli ultimi anni stava diventando sempre più un atto di omaggio agli ebrei morti e non un’assunzione di responsabilità. Ecco il perché del mio rifiuto. Lo scopo di questa giornata doveva essere un altro. Penso che questa sia anche la causa degli atti di vandalismo anti-ebraico e di insulti sui social che puntualmente aumentano intorno al Giorno della Memoria. Questo libro, più che uno sfogo, è il risultato di una riflessione che mi ha portato a capire che c’è qualcosa che non funziona in questo rituale collettivo.

Il libro è stato pubblicato nel 2014. Reputi che qualcosa sia cambiato da allora?
Un po’ di dibattito c’è stato in questi ultimi anni, forse anche in seguito alla pubblicazione del mio libro, che sul momento ha destato molto scalpore. Ricordo che i giorni in cui il libro uscì fui molto discussa ed evocata. Poi questi ultimi due anni sono stata in Israele come addetto culturale dell’Ambasciata italiana, quindi ho un po’ perso la percezione.

Immagino che Israele la conoscessi già molto bene, come definiresti invece la tua esperienza nell’Ambasciata italiana?
Sì, Israele la conosco molto bene, il lavoro e la famiglia mi ci hanno sempre portata. L’esperienza in ambasciata invece è stata molto bella perché mi ha aperto le porte su mondi a me totalmente sconosciuti fino a quel momento. Mi ha permesso di imparare un sacco di cose, che alla mia età è un privilegio raro.

Un’ultima domanda Elena. HaTikwa è un giornale di giovani che parla ai giovani. C’è un qualche messaggio che reputi importante e che vorresti trasmettere alla nuova generazione ebraica italiana?
I messaggi sono sempre un po’ vacui. Vorrei invitare i ragazzi a non arrendersi mai di fronte a quelle realtà che ci sembrano nere o bianche. Di cercare sempre la complessità. C’è sempre qualche sfumatura che chiede l’interrogazione. D’altronde la nostra tradizione lavora da sempre sulla complessità, non si arrende mai al significato univoco. Cerca sempre il significato tra le righe, dentro le righe e negli spazi bianchi. Questo è un esercizio fondamentale, di coscienza e di emozioni. Ecco, cercate sempre la complessità.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 Gennaio 2019
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HaTikwà – L’intervista è del 1979, porta la firma di Giorgio Segre ed è stata pubblicata su HaTikwà, una volta cartaceo. Per la Giornata della Memoria abbiamo pensato di pubblicarla nuovamente, in modo da renderla più fruibile e per far leggere nuovamente le parole di Primo Levi, sopravvissuto alla Shoah, partigiano, nonché chimico e scrittore. Le sue parole:

Ritiene che esista attualmente una cultura ebraica diaspora? E se sì, nel campo letterario gli esponenti di questa possono essere rapportati, sia pure con le ovvie varianti soggettive, a comuni denominatori?
Direi senza esitare di sì. Direi che esiste una cultura ebraica diasporica. Basta dare un’occhiata all’elenco dei premi Nobel. Esiste una presenza ebraica in tutti i rami della cultura. In tutti i paesi esistono tuttora colonie ebraiche consapevoli di esserlo, esiste nelle scienze umane, nelle lettere, nelle arti figurative, nelle scienze esatte, nelle scienze naturali. Direi che non manca in nessun luogo. Se poi veramente ci siano dei comuni denominatori, direi di sì. Ma con molte riserve, può essere molto piccolo il denominatore comune. Sarebbe interessante scavare e vedere che cosa c’è di ebraico in Saba, in Moravia per esempio: che cosa c’è di ebraico in non ebrei. Sarebbe molto interessante vederlo. Come è noto, negli Stati Uniti la letteratura è impregnata di ebraismo di oggi; e non soltanto da parte di autori ebrei, ma di tutti. L’America è il baricentro della cultura ebraica oramai. Si può dire che in tutti gli Stati Uniti c’è questa presenza differenziata, segmentata in una quantità di segmenti, che vanno dal classicismo addirittura, fino all’ebraismo più laico di Bellow, per intenderci. E’ curioso come sia un fenomeno di grande scala questa trasmigrazione, non dico dell’ebraismo, ma del baricentro dell’ebraismo, che non è più in Polonia, in Russia Bianca, in Ucrania, in Lituania. Ma è a New York. Ma non ha perso nulla per la strada: anzi si è arricchito. Addirittura l’yiddish, lingua straordinaria, meravigliosa, che in Italia è sconosciuta, sta facendo una capriola ulteriore: dopo aver attinto al tedesco, all’ebraico, al russo, al polacco, al lituano, adesso diventa English e attinge dell’inglese. Fenomeni che sono preziosi per i linguisti, perché assistono veramente ad una lingua che è la lingua più ibrida del mondo, vive proprio perché è ibrida. E’ una follia pensare a lingue pure. Pensi quanto è ibrido l’inglese. L’yiddish è ancora più ibrido dell’inglese, per lo meno ha un ibridismo più recente perché continua a trasformarsi. L’inglese è ormai bloccato dalla sua letteratura. L’yiddish ha una letteratura gloriosa, ma piccola, scarsa come volume, in proporzione, non è così appesantita. E’ in grado di continuare a evolversi con neologismi straordinari.

Che cosa ci può dire della cultura ebraica israeliana? 

Della cultura ebraica israeliana so molto poco. Ho l’impressione che non sia molto vitale, per lo meno che sia un po’ provinciale. E’ un’affermazione che butto lì, senza saperla giustificare, perché non ho sentito parlare di una letteratura israeliana moderna. So che c’è qualcuno che scrive: la figlia di Dayan, per esempio. Non ho letto i suoi libri: quindi non so pronunciarmi. Ho l’impressione che Israele tenda, come del resto è giusto che sia, a diventare un paese del Medio Oriente, quindi a recidere i suoi legami con la cultura europea ed occidentale in genere. Mi si dice che le nuove generazioni israeliane non siano più poliglotte. Parlano l’ebraico e forse l’inglese imparato a scuola, quando va bene; mentre invece la mia generazione, i miei coetanei israeliani, parlano quattro o cinque lingue, perché hanno conservato tutte le loro radici. Penso che in queste condizioni possa esistere, possa magari nascere una cultura specifica israeliana con caratteristiche diverse, cioè molto più mediorientale. Il che non è un insulto: vuol dire nuovi legami, legami col mondo arabo, col mondo islamico addirittura. Perché no? Mi risulta che la musica è già così: la musica israeliana di oggi ha attinto attivamente, e in modo fecondo, alla musica araba. Molto di più non saprei dire. Io sono un ebreo diasporico, e mi sento molto di più legato alla cultura occidentale. Non so molto di questa cultura nuova. Le cose che ho detto sono da prendere con riserva.

Lei ha parlato di argomenti dolorosi, come il rapporto fra l’oppressore e l’oppresso nei campi di sterminio e della figura stessa dell’aguzzino, perché, secondo lei, bisognerebbe indagare su come l’aguzzino giunge a fare determinate cose, che forse non avrebbe fatto in altre occasioni. Vorremmo che lei ci specificasse meglio il suo punto di vista.
Se sono stato vago in quell’intervista è perché sono tuttora vago su questo argomento. Non ho ancora le idee chiare su quello che farò o quello che vorrei fare. All’ingrosso si tratta di questo. La situazione della persecuzione ebraica, dell’Olocausto, ormai il termine è prevalso, tende a schematizzarsi, come tutto tende a schematizzarsi. Siamo degli animali, noi tutti esseri umani, che preferiscono le cose semplici. Ma le cose non sono semplici. Sono sempre complesse. Mi piacerebbe contribuire a un’analisi, diciamo sociologica. Io non sono un sociologo, o sono un sociologo dilettante. Ma comunque sono un testimone, l’esperienza l’ho conosciuta, l’ho attraversata. Mi piacerebbe ristabilirla nei suoi termini. Per cui questo binomio, la vittima e l’aguzzino, va studiato. Bisogna capire perché l’aguzzino è diventato aguzzino. Per quali vie. Se veramente era un aguzzino o forse invece no. Forse era uno che eseguiva tutti i compiti, tutti i gesti, tutti gli atti dell’aguzzino. Ma era uno come noi. E’ molto probabile ed è molto importante. E’ molto triste. E’ la tesi di Haren, questa della banalità del male. Questa tesi assomiglia a quella che sto dicendo. Cioè era molto più importante l’ambiente che non la natura umana interna. Non si parla di mostri. Io di mostri non ne ho visti neanche uno. Era gente come noi che agiva in quel certo modo per il fatto che esisteva un fascismo e un nazismo in Germania. Se tornasse un fascismo o un nazismo, dovunque si troverebbero persone che agirebbero in questo modo; e un discorso parallelo si può fare sulla vittima, sul perché di certi comportamenti, su cui molte cose si sono dette. Tipicamente le obiezioni che fanno i giovani israeliani si basano su “Noi non lo faremmo”. Ed è vero. Loro non lo farebbero, Ma se fossero nati quaranta anni prima lo avrebbero fatto. Si sarebbero comportati esattamente come gli ebrei deportati si sono comportati; e del resto anche i russi deportati, anche gli italiani deportati.

Cosa pensa delle varie manifestazioni e prese di posizione antisemite che si vanno intensificando in Italia e in Europa?
E’ difficile dire delle cose che non siano ovvie. E’ chiaro che davanti a fatti come quelli di Varese (*1) si prova dolore, si prova scandalo. Vorrei aggiungere una cosa. Mi sembra di poter distinguere un legame tra l’episodio dell’Express, l’intervista a Darquier de Pellepoix (*2), e l’intervista su Le Monde a Faurisson (*3) e questo fatto di Varese. E’ una tesi che propongo. Andrebbe discussa, dibattuta. Si direbbe: i tre episodi sono collegati da un’estrema stupidità. Non era cosi nella Germania di Hitler. Si potrebbero dire molte cose contro i nazisti, ma non che fossero tanto stupidi. Qui invece direbbe che c’è una delega agli idioti. E’ idiota perché è senile Darquier de Pellepoix. Idiota, bisogna parlare con rispetto dei malati di mente, ma è un malato di mente Faurisson? E questi di Varese, a quanto pare, erano dei ragazzini abbastanza inconsapevoli di quello che facevano. E’ probabile. Certamente è la delega agli idioti. I deleganti non è detto che lo siano, idioti, probabilmente non lo sono. E’ da valutarsi che non trovino di meglio tutti, anche in Francia, e usino gente di questo tipo.


(*1): 7 marzo a Varese. Al Palazzetto dello Sport, durante I’incontro di Pallacanestro tra la squadra locale Emerson e la squadra israeliana Maccabi, un gruppo di tifosi ha steso davanti a sé uno striscione con la scritta “1-10-100 Mauthausen”, inalberando delle croci che poi, spezzate in seguito all’intervento della polizia, sono state lanciate sul campo. Ostentando il saluto romano, sono state lanciate grida, quali “saponette, saponette”, “Ebrei ai forni”, “Adolf Hitler ce lo ha insegnato uccidere gli ebrei non è reato”, “Sieg Heil”, “Non facciamo parlare gli sporchi ebrei” eccetera. Arrestate 5 persone del gruppo, quasi tutti appartenenti alla sezione locale del Fronte della Gioventù (organizzazione giovanile del MSI).

(*2): Nel 1978, durante un’intervista rilasciata a L’Express dopo l’ennesimo rifiuto spagnolo ad estradarlo, Darquier de Pellepoix dichiarò: “Vi voglio dire cosa successe davvero ad Auschwitz. Sì, fu usato il gas, è vero. Ma per gassare i pidocchi”.

(3*): Nel 1978 fu pubblicato su Le Monde uno dei testi di Faurisson, intitolato «Le problème des chambres a gaz», cui seguirà un confronto sulle pagine del celebre quotidiano, l’opzione negazionista farà, seppure momentaneamente, la sua apparizione nel dibattito intellettuale, tentando di trovare spazio e legittimazione all’interno di una sedicente «battaglia delle idee». Dopo Faurisson, una lunga serie di storici dilettanti, privi di alcuna reale competenza in materia, come di documenti, materiali o testimonianze a sostegno delle loro posizioni, tenteranno di accreditare una tesi ripugnante in base alla quale la verità della Shoah corrisponderebbe invece alla «menzogna del XX secolo».


Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 Gennaio 2019
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HaTikvà (M.Moscato)La Parashà che andremo ad approfondire questa settimana è la Parashà di Itrò. Essa è conosciuta come la Parashà dei dieci comandamenti, Haseret Hadiberot. I nostri Maestri z”l dicono che questi comandamenti sono incisi su due tavole: da una parte i primi cinque comandamenti, che sono positivi in quanto rispecchiano il collegamento tra l’uomo ed Hashem, e dall’altra parte gli ultimi cinque, che sono proibitivi in quanto rispecchiano i rapporti tra gli uomini.

Soffermiamoci sul quinto comandamento, quello che afferma: “Onora tuo padre e tua madre affinché si prolunghino i tuoi giorni sulla terra che il Signore tuo D-o ti ha dato”. Rabbi Moshe Ben Maimon, conosciuto anche come il Rambam, sostiene che con il quarto comandamento Hashem completa la descrizione degli obblighi dell’uomo per onorare direttamente Hashem. Secondo l’interpretazione del Rambam, Hashem ci indica gli obblighi verso le Sue creature, iniziando con i doveri verso i nostri genitori, i quali assomigliano al Creatore in quanto loro sono suoi soci nella creazione di un bambino. È come se Hashem fosse il nostro primo genitore e il padre e la madre completino l’atto di portarci alla luce. Qualcuno potrebbe onorare i suoi genitori per puro affetto o per obblighi morali nei loro confronti. Nella Torah troviamo questa mitzvah due volte: la prima volta proprio in questa Parashà, dove c’è appunto scritto che dobbiamo onorare nostro padre e nostra madre. Il secondo riferimento invece lo troviamo nella Parashà di Kedoshim, dove Hashem ci dice che ogni persona deve temere sua madre e suo padre.

Qual è dunque la differenza tra onorare e temere i genitori? Temere significa, per esempio, che un figlio non si deve sedere nel posto fisso di un suo genitore, o non deve contraddire le sue parole né assumere posizioni contrastanti. L’onore significa, per esempio, che il figlio deve offrire ai suoi genitori del cibo, accompagnarli e aiutarli. Deduciamo che l’onore richieda atti positivi. Leggendo attentamente i due versi vediamo che nel comandamento relativo all’onore, il padre viene nominato prima della madre, mentre nel comandamento relativo al timore la madre viene prima del padre. Perché? Hashem sa che l’essere umano tende a dare onore più alla madre che al padre: essa educa i bambini e li tratta con gentilezza; il padre invece è maggiormente associato all’atto di ammonimento dei propri figli.

Per quanto riguarda il timore invece vale il contrario: è naturale per un figlio temere il padre di più rispetto alla madre e quindi la Torah da precedenza alla madre nel comandamento relativo al timore. Lo scopo è quello di insegnarci che dobbiamo temere e rispettare nostra madre e nostro padre in egual misura. La parola kavod (onore) ha la stessa radice della parola kaved (pesante). Ciò implica che onorare i propri genitori significa prenderli molto seriamente, farsi carico di loro, dando ad essi tutto il peso della nostra attenzione. Provvedere alle necessità dei genitori è una dimostrazione di grande valore morale.

Shabbat Shalom a tutti.