Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Febbraio 2019
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HaTikwà (D.Fiorentini) – Lo scorso venerdì 4 Gennaio, come da abitudine, è andata in onda su Rai 3 la trasmissione La Grande Storia, condotta dal noto storico Paolo Mieli. Questa settimana il programma aveva come tema principale il Medio Oriente: un viaggio attraverso Israele, Iran e Iraq per comprendere le radici di un conflitto che, ancora oggi, mantiene un clima di forte tensione a livello mondiale. La puntata inoltre, in modo molto democratico, esortava i telespettatori a commentare la propria opinione sui social; questo mi ha dato finalmente lo spunto per sviluppare la mia nuova rubrica Advocacy for Israel. Dopo aver visto ripetutamente la parte del documentario relativa a Israele, vorrei condividere il mio pensiero riguardo le varie questioni prese in esame. Premetto che la trasmissione ha suscitato in me una fortissima indignazione, non solamente per i palesi errori e le accuse ingiuste fatte verso Israele e verso il Sionismo, ma anche per la mancanza di professionalità da parte di un’equipe di storici gestita da un personaggio così illustre come Paolo Mieli. Per cui ho deciso di approfondire, volta per volta, un determinato tema fornendo risposte e delucidazioni alle illazioni fatte, portando argomentazioni oggettive e in linea con la veridicità storica.

Parallelamente, la rubrica presenterà articoli di scottante attualità, cercando di chiarire le mosse e le tattiche dei principali attori del contesto mediorientale contemporaneo. In altre parole, un commento critico e libero riguardo i principali avvenimenti geopolitici ed economico-sociali che riguardano direttamente o indirettamente lo Stato di Israele.

Prima di entrare nelle questioni del programma, vorrei parlare proprio delle fonti che Rai Storia ha adoperato per compiere questa trasmissione. È accettabile sentire l’opinione di entrambe le parti, sia degli storici israeliani che di quelli palestinesi, ma è necessario che quanto meno rispettino la verità dei fatti. È inutile dare spazio alle incresciose provocazioni fatte verso Israele ed è imbarazzante cercare disperatamente di trovare errori commessi dagli israeliani per equilibrare in qualche modo il programma. Soprattutto, se per fare ciò, bisogna intervistare giornalisti israeliani che hanno la fama di essere quantomeno dal pensiero controverso nei confronti della loro stessa patria, come ad esempio Amira Hass e Shlomo Sand. La prima, che per anni vissuto a fianco degli attivisti arabi a Gaza ed a Ramallah, è arrivata, nel 2006, a paragonare le politiche israeliane all’Apartheid sudafricana, ricevendo dure critiche persino dall’estrema sinistra israeliana. Per il secondo è sufficiente segnalare che è la brillante mente dietro libri come “L’invenzione del popolo ebraico” e “L’invenzione della Terra di Israele: dalla Terra Santa alla Patria”, in cui si espone la tesi secondo cui il Popolo Ebraico non ha una comune origine e quindi non ha senso considerare Israele o qualsiasi altra terra come luogo fulcro del Popolo Ebraico. Sorvolando su ulteriori dettagli di queste due biografie, si può già chiaramente comprendere come una relazione storica in cui viene esposto un conflitto tra due parti possa essere soggetta a distorsioni e fraintendimenti, se a rappresentare una causa sono scelti quei pochi che in realtà sostengono quella avversa.

Inoltre, una trasmissione che intende parlare del conflitto arabo-israeliano non può assolutamente sorvolare su determinate premesse, senza le quali non è possibile comprendere a fondo la causa sionista e la questione nel suo intero. In particolare vorrei citarne due:

  1. Il legame millenario del Popolo Ebraico con la Terra di Israele e le presunte radici dell’identità del popolo palestinese. Nel documentario è stato citato soltanto una volta, in modo molto approssimativo, che la Terra di Israele ha visto lo splendore del Regno di David e quello di Salomone. In realtà Israele rappresenta ben di più di un’esperienza politica nell’identità ebraica; Israele è la Terra Promessa ad Abramo, la Terra verso dove è stato condotto il Popolo Ebraico da Mosè, la Terra in cui gli israeliti hanno vissuto per 2000 anni e per cui hanno combattuto contro babilonesi, assiri, greci e romani, la Terra verso cui per altrettanti 2000 anni gli ebrei nella Diaspora hanno rivolto le loro preghiere, alimentate dalla speranza, Tikwà תִּקְוָה, di potervi ricongiungere. Infatti, a seguito della distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme e alla dispersione di gran parte del popolo ebraico in tutto il resto del mondo, sono state scritte un’infinità di preghiere, canti e poemi che legano indissolubilmente gli ebrei a Israele. Il ritorno degli ebrei nella terra che venne poi chiamata dai romani Palestina non è una mera coincidenza, ma è la realizzazione di un desiderio esistente da secoli, che aveva alla base l’autodeterminazione dell’identità del Popolo Ebraico 
  2. Al contrario l’identità palestinese, con l’accezione che intendiamo oggi, è nata solamente a seguito della fondazione dello Stato d’Israele. La causa che sta alla base della mancata formazione di uno stato arabo in Palestina, non è da ricercare tra le presunte mire espansionistiche israeliane, ma piuttosto nell’invasione della Samaria e della Giudea da parte della Giordania e della Striscia di Gaza da parte dell’Egitto, che, una volta annessi i territori, non riconobbero gli abitanti come cittadini, lasciandoli in una condizione di limbo. Per questo motivo l’identità palestinese nasce solamente a partire dal comune status di abbandono in cui gli arabi-palestinesi si sono ritrovati nel ‘49. Infatti, solamente dal 1967 la questione comincerà ad occupare le prime pagine dei media internazionali. Le teorie per cui i palestinesi sarebbero i discendenti degli antichi filistei o comunque avrebbero un’identità secolare radicalmente diversa da quella degli arabi circostanti, tanto da dover avere un proprio Stato indipendente, sono completamente sballate. Le pretese di autodeterminazione di un popolo perdono di significato se alla base non vi è un’identità culturale specifica e storica. È quindi paradossale pensare che sia necessario un nuovo stato arabo ai confini di Israele, che ne è già circondata.

Fatte le dovute premesse storiche, si può finalmente analizzare nel dettaglio alcune questioni che sono state esposte parzialmente o fraintese nel corso degli ultimi anni, andando a fomentare la causa araba-palestinese. Alla prossima. 


 

David Fiorentini, 18 anni, nato e cresciuto a Siena, di origini romane e israeliane, studia medicina all’Humanitas University di Milano. Dal 2019 Consigliere dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, con delega al Jewish and Israel Advocacy


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HaTikwà (R.Benigno-A.Terracina) – Negli ultimi giorni è nata una discussione costruttiva all’interno dell’Ugei. Come tutti sappiamo l’Unione Giovani Ebrei Italiani ha un proprio organo di stampa, Hatikwa, strumento attraverso il quale dar voce al confronto delle idee. Entrando nello specifico, un giovane che individueremo con un nome di fantasia, Jerry, chiede di poter pubblicare un articolo sulla testata in merito a un’intervista dallo stesso effettuata al Sig. Butch, nel quale cita con virgolettati e discorsi indiretti alcuni concetti espressi da quest’ultimo. Tom, direttore del giornale, dopo aver compiuto alcune verifiche, non ultima una conversazione con Butch, non è sicuro che il contenuto dell’intervista sia stato trascritto letteralmente e che quindi possa considerarsi integralmente aderente al pensiero espresso dall’intervistato Butch.

Per risolvere la questione giuridica in oggetto, appaiono doverosi alcuni accenni normativi. In particolare, si fa riferimento al reato di diffamazione, il quale – ex art. 595, c.1. c.p. – prevede che “chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito [c.p. 598] con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032. Inoltre, lo stesso articolo del codice penale al comma 3 recita che “se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516”.

Pertanto, prima di proseguire nell’inquadramento normativo, appare evidente che il giornalista Jerry, qualora avesse ottenuto l’autorizzazione del direttore Tom a pubblicare l’articolo in oggetto e, qualora la notizia stessa si fosse rilevata in un secondo momento falsa, avrebbe potuto commettere il delitto di diffamazione ai danni del signor Butch. Ed infatti, nessun dubbio sussiste circa il fatto che l’attribuzione di frasi mai dette ad una specifica persona possa ledere la sua reputazione e, pertanto, integrare il reato di cui all’art. 595 c.p.

Al riguardo egli non avrebbe potuto nemmeno invocare a sua discolpa l’esercizio del diritto di cronaca. Lo stesso, infatti, deve ritenersi esistente e, quindi, invocabile nel solo caso in cui soddisfi i seguenti requisiti:
1) pertinenza: rilevanza sotto un profilo di pubblico interesse;
2) continenza formale: necessità che l’esposizione dei fatti si mantenga entro limiti di correttezza espressiva, senza trasmodare in esternazioni offensive inutili o gratuite;
3) verità della notizia.

Ebbene, proprio sotto il profilo della verità sarebbe venuto a mancare il sopra citato diritto di cronaca. Altro doveroso accenno normativo risulta essere il disposto dell’art. 57 c.p., secondo cui “il direttore che omette di esercitare il controllo necessario ad impedire che siano commessi reati col mezzo della pubblicazione è punito, a titolo di colpa, se un reato è commesso, con la pena stabilita per tale reato diminuita in misura non eccedente un terzo”. Dalla lettura dell’articolo appena citato si evince che, in capo al Direttore del giornale vi è un vero e proprio obbligo di controllo della fondatezza e verità della notizia. In altre parole, il mancato esercizio di questo obbligo configurerebbe il reato.Alla luce delle considerazioni sopra esposte, occorre ora valutare la posizione del direttore Tom che deve senz’altro essere ritenuto privo di colpe. Ed infatti, qualora avesse agito diversamente avrebbe certamente rischiato di essere responsabile del reato di cui all’art. 57 c.p., qualora la notizia si fosse rivelata in un secondo momento falsa ed il giornalista fosse stato denunciato per il delitto di diffamazione dalla persona offesa. Chiaramente la trattazione meriterebbe ben altro spazio e e i temi e gli esempi portati non possono per ovvie ragioni essere completamente aderenti alla discussione.

Un’ultima chiosa vale la pena farla sul concetto di censura. Secondo l’Enciclopedia Treccani si tratta di una limitazione della libertà civile di espressione del pensiero disposta per la tutela di un interesse pubblico e attuata mediante l’esame, da parte di un’autorità, di scritti o giornali da stamparsi, di manifesti o avvisi da affiggere in pubblico, di opere teatrali o pellicole da rappresentare, di siti Internet, con lo scopo di permetterne o vietarne la pubblicazione, l’affissione, la rappresentazione (…). Più in generale, controllo, biasimo e repressione di determinati contenuti, idee o espressioni da parte di un’istanza dotata di autorità. Ad un lettore attento non potranno sfuggire queste ultime parole: contenuti, idee o espressioni. Neppure di censura quindi si può parlare da parte della redazione dell’UGEI in quanto il diniego di pubblicazione è derivato unicamente non dalla presenza di idee nell’articolo, bensì di dichiarazioni che, a seguito dei dovuti controlli, sembravano non rispecchiare quanto il soggetto in questione intendeva esprimere.


 

  • Ruben Benigno, 31 anni, è un avvocato civilista, iscritto all’Albo degli Avvocati di Roma. Laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Roma Tre. E’ da sempre attivo al servizio delle istituzioni ebraiche. Collabora con associazioni forensi, curando articoli e pareri.

 

  • Alessandro Terracina, 29 anni, è un avvocato penalista, iscritto all’Albo degli Avvocati di Roma. Laureato in Giurisprudenza all’Università LUISS Guido Carli. E’ specializzato in Diritto Penale e Diritto della Privacy. 

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HaTikwà (N.Greppi) – Nell’ultimo decennio il cinema israeliano ha assistito a un considerevole aumento di produzioni di film legati a un genere che, fino ad oggi, non era mai stato molto presente nello Stato Ebraico: gli horror. A testimoniare l’importanza che questo genere di film sta cominciando ad avere in Israele, il quotidiano Haaretz gli ha dedicato un lungo approfondimento.

Tutto è iniziato con Kalevet, un film del 2010 diretto da Aharon Keshales e Navot Papushado. Tre anni dopo, i due salirono alla ribalta a livello internazionale con Big Bad Wolves, che fu definito dal regista americano Quentin Tarantinoil miglior film uscito nel 2013” (quest’ultimo tra l’altro si è sposato a novembre con una cantante israeliana, Daniella Pick, NdR). Big Bad Wolves parla di un professore accusato di violentare e uccidere ragazzine che viene sequestrato dal padre di una delle vittime che, in cerca di vendetta, lo sottopone a ogni genere di tortura per farlo confessare.

Un aspetto importante che viene messo in luce dall’articolo di Haaretz sta nel fatto che molti film horror israeliani sono legati all’esercito: per la precisione, 6 degli 11 film horror usciti in Israele negli ultimi dieci anni sono ambientati in contesti militari. Ad esempio, Basar Totahim è un horror del 2013 diretto da Eitan Gafny, che parla di un gruppo di soldati inviati in Libano per una missione che si imbattono in un esercito di zombie. Sempre di zombie parla Muralim, un corto di Didi Lubetzky uscito anch’esso nel 2013 che parla di un giovane militare che deve trascorrere la sera di Pesach a lavorare in una base militare; a un certo punto, viene coinvolto in una feroce lotta per la sopravvivenza dopo che il grosso delle truppe d’elite presenti nella base sono state trasformate in morti viventi.

Intervistato da Haaretz, lo storico del cinema Ido Rosen ha ipotizzato che questa ascesa degli horror con un’ambientazione militare sia dovuta al fatto che in questi film si cerca di rielaborare i timori e le preoccupazioni vissute da soldati: “Coprire l’argomento con la ‘fantascienza’ e altri generi presumibilmente ‘d’evasione’ gli permette di tirare fuori il senso di paura, per affrontare la morte e le ferite di guerra“. A pensarla così è anche il regista Lubetzky: “Mi piace prendere un genere che è molto americano, con le sue regole e convenzioni, inserirlo qui e vedere come gli israeliani reagiscono alla situazione. Molti film horror americani sono ambientati nel college, dove ha luogo l’esperienza formativa per molti americani. Quindi per me è stato logico prendere questo stile e trasferirlo nell’IDF.”

L’articolo di Haaretz non è certo il primo che si occupa degli horror israeliani: già nel maggio 2016 se n’era occupato un articolo della rivista ebraica milanese Mosaico, che faceva notare come questi film nello Stato Ebraico rispecchiavano in chiave surreale fatti di cronaca molto comuni: come Freak Out, commedia horror diretta da Boaz Armoni che parla di un soldato imbranato che si ritrova da solo in una basa a dover fronteggiare un gruppo di terroristi. “Mettiamo in scena i timori della cultura israeliana e della sua società”, dichiarò all’epoca Boaz Armoni. “Come il timore nei confronti degli Arabi, per esempio. Non abbiamo incentrato il film sul forte, eroico esercito. Si vuole raccontare solo della vicenda di un piccolo, codardo soldato in un posto pericoloso.” Ma ci sono stati anche casi di israeliani che si sono distinti in questo genere al di fuori del loro paese, e in particolare ad Hollywood: in questo senso, il più importante è sicuramente il regista Oren Peli, autore del film culto Paranormal Activity.


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HaTikwà (K.Perugia) – Lo scorso 22 gennaio sono stata invitata al Teatro della Scala di Milano dall’Associazione Figli della Shoah, dove si è tenuta una conferenza con la senatrice Liliana Segre in occasione della Giornata della Memoria. L’incontro è stato introdotto dai saluti del vicesindaco di Milano, del presidente ANPI e del vicepresidente dell’Associazione Figli della Shoah. È stata suonata da un pianoforte e un violoncello Kol Nidrei, formula con la quale inizia Yom Kippur, musica composta da Max Bruch, musicista e direttore d’orchestra tedesco. Non ero la sola ragazza ad ascoltare la testimonianza. C’erano molti giovani, alcuni accompagnati dai propri insegnanti, altri lì da soli, ma tutti lì per ascoltare ciò che è stato. Il giornalista Enrico Mentana ha poi introdotto la testimonianza dicendo: “Ricordatevi sempre quello che sentirete stamattina da Liliana, sarete voi i portatori di questo ricordo, di questa lezione”. È fondamentale passare tutti questi messaggi a noi giovani. È e sarà nostro compito tramandare ciò che è stato, soprattutto quando queste persone non saranno più in grado di raccontare

“Sono una nonna che racconta purtroppo in prima persona di quando era bambina […] io sono quella bambina diventata vecchia a cui è stata chiusa la porta della scuola di via Ruffini”. È così che Liliana Segre ha iniziato la sua testimonianza. Liliana Segre nasce a Milano da una famiglia ebraica borghese. È importante ricordare che gli ebrei, anche allora erano perfettamente integrati nel tessuto sociale e professionale del paese in cui vivevano, vantavano inoltre eccellenze in campo artistico, scientifico e più in generale culturale. La sua famiglia era atea, solo con le Leggi Razziali Liliana viene messa davanti alla realtà di essere ebrea. Da quel giorno inizia per Liliana e il suo adorato padre Alberto un periodo tremendo che durerà dal 1938 fino al giorno della loro deportazione ad Auschwitz-Birkenau. Liliana e suo padre trovano diversi rifugi presso amici di famiglia, finché decidono tentare la fuga a Lugano: “Io lo so cosa vuol dire negare l’asilo, io sono stata clandestina, io sono stata una richiedente asilo che mi è stato negato”. Il giorno dopo venne catturata e portata nel carcere di Varese, in quello di Como e poi in quello di San VittoreCome si va in carcere a tredici anni, cosa ho fatto per essere io a tredici anni in prigione?”. Il 30 gennaio del 1944 viene caricata sui convogli e, dalla stazione di Milano arriva ad Auschwitz-Birkenau. I prigionieri caricati sui carri bestiame in condizioni igieniche tremende; alcuni cantavano le lodi a D-o o pregavano D-o, ma, come dice Liliana “D-o era distratto”. E qui l’argomento irrisolto, lacerante, dibattuto, tragico su “il silenzio di D-o” ma che prova anche come il rapporto tra D-o e gli Ebrei sia esclusivo, senza frapposizioni, ognuno si rivolgeva a Lui in maniera diversa, chi si reca nelle camere a gas intonando Ani Maamin, io credo e chi perde completamente la fede. Appena arrivata viene divisa dal padre, che sarà mandato immediatamente nelle camere a gas: “tutti calmi, vi dobbiamo solo registrare; beh ci abbiamo creduto, io ci ho creduto e spero che anche mio padre ci avesse creduto” La senatrice racconta poi la sua vita nel campo, le atrocità viste e subite. Sono rimasta molto colpita dalla sua lucidità e dall’oggettività con cui è riuscita a raccontare la sua storia, come se la stesse analizzando punto per punto. Un episodio continua ad ossessionarla in modo particolare. Liliana viene assegnata al lavoro in fabbrica, aveva conosciuto una ragazza francese di nome Janine, la macchina le aveva tranciato due falangi durante il lavoro. Nei giorni seguenti ci fu la selezione, Liliana riuscì a passarla ma Janine no: “Io non mi voltai, non le dissi ti voglio bene, fatti coraggio, ma cominciai a chiamarla Janine, Janine! Vorrei che vi ricordaste di Janine, perché solo io mi ricordo di lei e trasmetto questo nome a voi, prendetelo per favore per mano”. Liliana rimane nel campo fino alla Marcia della Morte. È il suo attaccamento alla vita, la sua voglia di vivere che le permette di uscirne viva: “Hai voglia di vivere. Tu cammini, una gamba davanti all’altra”, continua, “la vita è una cosa meravigliosa, e noi volevamo resistere con tutte le forze”.

Conclude la testimonianza con un episodio particolare su cui tutti dovremmo riflettere. Liliana Segre vede il comandante dell’ultimo campo, una SS terribile e crudele, buttare la sua arma per terra. Ha la tentazione di prendere la pistola e sparargli, vuole farsi giustizia per le violenze subite. In quel momento capisce però di non essere come lui, di non avere il diritto di togliere la vita a nessuno. Supremo ed eccellente esempio di persona che preserva la sua integrità morale nonostante tutto. Voglio concludere con una considerazione personale. Liliana Segre e gli altri sopravvissuti sono una ricchezza preziosa per tutti noi. Nonostante le violenze fisiche e psicologiche subite sono riusciti a rialzarsi, costruirsi un futuro ed hanno trovato la forza di raccontare la loro storia. Per noi ebrei la memoria è uno dei fondamenti della nostra vita: “ricordati di ciò che ti ha fatto Amalek”; ogni giorno ricordiamo di ciò che ci è accaduto, ma sempre con uno sguardo rivolto al futuro. Ed è proprio la memoria che consente al popolo ebraico di avere una straordinaria capacità reattiva che ci ha permesso, nel corso dei secoli, di rialzarci da ogni persecuzione più forti di prima.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Febbraio 2019
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HaTikwà (A.T.) – Da sempre in ogni posto del mondo ci sono ebrei disposti a sacrificare tempo e denaro per dedicarlo alla loro comunità sotto forma di volontariato. E’ lo spirito con cui tanti vengono cresciuti. Solitamente è una questione ereditaria: i genitori possono trasmetterti tante cose, tra le quali, cultura, morale e valori. La dedizione e la passione che ogni ebreo investe nel volontariato è il risultato degli insegnamenti assorbiti dalla famiglia e dalle vecchie generazioni.

Nonostante la natura dell’itnavdut, ci sono, per fortuna, anche delle eccezioni piacevoli e sorprendenti di ebrei volti al volontariato spontaneamente, senza alcuna influenza familiare o esterna. Questo, in prospettiva futura, ovvero la nascita di un nuovo ciclo di famiglie con mentalità da volontari, non può che riempirci il cuore di gioia. Non c’è felicità più grande della consapevolezza di essere d’aiuto al prossimo, facendo risparmiare dal bilancio comunitario una bella fetta di denaro, potendolo impiegare per altre necessità. Siamo giovani, uomini e donne impegnati mensilmente, settimanalmente o su chiamata, dal giorno alla notte, al servizio di qualsiasi istituzione ebraica. Ho visto amici partire da Roma di notte per andare a seppellire uomini e donne ebree in tutta Italia in accordo con l’halakhà; il giorno della morte dell’ex Capo Rabbino Toaff, ho visto uomini partire per Livorno, lasciare lavoro e famiglia per quasi 24 ore per onorare la Sua memoria.

Ho visto correligionari con disponibilità economica ristrutturare il giardino dell’asilo rendendolo un ambiente sicuro e felice; ho visto con i miei occhi genitori che non hanno mai dato Berachot ai figli durante i Moadim e figli che non ne hanno mai ricevute; ho visto medici ebrei lasciare il proprio lavoro per dedicarsi alla cura di altri correligionari; ho visto ragazzi salvare pezzi pregiati del Museo Ebraico di Roma durante una giornata dove il fiume Tevere faceva paura sul serio. Neve, pioggia, vento o sole, non c’è alcuna differenza: i volontari sono lì. Tutto questo è un patrimonio prezioso che dovrebbe essere salvaguardato con mille attenzioni e ringraziamenti affinché le prossime generazioni possano beneficiare della presenza di questi angeli. Ringrazio di cuore chi continuamente e costantemente dedica alle Comunità del tempo in maniera volontaria togliendolo dal proprio lavoro e dalla propria famiglia.

Nel lontano ’95, avevo solo 6 anni, vidi mio padre sparire da casa per una giornata e solamente al suo ritorno mi spiegò che lui e suoi amici erano partiti da Roma per Jesi, con lo scopo di supportare un giocatore di basket di religione ebraica che aveva subito, nel girone di andata, insulti antisemiti. Mi fece sentire orgoglioso di essere ebreo. Il giorno dopo andai a scuola con la stessa maglietta con cui mio papà era andato lì: aveva un Maghen David celeste stampato sopra, mi arrivava alle ginocchia, ma quel giorno capii che era nato qualcosa dentro di me.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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