Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 Marzo 2019
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HaTikwà (M. Moscato) – La Parashà che andremo ad approfondire questa settimana è quella di Sheminì. Come le Parashot precedenti, anche questa si apre parlando dei sacrifici che dovevano essere offerti sul Mishkan, l’altare del santuario. Troviamo inoltre le regole della Kasherut secondo la legge ebraica. Hashem ci da una descrizione dettagliata di tutti gli animali che si possono mangiare e di quelli che non si possono mangiare.

Per quanto riguarda i quadrupedi, per essere kasher e quindi permessi ad essere mangiati, devono essere erbivori e devono avere lo zoccolo diviso in due. Per quanto riguarda i pesci, per risultare kasher, devono avere pinne e squame. Per i volatili  tutti i volatili tranne quelli rapaci. Si chiedono i nostri Maestri z”l nel trattato di Hulin, quando un volatile viene definito un rapace? Se ha le seguenti caratteristiche: una volta appollaiato tiene due artigli davanti e due dietro, quando le sue uova sono tutte tonde (e quindi diverse da quelle che mangiamo oggi che hanno una forma sotto ovale e sopra sono a punta) e se lanciando in aria un pezzo di pane esso spicca il volo per prenderlo.

In questa Parashà vediamo anche la morte dei figli di Aron, Nadav e Haviù, in quanto hanno offerto un fuoco estraneo sull’altare che Hashem non aveva comandato. Su questa morte ci sono molte opinioni. Rashi riporta una discussione tra Rabbi Ishmael e Rabbi Eliezer. Rabbi Eliezer dice che Nadav e Haviu sono morti perché hanno risposto a una domanda di Halachà in presenza di Moshé mentre secondo Rabbi Ishmael sono morti perché prima di prestare servizio nel Mishkan, Nadav e Haviu hanno bevuto il vino e si sono ubriacati. Tant’è vero che alcuni versi dopo Hashem comanda ad Aron e ai suoi figli di non bere vino prima di prestarsi a lavorare al Mishkan. Cosa impariamo dalla prima opinione? Che non si risponde mai a una domanda di Halachà in presenza di un Rav per non mancargli di rispetto, ma se il Rav ti dà il permesso di rispondere allora devi aprire dicendo “Birshut Harav”, ossia con il permesso del Rav.

 

Shabbat Shalom


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Marzo 2019
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HaTikwa (N. Greppi)Spose cadavere che ballano con studenti di una yeshiva; ebrei non morti che si fanno usare come eterni capri espiatori; ebrei scampati a un apocalisse zombie. Sembrano delle prese in giro, e invece è ciò che narrano gli otto racconti racchiusi nel libro Ebrei contro zombi, curato dall’autore israeliano Lavie Tidhar e dall’inglese Rebecca Levene e pubblicato in Italia da Acheron.

Le storie che compongono il volume sono scritte da otto scrittori ebrei, ognuno dei quali ha voluto trattare a modo suo il tema dei morti viventi: Rena Rossner, ad esempio, in “Ascesa” racconta la storia di dodici studenti di una yeshiva che scoprono come far risorgere le spose di dodici tzaddikim, le quali riveleranno loro diversi segreti appresi dai mariti defunti; invece “La fabbrica del capro espiatorio” di Ofir Touche Galla narra la storia di Solvi, un morto riportato in vita tramite un folle esperimento, e che per trovare uno scopo trova un lavoro particolare: prendersi la colpa per crimini che non ha commesso, in modo da appagare la sete di giustizia delle vittime. L’uomo che gliene parla spiega che come falsi colpevoli si cercano soprattutto ebrei, e quando Solvi gli chiede perché, quello risponde: “Leggiti qualche libro di storia, amico mio.”

Tra gli altri racconti spiccano “Dieci per Sodoma” di Daniel Polansky, che racconta gli ultimi minuti di vita di un ebreo newyorkese che decide di buttarsi da un tetto per sfuggire agli zombie che hanno invaso la città, e “Zayinim” di Adam Roberts: quest’ultimo è ambientato in un mondo ucronico dove i nazisti, dopo aver vinto la guerra, hanno cercato di rendere immortale tutta l’umanità eccetto gli ebrei, con il risultato che questi si ritrovano ad essere le ultime persone normali in un mondo di zombie famelici.

Purtroppo non tutti i racconti inclusi nel volume sono piacevoli da leggere, e alcuni risultano alquanto noiosi: è il caso questo di “Come una moneta coniata di fede”, scritto da Shimon Adaf e ispirato ad antiche storie di spiriti maligni degli ebrei marocchini; un discorso simile vale anche per “I racconti del terrore di Wiseman” di Anna Tambour, che racconta di un designer di reggiseni americano che, partito per la Seconda Guerra Mondiale, viene perseguitato da zombie donne che vogliono fare le modelle per lui.

Nel complesso, le storie racchiuse nel volume non sono tanto di paura, quanto legate o allo humor nero o a quel surrealismo tipico dei racconti dello scrittore israeliano Etgar Keret. è consigliato soprattutto a chi ama la letteratura ebraica: se finora eravate abituati ai grandi romanzieri israeliani o alla letteratura yiddish, sappiate che queste storie vi stupiranno… da morire.

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 Marzo 2019
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HaTikwà In questi giorni la mia famiglia è stata scossa dalla notizia di un brutto incidente in moto ai danni di mio fratello Edoardo. Grazie a D., dopo giorni difficili, ora sta bene e può/possiamo raccontare questa storia: sono stati giorni difficili, semplificati e resi migliori da un gruppo di medici che fanno parte dell’A.M.E (Associazione Medica Ebraica). Per chi non lo sapesse, a Roma è presente questo fantastico gruppo, fatto di giovani e meno giovani dottori, fatto sopratutto da persone con un cuore immenso. Loro, fin dai primi minuti dopo l’accaduto, ci hanno assistito e guidato nelle scelte migliori per intere giornate difficili come non mai.

Mi ha spiazzato la cura con cui il Dott. Alessandro Piperno che, prima a distanza, tramite messaggi, e poi fisicamente ha monitorato la situazione di mio fratello. Non possono non citare Gianni Zarfati, che fin dai primi minuti dopo l’incidente si è prodigato per attivare l’A.M.E. In questa lista di ringraziamenti non posso non citare il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ruth Dureghello, per l’interessamento e il suo essere a disposizione per qualsiasi evenienza. Infine la mia immensa gratitudine va al Dott. David Luzon, che ci ha seguiti dal primo all’ultimo minuto, che nella sera di Purim ha lasciato moglie e figli e ci ha accolto all’Ospedale Israelitico con un sorriso facendoci sentire a casa. La Comunità romana non è mai stata una comunità semplice e vivendola attivamente è spesso avvolta da polemiche e discussioni più o meno futili. Nel momento del bisogno ci sono stati e, dopo questo brutto episodio, ne sono ancora più innamorato. Nel momento critico di un fratello ebreo, che sia io o chiunque altro, si mette tutto da parte e si arriva all’obiettivo senza pensare a null’altro. Non ne avevo dubbi, ma la disponibilità degli addetti ai lavori e soprattutto di tanti amici ebrei mi rimarrà per sempre nel cuore. Come recitava un murales a Tel Aviv, United We Strong: uniti siamo forti.

Grazie ancora di cuore, a nome della mia famiglia.

Andrea Terracina.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Marzo 2019
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HaTikwa (M. Moscato) – Come la Parashà precedente, anche la Parashà di questa settimana ci fornisce una descrizione dettagliata delle procedure attraverso le quali venivano fatti i sacrifici nel Mishkan (altare), che in un’epoca successiva sarebbe diventato il Beth Amikdash costruito da Re Salomone. La Parashà di questa settimana si apre con il brano: “Hashem parlò a Moshé dicendogli- parla ad Aron e ai suoi figli e comunica loro questi ordini. Ecco le regole per il sacrificio dell’olocausto (sacrificio completo): questo sacrificio deve bruciare per tutta la notte sull’altare in cui si terrà acceso il fuoco”. Scopriamo dunque che il fuoco ha un ruolo importantissimo in questi versi e in tutta la Parashà. Il fuoco secondo il pensiero Hassidico rappresenta il collegamento con Hashem. Non a caso il giorno dello Shabbat è caratterizzato dal fuoco: per esempio, viene accolto lo Shabbat accendendo due lumi e all’uscita dello stesso giorno, concludiamo lo Shabbat sempre con il fuoco, facendo l’Avdalà. Hashem è apparso per la prima volta a Moshé attraverso un roveto che, come è scritto nella Parashà di Shemot, ardeva ma non si consumava. Quando è stata data la Torah sotto il Monte Sinai, il monte fumava di un fuoco divino. Nel deserto il popolo è guidato di giorno da una nube e di notte da una colonna di fuoco. Il fuoco rappresenta infatti il legame tra due mondi, nonché il simbolo di una forza attiva che agisce sulla realtà dinamica. Il verbo “dare” in ebraico (Natan) può essere letta in ambedue i lati. Si tratta infatti di un dare e un ricevere allo stesso momento. Io accendo una luce e la luce illumina una stanza. Infatti noi accogliamo lo Shabbat accendendo due lumi e così durante lo Shabbat ci dedichiamo ad Hashem, per esempio studiando Torah o cantando delle lodi. Il fuoco dello Shabbat alla fine si spegne, ma il fuoco dell’altare non si spegne mai perché l’altare è il luogo dell’identità che non si annulla e va sempre tenuta viva.

Shabbat Shalom


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 Marzo 2019
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HaTikwa (Rav R. Della Rocca) – Secondo un’opinione del Talmùd (Meghillà, 12 a) il decreto di sterminio del popolo ebraico da parte di Hamàn sarebbe riconducibile a una punizione per la partecipazione al grande banchetto di Achashveròsh, narrato nel primo capitolo della Meghillàt Estèr. Nonostante il Re avesse provveduto alla kashrùt del cibo, Mordekhai aveva proibito alla sua comunità di partecipare. Cosa si nasconde dietro questo inquietante Midràsh ?

Achashveròsh nel corso del banchetto avrebbe indossato le vesti del Sommo Sacerdote. I Maestri lo deducono dal fatto che la prima lettera del sesto verso della Meghillà è scritta più grande rispetto alle altre. La lettera è una ח-Chet (valore numerico 8): il Sovrano aveva tirato fuori per il banchetto gli arredi sacri del Santuario che erano stati depredati dal suo predecessore Nabucodonosor e si era vestito con gli otto abiti del Sommo Sacerdote! C’è un profondo legame tra la Meghillà e la Parashà di Tetzawè che si legge quasi sempre nello Shabbàt che precede Purìm, non negli anni di 13 mesi, ma questo legame è “nascosto” nella più perfetta tradizione della festa. Nella Parashà di Tetzawè vengono prescritti i due tipi di abbigliamento dei Cohanim: il vestito del Sommo Sacerdote, il Vestito d’Oro, composto da otto capi, e quello del semplice Sacerdote, il Vestito Bianco, composto da quattro capi. Qualsiasi atto di culto del Santuario, compiuto senza l’abito rituale, è invalido. Il Cohen Gadòl agisce per conto di tutto il popolo. Egli materializza questo concetto indossando una “divisa sacra“, che è in effetti di proprietà del popolo di Israele, per il suo onore e splendore, “E farai delle vesti sacre per Aron tuo fratello, per onore e splendore” Shemòt, 28; 2. 

Il voler vestire gli indumenti del Cohen Gadòl da parte di Achashveròsh in quella festa vuol dire legittimare la musealizzazione della kedushà di Israele. Achashveròsh non è né il primo, e né l’ultimo a farlo in questo modo . Il Furher, immàch shemò vezichrò , tra i suoi progetti di sterminio del popolo ebraico, aveva istituito a Praga il Museo della razza estinta, esponendo tutti gli oggetti e i paramenti sacri depredati nelle varie comunità di tutta Europa . E a Roma c’è ancora un leader religioso che indossa quegli abiti bianchi, che si ispirano a quelli del Sommo Sacerdote , per ribadire che è lui e la sua struttura ad aver preso il posto del culto del nostro Tempio di Yerushalaim.

Lo scenario della Meghillà, non è purtroppo molto diverso da quello di oggi in cui nell’Italia ebraica vi sono più Musei dell’ebraismo che Scuole ebraiche. Quando si vive un ebraismo sempre più ridotto a cerimonie di rappresentanza di fronte a poteri politici che non aspettano altro che sdoganare la “normalizzazione ” degli ebrei, si rischia di trasformare la nostra Tradizione in una reliquia del passato . È anche per questo che Purim resta la festa più attuale del nostro calendario, nella quale la grottesca consuetudine di mascherarci ci deve far provare il disagio e la goffaggine di indossare abiti non propri.

 


Rav Roberto Della Rocca,                                                                                                                                                                                                                                                    Direttore Area Formazione e Cultura

Unione delle Comunità Ebraiche Italiane 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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