Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 Febbraio 2019
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HaTikwà (D.) – Non dovremmo sentirci in colpa? Io mi sento in colpa e mi vergogno, e voi? Lo scrivo, lo dico sottovoce, ma non riesco a gridarlo quanto dovrei. L’indifferenza, che da sempre si diffonde come un’infezione virale, ha colpito anche me: sono stato contagiato. Ho sempre creduto che noi fossimo vaccinati contro l’indifferenza, perché l’abbiamo provata sulla nostra pelle. Bene, nel mio caso non è così. “L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. L’indifferenza è il peso morto della storia”diceva Gramsci. Chiamatemi abulico, parassita, vigliacco e peso morto, perché lo sono, ma vorrei non esserlo. Scrivere questo articolo, forse, mi farà fare un passo in avanti, ma non ne sono sicuro. Inizio spiegando il motivo per cui mi ci sento.

Mi ci sento perché non sto facendo nulla per evitare ciò che vedo. Mi ci sento perché troppe persone stanno morendo in mezzo al mare alla ricerca di una speranza; perché i cristiani stanno cadendo come birilli in Africa travolti dalla palla da bowling targata Boko Haram; perché c’è un razzismo, nemmeno più tanto latente, che sta tornando in voga nel mio Paese; perché nelle curve degli stadi ancora ci sono svastiche e cantano slogan antisemiti; mi ci sento perché nel mio Paese c’è chi cita i Savi di Sion e ancora siede al Senato; mi ci sento perché non faccio niente. Ma io che posso fare? Dentro di me dico molte cose, ma in realtà non ne faccio nemmeno una. Forse sono un debole, forse non ho gli attributi che servirebbero per trascinare persone davanti al Parlamento, all’Ambasciata, alla Figc o al Senato, ma seguirei chiunque in uno di questi posti.

Faccio parte di una generazione, fino ad oggi, priva di leader carismatici. Gli ultimi, veri, sono ormai considerati parte della vecchia guardia. Perché non ci insegnate come si fa? Perché invece di prenderci per mano e portarci verso un futuro di proteste legittime e manifestazioni di dissenso, ci lasciate in balìa di noi stessi? Perché invece di crogiolarvi dentro i vostri meriti passati, non tramandate le vostre conoscenze, i vostri metodi a chi ha voglia di imparare? Ne abbiamo bisogno per difenderci e per proteggere chi non è in grado di farlo. Ne abbiamo bisogno perché facciamo parte di una generazione che dà più peso ad un post su Facebook o su Twitter rispetto che ad una manifestazione. Siamo la Generazione Z, quelli nati e cresciuti già, e solamente, con l’esistenza di internet. Il nostro silenzio, la nostra apatia, la vigliaccheria che ci contraddistingue verso ciò che accade all’esterno dove ci porterà? E’ indifferente anche per voi?


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Febbraio 2019
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HaTikwà (M. Moscato) – La parashà che andremo ad approfondire questa settimana è la Parashà di Tetzavè. È una parashà molto dettagliata dove HaKadosh Baruch Hu comanda a Mose ed a Aron di indossare dei vestiti particolari. La Torah continua e spiega che il Coen Gadol doveva indossare una tunica lunga, chiamata Efod, di colore azzurro, Tehelet. Sopra a questa tunica doveva indossare due pettorali: uno sul petto e uno sulla schiena, collegati da due spalline di colore oro.

La particolarità del pettorale che indossava davanti il Coen Gadol era che su di esso vi erano poste dodici pietre sulla quali erano incisi i nomi delle dodici tribù, che secondo la Torah dovevano essere scritte nell’ordine decrescente dei figli di Yakov: Reuven, Shimon, Levi, Yeudà, Issahar, Zevulun, Dan, Naftali, Gad, Hasher, Yosef e Beniamin. Queste pietre erano scritte in quattro file e ogni fila aveva tre pietre. Il Coen Gadol doveva indossare anche un cappello, Miznefet, sul quale era scritto il Tetagramma di Dio.

Nel primo verso della parashà è scritto: “E tu ordinerai ai figli d’Israele che ti porteranno dell’olio d’oliva puro per l’illuminazione, per alimentare il lume che deve ardere quotidianamente”. Nel trattato di Shabbat, Cap. 2, è riportato: “Coloro che dedicano particolare attenzione all’olio d’oliva per l’accensione dei lumi dello Shabbat, avranno il merito di portare al mondo dei figli sapienti di Torah”. Da qui i nostri Maestri z”l hanno paragonato la Torah all’olio di oliva. Nel verso è scritto: “Ti porteranno dell’olio d’oliva puro“, ossia ti porteranno la Torah per essere studiata e interpretata insieme e per “l’illuminazione” si intende che studiando la Torah, approfondendola, si illuminerà la retta via che ogni ebreo deve percorrere.

Shabbat Shalom


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Febbraio 2019
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HaTikwà (S.Bedarida) – Ho avuto la recente opportunità di fare un breve viaggio di due giorni a Tbilisi, la capitale della Georgia. Ex Repubblica Sovietica, indipendente dal 1992, il Paese oggi si trova sulla sponda orientale del Mar Nero e conta circa 4 milioni di abitanti.Il suo paesaggio è tipico della regione caucasica, montano, e l’architettura è splendida e unica, a rappresentare davvero il ponte geografico, artistico e culturale tra Europa orientale e Asia centrale. Come ogni capitale di una nazione, a Tbilisi si possono vedere frequentemente bandiere georgiane sventolare dai balconi dei principali edifici istituzionali e non, unite alle bandiere dell’Unione Europea, a cui la Georgia si sente profondamente legata e di cui spera in futuro di poter fare parte. Inoltre, c’è anche un buon numero di bandiere israeliane, a cominciare dall’unione delle due issate sul terrazzo del palazzo che ospita la Camera di Commercio israelo-georgiana, sita lungo la centralissima Rustaveli Avenue.

Ho deciso perciò di affrontare con interesse l’argomento assieme alla guida, un ragazzo della mia età. Gli ho detto che sono ebreo, e la sua reazione ha manifestato stupore e grande rispetto nei miei confronti. Lui infatti non aveva mai incontrato prima d’allora persone di appartenenza ebraica, ma ha dichiarato che quello che ha sempre sentito da suo padre sugli ebrei è di “esserne sempre amici, perché si tratta di persone estremamente brillanti e intelligenti, da cui poter imparare”. Sono rimasto letteralmente senza parole: in un contesto globale in cui ancora oggi quando esplicito la mia identità sono spesso oggetto di domande non sempre poste con fine di interesse, ma talvolta con lo scopo di generare sfottò e imbarazzo, non mi era mai capitato di avere a che fare con qualcuno che avesse come unica immagine di noi, pervenutagli tramite un sentito dire, qualcosa di simile a questo. Un sentito dire estremamente positivo e privo dei più comuni stereotipi.

La guida allora ha sottolineato con fierezza la grande amicizia fra la Georgia e Israele, e il legame anche a livello non solo politico ma anche umano, da parte dei singoli. Il rapporto fra i due stati nasce innanzitutto dal profondo senso di ospitalità e accoglienza della popolazione georgiana nei confronti degli stranieri. Gli ebrei georgiani hanno infatti da sempre trovato un’oasi di grande pace in territorio georgiano, e la popolazione locale è fiera di poter ospitare una comunità ebraica.
Gli ebrei georgiani, che hanno toccato anche le 50mila unità, sono ridotti oggi a qualche migliaio, a causa della massiccia emigrazione proprio verso Israele, avvenuta prevalentemente per ragioni economiche e di opportunità lavorativa.

In ogni caso, la rottura e la tensione dei rapporti fra la Georgia e la Russia, a causa del contenzioso politico legato ai territori di Abcasia e Ossezia del Sud, con conseguenti sanzioni commerciali da parte dei secondi, e la relativa vicinanza geografica tra la Georgia e Israele hanno permesso l’intensificarsi delle relazioni commerciali fra i due paesi e l’attrazione di investimenti nel paese caucasico proprio da parte di quegli ebrei georgiani emigrati e figli di emigrati, i quali hanno potuto beneficiare dell’ottenimento della doppia cittadinanza e investire in proprietà immobiliari nel paese d’origine. Infine, nel febbraio 2014, a cementare ulteriormente l’amicizia fra i due paesi, l’allora primo ministro georgiano Garibashvili, alla presenza dell’omologo israeliano Netanyahu, ha piantato un albero nella Foresta delle Nazioni, in occasione di Tu Bi Shvat. La Georgia è un paese davvero interessante e particolare da visitare, per i paesaggi, l’architettura e la cucina. Aver avuto l’opportunità di scoprirvi anche un sincero alleato e amico del popolo ebraico e di Israele ha reso questo viaggio ancor più significativo e memorabile.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Febbraio 2019
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HaTikwà (D.Fiorentini) – Lo scorso venerdì 4 Gennaio, come da abitudine, è andata in onda su Rai 3 la trasmissione La Grande Storia, condotta dal noto storico Paolo Mieli. Questa settimana il programma aveva come tema principale il Medio Oriente: un viaggio attraverso Israele, Iran e Iraq per comprendere le radici di un conflitto che, ancora oggi, mantiene un clima di forte tensione a livello mondiale. La puntata inoltre, in modo molto democratico, esortava i telespettatori a commentare la propria opinione sui social; questo mi ha dato finalmente lo spunto per sviluppare la mia nuova rubrica Advocacy for Israel. Dopo aver visto ripetutamente la parte del documentario relativa a Israele, vorrei condividere il mio pensiero riguardo le varie questioni prese in esame. Premetto che la trasmissione ha suscitato in me una fortissima indignazione, non solamente per i palesi errori e le accuse ingiuste fatte verso Israele e verso il Sionismo, ma anche per la mancanza di professionalità da parte di un’equipe di storici gestita da un personaggio così illustre come Paolo Mieli. Per cui ho deciso di approfondire, volta per volta, un determinato tema fornendo risposte e delucidazioni alle illazioni fatte, portando argomentazioni oggettive e in linea con la veridicità storica.

Parallelamente, la rubrica presenterà articoli di scottante attualità, cercando di chiarire le mosse e le tattiche dei principali attori del contesto mediorientale contemporaneo. In altre parole, un commento critico e libero riguardo i principali avvenimenti geopolitici ed economico-sociali che riguardano direttamente o indirettamente lo Stato di Israele.

Prima di entrare nelle questioni del programma, vorrei parlare proprio delle fonti che Rai Storia ha adoperato per compiere questa trasmissione. È accettabile sentire l’opinione di entrambe le parti, sia degli storici israeliani che di quelli palestinesi, ma è necessario che quanto meno rispettino la verità dei fatti. È inutile dare spazio alle incresciose provocazioni fatte verso Israele ed è imbarazzante cercare disperatamente di trovare errori commessi dagli israeliani per equilibrare in qualche modo il programma. Soprattutto, se per fare ciò, bisogna intervistare giornalisti israeliani che hanno la fama di essere quantomeno dal pensiero controverso nei confronti della loro stessa patria, come ad esempio Amira Hass e Shlomo Sand. La prima, che per anni vissuto a fianco degli attivisti arabi a Gaza ed a Ramallah, è arrivata, nel 2006, a paragonare le politiche israeliane all’Apartheid sudafricana, ricevendo dure critiche persino dall’estrema sinistra israeliana. Per il secondo è sufficiente segnalare che è la brillante mente dietro libri come “L’invenzione del popolo ebraico” e “L’invenzione della Terra di Israele: dalla Terra Santa alla Patria”, in cui si espone la tesi secondo cui il Popolo Ebraico non ha una comune origine e quindi non ha senso considerare Israele o qualsiasi altra terra come luogo fulcro del Popolo Ebraico. Sorvolando su ulteriori dettagli di queste due biografie, si può già chiaramente comprendere come una relazione storica in cui viene esposto un conflitto tra due parti possa essere soggetta a distorsioni e fraintendimenti, se a rappresentare una causa sono scelti quei pochi che in realtà sostengono quella avversa.

Inoltre, una trasmissione che intende parlare del conflitto arabo-israeliano non può assolutamente sorvolare su determinate premesse, senza le quali non è possibile comprendere a fondo la causa sionista e la questione nel suo intero. In particolare vorrei citarne due:

  1. Il legame millenario del Popolo Ebraico con la Terra di Israele e le presunte radici dell’identità del popolo palestinese. Nel documentario è stato citato soltanto una volta, in modo molto approssimativo, che la Terra di Israele ha visto lo splendore del Regno di David e quello di Salomone. In realtà Israele rappresenta ben di più di un’esperienza politica nell’identità ebraica; Israele è la Terra Promessa ad Abramo, la Terra verso dove è stato condotto il Popolo Ebraico da Mosè, la Terra in cui gli israeliti hanno vissuto per 2000 anni e per cui hanno combattuto contro babilonesi, assiri, greci e romani, la Terra verso cui per altrettanti 2000 anni gli ebrei nella Diaspora hanno rivolto le loro preghiere, alimentate dalla speranza, Tikwà תִּקְוָה, di potervi ricongiungere. Infatti, a seguito della distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme e alla dispersione di gran parte del popolo ebraico in tutto il resto del mondo, sono state scritte un’infinità di preghiere, canti e poemi che legano indissolubilmente gli ebrei a Israele. Il ritorno degli ebrei nella terra che venne poi chiamata dai romani Palestina non è una mera coincidenza, ma è la realizzazione di un desiderio esistente da secoli, che aveva alla base l’autodeterminazione dell’identità del Popolo Ebraico 
  2. Al contrario l’identità palestinese, con l’accezione che intendiamo oggi, è nata solamente a seguito della fondazione dello Stato d’Israele. La causa che sta alla base della mancata formazione di uno stato arabo in Palestina, non è da ricercare tra le presunte mire espansionistiche israeliane, ma piuttosto nell’invasione della Samaria e della Giudea da parte della Giordania e della Striscia di Gaza da parte dell’Egitto, che, una volta annessi i territori, non riconobbero gli abitanti come cittadini, lasciandoli in una condizione di limbo. Per questo motivo l’identità palestinese nasce solamente a partire dal comune status di abbandono in cui gli arabi-palestinesi si sono ritrovati nel ‘49. Infatti, solamente dal 1967 la questione comincerà ad occupare le prime pagine dei media internazionali. Le teorie per cui i palestinesi sarebbero i discendenti degli antichi filistei o comunque avrebbero un’identità secolare radicalmente diversa da quella degli arabi circostanti, tanto da dover avere un proprio Stato indipendente, sono completamente sballate. Le pretese di autodeterminazione di un popolo perdono di significato se alla base non vi è un’identità culturale specifica e storica. È quindi paradossale pensare che sia necessario un nuovo stato arabo ai confini di Israele, che ne è già circondata.

Fatte le dovute premesse storiche, si può finalmente analizzare nel dettaglio alcune questioni che sono state esposte parzialmente o fraintese nel corso degli ultimi anni, andando a fomentare la causa araba-palestinese. Alla prossima. 


 

David Fiorentini, 18 anni, nato e cresciuto a Siena, di origini romane e israeliane, studia medicina all’Humanitas University di Milano. Dal 2019 Consigliere dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, con delega al Jewish and Israel Advocacy


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 Febbraio 2019
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HaTikwà (R.Benigno-A.Terracina) – Negli ultimi giorni è nata una discussione costruttiva all’interno dell’Ugei. Come tutti sappiamo l’Unione Giovani Ebrei Italiani ha un proprio organo di stampa, Hatikwa, strumento attraverso il quale dar voce al confronto delle idee. Entrando nello specifico, un giovane che individueremo con un nome di fantasia, Jerry, chiede di poter pubblicare un articolo sulla testata in merito a un’intervista dallo stesso effettuata al Sig. Butch, nel quale cita con virgolettati e discorsi indiretti alcuni concetti espressi da quest’ultimo. Tom, direttore del giornale, dopo aver compiuto alcune verifiche, non ultima una conversazione con Butch, non è sicuro che il contenuto dell’intervista sia stato trascritto letteralmente e che quindi possa considerarsi integralmente aderente al pensiero espresso dall’intervistato Butch.

Per risolvere la questione giuridica in oggetto, appaiono doverosi alcuni accenni normativi. In particolare, si fa riferimento al reato di diffamazione, il quale – ex art. 595, c.1. c.p. – prevede che “chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito [c.p. 598] con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032. Inoltre, lo stesso articolo del codice penale al comma 3 recita che “se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516”.

Pertanto, prima di proseguire nell’inquadramento normativo, appare evidente che il giornalista Jerry, qualora avesse ottenuto l’autorizzazione del direttore Tom a pubblicare l’articolo in oggetto e, qualora la notizia stessa si fosse rilevata in un secondo momento falsa, avrebbe potuto commettere il delitto di diffamazione ai danni del signor Butch. Ed infatti, nessun dubbio sussiste circa il fatto che l’attribuzione di frasi mai dette ad una specifica persona possa ledere la sua reputazione e, pertanto, integrare il reato di cui all’art. 595 c.p.

Al riguardo egli non avrebbe potuto nemmeno invocare a sua discolpa l’esercizio del diritto di cronaca. Lo stesso, infatti, deve ritenersi esistente e, quindi, invocabile nel solo caso in cui soddisfi i seguenti requisiti:
1) pertinenza: rilevanza sotto un profilo di pubblico interesse;
2) continenza formale: necessità che l’esposizione dei fatti si mantenga entro limiti di correttezza espressiva, senza trasmodare in esternazioni offensive inutili o gratuite;
3) verità della notizia.

Ebbene, proprio sotto il profilo della verità sarebbe venuto a mancare il sopra citato diritto di cronaca. Altro doveroso accenno normativo risulta essere il disposto dell’art. 57 c.p., secondo cui “il direttore che omette di esercitare il controllo necessario ad impedire che siano commessi reati col mezzo della pubblicazione è punito, a titolo di colpa, se un reato è commesso, con la pena stabilita per tale reato diminuita in misura non eccedente un terzo”. Dalla lettura dell’articolo appena citato si evince che, in capo al Direttore del giornale vi è un vero e proprio obbligo di controllo della fondatezza e verità della notizia. In altre parole, il mancato esercizio di questo obbligo configurerebbe il reato.Alla luce delle considerazioni sopra esposte, occorre ora valutare la posizione del direttore Tom che deve senz’altro essere ritenuto privo di colpe. Ed infatti, qualora avesse agito diversamente avrebbe certamente rischiato di essere responsabile del reato di cui all’art. 57 c.p., qualora la notizia si fosse rivelata in un secondo momento falsa ed il giornalista fosse stato denunciato per il delitto di diffamazione dalla persona offesa. Chiaramente la trattazione meriterebbe ben altro spazio e e i temi e gli esempi portati non possono per ovvie ragioni essere completamente aderenti alla discussione.

Un’ultima chiosa vale la pena farla sul concetto di censura. Secondo l’Enciclopedia Treccani si tratta di una limitazione della libertà civile di espressione del pensiero disposta per la tutela di un interesse pubblico e attuata mediante l’esame, da parte di un’autorità, di scritti o giornali da stamparsi, di manifesti o avvisi da affiggere in pubblico, di opere teatrali o pellicole da rappresentare, di siti Internet, con lo scopo di permetterne o vietarne la pubblicazione, l’affissione, la rappresentazione (…). Più in generale, controllo, biasimo e repressione di determinati contenuti, idee o espressioni da parte di un’istanza dotata di autorità. Ad un lettore attento non potranno sfuggire queste ultime parole: contenuti, idee o espressioni. Neppure di censura quindi si può parlare da parte della redazione dell’UGEI in quanto il diniego di pubblicazione è derivato unicamente non dalla presenza di idee nell’articolo, bensì di dichiarazioni che, a seguito dei dovuti controlli, sembravano non rispecchiare quanto il soggetto in questione intendeva esprimere.


 

  • Ruben Benigno, 31 anni, è un avvocato civilista, iscritto all’Albo degli Avvocati di Roma. Laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Roma Tre. E’ da sempre attivo al servizio delle istituzioni ebraiche. Collabora con associazioni forensi, curando articoli e pareri.

 

  • Alessandro Terracina, 29 anni, è un avvocato penalista, iscritto all’Albo degli Avvocati di Roma. Laureato in Giurisprudenza all’Università LUISS Guido Carli. E’ specializzato in Diritto Penale e Diritto della Privacy. 


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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