Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 Marzo 2019
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HaTikwa (Rav R. Della Rocca) – Secondo un’opinione del Talmùd (Meghillà, 12 a) il decreto di sterminio del popolo ebraico da parte di Hamàn sarebbe riconducibile a una punizione per la partecipazione al grande banchetto di Achashveròsh, narrato nel primo capitolo della Meghillàt Estèr. Nonostante il Re avesse provveduto alla kashrùt del cibo, Mordekhai aveva proibito alla sua comunità di partecipare. Cosa si nasconde dietro questo inquietante Midràsh ?

Achashveròsh nel corso del banchetto avrebbe indossato le vesti del Sommo Sacerdote. I Maestri lo deducono dal fatto che la prima lettera del sesto verso della Meghillà è scritta più grande rispetto alle altre. La lettera è una ח-Chet (valore numerico 8): il Sovrano aveva tirato fuori per il banchetto gli arredi sacri del Santuario che erano stati depredati dal suo predecessore Nabucodonosor e si era vestito con gli otto abiti del Sommo Sacerdote! C’è un profondo legame tra la Meghillà e la Parashà di Tetzawè che si legge quasi sempre nello Shabbàt che precede Purìm, non negli anni di 13 mesi, ma questo legame è “nascosto” nella più perfetta tradizione della festa. Nella Parashà di Tetzawè vengono prescritti i due tipi di abbigliamento dei Cohanim: il vestito del Sommo Sacerdote, il Vestito d’Oro, composto da otto capi, e quello del semplice Sacerdote, il Vestito Bianco, composto da quattro capi. Qualsiasi atto di culto del Santuario, compiuto senza l’abito rituale, è invalido. Il Cohen Gadòl agisce per conto di tutto il popolo. Egli materializza questo concetto indossando una “divisa sacra“, che è in effetti di proprietà del popolo di Israele, per il suo onore e splendore, “E farai delle vesti sacre per Aron tuo fratello, per onore e splendore” Shemòt, 28; 2. 

Il voler vestire gli indumenti del Cohen Gadòl da parte di Achashveròsh in quella festa vuol dire legittimare la musealizzazione della kedushà di Israele. Achashveròsh non è né il primo, e né l’ultimo a farlo in questo modo . Il Furher, immàch shemò vezichrò , tra i suoi progetti di sterminio del popolo ebraico, aveva istituito a Praga il Museo della razza estinta, esponendo tutti gli oggetti e i paramenti sacri depredati nelle varie comunità di tutta Europa . E a Roma c’è ancora un leader religioso che indossa quegli abiti bianchi, che si ispirano a quelli del Sommo Sacerdote , per ribadire che è lui e la sua struttura ad aver preso il posto del culto del nostro Tempio di Yerushalaim.

Lo scenario della Meghillà, non è purtroppo molto diverso da quello di oggi in cui nell’Italia ebraica vi sono più Musei dell’ebraismo che Scuole ebraiche. Quando si vive un ebraismo sempre più ridotto a cerimonie di rappresentanza di fronte a poteri politici che non aspettano altro che sdoganare la “normalizzazione ” degli ebrei, si rischia di trasformare la nostra Tradizione in una reliquia del passato . È anche per questo che Purim resta la festa più attuale del nostro calendario, nella quale la grottesca consuetudine di mascherarci ci deve far provare il disagio e la goffaggine di indossare abiti non propri.

 


Rav Roberto Della Rocca,                                                                                                                                                                                                                                                    Direttore Area Formazione e Cultura

Unione delle Comunità Ebraiche Italiane 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Marzo 2019
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HaTikwà (F. Piazza o Sed) – Si è conclusa ieri la settimana del corso di alta formazione Ye’ud – Future Leader Training, organizzato dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane in collaborazione con World Zionist Organization e Unione Giovani Ebrei d’Italia. Il progetto ha coinvolto quattordici ragazzi da tutta Italia, che hanno partecipato in maniera molto attiva ed entusiasta accompagnati da un programma fitto e variegato. Si sono alternate visite ed incontri con diversi relatori su temi differenti. Grazie alla partecipazione di Dan Wiesenfeld, abbiamo affrontato il tema della leadership edel lavoro di squadra in modo accurato, ma anche originale.

La settimana si è aperta con una visita a Gerusalemme, partendo dal cimitero militare sul Monte Herzel. La guida, in modo estremamente toccante e sentito, ci ha raccontato gli atti eroici dei soldati che, volontariamente e consapevolmente, sacrificarono e sacrificano, la loro vita per lo stato d’Israele. Nel pomeriggio abbiamo esplorato il tunnel del Kotel di Gerusalemme conoscendo la realtà di questo muro, ormai unico e significativo per il popolo ebraico. Il secondo giorno abbiamo avuto l’onore di conoscere gli uffici della Corte Suprema per poi essere ospitati in maniera sorprendentemente accogliente negli uffici della WZO, che tramite un rappresentate ci ha presentato vari progetti Masa. Abbiamo concluso la giornata a Tel Avivaccolti dall’Ambasciatore italiano, Gian Luigi Benedetti e Rav Roberto Della Rocca presso la sinagoga italiana.

Durante la giornata del giovedì, particolarmente intensa, si sono alternati diversi oratori:  Sergio Della Pergola,  che ci ha mostrato tramite dati oggettivi la demografia degli ebrei nella diaspora. Jonathan Pacifici ci ha illuminati sulle possibilità lavorative che Israele offre, in particolare in ambito tecnologico. Il terzo oratore è stato Rav David Menasci, che ci ha permesso di conoscere una realtà dell’ebraismo sicuramente differente da quella che viviamo noi in Italia. Nel tardo pomeriggio abbiamo preso parte ad un’attività condotta da Daniel Segre, stimolante e ricca di significati; Rav Roberto Della Rocca invece ci ha parlato del Sinedrio. La giornata si è conclusa con un dibattito molto acceso e interessante tra Vito Anav e Roberto Della Rocca,  riguardo la politica israeliana.

Il venerdì siamo stati a Gerusalemme per poi trascorrere l’inizio dello Shabbat al Kotel, esperienza emozionante e indescrivibile. Qui abbiamo incontrato alcuni dei ragazzi di Giovane Kehila, con cui abbiamo passato anche lo Shabbat al Bet HaKneset di Eveline. Con Gabriele Segre abbiamo il concetto di leadership. In serata, una volta nel campus, abbiamo preparato i tradizionali mishlochei manot per i soldati soli in Israele in vista di Purim.

Il penultimo giorno ci siamo recati a Gush Etzion dove abbiamo avuto l’occasione di incontrare Rav Wigoda, che ci ha intrattenuti con una lezione affascinante  sulla storia di Purim. Ci siamo recati allo Zomet, un luogo di sviluppo di tecnologie capaci di aiutare le persone a vivere uno Shabbat in salute e sicurezza.        Questo viaggio mi ha dato la possibilità di mettere in discussione la mia identità di ebrea e la possibilità di sviluppare una mia, spero, futura abilità di leadership e di leader comunitario.

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Marzo 2019
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HaTikwà (D. Zebuloni) – Recentemente mi è capitato di incontrare una persona a me molto cara. “Ho dovuto trascorre un lungo periodo in ospedale”, mi ha raccontato. Sono stanchissima, ma molto rafforzata”. Per ovvi motivi non riporterò qui il suo nome, ma vorrei tanto che lei riuscisse a riconoscersi in queste righe e che ci trovi al loro interno tutto l’affetto e la stima che nutro per lei. “Ho visto tanta sofferenza, ma anche tanta luce; tante persone che fanno del bene. Perché non si parla mai di questo nei giornali?”. Non ho saputo darle una risposta. In effetti, perché non se ne parla mai nei giornali? Si cede sempre spazio al conflitto e alla polemica. Come mai non si parla mai delle persone che fanno del bene, spesso in silenzio e senza scomodare nessuno? Perché? Non lo so, ribadisco, ma nel dubbio: parliamone. Nell’ospedale Hadassa Ein Karem, a Gerusalemme, c’è una coppia di ebrei ortodossi; i coniugi Peretz. “Non troverai un solo paziente dell’Hadassa che non conosce la famiglia Peretz”, continua a raccontarmi la persona a me molto cara. “Ogni Shabbat organizzano un pasto alle famiglie dei pazienti degno del migliore ristorante stellato”. I coniugi Peretz dedicano infatti il loro unico giorno di riposo della settimana a chi necessita di un sorriso. Preparano tavole imbandite per decine e decine, talvolta centinaia di persone. Scopro tuttavia sul web che gli angeli sono spesso quelli che soffrono maggiormente. Senza mai compiangersi, ovviamente.

Un articolo pubblicato sul sito Kikar HaShabbat riporta che nel 2016 i coniugi Peretz sono riusciti ad avere la loro prima ed unica figlia dopo trent’anni di matrimonio, nonché dopo trent’anni di tentativi vani. Dove si trova la forza per fare del bene quando la vita pare così ostile, mi domando. “La bontà non ha limiti! Quando ho provato a offrire una donazione in segno di riconoscimento per i pasti consumati, mi è stato detto che non ce n’è alcun bisogno in quanto esiste già un donatore anonimo che finanzia questa straordinaria iniziativa”. I Peretz infatti non sono gli unici a portare luce tra le mura dell’ospedale. “Arrivano decine di soldati, di studenti, di volontari di ogni età e di ogni etnia a far visita ai pazienti, spesso con un vassoio di dolci, con una chitarra acustica o un violino. Suonano, cantano, ballano. Regalano un po’ di speranza a chi l’ha persa”. Ascolto e ripeto dentro di me: regalano un po’ di speranza a chi l’ha persa. Speranza, in ebraico HaTikwa. Proprio così, la stessa speranza che dà il nome a questa testata. Temo che ad aver perso la speranza non siano solamente i pazienti dell’Hadassa, ma tutti noi. Specialmente noi giovani e giovanissimi. La speranza in un futuro migliore, un futuro privo di conflitti (interni o esterni che siano), un futuro meno buio del presente in cui viviamo. La speranza che crea senza mai distruggere, il movente ad andare avanti senza mai retrocedere ai tempi ostili che hanno caratterizzato capitoli infiniti dei libri di storia.

Sarà pure un cliché, ma dico ciò che segue: affinché non si spenga, la speranza va alimentata come una fiamma, nutrita come un neonato. La speranza va cercata negli angoli delle città, nel sorriso di un amico, negli spazi che danno luce tra le foglie di un albero. La speranza va cercata dentro di noi, perché è lì, da qualche parte, che aspetta solamente di essere trovata. Uno studio psicologico dimostra che sorridendo ci si sente più felici. Il sorriso dunque, seppur disegnato, influisce sullo stato d’animo di chi lo dona. Applichiamo questo principio alle nostre vite. Sorridiamo, sorridiamo come i coniugi Peretz sorridono anche quando tutto sembra andare per il verso storto. Sorridiamo a chi ne ha più bisogno di noi. Sorridiamo come sorride la persona a me molto cara a cui dedico queste righe, capace di riconoscere il bello lì anche dove di bello non sembra esserci proprio nulla. Facciamo del bene, basterebbe una sola buona azione al giorno, un piccolo gesto. Un sorriso, appunto, per ricordare a noi stessi che non serve aspettare che arrivi un angelo a dare una svolta alla nostra vita. Bastiamo noi. Basta non perdere la speranza. Come diceva Rabbi Nachman: “Perdere la speranza è come perdere la libertà, è come perdere il tuo sé.”


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 Marzo 2019
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HaTikwa (D. Spizzichino) – Il Ramban sceglie di iniziare la sua Iggeret con una famosa citazione dal Mishlè (Proverbi) in cui si accentua la connessione tra la formazione etica dell’individuo e gli esempi genitoriali. Se, letto in un verso, siamo quindi davanti a un richiamo transgenerazionale verso l’alto, ossia dal figlio ai genitori, dall’altro è implicito uno speculare obbligo transgenerazionale, stavolta verso il basso, di influenzare positivamente i figli attraverso il proprio esempio di morale e di Torà. Sarebbe interessante capire le differenze tra Mussar e Torà, perché nel verso dei Proverbi il Mussar preceda la Torà e perché il Mussar venga inclinato al maschile (Mussàr avìcha) mentre la Torà al femminile (Toràt immècha). Tra i commenti a riguardo mi sembra interessante quello di Rabbenu Chaim Vital, il più famoso discepolo dell’Arizal, che spiega il motivo per cui, nonostante i molti insegnamenti etici anche di carattere generale presenti nella Torà, non ci sia una vera e propria Mitzvà di migliorare le proprie middòt, gli attributi (letteralmente “le misure”) del proprio carattere. Il grande Kabalista di Zfat spiega che “un buon carattere è il requisito primario per adempiere alle 613 Mitzvòt della Torà”, come a dire che il lavoro di autoperfezionamento spirituale è una precondizione per una corretta osservanza delle Mitzvòt. Del resto già il Midrash (Vaykrà Rabbà 9;3) riporta a nome di Rabbi Yishmael bar Nachmani che il Derech Eretz (le regole di buona condotta) ha preceduto la Torà di 26 generazioni. In realtà sappiamo tutti che è vero anche il contrario, ossia che come certi “prerequisiti morali” sono necessari per accettare su di sé il giogo della Torà anche questa, di converso, è in grado di perfezionare i nostri tratti sempre di più. E’ pertanto assai puntuale allora quanto rimarca Rabbi Elazar ben Azarià nei Pirkè Avòt (3;18) dicendoci che così come “se non c’è Torà non c’è Derech Eretz” d’altro canto “se non c’è Derech Eretz non c’è Torà”.
L’idea della Torà si associa, direi giustamente, con qualcosa che attiene allo studio dei testi sacri e con l’approfondimento e la trasmissione dell’insegnamento rabbinico nei secoli. Eppure l’ambito – se così posso dire – della Torà è molto più vasto, e riguarda ogni esperienza esistenziale ed emotiva, ogni agito, che può e deve essere trasformato in un mezzo di Kedushà e un veicolo per il divino. Cosa può fare allora un padre che non possa insegnare Torà al figlio? Sappiamo dai Maestri che questo potrà uscire d’obbligo da questa Mitzvà procurandogli un precettore o un’altra forma di istruzione ebraica. Ma davvero a questo punto può egli dirsi soddisfatto? Evidentemente no, c’è un’altra Torà che non è costituita da discussioni talmudiche o sottigliezze legali, ma che è fondata sugli esempi di generosità, mitezza, onestà e così via che egli ha il dovere di impartirgli e che il figlio ha il dovere di assorbire. Sulla stessa linea di pensiero è l’Or HaChaim che nel suo commento su Devarim 31:13 scrive: “Un figlio deve essere ammaestrato alla Irat Shamaim (timore-rispetto Divino) sin dalla più tenera età. Anche se questi fosse troppo piccolo per cominciare uno studio formale della Torà deve comunque essere ammaestrato al timore-rispetto Divino perché così egli rimarrà timoroso-rispettoso per tutto il resto della sua vita”.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 Marzo 2019
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HaTikwà (F.Tedeschi) – Caro amico, in riferimento al tuo articolo pubblicato per Pagine Ebraiche, ho una proposta per te: entrambi siamo “evidentemente” stufi della religione del nostro popolo: è ingombrante, con troppi precetti, troppo arretrata, la legittimità di articolare pensieri profondi viene concessa solo ai rabbini che hanno studiato per anni e ogni volta che proviamo ad esprimerci sullo stesso piano veniamo tacciati di inopportunità o persino di ignoranza, proprio noi che siamo laureati ed umanisti (sic!). Sai che c’è? Fondiamo una nostra nuova religione. Andiamocene via sbattendo la porta perché non vogliamo aver nulla a che fare con questi fondamentalisti. Ovviamente non buttiamo via tutto dalla nostra esperienza di vita precedente: ci sono tante cose dell’ebraismo per cui comunque andiamo matti come ad esempio il Klezmer, o leggere la Torah (ma solo interpretandola in maniera esclusivamente personale), teniamo anche la Tefillah, ma magari togliamo qualche pezzo noioso o spinoso e qualche pezzo lo facciamo in italiano, magari un po’ pop, così le preghiere saranno veramente partecipate. Però una cosa cambiamola radicalmente: invece di pregare rivolti verso Gerusalemme, verso quel muro che come sai è sempre molto affollato e su cui spesso si finisce per litigare, prendiamoci come luogo sacro Roma, anzi la Basilica di San Pietro, che con quel suo bel baldacchino dell’altar papale ci ricorda tanto la Tevah tipica delle nostre sinagoghe piemontesi. Nessuno vorrà forse negare le inscindibili relazioni plurisecolari che legano ovviamente il nostro Popolo con la Santa Sede.

Ovviamente sarebbe bello se i fedeli della nostra nuova religione andassero tutti i giorni, ma in particolare domenica, a celebrare i nostri gioiosi riti sotto, per esempio, la Pietà del Michelangelo indossando Talled e Tefillin. Sicuramente il Papa ne sarà felicissimo e le miriadi di turisti, pellegrini e fedeli nel vederci lì fare i nostri riti non ci percepirà come fuori luogo. Certo, sicuramente la maggior parte dei fedeli di quel luogo non sarà violenta con noi come quei vergognosi, deplorevoli, violenti (chiedo un aiuto dal pubblico per trovare altri aggettivi) Charedim del Kotel. Magari semplicemente saremo scortati di peso fuori dalla gendarmeria vaticana, ma noi siamo testardi e non demorderemo: San Pietro e anche nostra e di certo non ci accontenteremo neanche se ci dessero una navatina laterale. Noi vogliamo per forza l’altare maggiore la domenica mattina. Il cristianesimo ha rinunciato a tantissime delle sue regole in passato, perché non dovrebbe farlo anche questa volta? Caro amico, fai bene a condannare quelle violenze, dobbiamo farlo tutti. La violenza però non è una questione soltanto fisica, c’è anche la violenza verbale, c’è il bullismo, c’è ad esempio anche la provocazione continua e martellante che cerca di far passare per normale ed accettabile ciò che accettabile non è. Entrare in una nostra comunità con un panino al prosciutto, anche se a casa nostra siamo abituati a consumarlo, è un atto offensivo ed il battersi perché questo diventi invece legittimo in nome della nostra libertà personale è comunque, in fin dei conti, un atteggiamento violento.

Andare al Kotel e compiere pubblicamente atti contrari alla Halachà è allo stesso modo un atto violento e per alcuni profondamente offensivo. E attenzione: questo vale indipendentemente da quale sia la tua religione nel momento in cui lo fai in piena coscienza delle regole di quel luogo. Quella del Kotel è tutto sommato una battaglia in cui si ripropongono i soliti schemi della manifestazione politica: si protesta a testa alta facendo assai rumore e alla prima reazione della polizia, dei charedim o dell’esercito, si passa alla fase vittimistica per denigrare l’avversario. Un po’ come certa propaganda palestinese che entrambi contrastiamo. Io non ho mai apprezzato questa strategia della lotta politica: per me, se credo fortemente in quella battaglia e se sono io a provocarla compiendo un gesto politico, ogni spintone, ogni arresto deve essere considerato una medaglia al valore nella mia lotta.