News

Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 Febbraio 2019
finan.jpg

6min336

Il nostro Tesoriere, Graziano Di Nepi, ha preso parte alla conferenza indetta da Antonella Carnevale, Consulente finanziario e senior partner di Azimut Capital Management SGR Spa, in occasione della presentazione del libro “La resa dei conti”, scritto da Leopoldo Gasbarro, per fare chiarezza sull’evoluzione dei temi economici e finanziari di oggi. Ecco la sua esperienza:

HaTikwà (G. Di Nepi) – Si sono concluse nelle scorse settimane le chiusure annuali dei mercati finanziari archiviando così un 2018 con performance negative per la maggior parte delle attività, l’unico asset a fare eccezione è stato la parte obbligazionaria europea a lungo termine. Gli operatori prevedono un 2019 sicuramente caratterizzato da ampi margini di volatilità data da molteplici appuntamenti politici e macroeconomici, tra questi: la previsione di aumento dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve; la fine del programma straordinario di mercato aperto indetto dalla BCE, meglio conosciuto come Quantitative Easing; il rallentamento della crescita del Pil cinese; la fine del mandato del Presidente della BCE, Draghi.

Ho partecipato ad una conferenza indetta da Antonella Carnevale, Consulente finanziario e senior partner di Azimut Capital Management SGR Spa, per fare chiarezza e approfondire i temi economici odierni con lo scrittore e giornalista, Leopoldo Gasbarro. Gasbarro cura in qualità di editorialista e opinionista, su TgCom24 “Soldi nostri”, trasmissione che tratta il difficile mondo della gestione dei risparmi. Collabora con “Il Giornale” e con “Il Sole 24ORE”. Gasbarro inizia l’analisi evidenziando il sostanziale cambiamento di paradigma della finanza moderna, ascrivibile al fallimento della banca d’investimenti Lehman Brothers nel 2008, da quel momento non è più possibile trovare sui mercati finanziari dei rendimenti allettanti. Anzi, la maggior parte dei rendimenti obbligazionari a breve termine risulta negativo in Europa. Dopo una breve introduzione il giornalista si concentra sul tema Italia, concedendo l’appellativo di un sistema “banco-centrico”, cioè un sistema di crescita economico e finanziario basato sulla disponibilità delle banche a concedere mutui e prestiti. A conferma della tesi si segnala che le maggiori contrazioni del Pil italiano si sono registrate nei momenti accomunati dal fallimento di banche italiane come CariChieti, Banca Popolare dell’Etruria, Banca Marche. Ciò accadde per l’inasprimento del gettito fiscale da parte del Governo Monti per aziende e famiglie, andando a costituire quel buco nero dei “Crediti Deteriorati o NPL” che ancora costituisce un bel grattacapo. Il risparmio italiano è attualmente costituito da 4.288 miliardi €, da sempre il popolo italiano conserva la caratteristica di una grande propensione al risparmio a conferma dei dati ABI per il 2018, tuttavia più del 30% è mantenuto in forma liquidità assoggettandosi ai costi d’inflazione e dei conti corrente determinando quindi una pessima propensione all’investimento. Il resto dei risparmi è suddiviso rispettivamente fra Assicurazioni, Fondi Pensione, TFR, azioni e obbligazioni, ora entrano in gioco i ruoli per la gestione del patrimonio come il Consulente finanziario e Private Banker.

I dati affermano che tutti coloro che si servono di queste figure riscontrano una crescita del patrimonio maggiore e sicuramente più oculata rispetto alle necessità della vita del cliente. Il bilancio dello stato è in difficoltà per via della mancata crescita demografica e il sistema pensionistico è in sofferenza per l’aumento della vita media o della vecchiaia, solo la finanza può soccorrere l’apparato attraverso la costituzione dei Fondi pensione e strumenti alternativi. Leopoldo Gasbarro sottolinea l’importanza della psicologia dell’investitore, infatti, i premi Nobel per l’economia sono stati assegnati non ad economisti come vuole la prassi, bensì a degli psicologi, come Richard Thaler padre della finanza comportamentale e vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2017. L’analisi evidenzia come un evento economico può avere risultati diversi in termini di rendimento a seconda del comportamento posto in essere dall’investitore, non a caso colui che agirà istintivamente sarà quello più punito dal mercato. Questo può risultare scontato per il lettore ma in realtà non lo è, poiché ogni essere umano conserva sin dalla notte dei tempi una ghiandola celebrale per scappare dal pericolo, in questo caso il crollo del mercato. La conferenza si chiude con i ringraziamenti da parte di Antonella Carnevale, all’ospite d’onore e ad Azimut Capital Management SGR Spa per tutte le risorse impiegate.

Concludo con una massima di Benjamin Graham: “Il segreto del tuo successo finanziario è dentro di te. Il modo in cui si comportano i tuoi investimenti è molto meno importante del modo in cui ti comporti tu”.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Febbraio 2019
Cs2-2251-1024x768.jpg

11min409

HaTikwà (R.Limentani)Aaron Fait, esperto di desertificazione, biotecnologie e fisiologia molecolare, ricercatore e professore presso la Ben Gurion University, è nato 46 anni fa a Bolzano da madre ebrea. Nel 1992 decide di effettuare l’Aliyah e stabilirsi per il primo periodo nel kibbutz Hazorea, lavorando come mungitore in un allevamento di mucche. Dopo aver conseguito una laurea in biologia e un master in ecologia e studi ambientali presso la Tel Aviv University, conclude il suo straordinario percorso di studi con un dottorato in biochimica all’istituto Weizman. Nel 2014 ha preso le redini del programma israeloitaliano “Irrigate”. Tale idea vede l’irrigazione goccia a goccia applicata nei vigneti con l’ ausilio di sensori capaci di monitorare in tempo reale piante, condizioni climatiche e suolo. L’obiettivo era far fronte ai cambiamenti climatici che hanno colpito il Friuli negli ultimi 10 anni, salvaguardandone e ottimizzandone i raccolti con le tecniche innovative israeliane.

Come procede il progetto Irrigate a 5 anni dal suo inizio? Ha dato i risultati previsti e desiderati?
Irrigate è stata una avventura anche per conoscere l’ambiente dei viticoltori italiani, ci ha permesso di utilizzare la loro esperienza ed allo stesso tempo aiutarli a prendere delle decisioni di management delle risorse idriche in maniera più attenta. L’irrigazione goccia a goccia nella vite non è ancora ovvia, ma è sempre più comune. Ora la sfida è ottimizzarla, perché un Sirah non utilizza l’acqua come un Cabernet Sauvignon, e quindi necessita di una strategia irrigua diversa. Gli esperimenti nel deserto ci hanno permesso di studiare con precisione l’effetto di questo metodo d’irrigazione su diverse tipologie di vite, senza la preoccupazione di precipitazioni improvvise e quindi con maggiore controllo delle condizioni di crescita. Il deserto funge quindi da laboratorio a cielo aperto, dove poter testare metodi di agricoltura sensibili ai cambiamenti climatici. Irrigate quindi ha permesso l’interazione tra viticoltori, scienziati, una società privata, Netafim, per sviluppare metodi adatti alle zone del Friuli. Senza contare la perfetta collaborazione dei due Governi, italiano e israeliano.

Sono aumentate le collaborazioni a livello Internazionale per il trasferimento del know-how israeliano nel mondo? Queste conoscenze sono state esportate in Africa o in paesi con grandi territori desertici e mancanza di acqua?
Irrigate è finito, ma sono nati altri progetti, tra cui un progetto europeo sui porta-innesti e sulla tolleranza alla siccità e salinità di cui  Udine ne è il capofila, ma anche un progetto in Slovenia sull’utilizzo di acqua riciclata nella viticoltura. Contemporaneamente Israele ha programmi di ricerca in collaborazione con istituzioni africane. Il nostro istituto ogni anno porta studenti di Master e Dottorato in Africa a partecipare a progetti legati all’agricoltura e alle risorse idriche. Nel mio laboratorio, fino ad oggi ho cresciuto studenti dall’Etiopia e dal Ghana, che sono tornati e torneranno nel proprio paese con know-how israeliano.

Quali benefici può trarre una pianta da frutto in un clima desertico?
Risolto il problema dell’acqua con sistemi di irrigazione, riciclaggio e desalinizzazione, la vite cresce bene nel clima del Negev, le produzioni dei Nabatei a Avdat, dei bizantini e del popolo ebraico ne sono la testimonianza. Gli sbalzi di temperatura tra giorno e notte favoriscono la maturazione e lo sviluppo del metabolismo secondario degli aromi. La bassa umidità riduce il rischio di sviluppo di muffe ottenendo quindi una minore necessità di spruzzare chimica sul frutto, cosa pericolosamente comune in zone più umide. Però per poter riuscire a fare buon vino serve anche proteggere il frutto dagli agenti ambientali che lo possono nuocere. Le radiazioni solari per esempio, nel deserto possono portare il frutto alla disidratazione , all’apparizione di bruciature, per non parlare del livello degli zuccheri (e quindi della percentuale alcolica nel vino) e della perdita di acidità e colore.

Di quali altre ricerche si sta occupando attualmente nel centro Blaustein?
Oggi lavoriamo su progetti che includono la variabilità genetica della vite e la sua risposta a stress ambientali. Cresciamo una trentina di varietà diverse, in due località nel deserto del Negev e ne seguiamo lo sviluppo del frutto, la composizione chimica, e la qualità del vino. Sempre legato alla vite, abbiamo un progetto su cellule staminali di acino, ovvero cellule cresciute in laboratorio che producono polifenoli, composti antiossidanti e antinfiammatori naturalmente prodotti dalla vite, anche se queste cellule lo fanno tutto l’anno e possono essere manipolate geneticamente per aumentare la produzione di questa o quella molecola. Una volta estratte, possono essere utilizzate per la farmaceutica o per il settore alimentare. Lavoriamo anche molto sul pomodoro, un modello per la genetica delle piante, ma anche un’importante cultura in Israele, per il mercato locale e per l’esportazione. Stiamo lavorando a migliorare la tolleranza a salinità e siccità di questa pianta, soprattutto con attenzione all’apparato radicale.

Cosa la portò, in primo luogo, ad avvicinarsi al mondo della biologia vegetale e conseguentemente ad intraprendere i suoi studi in Israele?
Un giorno di primavera durante il laboratorio di fisiologia animale a Tel Aviv capii di non aver fatto i conti con la mia incapacità di effettuare esperimenti sugli animali. Così crebbe l’interesse per l’ecologia, la genetica delle popolazioni di piante e gli ecotipi delle sottospecie adattate all’ambiente. Infatti, le piante non potendo muoversi da un luogo all’altro hanno dovuto sviluppare una miriade di sistemi di adattamento all’ambiente grazie ai quali crescono, fioriscono, fanno frutti, disperdono i propri semi e poi germinano. In tutto questo la chimica gioca un ruolo fondamentale. Dalla protezione contro le radiazioni solari, al mantenimento dell’equilibrio idrico nei tessuti, alla difesa diretta da erbivori. In questo mondo esistono anche casi di collaborazione tra piante ed insetti basati sulla chimica: vi sono insetti che vivono in stretto rapporto con specifiche piante perché queste producono composti chimici che si accumulano nel corpo degli insetti, fungendo da repellenti per i loro predatori. Lo stesso insetto può avere la funzione di fertilizzare la pianta, o di cacciarne i parassiti o predatori. Per quanto riguarda Israele si parla di un amore a prima vista, la sua varietà ecologica, fitogeografica e culturale mi ha rapito. Il deserto è un ambiente in cui mi sento più a contatto con la terra, Madre Terra, senza filtri, un contatto pulito; nel deserto posso ascoltare il silenzio, emozionarmi per i colori dei fiori, per la forza delle piante, e per la grandezza del tempo che ne ha modellato le colline.

Pensa che con la rivalutazione di un area pari al 60% del paese – come quella del Negev –  potremmo finalmente sperare di esportare in grandi quantità prodotti agricoli Israeliani cresciuti senza privare la popolazione di terre abitabili e di acqua?
Il Negev è il futuro di Israele. Qui si esprimerà la capacità di Israele nella ricerca e nello sviluppo, sia agricolo ma anche sociale. Prendi Beer Sheva, una città che ha visto un boom economico significativo, che ha sviluppato settori dell’Hi-tech e della ricerca nel campo della cyber security, che vedrà presto anche moltiplicare la ricerca medica con il progetto di un nuovo ospedale all’avanguardia della medicina mondiale. Pensa alla popolazione di Beer Sheva , a quella degli studenti della sua università, ebrei e arabi che studiano insieme, la società beduina che cambia grazie anche allo sviluppo economico e agli studi delle loro donne beduine nel settore dell’educazione. Beer Sheva, capitale del deserto, fiorisce e con lei il Negev intero. Se sapremo come aiutarlo.


Il Negev, la zona desertica dove Aron Fait vive, lavora e studia, è stato per due anni, la mia seconda casa. La base in cui ho prestato il mio servizio militare, erá proprio là. Per due anni ho fatto, quasi settimanalmente, in autobus la tratta Ber Sheva-Mitzpè Ramon, passando proprio 4 per le colline descritte da Aron. Guardavo annoiato dal finestrino dell’ autobus, quel deserto roccioso e polveroso di colore giallo ocra, domandandomi cosa si potesse tirare fuori da questo territorio così inospitale e brullo, finché un giorno mi sono imbattuto per caso in un articolo scientifico su Aaron Fait. Ricordo come se fosse ora, che, finito di leggere, alzai la testa e guardai fuori dal finestrino e tutto mi apparve sotto una luce differente: quel paesaggio monotono cominciò a prendere vita e colore. Il suo aspetto mutò. Divenne verde. Forse fu proprio così che lo vide David Ben Gurion. Da quel momento, ogni mio viaggio da e per la base fu diverso. Fu un viaggio in cui l’immaginazione apriva la strada ad un verde speranza.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 Febbraio 2019
mediterraneo-migranti.jpg

4min687

HaTikwà (D.) – Non dovremmo sentirci in colpa? Io mi sento in colpa e mi vergogno, e voi? Lo scrivo, lo dico sottovoce, ma non riesco a gridarlo quanto dovrei. L’indifferenza, che da sempre si diffonde come un’infezione virale, ha colpito anche me: sono stato contagiato. Ho sempre creduto che noi fossimo vaccinati contro l’indifferenza, perché l’abbiamo provata sulla nostra pelle. Bene, nel mio caso non è così. “L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. L’indifferenza è il peso morto della storia”diceva Gramsci. Chiamatemi abulico, parassita, vigliacco e peso morto, perché lo sono, ma vorrei non esserlo. Scrivere questo articolo, forse, mi farà fare un passo in avanti, ma non ne sono sicuro. Inizio spiegando il motivo per cui mi ci sento.

Mi ci sento perché non sto facendo nulla per evitare ciò che vedo. Mi ci sento perché troppe persone stanno morendo in mezzo al mare alla ricerca di una speranza; perché i cristiani stanno cadendo come birilli in Africa travolti dalla palla da bowling targata Boko Haram; perché c’è un razzismo, nemmeno più tanto latente, che sta tornando in voga nel mio Paese; perché nelle curve degli stadi ancora ci sono svastiche e cantano slogan antisemiti; mi ci sento perché nel mio Paese c’è chi cita i Savi di Sion e ancora siede al Senato; mi ci sento perché non faccio niente. Ma io che posso fare? Dentro di me dico molte cose, ma in realtà non ne faccio nemmeno una. Forse sono un debole, forse non ho gli attributi che servirebbero per trascinare persone davanti al Parlamento, all’Ambasciata, alla Figc o al Senato, ma seguirei chiunque in uno di questi posti.

Faccio parte di una generazione, fino ad oggi, priva di leader carismatici. Gli ultimi, veri, sono ormai considerati parte della vecchia guardia. Perché non ci insegnate come si fa? Perché invece di prenderci per mano e portarci verso un futuro di proteste legittime e manifestazioni di dissenso, ci lasciate in balìa di noi stessi? Perché invece di crogiolarvi dentro i vostri meriti passati, non tramandate le vostre conoscenze, i vostri metodi a chi ha voglia di imparare? Ne abbiamo bisogno per difenderci e per proteggere chi non è in grado di farlo. Ne abbiamo bisogno perché facciamo parte di una generazione che dà più peso ad un post su Facebook o su Twitter rispetto che ad una manifestazione. Siamo la Generazione Z, quelli nati e cresciuti già, e solamente, con l’esistenza di internet. Il nostro silenzio, la nostra apatia, la vigliaccheria che ci contraddistingue verso ciò che accade all’esterno dove ci porterà? E’ indifferente anche per voi?


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 Febbraio 2019
2h3811-e1549378487494.jpg

7min261

HaTikwà (R.Benigno-A.Terracina) – Negli ultimi giorni è nata una discussione costruttiva all’interno dell’Ugei. Come tutti sappiamo l’Unione Giovani Ebrei Italiani ha un proprio organo di stampa, Hatikwa, strumento attraverso il quale dar voce al confronto delle idee. Entrando nello specifico, un giovane che individueremo con un nome di fantasia, Jerry, chiede di poter pubblicare un articolo sulla testata in merito a un’intervista dallo stesso effettuata al Sig. Butch, nel quale cita con virgolettati e discorsi indiretti alcuni concetti espressi da quest’ultimo. Tom, direttore del giornale, dopo aver compiuto alcune verifiche, non ultima una conversazione con Butch, non è sicuro che il contenuto dell’intervista sia stato trascritto letteralmente e che quindi possa considerarsi integralmente aderente al pensiero espresso dall’intervistato Butch.

Per risolvere la questione giuridica in oggetto, appaiono doverosi alcuni accenni normativi. In particolare, si fa riferimento al reato di diffamazione, il quale – ex art. 595, c.1. c.p. – prevede che “chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito [c.p. 598] con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032. Inoltre, lo stesso articolo del codice penale al comma 3 recita che “se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516”.

Pertanto, prima di proseguire nell’inquadramento normativo, appare evidente che il giornalista Jerry, qualora avesse ottenuto l’autorizzazione del direttore Tom a pubblicare l’articolo in oggetto e, qualora la notizia stessa si fosse rilevata in un secondo momento falsa, avrebbe potuto commettere il delitto di diffamazione ai danni del signor Butch. Ed infatti, nessun dubbio sussiste circa il fatto che l’attribuzione di frasi mai dette ad una specifica persona possa ledere la sua reputazione e, pertanto, integrare il reato di cui all’art. 595 c.p.

Al riguardo egli non avrebbe potuto nemmeno invocare a sua discolpa l’esercizio del diritto di cronaca. Lo stesso, infatti, deve ritenersi esistente e, quindi, invocabile nel solo caso in cui soddisfi i seguenti requisiti:
1) pertinenza: rilevanza sotto un profilo di pubblico interesse;
2) continenza formale: necessità che l’esposizione dei fatti si mantenga entro limiti di correttezza espressiva, senza trasmodare in esternazioni offensive inutili o gratuite;
3) verità della notizia.

Ebbene, proprio sotto il profilo della verità sarebbe venuto a mancare il sopra citato diritto di cronaca. Altro doveroso accenno normativo risulta essere il disposto dell’art. 57 c.p., secondo cui “il direttore che omette di esercitare il controllo necessario ad impedire che siano commessi reati col mezzo della pubblicazione è punito, a titolo di colpa, se un reato è commesso, con la pena stabilita per tale reato diminuita in misura non eccedente un terzo”. Dalla lettura dell’articolo appena citato si evince che, in capo al Direttore del giornale vi è un vero e proprio obbligo di controllo della fondatezza e verità della notizia. In altre parole, il mancato esercizio di questo obbligo configurerebbe il reato.Alla luce delle considerazioni sopra esposte, occorre ora valutare la posizione del direttore Tom che deve senz’altro essere ritenuto privo di colpe. Ed infatti, qualora avesse agito diversamente avrebbe certamente rischiato di essere responsabile del reato di cui all’art. 57 c.p., qualora la notizia si fosse rivelata in un secondo momento falsa ed il giornalista fosse stato denunciato per il delitto di diffamazione dalla persona offesa. Chiaramente la trattazione meriterebbe ben altro spazio e e i temi e gli esempi portati non possono per ovvie ragioni essere completamente aderenti alla discussione.

Un’ultima chiosa vale la pena farla sul concetto di censura. Secondo l’Enciclopedia Treccani si tratta di una limitazione della libertà civile di espressione del pensiero disposta per la tutela di un interesse pubblico e attuata mediante l’esame, da parte di un’autorità, di scritti o giornali da stamparsi, di manifesti o avvisi da affiggere in pubblico, di opere teatrali o pellicole da rappresentare, di siti Internet, con lo scopo di permetterne o vietarne la pubblicazione, l’affissione, la rappresentazione (…). Più in generale, controllo, biasimo e repressione di determinati contenuti, idee o espressioni da parte di un’istanza dotata di autorità. Ad un lettore attento non potranno sfuggire queste ultime parole: contenuti, idee o espressioni. Neppure di censura quindi si può parlare da parte della redazione dell’UGEI in quanto il diniego di pubblicazione è derivato unicamente non dalla presenza di idee nell’articolo, bensì di dichiarazioni che, a seguito dei dovuti controlli, sembravano non rispecchiare quanto il soggetto in questione intendeva esprimere.


 

  • Ruben Benigno, 31 anni, è un avvocato civilista, iscritto all’Albo degli Avvocati di Roma. Laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Roma Tre. E’ da sempre attivo al servizio delle istituzioni ebraiche. Collabora con associazioni forensi, curando articoli e pareri.

 

  • Alessandro Terracina, 29 anni, è un avvocato penalista, iscritto all’Albo degli Avvocati di Roma. Laureato in Giurisprudenza all’Università LUISS Guido Carli. E’ specializzato in Diritto Penale e Diritto della Privacy. 

Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 Gennaio 2019
Ucmu10002352.jpg

4min232

 

HaTikvà (M.Moscato)La Parashà che andremo ad approfondire questa settimana è la Parashà di Itrò. Essa è conosciuta come la Parashà dei dieci comandamenti, Haseret Hadiberot. I nostri Maestri z”l dicono che questi comandamenti sono incisi su due tavole: da una parte i primi cinque comandamenti, che sono positivi in quanto rispecchiano il collegamento tra l’uomo ed Hashem, e dall’altra parte gli ultimi cinque, che sono proibitivi in quanto rispecchiano i rapporti tra gli uomini.

Soffermiamoci sul quinto comandamento, quello che afferma: “Onora tuo padre e tua madre affinché si prolunghino i tuoi giorni sulla terra che il Signore tuo D-o ti ha dato”. Rabbi Moshe Ben Maimon, conosciuto anche come il Rambam, sostiene che con il quarto comandamento Hashem completa la descrizione degli obblighi dell’uomo per onorare direttamente Hashem. Secondo l’interpretazione del Rambam, Hashem ci indica gli obblighi verso le Sue creature, iniziando con i doveri verso i nostri genitori, i quali assomigliano al Creatore in quanto loro sono suoi soci nella creazione di un bambino. È come se Hashem fosse il nostro primo genitore e il padre e la madre completino l’atto di portarci alla luce. Qualcuno potrebbe onorare i suoi genitori per puro affetto o per obblighi morali nei loro confronti. Nella Torah troviamo questa mitzvah due volte: la prima volta proprio in questa Parashà, dove c’è appunto scritto che dobbiamo onorare nostro padre e nostra madre. Il secondo riferimento invece lo troviamo nella Parashà di Kedoshim, dove Hashem ci dice che ogni persona deve temere sua madre e suo padre.

Qual è dunque la differenza tra onorare e temere i genitori? Temere significa, per esempio, che un figlio non si deve sedere nel posto fisso di un suo genitore, o non deve contraddire le sue parole né assumere posizioni contrastanti. L’onore significa, per esempio, che il figlio deve offrire ai suoi genitori del cibo, accompagnarli e aiutarli. Deduciamo che l’onore richieda atti positivi. Leggendo attentamente i due versi vediamo che nel comandamento relativo all’onore, il padre viene nominato prima della madre, mentre nel comandamento relativo al timore la madre viene prima del padre. Perché? Hashem sa che l’essere umano tende a dare onore più alla madre che al padre: essa educa i bambini e li tratta con gentilezza; il padre invece è maggiormente associato all’atto di ammonimento dei propri figli.

Per quanto riguarda il timore invece vale il contrario: è naturale per un figlio temere il padre di più rispetto alla madre e quindi la Torah da precedenza alla madre nel comandamento relativo al timore. Lo scopo è quello di insegnarci che dobbiamo temere e rispettare nostra madre e nostro padre in egual misura. La parola kavod (onore) ha la stessa radice della parola kaved (pesante). Ciò implica che onorare i propri genitori significa prenderli molto seriamente, farsi carico di loro, dando ad essi tutto il peso della nostra attenzione. Provvedere alle necessità dei genitori è una dimostrazione di grande valore morale.

Shabbat Shalom a tutti.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci