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Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 Maggio 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – E infine, dopo mesi di campagna elettorale, dibattiti e speculazioni, cala il sipario sulle elezioni europee di quest’anno. Nel caso dell’Italia, i risultati hanno stravolto totalmente lo scenario politico nostrano: la Lega al 34%, il PD al 22% e i 5 Stelle al 17%. Ma a cosa porterà tutto ciò? E che implicazioni ha per quanto riguarda gli ebrei italiani e le relazioni tra l’Italia e Israele?

Partiamo da quello che in poco tempo è passato dall’essere un piccolo partito del nord a rappresentare un terzo degli elettori italiani, ovvero la Lega: se da un lato hanno fatto discutere certi casi in cui Matteo Salvini sembrava strizzare l’occhio all’estrema destra di Casapound, dall’altro egli si è presentato fin dall’inizio come un amico degli ebrei e di Israele. In particolare, fece scalpore quando, durante una visita in Israele nel dicembre 2018, definì apertamente “terroristi” i membri di Hezbollah, cosa che ironicamente ha suscitato proteste soprattutto da parte dei partiti alla sua destra, come Fratelli d’Italia e la già citata Casapound.

Questa dualità tra essere nazionalisti e filoisraeliani non è una novità nel panorama politico italiano, tutt’altro: come spiega il saggio del 2003 La destra e gli ebrei del giornalista Gianni Scipione Rossi, sin dai tempi del MSI la destra italiana ha avuto un rapporto particolare con gli ebrei: una parte consistente del partito di Almirante prendeva apertamente le distanze dal passato antisemita dei propri maestri e difendeva il diritto d’Israele a difendersi; di contro, i movimenti neofascisti come Ordine Nuovo (responsabile della Strage di Piazza Fontana) oltre ad essere apertamente antisemiti erano anche filopalestinesi, come lo sono oggi Casapound e Forza Nuova. La situazione è uguale ad allora, con una differenza: durante la Guerra Fredda pochissimi ebrei votavano MSI, mentre oggi sono in molti a votare Lega, sebbene abbiano poca rappresentanza a livello mediatico.

Passiamo ora al partito che ha subito la maggiore disfatta alle europee, il Movimento 5 Stelle: il partito di Grillo non ha mai fatto mistero di ospitare numerosi antisionisti e antisemiti; basti pensare a quando, nel gennaio 2019, il senatore grillino Elio Lannutti citò su Facebook i Protocolli dei Savi di Sion. Dopo quasi un anno al potere, i 5 Stelle hanno quasi dimezzato il loro consenso rispetto al 32% che presero alle politiche dell’anno scorso, soprattutto perché una volta passati dall’opposizione al governo si sono rivelati una delusione per chi sperava in un vero cambiamento.

Una nota positiva per quanto riguarda queste elezioni riguarda anche i partiti minori: a differenza del 2014, quando presero ben 3 seggi, stavolta i partiti di estrema sinistra apertamente antisionisti (La Sinistra, Partito Comunista di Rizzo) non hanno superato la soglia di sbarramento.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 Maggio 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – La storia di Kobi Marimi è l’ennesima storia in perfetto stile Cenerentola. Dopo il trionfo di Netta Barzilai e i suoi chili di troppo esibiti con orgoglio, quest’anno il rappresentante israeliano all’Eurovision Song Contest mostra un ulteriore volto dell’Israele umana e spesso vulnerabile. Un’Israele ancora inedita. Nato a Ramat Gan, Kobi è il tipico antieroe inibito dei fumetti. Immaginatevi Pippo, l’amico di Paperino. Ecco, Kobi è  Pippo. Kobi è il nostro compagno di banco delle medie, il cameriere che ci serve la pizza, il vicino di casa che incontriamo ogni tanto in ascensore. Eppure, in tutta questa apparente normalità, Kobi nasconde un talento straordinario. Prova dunque a intraprendere la carriera di attore di teatro, ma presto realizza di non essere mai il protagonista, di essere sempre l’attore di accompagnamento. Così all’età di ventisette anni, con un sogno da realizzare e senza alcuna speranza di riuscirci, si presenta alle audizioni del “Hakochav Haba”, competizione canora il cui vincitore diventa di diritto rappresentante israeliano all’ambito Eurovision Song Contest. Nel peggiore dei casi, Kobi dovrebbe rinunciare al suo lavoro di cameriere in un locale di Tel Aviv. Il risultato, invece, è assicurato. Sin dalla sua prima apparizione sul piccolo schermo, Kobi conquista il cuore di migliaia di persone. Timido e impacciato, goffo e un po’ maldestro, Kobi si trasforma davanti alle telecamere spogliandosi delle vesti di brutto da anatrocollo e diventando un bel cigno. Comincia a raccontarsi, a raccontare della sua infanzia sofferta in quanto bambino grasso e denigrato dagli amici. Un  po’ come Netta stessa ha fatto lo scorso anno, infatti, anche Kobi parla spesso di accettazione del proprio corpo e della propria persona, condannando con forza ogni forma di pregiudizio. Eppure c’è in Kobi un qualcosa di più autentico e fragile rispetto alla caotica Netta. Scopro che Kobi è davvero un antieroe, uno di quelli che balbettano lievemente quando gli pongo una domanda scomoda e che aspetta qualche secondo prima di darmi una risposta, perché preferisce scegliere bene le parole da utilizzare. Per farla breve, Kobi vince la competizione del “Hakochav Haba” e diventa ufficialmente il rappresentante israeliano all’Eurovision Song Contest, che quest’anno avrà luogo a Tel Aviv, nonostante tutto. O forse, per merito di tutto. Tutto ciò che si porta appresso. Da quel giorno Kobi è immerso nelle prove e nei preparativi della competizione, determinato a non deludere chi l’ha fortemente voluto su quel palcoscenico. Perché c’è una frase che l’antieroe di Ramat Gan non dimentica mai di pronunciare nelle sue apparizioni televisive. Una frase che ha ripetuto anche in questa intervista con sincerità disarmante, nonostante io sia profondamente convinto che non l’avrebbe sostenuta con altrettanto ardore se l’avessi incontrato quando era ancora un ragazzo qualunque. Una frase decisamente banale e ingenua. E forse, anche per questo, così importante di questi tempi. “Sognare è un diritto di tutti”. 

 

Kobi vorrei che mi aiutassi a capire come cambia la vita di un ragazzo qualunque, che conduce una vita assolutamente normale, che fa il cameriere in un locale a Tel Aviv, e che d’un tratto viene catapultato sul palcoscenico più importante e ambito del mondo.

Diciamo che ho smesso di lavorare nel locale a Tel Aviv e ho cominciato a fare il lavoro che ho sempre sognato. Ecco, diciamo che quel ragazzo qualunque sta realizzando il sogno che coltiva sin da quando era bambino.

Tra un attimo parleremo di sogni, ma prima vorrei che mi raccontassi di quell’attimo in cui hai realizzato che hai vinto la gara del “Hakochav Haba” e che non c’è più via di ritorno.

A volte credo di non aver ancora realizzato. Ho sempre sognato di rappresentare Israele all’Eurovision, ma mai ho creduto davvero che ciò potesse accadere. Ricordo solo l’istante in cui stavano per decretare il vincitore del “Hakochav Haba” e mi sono detto: Kobi, stanno trasmettendo questo momento in diretta nazionale e c’è la possibilità che sia tu il vincitore. Cerca di non avere reazioni esagerate!

Per molti artisti, specie qua in Israele, l’Eurovision è l’ultimo traguardo di una lunga carriera. Tu invece cominci la tua carriera dall’apice. Non hai paura di cadere da lì su e farti male?

Credo che chiunque abbia il desiderio di calcare questo palcoscenico debba mettersi in gioco, a prescindere da quanto lunga sia la carriera alle sue spalle. Sognare è un diritto di tutti. Io per esempio ho ventisette anni ed è almeno da un decennio che fantastico sull’Eurovision. Sicuramente fa paura, ma sono così felice che non voglio rovinare questo momento. Me lo merito.

Se non sbaglio è già la terza volta che pronunci la parola “sogno”. Parliamo allora di sogni, anche perché lo slogan di questo Eurovision è “Dare to dream”. E forse non a caso. Cominci la tua carriera realizzando il tuo più grande sogno Kobi, che altri sogni ti rimangono da realizzare?

Qualche tempo fa il mio manager mi chiedeva com’è possibile che ancora mi emoziono a salire sul palco. In effetti dovrei essermi abituato a esibirmi dopo tutti questi mesi di prove. Gli ho risposto che non importa quante persone mi guardano, dieci o un milione, quando hai un messaggio da trasmettere agli spettatori è sempre emozionante esibirti. Il mio sogno è continuare a trasmettere la mia arte, e non importa quale palcoscenico sarà disposto a ospitarmi.

C’è una domanda che sono in dubbio se porti, perché quando si incontra un artista bisogna parlare di arte e non di altro. Tuttavia, dopo la vincita di Netta Barzilai dell’anno scorso, non possiamo ignorare l’argomento della propria immagine e del proprio corpo.

Chiedi pure.

Anche tu, come Netta, hai raccontato alle telecamere del tuo passato. Di essere stato un bambino grasso, solo, incompreso e pieno d’insicurezze. Volevo chiederti Kobi se pensi che aver avuto un passato difficile sia diventato un requisito indispensabile per piacere agli israeliani. Intendo dire, forse gli eroi non piacciono più. Forse è meglio essere degli antieroi.

Penso che sia una coincidenza che per il secondo anno di fila questo argomento abbia trovato tanto spazio nei titoli dei giornali. Ogni artista, anzi, ogni persona incontra delle difficoltà nella propria vita. Credo che queste cicatrici alimentino la nostra creatività e ci diano la possibilità di alzarci la mattina con il desiderio di cambiare la realtà. Di renderla migliore. Nel mio caso e nel caso di Netta il movente era lo stesso, la nostra infanzia e il nostro corpo, ma non credo che siano gli unici argomenti che tocchino gli israeliani.

Eppure il messaggio tuo e il messaggio di Netta sono un po’ diversi. Anzi, in realtà sono proprio opposti. Netta ci invita ad accettarci e ad amarci per ciò che siamo, con tutti i nostri difetti e tutti i nostri chili di troppo. Tu invece hai attraversato un lungo viaggio prima di diventare il Kobi che conosciamo oggi.

Non credo di aver terminato il viaggio. Il cambiamento non avviene in una notte, il cambiamento avviene ogni giorno. Ancora oggi. Ho perso peso, questo è vero, ma ci sono molte insicurezze che ancora mi porto dietro.  

In un passo della canzone che proporrai all’Eurovision canti, o meglio, gridi a piena voce “I am someone”, ovvero “Io sono qualcuno”. Credi che quel richiamo sia rivolto al Kobi bambino di cui abbiamo parlato?

Ehm… Possibile…

Immaginavo, cos’altro vorresti dire al Kobi bambino?

Ciò che dico al Kobi di oggi e a chi mi ascolta. Dobbiamo ricordarci ogni giorno che siamo qualcuno, che valiamo qualcosa. Ce lo dimentichiamo troppo spesso. La vita ci sottopone a così tante pressioni che è nostro compito dire a noi stessi che valiamo per ciò che siamo.

C’è un altro passaggio della canzone in cui canti “And now I’m coming home”, ovvero “Ed ora torno a casa”. Alcuni sostengono che questa frase lasci intendere il ritorno dell’Eurovision in Israele. Pensi che ospitare l’evento favorisca o sfavorisca la tua potenziale vincita?

In realtà non si tratta di una frase tattica per indicare il ritorno in Israele. La casa in questione è quel luogo in cui ci sentiamo sicuri. In cui ci sentiamo noi stessi.

E se mi intestardissi e ti chiedessi nuovamente se pensi di essere favorito o sfavorito?

Ti direi che è la prima volta che partecipo all’Eurovision e non conosco abbastanza bene le dinamiche per darti una risposta concreta. Ma cerco sempre di essere positivo e vorrei esserlo anche questa volta. Sapere che la mia famiglia e i miei amici sono accanto a me in questi giorni mi tranquillizza molto.

La tua canzone ha ricevuto molte critiche sui social e nei media. Dopo il carnevale di Netta dell’anno scorso, pensi di capire il perché delle polemiche e la delusione dei fan o non te ne capaciti proprio?

Le critiche ci sono sempre state e sempre ci saranno. Penso che il ruolo principale di qualsiasi forma di arte sia quello di scuotere gli animi delle persone. Però voglio dirti che ricevo decine e decine di messaggi da parte di quelle persone che inizialmente avevano fortemente criticato la mia canzone e che ora chiedono scusa perché hanno scoperto di adorarla. Io per esempio ci ho messo un sacco di tempo prima di farmi piacere il Sushi. Ci sono alcune cose a cui ci si bisogna abituare.

Se posso permettermi, personalmente non credo che gli israeliani siano delusi dal fatto che canterai una ballata, chi ti conosce e ti segue sa che mai e poi mai ti saresti esibito all’Eurovision con una canzone in stile Netta. Penso che la delusione sia dovuta dal fatto che gli israeliani si aspettavano una canzone dalle sonorità meno internazionali e più locali, considerato sopratutto che la competizione avrà luogo quest’anno a Tel Aviv e non in Europa.

Possibile, non lo escludo, ma voglio dirti una cosa che ho imparato nel periodo in cui studiavo recitazione e mi esibivo a teatro. Non importava quante persone venissero a complimentarsi con me al termine dello spettacolo, bastava che ci fosse una sola persona che mi faceva notare che il calzino sporgeva dal pantalone, che tornavo a casa con l’amaro in bocca e con la sensazione di aver fallito. Non voglio concentrarmi su chi fa polemica, voglio dare spazio a chi mi sostiene e riempie di complimenti. E poi l’Eurovision non finisce qui, l’anno prossimo ci sarà di nuovo e l’anno dopo ancora. Israele avrà la possibilità di mandare ogni volta un rappresentante che mostri un volto inedito del paese e di chi ci abita. Questa volta hanno scelto me.

Kobi, una parola che descrive ciò che stai vivendo? E per favore non dire “emozionante” o “incredibile”.

Wow… Che domanda difficile! Ehi, dici che “wow” possa andare bene come risposta?

Direi che “wow” va più che bene.

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Aprile 2019

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HaTikwa (D. Zebuloni)To Bibi or not to Bibi? Questo è stato il grande dilemma delle appena concluse elezioni politiche israeliane. Si è parlato poco di economia e sviluppo, di politiche interne ed estere. Persino il tema della sicurezza è passato in secondo piano, nonostante un missile partito da Gaza abbia abbattuto una casa nel centro di Israele proprio due settimane prima dell’election day. L’argomento di tutte le campagne elettorali era uno ed uno solo: Bibi o Gantz? O meglio, Bibi o non Bibi?

Non sono dunque i 36 mandati da lui ottenuti ad averlo reso il grande vincitore di queste elezioni. Non è stata nemmeno la sua nomina di Primo Ministro per la quinta volta dal ’96 ad oggi ad averlo inserito nell’olimpo dei grandi leader della storia dello Stato di Israele. Il trionfo di Bibi si misura nella straordinaria e al contempo sinistra capacità di attirare a sé i riflettori senza dire una parola. Sono state poche e ben studiate infatti le interviste che Netanyahu ha concesso ai media, le uniche per altro da lui concesse in tutti e quattro gli anni del suo ultimo mandato. Nonostante ciò, o forse proprio a causa di ciò, quest’ultime sono state le interviste più trasmesse dai media nazionali e internazionali, nonché le più discusse sui social e per le strade del paese.

Per citare l’opinionista politico Amit Segal: “Bibi ha vinto le elezioni con il 70% dei voti, di cui il 35% erano a suo favore e il 35% a suo sfavore”. Ecco, non potrei riassumere in maniera più efficace l’esito di queste elezioni. Tutti hanno votato in funzione di Bibi, ma solo la metà dei votanti l’ha fatto a suo favore. Il restante 35% degli israeliani non ha votato con la speranza di avere il generale Gantz al governo, bensì ha votato con il disperato desiderio di non riavere Netanyahu al governo, di non vivere in un paese la cui atmosfera ricordi vagamente quella della Russia di Putin.

Eppure chi ha commentato la vincita del Likud definendola “la morte della democrazia israeliana”, o peggio ancora alludendo ad uno sterile parallelismo con il Presidente turco Erdogan, non ha capito nulla della politica israeliana in generale e della società israeliana in particolare. Per ogni cittadino israeliano che condanna Bibi ce n’è uno che lo venera. Per ogni israeliano che attacca Bibi ce n’è uno che lo difende. Per ogni israeliano che vede Israele nel baratro ce n’è un altro che vede Israele all’apice. La verità è che il bianco e il nero, anche nel caso di Bibi, non esistono. Esistono invece cinquanta sfumature di grigio (!) che rendono Bibi un eroe e al contempo un antieroe. O in parole semplici, un umano. Un comune mortale.

“Da giornalista quale sono” ha affermato la conduttrice televisiva israeliana Ilana Dayan, “ho l’obbligo di andare a fondo e condannare ogni singolo sbaglio commesso da Netanyahu, ma ho anche l’obbligo di lodare le sue manovre di sicurezza contro l’Iran. Ho l’obbligo di approfondire le accuse mosse contro di lui, ma ho anche l’obbligo di dargli credito per gli importanti traguardi economici ai quali ci ha condotti. Bisogna dunque capire una volta per tutte che non c’è niente di male a guardare le due facce della medaglia”. Forse Ilana Dayan ha ragione, non c’è proprio nulla di male nel guardare le due facce della medaglia. La politica come la vita d’altronde non è sempre un bivio. La politica come la democrazia non si limita alla domanda esistenziale: to Bibi or not to Bibi.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 Aprile 2019
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HaTikwa (D. Fiorentini) – Le elezioni israeliane 2019 sono giunte al termine; con la fine dello scrutinio e i voti dei soldati, possiamo affermare con certezza che il prossimo premier israeliano sarà una volta ancora Benjamin Netanyahu, per gli amici Re Bibi. Sorvolando velocemente sui dettagli del voto, che ha visto il pareggio tra il Likud (36 mandati, Netanyahu) e Cachol Lavan (35 mandati, Gantz), e la vittoria della coalizione di centrodestra con 65 mandati su 120, vorrei far notare che, come ormai da 71 anni, l’Election Day è stata la dimostrazione più chiara e lampante della democrazia che Israele rappresenta e garantisce a tutti i suoi cittadini, senza distinzioni di religione, etnia, sesso, credo politico o orientamento sessuale.

Nei 40 e passa partiti che hanno corso in queste ultime elezioni, ogni cittadino ha potuto trovare una rappresenta in cui identificarsi, persino gli arabi-israeliani hanno avuto un loro partito, che nonostante si dichiari pubblicamente antisionista, siede oggi alla Knesset con 4 mandati. Infatti “la Knesset di Gerusalemme è l’unico Parlamento mediorientale in cui i politici arabi possono alzarsi durante una seduta, accusare il proprio Paese di fascismo e tornare la sera a casa con le proprie gambe”​(1). Mentre in Israele, contrariamente alle accuse di imperialismo e fascismo, si votava, i palestinesi della Giudea e della Samaria si apprestavano al quindicesimo anno di dittatura di Abu Mazen e a Gaza i terroristi di Hamas reprimevano nel sangue le proteste dei palestinesi, che finalmente, dopo dodici anni di dittatura islamista, si sono stufati delle misere condizioni di vita in cui sono ridotti a causa del loro governo opprimente e disumano. È questo lo scenario che rende Israele, la decima democrazia più longeva al mondo​(2)​, nel report di Freedom House, in cui si va dal verde intenso (Norvegia) al viola cupo (Arabia Saudita), l’unica goccia di verde acceso tra un oceano di sfumature di violacee dittature islamiche.

Note

(1)​ Avviso ai sinceri democratici: mentre il “fascista” Israele votava, Ramallah entrava nel 15esimo anno di satrapia e Hamas sparava sulla folla, Giulio Meotti, Il Foglio, 10/04/2019

(2​) Alive and Kicking, Lahav Harkov, Jerusalem Post, 10/04/19


Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 Aprile 2019
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HaTikwa (Y. Tesciuba) – Si è concluso ieri all’Istituto San Gallicano il Festival MondoReligioni, ideato dalla viceministra degli Esteri e della cooperazione internazionale Emanuela Claudia Del Re, patrocinato dalla Regione Lazio e presentato dall’Associazione italiana di sociologia (Ais). La manifestazione ha previsto dibattiti, presentazioni di libri, musica, documentari e incontri con i rappresentanti delle comunità religiose.

Nel corso nella tavola rotonda “Peace building e hate speeches” che si è tenuta ieri, organizzata dalla Chair “King Hamad for inter-faith-dialogue and peaceful co-existence” dell’Università degli studi di Roma La Sapienza, ha preso parte anche il consigliere ai rapporti politici ed internazionali Yoseph Tesciuba, insieme ad altri giovani leader delle comunità religiose presenti nel territorio di Roma. Di seguito, una parte del suo intervento sul tema del fondamentalismo religioso:

«Innanzitutto occorrerebbe capire che cos’è il fondamentalismo, ricordando che non è un fenomeno moderno; nasce tra la fine dell’800 e l’inizio dell’900 come corrente teologica di opposizione alla modernità e di ritorno alla purezza originaria. Lo dice la parola stessa, è l’atteggiamento di chi è pronto a lottare per i fondamenti della sua religione. E’ un atteggiamento di rigore religioso, di richiamo al senso originario di una dottrina. Fin qui però sembra quasi una causa nobile. Non lo è, ovviamente, quando sfocia nell’estremismo, nella violenza o, ancor peggio, nel terrorismo.

E a proposito del terrorismo, mi è capitato di leggere un articolo del 1975 in cui lo storico David Fromkin scrive: “Il terrorismo è violenza finalizzata a generare paura, ma lo scopo di tale violenza è che la paura, a sua volta, induca qualcuno, non il terrorista, ad attivare programmi d’azione che soddisfino qualunque cosa il terrorista realmente desideri ottenere”. Il terrorista fa di tutto per innescare lo scontro tra civiltà profetizzato da Huntington, per gettare tutti nel vortice di violenza, per coinvolgere ogni fede in una visione della realtà ridotta ad una presunta lotta tra bene e male. Quando è stato scritto l’articolo che ho citato il terrorismo era un fenomeno molto diverso da quello odierno, eppure Fromkin aveva intuito una cosa verissima: il terrorismo punta alla distruzione per poter ricostruire.

In altre parole, il terrorismo è la soluzione estrema del fondamentalista per opporsi ai processi di secolarizzazione e modernizzazione: distruggere, scuotere il mondo e creare una situazione comune di regressione ai fondamenti, di una religione o di una certa ideologia.

Per cui, per evitare che il fondamentalismo sfoci in violenza, le autorità religiose dovrebbero guidare i fedeli nella modernità, giorno dopo giorno; dovrebbero adeguare i fondamenti ai tempi moderni; fornire risposte, seppur approssimative ed incerte; stimolare il dialogo. Creare il confronto, in modo pacifico, perché se non lo si fa con le armi della non-violenza, il fondamentalista lo cercherà sempre in modo brusco e deleterio».



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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