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Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 Aprile 2019
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HaTikwa (D. Fiorentini) – Le elezioni israeliane 2019 sono giunte al termine; con la fine dello scrutinio e i voti dei soldati, possiamo affermare con certezza che il prossimo premier israeliano sarà una volta ancora Benjamin Netanyahu, per gli amici Re Bibi. Sorvolando velocemente sui dettagli del voto, che ha visto il pareggio tra il Likud (36 mandati, Netanyahu) e Cachol Lavan (35 mandati, Gantz), e la vittoria della coalizione di centrodestra con 65 mandati su 120, vorrei far notare che, come ormai da 71 anni, l’Election Day è stata la dimostrazione più chiara e lampante della democrazia che Israele rappresenta e garantisce a tutti i suoi cittadini, senza distinzioni di religione, etnia, sesso, credo politico o orientamento sessuale.

Nei 40 e passa partiti che hanno corso in queste ultime elezioni, ogni cittadino ha potuto trovare una rappresenta in cui identificarsi, persino gli arabi-israeliani hanno avuto un loro partito, che nonostante si dichiari pubblicamente antisionista, siede oggi alla Knesset con 4 mandati. Infatti “la Knesset di Gerusalemme è l’unico Parlamento mediorientale in cui i politici arabi possono alzarsi durante una seduta, accusare il proprio Paese di fascismo e tornare la sera a casa con le proprie gambe”​(1). Mentre in Israele, contrariamente alle accuse di imperialismo e fascismo, si votava, i palestinesi della Giudea e della Samaria si apprestavano al quindicesimo anno di dittatura di Abu Mazen e a Gaza i terroristi di Hamas reprimevano nel sangue le proteste dei palestinesi, che finalmente, dopo dodici anni di dittatura islamista, si sono stufati delle misere condizioni di vita in cui sono ridotti a causa del loro governo opprimente e disumano. È questo lo scenario che rende Israele, la decima democrazia più longeva al mondo​(2)​, nel report di Freedom House, in cui si va dal verde intenso (Norvegia) al viola cupo (Arabia Saudita), l’unica goccia di verde acceso tra un oceano di sfumature di violacee dittature islamiche.

Note

(1)​ Avviso ai sinceri democratici: mentre il “fascista” Israele votava, Ramallah entrava nel 15esimo anno di satrapia e Hamas sparava sulla folla, Giulio Meotti, Il Foglio, 10/04/2019

(2​) Alive and Kicking, Lahav Harkov, Jerusalem Post, 10/04/19


Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 Aprile 2019
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HaTikwa (Y. Tesciuba) – Si è concluso ieri all’Istituto San Gallicano il Festival MondoReligioni, ideato dalla viceministra degli Esteri e della cooperazione internazionale Emanuela Claudia Del Re, patrocinato dalla Regione Lazio e presentato dall’Associazione italiana di sociologia (Ais). La manifestazione ha previsto dibattiti, presentazioni di libri, musica, documentari e incontri con i rappresentanti delle comunità religiose.

Nel corso nella tavola rotonda “Peace building e hate speeches” che si è tenuta ieri, organizzata dalla Chair “King Hamad for inter-faith-dialogue and peaceful co-existence” dell’Università degli studi di Roma La Sapienza, ha preso parte anche il consigliere ai rapporti politici ed internazionali Yoseph Tesciuba, insieme ad altri giovani leader delle comunità religiose presenti nel territorio di Roma. Di seguito, una parte del suo intervento sul tema del fondamentalismo religioso:

«Innanzitutto occorrerebbe capire che cos’è il fondamentalismo, ricordando che non è un fenomeno moderno; nasce tra la fine dell’800 e l’inizio dell’900 come corrente teologica di opposizione alla modernità e di ritorno alla purezza originaria. Lo dice la parola stessa, è l’atteggiamento di chi è pronto a lottare per i fondamenti della sua religione. E’ un atteggiamento di rigore religioso, di richiamo al senso originario di una dottrina. Fin qui però sembra quasi una causa nobile. Non lo è, ovviamente, quando sfocia nell’estremismo, nella violenza o, ancor peggio, nel terrorismo.

E a proposito del terrorismo, mi è capitato di leggere un articolo del 1975 in cui lo storico David Fromkin scrive: “Il terrorismo è violenza finalizzata a generare paura, ma lo scopo di tale violenza è che la paura, a sua volta, induca qualcuno, non il terrorista, ad attivare programmi d’azione che soddisfino qualunque cosa il terrorista realmente desideri ottenere”. Il terrorista fa di tutto per innescare lo scontro tra civiltà profetizzato da Huntington, per gettare tutti nel vortice di violenza, per coinvolgere ogni fede in una visione della realtà ridotta ad una presunta lotta tra bene e male. Quando è stato scritto l’articolo che ho citato il terrorismo era un fenomeno molto diverso da quello odierno, eppure Fromkin aveva intuito una cosa verissima: il terrorismo punta alla distruzione per poter ricostruire.

In altre parole, il terrorismo è la soluzione estrema del fondamentalista per opporsi ai processi di secolarizzazione e modernizzazione: distruggere, scuotere il mondo e creare una situazione comune di regressione ai fondamenti, di una religione o di una certa ideologia.

Per cui, per evitare che il fondamentalismo sfoci in violenza, le autorità religiose dovrebbero guidare i fedeli nella modernità, giorno dopo giorno; dovrebbero adeguare i fondamenti ai tempi moderni; fornire risposte, seppur approssimative ed incerte; stimolare il dialogo. Creare il confronto, in modo pacifico, perché se non lo si fa con le armi della non-violenza, il fondamentalista lo cercherà sempre in modo brusco e deleterio».


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Marzo 2019
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HaTikwà (D. Zebuloni) – Recentemente mi è capitato di incontrare una persona a me molto cara. “Ho dovuto trascorre un lungo periodo in ospedale”, mi ha raccontato. Sono stanchissima, ma molto rafforzata”. Per ovvi motivi non riporterò qui il suo nome, ma vorrei tanto che lei riuscisse a riconoscersi in queste righe e che ci trovi al loro interno tutto l’affetto e la stima che nutro per lei. “Ho visto tanta sofferenza, ma anche tanta luce; tante persone che fanno del bene. Perché non si parla mai di questo nei giornali?”. Non ho saputo darle una risposta. In effetti, perché non se ne parla mai nei giornali? Si cede sempre spazio al conflitto e alla polemica. Come mai non si parla mai delle persone che fanno del bene, spesso in silenzio e senza scomodare nessuno? Perché? Non lo so, ribadisco, ma nel dubbio: parliamone. Nell’ospedale Hadassa Ein Karem, a Gerusalemme, c’è una coppia di ebrei ortodossi; i coniugi Peretz. “Non troverai un solo paziente dell’Hadassa che non conosce la famiglia Peretz”, continua a raccontarmi la persona a me molto cara. “Ogni Shabbat organizzano un pasto alle famiglie dei pazienti degno del migliore ristorante stellato”. I coniugi Peretz dedicano infatti il loro unico giorno di riposo della settimana a chi necessita di un sorriso. Preparano tavole imbandite per decine e decine, talvolta centinaia di persone. Scopro tuttavia sul web che gli angeli sono spesso quelli che soffrono maggiormente. Senza mai compiangersi, ovviamente.

Un articolo pubblicato sul sito Kikar HaShabbat riporta che nel 2016 i coniugi Peretz sono riusciti ad avere la loro prima ed unica figlia dopo trent’anni di matrimonio, nonché dopo trent’anni di tentativi vani. Dove si trova la forza per fare del bene quando la vita pare così ostile, mi domando. “La bontà non ha limiti! Quando ho provato a offrire una donazione in segno di riconoscimento per i pasti consumati, mi è stato detto che non ce n’è alcun bisogno in quanto esiste già un donatore anonimo che finanzia questa straordinaria iniziativa”. I Peretz infatti non sono gli unici a portare luce tra le mura dell’ospedale. “Arrivano decine di soldati, di studenti, di volontari di ogni età e di ogni etnia a far visita ai pazienti, spesso con un vassoio di dolci, con una chitarra acustica o un violino. Suonano, cantano, ballano. Regalano un po’ di speranza a chi l’ha persa”. Ascolto e ripeto dentro di me: regalano un po’ di speranza a chi l’ha persa. Speranza, in ebraico HaTikwa. Proprio così, la stessa speranza che dà il nome a questa testata. Temo che ad aver perso la speranza non siano solamente i pazienti dell’Hadassa, ma tutti noi. Specialmente noi giovani e giovanissimi. La speranza in un futuro migliore, un futuro privo di conflitti (interni o esterni che siano), un futuro meno buio del presente in cui viviamo. La speranza che crea senza mai distruggere, il movente ad andare avanti senza mai retrocedere ai tempi ostili che hanno caratterizzato capitoli infiniti dei libri di storia.

Sarà pure un cliché, ma dico ciò che segue: affinché non si spenga, la speranza va alimentata come una fiamma, nutrita come un neonato. La speranza va cercata negli angoli delle città, nel sorriso di un amico, negli spazi che danno luce tra le foglie di un albero. La speranza va cercata dentro di noi, perché è lì, da qualche parte, che aspetta solamente di essere trovata. Uno studio psicologico dimostra che sorridendo ci si sente più felici. Il sorriso dunque, seppur disegnato, influisce sullo stato d’animo di chi lo dona. Applichiamo questo principio alle nostre vite. Sorridiamo, sorridiamo come i coniugi Peretz sorridono anche quando tutto sembra andare per il verso storto. Sorridiamo a chi ne ha più bisogno di noi. Sorridiamo come sorride la persona a me molto cara a cui dedico queste righe, capace di riconoscere il bello lì anche dove di bello non sembra esserci proprio nulla. Facciamo del bene, basterebbe una sola buona azione al giorno, un piccolo gesto. Un sorriso, appunto, per ricordare a noi stessi che non serve aspettare che arrivi un angelo a dare una svolta alla nostra vita. Bastiamo noi. Basta non perdere la speranza. Come diceva Rabbi Nachman: “Perdere la speranza è come perdere la libertà, è come perdere il tuo sé.”


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 Marzo 2019
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HaTikwà (F.Tedeschi) – Caro amico, in riferimento al tuo articolo pubblicato per Pagine Ebraiche, ho una proposta per te: entrambi siamo “evidentemente” stufi della religione del nostro popolo: è ingombrante, con troppi precetti, troppo arretrata, la legittimità di articolare pensieri profondi viene concessa solo ai rabbini che hanno studiato per anni e ogni volta che proviamo ad esprimerci sullo stesso piano veniamo tacciati di inopportunità o persino di ignoranza, proprio noi che siamo laureati ed umanisti (sic!). Sai che c’è? Fondiamo una nostra nuova religione. Andiamocene via sbattendo la porta perché non vogliamo aver nulla a che fare con questi fondamentalisti. Ovviamente non buttiamo via tutto dalla nostra esperienza di vita precedente: ci sono tante cose dell’ebraismo per cui comunque andiamo matti come ad esempio il Klezmer, o leggere la Torah (ma solo interpretandola in maniera esclusivamente personale), teniamo anche la Tefillah, ma magari togliamo qualche pezzo noioso o spinoso e qualche pezzo lo facciamo in italiano, magari un po’ pop, così le preghiere saranno veramente partecipate. Però una cosa cambiamola radicalmente: invece di pregare rivolti verso Gerusalemme, verso quel muro che come sai è sempre molto affollato e su cui spesso si finisce per litigare, prendiamoci come luogo sacro Roma, anzi la Basilica di San Pietro, che con quel suo bel baldacchino dell’altar papale ci ricorda tanto la Tevah tipica delle nostre sinagoghe piemontesi. Nessuno vorrà forse negare le inscindibili relazioni plurisecolari che legano ovviamente il nostro Popolo con la Santa Sede.

Ovviamente sarebbe bello se i fedeli della nostra nuova religione andassero tutti i giorni, ma in particolare domenica, a celebrare i nostri gioiosi riti sotto, per esempio, la Pietà del Michelangelo indossando Talled e Tefillin. Sicuramente il Papa ne sarà felicissimo e le miriadi di turisti, pellegrini e fedeli nel vederci lì fare i nostri riti non ci percepirà come fuori luogo. Certo, sicuramente la maggior parte dei fedeli di quel luogo non sarà violenta con noi come quei vergognosi, deplorevoli, violenti (chiedo un aiuto dal pubblico per trovare altri aggettivi) Charedim del Kotel. Magari semplicemente saremo scortati di peso fuori dalla gendarmeria vaticana, ma noi siamo testardi e non demorderemo: San Pietro e anche nostra e di certo non ci accontenteremo neanche se ci dessero una navatina laterale. Noi vogliamo per forza l’altare maggiore la domenica mattina. Il cristianesimo ha rinunciato a tantissime delle sue regole in passato, perché non dovrebbe farlo anche questa volta? Caro amico, fai bene a condannare quelle violenze, dobbiamo farlo tutti. La violenza però non è una questione soltanto fisica, c’è anche la violenza verbale, c’è il bullismo, c’è ad esempio anche la provocazione continua e martellante che cerca di far passare per normale ed accettabile ciò che accettabile non è. Entrare in una nostra comunità con un panino al prosciutto, anche se a casa nostra siamo abituati a consumarlo, è un atto offensivo ed il battersi perché questo diventi invece legittimo in nome della nostra libertà personale è comunque, in fin dei conti, un atteggiamento violento.

Andare al Kotel e compiere pubblicamente atti contrari alla Halachà è allo stesso modo un atto violento e per alcuni profondamente offensivo. E attenzione: questo vale indipendentemente da quale sia la tua religione nel momento in cui lo fai in piena coscienza delle regole di quel luogo. Quella del Kotel è tutto sommato una battaglia in cui si ripropongono i soliti schemi della manifestazione politica: si protesta a testa alta facendo assai rumore e alla prima reazione della polizia, dei charedim o dell’esercito, si passa alla fase vittimistica per denigrare l’avversario. Un po’ come certa propaganda palestinese che entrambi contrastiamo. Io non ho mai apprezzato questa strategia della lotta politica: per me, se credo fortemente in quella battaglia e se sono io a provocarla compiendo un gesto politico, ogni spintone, ogni arresto deve essere considerato una medaglia al valore nella mia lotta.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 Marzo 2019
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HaTikwà (N.Greppi) – Serata entusiasmante quella del primo marzo, quando il cantautore israeliano Idan Raichel si è esibito da solista davanti a un pubblico in trepidante attesa nel locale Blue Note di Milano. Raichel, 41 anni, è diventato famoso grazie al suo The Idan Raichel Project, un progetto che mescola il jazz con altri generi, e in particolare includendo lavori di musicisti stranieri in tante lingue diverse. Inoltre, in passato egli ha collaborato con artisti italiani di grande successo come Mina e Adriano Celentano.

Nonostante abbia già cantato numerose volte nei teatri milanesi, e si è da tempo tagliato i capelli rasta che portava da giovane, appena è salito sul palco il pubblico lo ha acclamato come se fosse venuto per la prima volta. Una volta salito sul palco e sedutosi al pianoforte, ha cominciato con due brani leggeri, ma è solo quando ha iniziato a suonare Shiriot Shel HaHaim che sono partiti numerosi applausi da parte dei suoi fan. La serata è proseguita con altri brani di successo come Halomoth Shel Acherim e Ruv HaShaot, e alternando in alcuni casi il pianoforte e le percussioni. Il successo è stato tale che il pubblico gli chiede più volte il bis della stessa canzone.

A metà dell’esibizione Raichel si è rivolto al pubblico dicendo che è sempre un piacere per lui tornare a Milano. Ha fatto notare che oltre agli strumenti normali due giocattoli delle sue due figlie per creare suoni alternativi, e ha raccontato che di recente ha mostrato alla più piccola una foto di quando era giovane e portava i rasta, al che lei gli disse che sembrava una scimmia. Proprio alla figlia ha dedicato l’ultimo brano della serata, Ve’im Tavòi Elay (che è anche il nome del suo ultimo album), seguito da un “Thank you Milano. Thank you, and goodnight.” La sua uscita di scena è stata seguita da innumerevoli applausi.