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Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 Marzo 2020
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HaTikwa, di David Fiorentini

Storicamente, molti movimenti filosofici, artistici o letterari nati all’estero hanno impiegato molto tempo per raggiungere l’Italia, e altrettanto tempo per venire accettati. Spesso questi sono stati “italianizzati” per soddisfare le esigenze del nostro contesto storico-culturale; un esempio può essere lo stile Gotico, nato nel nord della Francia nel XII secolo (Saint Denis, 1144), e che non solo raggiunse l’Italia nel XIV secolo, ma nell’attraversare le Alpi si è dovuto adeguare alle esigenze italiane. Nasce così il gotico “temperato”, si perdono in parte le ampie vetrate e le fini mura per rimanere sul solco della tradizione architettonica romanica.

Allo stesso modo, possiamo parlare dell’antisemitismo nelle università. A tal proposito, bisogna fare una premessa: ovviamente l’antisemitismo è un fenomeno già presente nel contesto italiano, ma è il tipo legato a un certo antigiudaismo che per secoli ha caratterizzato l’Europa. In altre parole, si tratta di stereotipi, come quello dell’ebreo taccagno e avaro, coadiuvati da sgangherate teorie complottistiche e talvolta da accuse di deicidio.

Il tipo di antisemitismo su cui vorrei soffermarmi è la versione più moderna e talvolta la più isterica e confusa, cioè l’antisionismo universitario: nato e cresciuto negli Stati Uniti e nel Canada a partire dal 2013, sta piano piano infettando moltissimi atenei, ma ancora non è dilagato in Italia. Infatti, come fu per il Gotico, è necessario un po’ di tempo prima che l’antisionismo universitario entri nel contesto culturale italiano. D’altro canto, con la recente digitalizzazione di massa, è molto più facile trasmettere pensieri e testi a livello internazionale, per cui è necessario muoverci in anticipo prima che tutte le università italiane diventino luoghi ostili a studenti ebrei o israeliani.

Ma in cosa consiste di preciso questo antisionismo nelle università? Come detto, si tratta di un fenomeno nato nei campus americani e canadesi, che consiste in manifestazioni, conferenze e cortei contro qualsiasi cosa che abbia a che fare con lo Stato Ebraico. Tesi delegittimanti, accuse di apartheid, paragoni con la Germania nazista, boicottaggio dei prodotti israeliani sono solo alcune delle ingiurie di cui gli studenti ebrei sono vittima nelle università statunitensi. Emblematico è il caso dell’Università di Toronto, in cui l’unione studentesca ha chiesto che venisse rimosso il cibo Kasher nell’ateneo perché “pro-Israele”; oppure sempre in Canada, presso l’Università McGill, dove uno studente ebreo ha dovuto dare le dimissioni dalla sua unione studentesca a seguito di un viaggio in Israele.

Ma non sono soltanto i “sionisti” (termine usato da questi attivisti in senso dispregiativo, esattamente come una volta veniva usato l’appellativo “ebreo”) a dover subire assalti verbali e fisici, ma anche gli altri studenti, che incontrano un vero e proprio lavaggio del cervello da attivisti, colleghi e persino dai professori. Per questo, a partire da un gruppo ristretto di attivisti estremisti, si è venuto a creare un ambiente ostile e pericoloso, in cui organizzazioni di boicottaggio di Israele, BDS, e di sostegno di Hamas e della “resistenza” armata palestinese crescono rigogliosamente.

In Italia sono ancora pochi i movimenti antisionisti, quindi antisemiti (secondo la definizione IHRA), che si annidano nelle università, ma desta preoccupazione il loro recente aumento. Oltre a BDS Italia, a Torino è in voga il movimento “Progetto Palestina”, a Bologna “Universitari contro l’Apartheid Israeliana”, mentre a Milano l’Università Statale ha permesso che durante il digiuno di Yom Kippur venga a parlare una figura come Miko Peled, attivista israeliano di estrema sinistra che giustifica Hamas. Dunque cosa possiamo fare? La soluzione è battere sul tempo gli antisionisti: come loro ricevono slancio e impetuosità dall’estero, noi dobbiamo ricorrere alle tecniche e alle manovre messe in atto dagli USA.

La Anti Defamation League (ADL), nuovo partner dell’EUJS (European Union of Jewish Students), ha formulato una guida specifica per combattere l’antisemitismo nei campus. Con chiare direttive sia per studenti che per amministratori, la ADL Hate\Uncycle Resource mette a fuoco i principali aspetti per contrastare certi episodi: prevenzione, preparazione, risposta, recupero ed educazione. In breve, ci sono tre fasi in cui poter intervenire: prima dell’incidente, creando un clima che bilanci la libertà di espressione con l’importanza di includere tutti i membri dell’ateneo, aggiornando le normative riguardanti episodi di discriminazione e verificando la legalità di relatori e finanziamenti; durante l’incidente, rispondendo con tecniche comunicative precise e pianificate, oltre che organizzare, assieme alle forze dell’ordine, adeguate misure di sicurezza; e infine, dopo l’incidente, promuovendo progetti di recupero ed educazione, divulgando maggiore informazione e sensibilità riguardo il tema.

l’UGEI, di comune accordo con l’EUJS, si sta muovendo per combattere questo fenomeno che sta investendo l’Europa. Dopo aver creato la specifica delega “Advocacy for Israel e lotta all’antisemitismo”, che ho l’onore di ricoprire, l’UGEI ha investito nella formazione di alcuni dei suoi membri affinché questi possano condividere il know-how acquisito a tutta l’unione attraverso workshops e conferenze. Ad esempio, abbiamo partecipato alla Winter Bootcamp, evento invernale tenuto a Bruxelles dalla European Jewish Association (EJA), e sempre nella capitale belga all’EU Activism Seminar dell’EUJS. Inoltre, prossimamente avrò il piacere di guidare una delegazione di giovani ebrei italiani al seminario “Train The Trainers” organizzato a Berlino da EUJS e ADL.

La meta finale che l’ADL propone è quella di formare sia i singoli ebrei che le comunità ebraiche affinché abbiano una chiara tattica da seguire in situazioni controverse o potenzialmente pericolose; non ci si può affidare solamente alla reazione a caldo, spesso improvvisata, bisogna seguire un protocollo, testato e consolidato, che permetta di raggiungere risultati concreti.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Marzo 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino

In queste ore si stanno concludendo gli scrutini di quella che è stata la terza tornata elettorale in un anno, un unicum nella storia dello Stato d’Israele, registrando inoltri dati altissimi sull’affluenza, i più alti dalle elezioni del 1999. Con lo scrutinio al 97%, la composizione della Knesset, si sta delineando in questo modo: il Likud di Benyamin Netanyahu, con 36 seggi; Blue and White, il partito dell’ex Generale Benny Gantz, si ferma a 32 seggi; Joint List, la lista araba, con 15 seggi, uno dei migliori risultati mai ottenuti dal partito; i partiti religiosi Shas e United Torah Judaism, hanno guadagnato rispettivamente 10 e 7 seggi; gli stessi seggi della coalizione di sinistra Labor-Gesher-Meretz (7) e di Yisrael Beytenu di Avigdor Lieberman (7), all’ultimo posto Yamina, il partito di destra guidato da Naftali Bennet.

Con la seguente composizione del Parlamento israeliano, nessuna delle due grandi coalizioni raggiungerebbe la maggioranza, scanso grandi scossoni portati dal conteggio delle schede dei soldati e degli invalidi che verranno conteggiati per ultimi. Con la coalizione di destra guidata dal Likud che si ferma a un passo dal traguardo a 59 seggi, mentre quella guidata da Kahol Lavan si fermerebbe a 50.

Guardando ai risultati di queste concitate elezioni, possiamo notare come anche questa volta a fare l’ago della bilancia per la formazione di un nuovo governo, sia anche questa volta Avigdor Lieberman, soprannominato ormai dagli analisti, il “Kingmaker”, colui che può decidere le sorti di questa tornata elettorale. Ma il dato più impressionante è quello che riguarda il Likud, o per meglio dire quello di “Bibi” Netanyahu, il Capo di Stato più longevo della storia dello stato ebraico, che con l’imminente processo, parte dei media contro e le dichiarazioni negative di alcuni ex funzionari di alto grado, è riuscito comunque a far ricredere tutti quei sondaggi che negli scorsi mesi lo davano per spacciato.

Interessante l’analisi fatta dal Jerusalem Post sulla figura di “King Bibi”, come soprannominato dai suoi supporters, il quale lo ha definito un Mago. Nessuno riesce a fare campagna elettorale come lui, con un carisma, un’energia e un’oratoria che nessuno ha in questo momento in tutto il panorama politico israeliano. Nonostante le pesanti accuse che lo porteranno a processo tra due settimane, è riuscito a prendersi la fiducia di quegli elettori che lo scorso settembre lo avevano “abbandonato”, a partire dalla vittoria schiacciante nelle primarie del Likud contro Sa’ar, passando per la rinuncia all’immunità fino ad arrivare al Deal of the Century. La sua strategia ha funzionato, e ha raggiunto un risultato che lui stesso considera “la più grande vittoria della mia vita”, sbilanciandosi rispetto alle passate elezioni, nonostante l’insicurezza di una maggioranza capace di formare un governo. Nel frattempo, Netanyahu ha già iniziato le prime riunioni con i rappresentanti degli altri partiti di destra, per capire il da farsi.

Mentre all’Expo di Tel Aviv, Netanyahu e il Likud festeggiavano la vittoria, parziale, di questa terza campagna, dall’altra parte Benny Gantz, ha fatto trasparire una certa delusione, commentando così i risultati: “Non è questo il risultato che consentirà ad Israele di tornare sulla retta via. Il senso di delusione e di dolore è comprensibile”. “L’importante è restare uniti, fedeli ai nostri principi. Non consentiremo ad alcuno – ha aggiunto – di distruggere il Paese, di mandare in frantumi la democrazia”.

Prima di martedì prossimo non si avranno i risultati ufficiali, ma tutti i partiti sono concordi sul fatto che bisogna scongiurare in qualunque modo la possibilità di una quarta tornata elettore, che potrebbe portare a risultati drammatici.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino

Milena Santerini, nata a Roma nel 1953, è docente di Pedagogia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, vicepresidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano e componente del Consiglio Didattico Nazionale della Fondazione Museo della Shoah di Roma. Come scrive nel suo sito internet, “considera necessario vincere i processi di discriminazione contro i più deboli e le minoranze contrastando razzismo, antisemitismo, islamofobia, antigitanismo”. Già deputata alla Camera nella XVII Legislatura nel gruppo Demos-Centro Democratico, lo scorso 16 gennaio è stata nominata dal Governo Conte per il delicato ruolo di Coordinatrice Nazionale per la lotta contro l’Antisemitismo. Per questa intervista esclusiva rilasciata ai ragazzi dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, si è discusso del crescente odio antisemita in Italia, della trasmissione della Memoria e di molto altro.

Buongiorno Professoressa Santerini, innanzitutto la ringraziamo per questa occasione. Per noi di HaTikwa, organo di stampa dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, è un onore poter intervistare una figura come la sua. Quale è stata la sua reazione alla nomina per un ruolo così delicato?

Ho sentito un senso di grande responsabilità, perché questo ruolo significa innanzitutto un maggiore impegno del Governo contro l’antisemitismo, e poi vuol dire anche una richiesta di coordinare le tante azioni che già si fanno. E per me vuol dire anche avere un maggiore impegno nel tessere rapporti, reti, dialogare e far dialogare. Quindi da un lato sento un forte senso di responsabilità, perché i problemi sono piuttosto gravi, e dall’altro un impegno nel tessere maggiormente i rapporti prima con le comunità ebraiche, e poi con le istituzioni e la società civile.

Quali sono gli obiettivi che si prefigge, nel breve e nel lungo periodo, nella lotta all’antisemitismo?

È bene distinguere tra breve e lungo periodo. A breve devo rispondere al mandato che mi è stato dato dal governo, ovvero quello di effettuare una ricognizione, per vedere gli orientamenti e le possibili applicazioni della definizione di antisemitismo data dall’IHRA. Come sapete, dal 2016 una task force di 31 paesi da tutto il mondo ha proposto un documento all’interno del quale c’è anche una definizione di antisemitismo con alcuni esempi, che è stato accolto dal Governo il 27 gennaio, proprio nel Giorno della Memoria. Mi è stato dato il compito di capire quali possono esserne in Italia le possibili applicazioni. Nel medio e lungo termine invece c’è un enorme lavoro da fare di tipo culturale, sociale e normativo, per capire come contrastare l’antisemitismo; questo intendo farlo a 360 gradi, lavorando con le comunità ebraiche, lavorando sull’informazione, la cultura, la scuola, a livello normativo, a livello sportivo e soprattutto a livello dei media e dei social media, contro l’hate speech.

 Nell’ultimo mese, c’è stato un aumento repentino degli atti antisemiti nel nostro Paese. Secondo Lei, quali sono le cause?

Questa è una domanda molto seria. Dal punto di vista delle statistiche, i dati dell’Osservatorio Antisemitismo del CDEC ci dicono che in realtà tutti gli anni, in prossimità del Giorno della Memoria, c’è un intensificarsi di questi gesti, però quest’anno ci troviamo purtroppo in un trend negativo, perché già il 2019 ha visto un aumento degli atti di antisemitismo, e per due terzi online. Ma qui stiamo parlando di gesti compiuti fuori dal web, di persone che escono, prendono la vernice e vanno a imbrattare le porte e scrivono cose ingiuriose, e quindi aspettiamo di capire qual è l’andamento, dei numeri degli atti di antisemitismo in Italia. Però una cosa la possiamo dire, ovvero che vi è il rischio che dal linguaggio d’odio poi si possa passare facilmente a dei gesti, fino ad arrivare, e speriamo di no, ad una vera e propria violenza. Siamo ancora in tempo per prevenire questi fenomeni.

La Memoria sta perdendo la sua forza?

Questo è un discorso molto complesso. A mio parere dobbiamo distinguere tra gli adulti e i giovani; per quanto riguarda gli adulti, anche i sondaggi SWG ci dicono questo: da un lato ci sono persone che cominciano a dire che si stancano, che la Memoria è sempre ripetuta e così via, ma abbiamo anche visto una versione opposta, cioè un aumento del numero delle persone che dicono che invece è ancor più giusto e ancor più necessario. Si sta sviluppando in Italia questo dibattito, e quindi dobbiamo rinnovare la Memoria, rinnovare il senso del perché è importante non tanto ripetere stancamente cosa è avvenuto, quanto far capire il senso che ha per noi oggi. Per quanto riguarda i giovani è un discorso diverso, i giovani non fanno e quindi occorre ovviamente un lavoro enorme di informazione, fatta non solo sui numeri e sulle cifre, e quindi ripetitivo, ma facendo capire l’enormità di ciò che è successo e anche facendo porre delle domande sul presente agli stessi ragazzi. La Memoria non ha perso la sua forza, il problema è che noi adulti dobbiamo riuscire a far capire ai giovani perché bisogna soffrire un po’ quando si sentono queste testimonianze. I giovani si chiedono “ma io che c’entro? Perché devo soffrire per quello che è successo quando io non c’ero?”. È come se non capissero che dalla sofferenza delle generazioni precedenti può nascere un impegno dei giovani oggi. Ecco, questo è un discorso che i testimoni, come Liliana Segre ed altri, fanno molto bene quando chiedono ai ragazzi di essere loro oggi quelli che sentono la testimonianza, affinché possano impedire che ciò che è successo allora non riaccada in altre forme in futuro.

Quindi alla fine occorre lasciare un senso di responsabilità ai giovani, che sono il futuro…

Una responsabilità che non li schiacci però, come avviene in Germania, dove le giovani generazioni si chiedono: “Noi che c’entriamo?  Questo non l’abbiamo fatto noi, perché dobbiamo soffrire noi oggi per ciò che fecero gli adulti in quegli anni bui?”. Bisogna lasciare una responsabilità in positivo, non una sofferenza non spiegata, che spesso i giovani vogliono evitare, perché è questo il problema. Quando vediamo i giovani che non capiscono la testimonianza, oppure nelle grandi platee troviamo qualcuno che ride, in realtà non è soltanto superficialità, ma è un po’ una fuga dai grandi problemi della vita, un modo per rimuovere dei giovani. Noi dobbiamo aiutarli a porli di fronte alle grandi domande sul senso della vita, come capire cos’è il bene e cos’è il male, senza però schiacciarli.

In Italia si sta facendo abbastanza per combattere questo clima d’odio? Nel caso, ci sono margini per migliorare?

Certamente non si fa mai abbastanza e dobbiamo anche intensificare l’impegno, a tutti i livelli. Da un lato, parliamo della comunicazione, dei media, dove c’è un linguaggio che è banalizzato, normale, spesso contro alcuni gruppi, o pensiamo all’abitudine ad usare parole derisorie contro il mondo ebraico. Oggi tutto questo è tollerato, quando in realtà non è tollerabile. C’è quindi molto lavoro da fare nel quotidiano. Ma c’è anche molto lavoro da fare sul web, dove circolano immagini e percezioni che dobbiamo contrastare, o a scuola dove spesso la Shoah si studia poco o male, oppure non si studia l’ebraismo italiano prima della Shoah; a volte millenni di storia ebraica in Italia sembrano non esserci mai stati, soprattutto nei libri di testo dove non suscitano interesse. Dobbiamo inoltre impegnarci affinché gli atti antisemiti non siano tollerati, non considerandoli normali o sottovalutarli definendoli delle ragazzate. Questo perché ci possono essere delle reti, spero di no, che fanno reati o azioni eversive dietro alcuni gesti antisemiti o razzisti, e che possono sfociare nella violenza, come con la strage avvenuta in Germania (ad Hanau, ndr). Gli estremisti spesso si nascondono per poi emergere all’improvviso con una violenza intollerabile. Pertanto dobbiamo agire in tutti questi livelli, anche se ovviamente non si fa mai abbastanza.

Cosa ne pensa del modo attuale di ricordare la nostra storia? Pensa debba essere rinnovato in qualche modo? Se sì, come?

Ci accontentiamo di dare delle emozioni, evocando il clima dei lager, di tutti i fenomeni della deportazione, di colpire i giovani. Ma è un’emozione che a volte non mette radici, o perché c’è una fuga della sofferenza, oppure perché ci si commuove ma poi non si passa a farsi una domanda etica, su sé stessi e su cosa sia il bene e il male, oltreché sui fenomeni di emarginazione, di razzismo, di antisemitismo e di esclusione degli altri che ci sono oggi. La domanda di fondo da fare, ma che qualche volta non si fa, è: “Come persone normali accettino quello che è successo?”. Ci interessa relativamente la personalità del carnefice, mentre ci deve interessare soprattutto la gente comune, come questa sia arrivata a una cecità morale, e ad accettare la discriminazione, l’individuazione, l’esclusione e infine la violenza. Questa è la domanda da far arrivare alla coscienza delle future generazioni: “Questo può accadere di nuovo?”. La Shoah in quanto tale è unica, ma i meccanismi che l’hanno prodotta si possono ripetere.

Qual deve essere l’approccio delle scuole al fenomeno dell’antisemitismo?

Abbiamo due problemi: il primo è che dobbiamo continuare sia la storia che la memoria, mentre troppo spesso ho visto distinguere i due aspetti, cioè la storia intesa come i luoghi, le date e le conoscenze, e la memoria intesa come le testimonianze, la singola storia o vita. Invece sono due cose molto diverse, ma al tempo stesso complementari, che vanno insieme. Io non posso sentire le storie di Sami Modiano, di Piero Terracina e di altri, che possono far commuovere, senza capirne il contesto, ho bisogno di un quadro storico che mi spieghi perché è accaduto. Al tempo stesso, una narrazione fredda e oggettiva non fa capire cos’è successo alla vita delle persone. Il secondo problema sta nel separare la storia della Shoah dall’antisemitismo, è come una censura, quindi ci porta a non capire i problemi di oggi, come se fosse un evento avvenuto nella nebbia, un fatto terribile che rischia di affascinare in modo morboso. Poi non si coglie il perché dell’antisemitismo, e magari si riesce anche a piangere sulla Shoah ed essere al tempo stesso antisemiti. O come è accaduto con alcune forze politiche, le quali dicono che la Shoah è un male e al tempo stesso si astengono sulla proposta della Commissione sull’intolleranza e l’odio proposta dalla Senatrice Segre. È chiaro che questi due aspetti non devono essere in contradizione, la Shoah è nata da un antisemitismo profondo, da un desiderio di annullare il popolo ebraico, e quindi dobbiamo andare alle radici di questo tipo di scelta discriminatoria, perché può ripetersi e continuare sotto altre forme.

In molti interventi Lei ha sottolineato come l’antisemitismo negli anni si sia evoluto. Ci potrebbe spiegare in che modo? Lei pensa che stia diventando sempre più insidioso e difficile da contrastare?

L’antisemitismo assume forme diverse a seconda dei contesti storici, dall’antigiudaismo cristiano si è poi evoluto in un odio di tipo “razziale”, poi sostenuto dall’antisemitismo “scientifico”, che di scientifico non aveva nulla e ha permesso il genocidio del popolo ebraico. Oggi abbiamo forme molto diverse, il conflitto israelo-palestinese ad esempio ha sicuramente contribuito a far creare nuove forme di ostilità nei confronti degli ebrei, che spesso sono al confine, e la posizione che prendiamo oggi di tipo politico può diventare anche una forma diversa di antisemitismo rispetto al passato. Ci sono modi diversi, perché le generazioni cambiano, perché il contesto sociopolitico in cui siamo cambia. Così rimangono le vecchie forme e al tempo stesso se ne aggiungono di nuove.

Noi, come giovani ebrei italiani, cosa possiamo fare per far capire ai nostri coetanei quanto sia semplice oltrepassare la sottile linea grigia che divide la critica politica allo Stato d’Israele da un commento di tipo antisemita?

Io spero che voi mi aiutiate, e io ovviamente aiuterò voi. Spero che collaboreremo molto e che ci siano iniziative che faremo insieme, perché c’è bisogno di andare a parlare nelle scuole, nelle classi, presentando un modo diverso di parlare della Shoah, affrontando certe resistenze dei giovani. Spero di poter fare ciò insieme alle organizzazioni giovanili ebraiche. Quello che dovremmo fare insieme è spiegare ai giovani il confine tra una critica, a volte legittima, e un’ostilità, che è vero e proprio antisemitismo. Io credo ci debba essere un colloquio franco con i giovani, non bisogna nasconderli questi problemi, bensì affrontarli, a partire dalla vostra esperienza, di giovani che non difendete solo voi stessi, ma anche un modo civile di convivere in pace, insieme.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

Recentemente è accaduto un fatto molto grave all’Università La Sapienza di Roma: la mattina di martedì sarebbe dovuto intervenire, per l’inaugurazione dell’anno accademico, un giovane rappresentante della lista studentesca più votata della sua facoltà, quella di ingegneria. L’occasione era particolarmente importante, poiché gli ospiti d’onore della cerimonia erano il Presidente Sergio Mattarella e la senatrice Liliana Segre.

Ma lo studente prescelto, Valerio Cerracchio, è stato duramente contestato dai collettivi di sinistra. La sua “colpa”? Essere un militante di destra, membro del gruppo giovanile Generazione Popolare, vicino alla Lega.

“È di estrema destra, non può rappresentarci”, hanno scritto sui social i contestatori. Cerracchio ha risposto dicendo che “martedì il mio discorso non avrà nulla di politico”, e sulla Segre ha detto: “La sua è un esperienza dolorosa sotto tutti i punti di vista. Condivido pienamente la sua battaglia contro l’odio che deve uscire dalla politica.”

Ora, vanno fatte alcune considerazioni su questa vicenda: in primo luogo, ho conosciuto in passato alcuni membri milanesi di Generazione Popolare, e pur non condividendo molte loro idee, e in particolare le loro posizioni filoiraniane e antiamericane, so per certo che non è un movimento razzista né antisemita.

Va inoltre ricordato che anche l’estrema sinistra è spesso protagonista di attività ostili agli ebrei, spesso travestite da critiche verso Israele: basti pensare a quando contestano ripetutamente la Brigata Ebraica alle manifestazioni del 25 aprile, o a quando a Torino, durante gli scontri tra Israele e Gaza del 2014, vennero affissi volantini su negozi gestiti da ebrei perché fossero boicottati.

Ci si augura che certi fatti non si ripetano, anche se la situazione nelle università italiane non fa ben sperare.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Filippo Tedeschi 

Il fatto di cronaca è recente: prorio durante le commemorazioni per il Giorno della Memoria a Torino, nell’androne di un palazzo in cui vive una donna di origini ebraiche, compare l’ennesima scritta antisemita. L’ennesima, sì. Perché solo pochi giorni prima un’altra scritta era comparsa a Mondovì, in provincia di Cuneo e qualche giorno dopo è risuccesso a Bologna. Non che noi ebrei italiani ci stupiamo più di tanto, sia chiaro: tutto rientra nelle scene di ordinario antisemitismo come rilevato dalle più recenti inchieste statistiche europee e nazionali che vedono il fenomeno in crescita.

La faccenda assume però connotati “divertenti”: se da più tempo eravamo abiutati al doppio standard di quella destra che da un lato strizza l’occhio ad Israele, squisitamente in chiave antislamica (si c’è veramente qualcuno che pensa che il modello per la guerra santa contro l’Islam sia un paese con oltre il 20% di popolazione musulmana), eravamo anche soliti vedere più sfumati i contorni di quella zona grigia di certa sinistra, in particolare movimentista, la quale dietro allo slogan “si può essere antisionisti senza essere antisemiti” era pronta a scendere in piazza cartelli alla mano dichiarando lo Stato Ebraico come occupante da Haifa a Eilat, da Tel Aviv a Gerusalemme senza fare il minimo distinguo tra zona e zona. Il tutto condito da simpatici grafici colorati in cui dimostrano che cent’anni fa i palestinesi governavano sul 100% del territorio (ah sì? Ma dove?) e che pian piano gli immigrati ebr… hem sionisti abbiamo preso il controllo della quasi totalità della regione.

Questa retorica, pur sempre presente all’interno di quel mondo, è però aumentata verticalmente in corrispondenza della seconda intifada, del ritiro dalla Striscia di Gaza e con la fine della guerra del Libano del 2006. Sostanzialmente da quando Israele non si è più trovato seriamente coinvolto in una guerra aperta contro un’altro Paese confinante e l’unico fronte critico rimaneva quello palestinese.

Torinamo però allo slogan di partenza: “si può essere antisionisti senza essere antisemiti”. Non è uno slogan detto a caso e lo voglio dire in tutta onestà, raramente è sbandierato in malafede. Se il doppio standard della destra è palesemente di comodo, quello di questa specifica sinistra è quasi sempre genuinamente ideologico. Talmente ideologico da celare agli occhi del militante di turno la difficile applicazione del suo assunto. Questo modo di parlare e pensare è tipico di quella sinistra movimentista legata ad una Memoria, seppur un po’ colorita, di certo partigianato. Prova ne è che da quella esperienza storica, soprattutto per quanto riguarda la questione palestinese, si è subito apropriata di quel lessico della seconda guerra mondiale che disgraziatamente e così collegato all’esperienza delle principali, ma non uniche, vittime di allora. Così nasce la “diaspora” palestinese, la Striscia di Gaza diventa un “lager”ed i giovani soldati israeliani di terza o quarta generazione sono ancora delle “forze d’occupazione”. I palestinesi hanno gradito e hanno iniziato ad usare questo linguaggio anche loro. L’obbiettivo più o meno velato è però chiaro: suscitare nell’uditorio una più dura reazione di disgusto. “Ma come; proprio loro che hanno subito la shoah poi si comportano allo stesso modo con i palestinesi?”. Ma loro chi? Gli ebrei o i sionisti?. “Ma siamo antisionisti, non antisemiti”.

Chi ha avuto la pazienza di leggere sin qui si chiederà cosa c’entra tutto questo discorso con i graffiti antisemiti da cui siamo partiti. Eccovi subito la risposta. Nella sera del 4 febbraio, a Torino, proprio quella sinistra movimentista è scesa in piazza su invito del coordinamento Progetto Palestina in solidarietà alle vittime dei recenti atti di antisemitismo rivendicando la loro ferma contrarietà ad ogni forma di razzismo e antisemitismo. Parliamo degli stessi movimenti che pensano che l’unico modo di aiutare i palestinesi sia quello di dedicare il loro tempo demonizzando la condotta dello Stato ebraico in qualsiasi campo. Così oggi l’accusa è di pinkwashing perché difendi i diritti dei gay solo per coprire gli orrori commessi ai poveri palestinesi, domani l’accusa è di Aidwashing perché vai dai terremotati dell’Emilia, dalle vittime della catastrofe di Haiti e del tifone nelle Filippine per apparire bello agli occhi del mondo.

Così nasce anche il veganwashing (https://www.mintpressnews.com/vegan-washing-israel-veganism-palestinian-oppression/262707/) (sic!) ed il technologywashing, perché se inventi una macchina che crea acqua potabile partendo dall’aria, non lo fai di sicuro per aiutare l’umanità, ma solo per coprire le tue infinite barbarie. E allora sapete che c’è? Oggi inventiamo anche il shoahwashing, che è quella pratica di preoccuparsi tanto della Memoria degli ebrei morti, per poi sparare a zero sugli ebrei vivi. E attenzione, non vale la regola che ci sono anche gli “ebrei buoni”, i vari Moni Ovadia e l’allegra combricola della rete degli ebrei contro l’occupazione. Anche la Lega di Salvini ha eletto un senatore nero e l’ex ministro Fontana aveva un amico omosessuale, ma non basta.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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