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Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 Novembre 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Ha fatto molto parlare di sé il discorso tenuto dall’attore e comico britannico Sacha Baron Cohen il 21 novembre, quando ha ricevuto l’International Leadership Award dall’Anti-Defamation League (ADL), organizzazione ebraica impegnata nel combattere il razzismo e l’antisionismo. Durante la cerimonia, Cohen ha lanciato una dura invettiva contro i colossi della Silicon Valley, e in particolare contro Facebook, che ha accusato di permettere al razzismo di diffondersi pur di fare profitti. “Se Facebook fosse esistito negli anni ‘30,” ha affermato, “avrebbe permesso a Hitler di pubblicare annunci sulla ‘soluzione’ al ‘problema ebraico’.”

Per chi da anni conosce i suoi film è difficile credere che quello fosse lo stesso Baron Cohen che ha interpretato personaggi come Ali G e Borat, tra i più politicamente scorretti del cinema anglosassone degli ultimi 20 anni. È anche vero che negli ultimi tempi il comico inglese, nato a Londra nel 1971 da genitori ebrei ortodossi, sembra aver deciso di impegnarsi in ruoli più seri, di cui l’ultimo è quello della spia israeliana Eli Cohen che ha interpretato nella miniserie The Spy, uscita a settembre su Netflix.

Ma c’è un altro film, tra i suoi più celebri, che andrebbe ricordato soprattutto perché rivederlo oggi, a 7 anni da quando è uscito nelle sale, ci dice molto su come è cambiato lo scenario politico: Il dittatore.

La trama (attenti agli spoiler)

Il dittatore, uscito nel 2012, narra la storia dell’Ammiraglio Generale Aladeen, dittatore dello stato fittizio nordafricano di Wadiya: infantile, autoritario, narcisista, razzista, antisemita e misogino, viene costretto dalle pressioni internazionali a recarsi a New York per parlare alle Nazioni Unite. Una notte, viene fatto rapire per ordine di Tamir, suo zio e consigliere che intende sostituirlo con un sosia per trasformare Wadiya in una democrazia, il che in realtà è solo un pretesto per svendere il petrolio del paese a potenze straniere.

Aladeen riesce a fuggire, ma prima gli viene tagliata la folta barba senza la quale nessuno lo riconosce. A dare una svolta ai suoi piani di riconquista del potere saranno gli incontri con Nadal, che a Wadiya era a capo delle ricerche sulle armi nucleari ma era fuggito negli USA dopo che Aladeen aveva dato l’ordine di giustiziarlo, e Zoey, un’attivista per i diritti umani per la quale Aladeen inizierà a provare qualcosa. In quei giorni, Aladeen farà di tutto per tornare al potere e impedire alla democrazia di sorgere nel suo paese.

Analisi (sempre attenti agli spoiler)

Il film, diretto da Larry Charles e in cui Cohen è anche co-sceneggiatore oltre che attore protagonista, fece parlare di sé per l’alto tasso di battute politicamente scorrette sia sulle minoranze etniche e sulle donne, sia sulle questioni geopolitiche; a pesare fu anche il fatto che alla cerimonia degli Oscar di quell’anno Cohen si era recato vestito da Aladeen e portando con sé un urna che secondo lui conteneva le ceneri del dittatore nordcoreano Kim Jong-il, che rovesciò addosso a un giornalista. Ovviamente non erano vere ceneri, ma lo scherzo ebbe comunque il risultato di fare pubblicità al film.

Nonostante le critiche che ricevette, Il dittatore ebbe un merito non indifferente: esso è riuscito a prendere in giro a 360 gradi tutte le maggiori forme di estremismo politico di quegli anni. Infatti non è solo una parodia dei regimi autoritari di Gheddafi e Saddam (analogamente a un altro film, Il grande dittatore in cui nel 1940 Charlie Chaplin faceva la parodia di Hitler), ma mette anche in luce le ipocrisie e le contraddizioni del politicamente corretto, incarnato dal personaggio di Zoey: la ragazza gestisce un negozio di prodotti vegani, dove lavorano solo rifugiati di paesi del Terzo Mondo e ci sono anche i bagni per le lesbiche. Per dimostrare di non essere razzista, la ragazza gli dice: “Pensa che non vado a letto con un bianco dalle superiori”, il che però sarebbe comunque razzista ma verso i bianchi.

A essere prese in giro sono anche le concezioni che abbiamo di democrazie e dittature, e il desiderio delle prime di imporre il loro modello con la forza alle seconde. Ciò emerge soprattutto nella scena in cui Aladeen parla alle Nazioni Unite, quando per glorificare il modello della dittatura ne elenca i presunti pregi: un sistema dove l’1% della popolazione è più ricco di tutti gli altri, dove si possono intercettare le comunicazioni delle persone e creare false emergenze attraverso media solo apparentemente liberi: tutte cose, se uno ci fa caso, che sono state fatte dagli Stati Uniti.

In Italia il film si distinse per una censura nel doppiaggio, nella scena in cui Aladeen ha appena finito di avere un rapporto sessuale con Megan Fox: nella versione originale lei gli dice che dopo doveva andare con “the Italian Prime Minister”, il Primo Ministro italiano, un chiaro riferimento a Berlusconi (che era Primo Ministro durante le riprese, ma già rimpiazzato da Monti quando il film uscì al cinema).

Confronto con l’attualità (stavolta niente spoiler)

Rivedere oggi Il dittatore ci dice molto su cosa è cambiato sul piano geopolitico negli ultimi anni: se allora negli USA erano in molti, sia a destra che a sinistra, e ritenere giusto rovesciare i dittatori tramite gli interventi della NATO, oggi chiaramente non è più così, tutt’altro: da quando Donald Trump è alla Casa Bianca, l’America sta rinunciando sempre di più a esercitare la propria influenza in Medio Oriente, con tutti i pro e i contro che ne derivano.

In Medioriente ci sono stati degli sviluppi che hanno messo in discussione tutto ciò che si diceva nel 2012: solo un anno prima erano scoppiate le Primavere Arabe, che in un primo momento si pensava avrebbero portato libertà e democrazia, ma non è andata così: molti paesi della regione, Siria e Libia in primis, sono finiti nel caos; Assad, che si dava quasi per scontato che sarebbe stato rovesciato, oggi è più forte che mai anche grazie all’appoggio della Russia e dell’Iran; in seno alle guerre civili scoppiate nella regione è nato l’ISIS, che ha compiuto attentati anche in Europa.

E proprio in Europa l’aumento del terrorismo islamico e la mancanza di una reazione adeguata da parte delle istituzioni è stato tra i vari fattori che hanno sdoganato i partiti nazionalisti in tutto il continente, tanto che concetti come “populismo” e “sovranismo”, che fino a pochi anni fa erano ai margini del dibattito pubblico, oggi ne sono al centro.

E qui arriviamo all’argomento più recente, ovvero i social: perché nel 2012 erano molto meno pervasivi rispetto ad oggi nella nostra società, e vi era ancora chi fosse convinto che avrebbero portato alla creazione di una comunità globale dove tutti vivono in armonia. Invece i social si sono rivelati un luogo dove le posizioni si sono fatte sempre più polarizzate, tanto da creare delle divisioni quasi tribali nella società. In questa situazione, da un lato risorgono gli episodi di razzismo e antisemitismo, dall’altro anche il politicamente corretto si è manifestato con toni molto più violenti di quelli descritti nel film: basti pensare a quando, negli Stati Uniti, dopo l’elezione di Trump numerosi attivisti di estrema sinistra hanno iniziato a distruggere le statue dei generali sudisti o, come a Los Angeles, a rimuovere statue di Cristoforo Colombo.

In conclusione, rivedendo questo film nel 2019 si impara una lezione importante: che il futuro è molto più imprevedibile di quanto pensiamo, e che non è detto che la storia vada sempre nella direzione da noi voluta.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 Novembre 2019
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HaTikwa (D. Fiorentini) – Arriva con un tempismo eccezionale la storica decisione degli USA di riconoscere gli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria, ponendo fine all’ambiguità americana circa la legalità delle cosiddette colonie israeliane.

Una disputa che nasce nel lontano ’67 a seguito della vittoria riportata da Israele nella Guerra dei Sei Giorni e la relativa conquista della Giudea e della Samaria, quando per delegittimare lo Stato ebraico i paesi arabi hanno cominciato una campagna internazionale per rendere Israele agli occhi dell’opinione pubblica come una forza bruta e imperialista.

“E’ infatti dal (quel) momento in cui Israele viene considerato forza occupante all’interno di territori catturati”, scrive il giornalista Niram Ferretti, che sottolinea come questa prospettiva distorta del conflitto abbia radici tanto profonde da convincere la Corte di Giustizia Europa e l’Ufficio dell’Alto Rappresentante degli Affari Esteri.

In questo contesto discriminatorio e ispirato dai movimenti di boicottaggio si colloca la recente decisione dell’Unione Europea di etichettare gli articoli provenienti dalla Giudea e dalla Samaria come “prodotti in territori occupati da Israele“. Un ulteriore tentativo di delegittimazione dello Stato d’Israele, che va ad aggiungersi alle ben otto risoluzioni votate dall’ONU nei scorsi giorni che condannano Israele e non riconoscono i suoi confini.

L’accusa principale è quella di aver permesso, senza averne il diritto, la proliferazione di insediamenti ebraici in Giudea e Samaria. Oltre a trascurare la millenaria presenza di storiche comunità ebraiche come Gerico e Hebron, non sono state tenute in conto numerose accordi e numerose norme del diritto internazionale.

In primis il Mandato Britannico per la Palestina del 1922, che la Gran Bretagna, potenza vincitrice della Prima Guerra Mondiale, ha stipulato alle spese del collassato Impero ottomano, stabilì il diritto degli ebrei di dimorare in tutti i territori a occidente del fiume Giordano. Tale documento venne ratificato all’unanimità dalla Società delle Nazioni, una sorta di progenitore dell’ONU, ricevendo l’approvazione anche della Comunità Internazionale. “Esso non è mai decaduto, non è mai stato abrogato, e dal punto di vista del diritto internazionale è l’architrave su cui poggia tutto il resto. Non a caso, uno dei maggiori giuristi americani del secolo scorso, nonché uno degli architetti della Risoluzione 242, Eugene W. Rostow, lo specificava chiaramente in un suo importante articolo”

“Molti credono che il mandato palestinese ha avuto termine nel 1947 quando il governo britannico si dimise da potentato mandatario. Errato. Un accordo non cessa quando il fiduciario muore, si dimette, sottrae la proprietà affidata o è licenziato. L’autorità responsabile dell’accordo nomina un nuovo fiduciario o in alternativa dispone per l’adempimento dell’accordo… In Palestina il mandato britannico ha cessato di essere operativo relativamente ai territori di Israele e della Giordania quando questi due stati vennero creati e riconosciuti dalla comunità internazionale. Ma le sue normative sono ancora effettive relativamente alla West Bank e alla Striscia di Gaza, le quali non sono ancora state allocate a Israele, alla Giordania o a uno stato indipendente“.

Da notare che questo intervento fu fatto nel 1990, prima ancora degli Accordi di Oslo del 1993-1995, in cui per l’appunto vennero risolte tutte le perplessità riguardo i territori della Giudea e Samaria. I suddetti accordi stabilirono tre zone di pertinenza, la zona A sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, la zona B e la Zona C a controllo israeliano. Il piano ed i suoi numerosi dettagli allegati furono approvati e riconosciuti dall’Autorità Palestinese, per cui non solo Israele ha il pieno di diritto di fondare nuovi insediamenti nelle sue aree di pertinenza, ma ha assolutamente fondamento l’accusa di discriminazione e boicottaggio mossa da Israele verso l’Unione Europea. 

Grazie all’amministrazione Trump, dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, il riconoscimento della sovranità sul Golan e adesso il riconoscimento della legalità degli insediamenti nelle aree C della Giudea e della Samaria, si sta delineando un nuovo scenario geo-politico in cui stanno venendo meno i capisaldi della propaganda araba contro la legittimità di Israele. Inoltre, “assicurando ad Israele garanzie di sicurezza tali da rendere possibili le concessioni necessarie per arrivare ad un accordo di pace permanente capace di rispondere anche alla richiesta dei palestinesi di avere un proprio stato”.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 Novembre 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Quello dell’antisemitismo di estrema destra è un tema che a più riprese torna a far parlare di sé soprattutto dopo fatti atroci, l’ultimo dei quali è stato l’attentato davanti alla sinagoga di Halle in Germania. Per capire meglio l’argomento, HaTikwa ha deciso di sentire due esperti con opinioni molto diverse tra loro: Elia Rosati, docente a contratto di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, esperto di neofascismo, autore dei saggi Storia di Ordine Nuovo e Casapound Italia; e Francesco Giubilei, editore e presidente della Fondazione Tatarella, esperto di conservatorismo, i cui ultimi libri sono Europa Sovranista e Storia della cultura di destra.

Cosa pensate dell’attentato di Halle? È un caso isolato o rientra in uno schema più grande?

Giubilei: Non è un caso isolato, rientra senza dubbio a un attacco generale alle religioni. Siamo in una società sempre più secolarizzata, e ciò comporta che vi siano attentati contro cristiani, musulmani o ebrei come in questo caso. In secondo luogo è evidente come vi sia un accanimento contro le radici giudaico-cristiane dell’Occidente, che si manifestano in questo modo. Il problema è che mentre fino a poco tempo fa gli attacchi contro cristiani ed ebrei avvenivano soprattutto dove questi sono minoranze, come in Medio Oriente, adesso avvengono anche in Occidente.

Rosati: Non è isolato, ma occorre comprendere bene il fenomeno dei “lupi solitari”. Non vi è un’organizzazione internazionale dietro a questi assassini neonazisti, ma è un fenomeno con più cause: la prima è un imbarbarimento generale del dibattito pubblico, anche in relazione allo hate speech; un’altra è la costante sottovalutazione delle organizzazioni giovanili neofasciste. Il lupo solitario è frutto di una larga diffusione di determinate idee su internet e/o nel dibattito mainstream, e di un contesto politico e culturale che non estromette i discorsi d’odio e le posizioni esplicitamente o cripticamente fasciste. A volte i terroristi di questo tipo sono sì delle persone emotivamente disturbate, che però sono passate attraverso movimenti forum su internet o partiti di destra: Luca Traini, l’attentatore di Macerata, era stato candidato con la Lega nel suo paese e aveva frequentato manifestazioni di gruppi neofascisti come CasaPound, mentre lo stragista norvegese Anders Breivik era stato iscritto al Partito del Progresso, la più importante formazione razzista del suo parlamento nazionale.

Cosa pensate degli attacchi diretti a Liliana Segre? Secondo voi esiste un problema di antisemitismo in Italia?

Giubilei: Io credo che la stragrande maggioranza degli italiani sia fatta da gente perbene che rispetta il popolo ebraico. Poi ci sono sempre dei fanatici che esprimono posizioni offensive che purtroppo vengono spesso amplificate dal web.

Rosati: In Italia vi è un grave problema di xenofobia e razzismo, dovuti alla crisi economica. In questo contesto l’antisemitismo è nuovamente tornato attraverso una narrazione distorta della difficile fase socio-economica, per cui si è passati dal criticare aspramente “l’usura” delle banche ad attaccare le oscure “elite” finanziarie, e in particolare personaggi di origine ebraica come George Soros, accusato di voler distruggere l’identità europea finanziando le Ong, i partiti e i giornali a favore della “Grande Sostituzione Etnica”, del “Complotto Gender” o del “Globalismo”. Oppure basta vedere come vengono trattati giornalisti come Gad Lerner quando provano a fare reportage sulle formazioni di destra, in primis La Lega.

Come si fa a distinguere la destra radicale da quella moderata?

Giubilei: Come spiegava lo scrittore e giornalista Giuseppe Prezzolini, non esiste una sola destra ma tante destre, spesso divise sui temi economici o sulla politica estera; oggi, in particolare, sono divise su quali rapporti avere con gli Stati Uniti e sulla questione israelo-palestinese.

Rosati: Negli ultimi 15-20 anni si è ridotto il confine tra destra conservatrice e radicale; in Occidente questo processo è iniziato dopo l’11 Settembre, in Italia dalla metà degli anni ’90 (con la vittoria della coalizione di destra plurale di Berlusconi-Bossi-Fini), per cui idee che una volta erano limitate a piccoli circoli di destra radicale oggi sono al centro dei programmi dei maggiori partiti, come la Lega o tra i Repubblicani americani sotto Trump.

Hatikwa è una rivista giovanile: quali dovrebbero essere le maggiori preoccupazioni dei giovani ebrei italiani?

Giubilei: Come per tutti i giovani italiani, le grandi sfide sono da un lato il problema del lavoro, e dall’altro la perdita dell’identità.

Rosati: Dovrebbero preoccuparsi del fatto che oggi è difficile staccare il razzismo da posizioni antisemite contemporanee e negazioniste, perché parliamo di un unico blocco di pensiero molto radicato nella cultura di destra occidentale e che ha contagiato, purtroppo, la narrazione mainstream della crisi economica e della globalizzazione.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Novembre 2019
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HaTikwà (Redazione) – Lo scorso venerdì 25 ottobre ha aperto i lavori la storica manifestazione “Spirito di Assisi”, tenuto per la prima volta nella città d’Assisi il 27 ottobre 1986 su istanza di Papa Paolo Giovanni II e giunto alla sua 33° edizione. L’iniziativa è frutto dell’incontro tra i rappresentanti delle diverse religioni riunite assieme con lo scopo comune di pregare per la pace.

La tre giorni interreligiosa è iniziata venerdì 25 ottobre alle 10:15 presso il Salone papale del Sacro Convento, Basilica di San Francesco, con il panel “Quale Economia a partire dalle fedi“. Tra i relatori della tavola rotonda Alessandro Busti per la fede Baha’i, Yasmin Doghri  in rappresentanza dell’Islam, Alessio Lanfaloni per i cattolici e Graziano Di Nepi, Tesoriere dell’Unione Giovani Ebrei d’italia.

Il dibattito è stato preceduto dal vivace scambio di idee tra il Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, Mons. Domenico Sorrentino e la Prof.ssa Annarita Caponera, docente di Ecumenismo e Dialogo Interreligioso, la quale ha evidenziato l’importanza dei precetti religiosi nel circuito economico odierno e come ricercare un’economia alternativa a quella di mercato dominante.

La conversazione entra nel vivo quando il moderatore, Tonio Dell’Olio, Presidente della Commissione Spirito di Assisi, pone a Graziano Di Nepi la seguente domanda: “Il popolo ebraico è spesso oggetto di caricature e barzellette in temi patrimoniali, io ritengo che questo non abbia fondamento storico, ma  perché si è sviluppata questa idea?”. Per il Tesoriere dell’UGEI, tale pregiudizio è fortemente radicato nella storia: il Popolo Ebraico è sempre stato per antonomasia errante e sempre costretto a dover cambiare regione in modo estremamente repentino. A tal proposito, la maggior parte dei mezzi economici e di pagamento dovevano avere la peculiarità di essere perfettamente mobili e di non essere soggetti a confische ed espropri. Inoltre – prosegue Di Nepi – gli unici lavori permessi agli ebrei durante il periodo del Ghetto erano la vendita di stracci e l’usura. Quest’ultima ha certamente incentivato una visione collettiva miope e bigotta. “Nonostante le mura dei ghetti siano state abbattute, le mura più difficili da distruggere sono quelle dei pregiudizi”, ha concluso il giovane Tesoriere.

La discussione è proseguita con domande di carattere generale rivolte alla fede Baha’i e poi con la spiegazione da parte di Yasmin Doghri sulle dinamiche islamiche in campo economico e in particolare sul principio della “Zakat”,  l’obbligo religioso prescritto dal Corano di “purificazione” della propria ricchezza tramite donazione di una piccola quota del proprio patrimonio.

In conclusione è stato ripreso il tema dell’economie alternative a quelle di mercato. Lampante è l’esempio citato da Di Nepi:” In Israele  è stata attuata per un periodo la logica del Kibbutz, una piccola società basata sul capitale umano dei partecipanti con scambi esterni ridotti al minimo. Le regole economiche sarebbero in realtà già scritte nei testi sacri bisognerebbe solamente applicarle con cognizione di causa”.

 

E così, tra la meraviglia e la soddisfazione della folta platea, volge al termine la tavola rotonda dei giovani leader religiosi. Con la consapevolezza che solo attraverso un impegno comune potremo costruire un mondo migliore.

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Novembre 2019
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HaTikwa (N. Greppi) Anche quest’anno, dal 30 ottobre al 3 novembre, si è tenuta il celebre festival Lucca Comics & Games, che a ogni edizione porta circa 250.000 visitatori nella città toscana, facendone il più grande festival dei fumetti in Europa e il secondo del mondo dopo il Comiket di Tokyo. La fiera ha ospitato mostre, presentazioni, dibattiti, concorsi, concerti e spettacoli teatrali legati al mondo della cultura nerd: dai fumetti alle serie tv, dai videogiochi ai giochi da tavolo, senza dimenticare il cinema d’animazione.Anche quest’anno tra gli oltre 100 ospiti vi sono anche degli artisti ebrei; in particolare, tre hanno un rapporto più o meno stretto con le proprie origini.

Il primo è il fumettista Chris Claremont: nato a Londra nel 1950 e cresciuto a New York, è una leggenda tra i lettori dei fumetti Marvel; da oltre 50 anni lavora come sceneggiatore per gli albi della storica azienda fondata da Stan Lee, e in particolare alla serie degli X-Men, tanto che i suoi fumetti hanno venduto circa 750 milioni di copie in tutto il mondo. In particolare, è noto per le storie degli X-Men Giorni di un futuro passato (che ha ispirato l’omonimo film della saga del 2014, nel quale compare in un cameo) e per aver inventato il personaggio di Fenice Nera, alter ego malvagio della supereroina mutante Jean Grey.

Quello che non tutti sanno è che Claremont non solo è di origini ebraiche da parte materna, ma nel 1971 è andato a vivere per un breve periodo in Israele, nel kibbutz di Netiv HaLamed-Heh. Inoltre, è stato lui a modificare le origini di Magneto, storico antagonista della serie, in modo che in origine fosse un ebreo polacco che da piccolo è sopravvissuto ad Auschwitz, dove si sono manifestati per la prima volta i suoi poteri. Un elemento, questo, che compare anche all’inizio del primo film degli X-Men. Intervistato dalla rivista Vulture nel giugno 2019, Claremont ha spiegato che l’idea gli venne pensando ai superstiti della Shoah che aveva conosciuto nel kibbutz da ragazzo.

L’altra ospite di origini ebraiche è l’animatrice americana Rebecca Sugar: 32 anni, nata e cresciuta nel Maryland, nel 2013 ha creato per Cartoon Network la serie animata Steven Universe, tra quelle di maggior successo del canale negli ultimi anni. E a Lucca è venuta soprattutto per presentare il film musical animato Steven Universe: The Movie, tratto dalla serie.

Da un’indagine della rivista ebraica Forward, è emerso che i personaggi della serie sono ispirati alle origini della Sugar, figlia di una coppia mista: il protagonista, Steven Universe, è un essere per metà umano e per metà una “gemma vivente”, ed è ispirato al fratello dell’autrice, anch’egli di nome Steven, che come il personaggio ha genitori che appartengono a popoli diversi.

A parte i fumettisti, anche lo scrittore statunitense Daniel Abraham, membro assieme a Ty Franck del duo artistico James S.A. Corey, è ebreo: i due sono noti soprattutto per la serie di romanzi di fantascienza The Expanse, inaugurata nel 2011 con il romanzo Leviathan – Il risveglio dal quale nel 2015 è stata tratta una serie televisiva. Non a caso a Lucca hanno presentato l’ottavo libro della saga, L’ira di Tiamat.

Ma tra gli ospiti c’è anche chi, pur non essendo ebreo, ha dimostrato nella sua carriera un grande amore per la storia e la cultura ebraica, più di tanti ebrei: tra questi vi è senza dubbio Vittorio Giardino, fumettista bolognese classe 1946, che ha creato due celebri personaggi del fumetto italiano: Max Fridman, agente dei servizi segreti francesi nel 1938, e Jonas Fink, un ebreo di Praga che negli anni del comunismo assiste alle purghe contro la borghesia ebraica.

Giardino è, assieme a Hugo Pratt, l’unico autore italiano che dal 2008 compare nella mostra itinerante De Superman au Chat du Rabbin, dedicata al legame tra ebraismo e fumetti. Come raccontava Moked nell’agosto 2018, il suo interesse deriva dal fatto che la moglie fa parte dei Formiggini, un’antica famiglia ebraica della provincia di Modena, e conoscendone la famiglia Giardino ha iniziato a interessarsi alle loro storie: “Ho scoperto le vicende di tanti ebrei italiani. Cittadini del mondo, viaggiatori, imprenditori, sperimentatori. Eppure sempre legati all’identità originaria. Da Leopoli a Trieste, da Gerusalemme a Bologna. Legami forti, ma che non portano mai al provincialismo, al familismo.”

 

 

 

 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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