News

Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 Febbraio 2019
mediterraneo-migranti.jpg

4min120

HaTikwà (D.) – Non dovremmo sentirci in colpa? Io mi sento in colpa e mi vergogno, e voi? Lo scrivo, lo dico sottovoce, ma non riesco a gridarlo quanto dovrei. L’indifferenza, che da sempre si diffonde come un’infezione virale, ha colpito anche me: sono stato contagiato. Ho sempre creduto che noi fossimo vaccinati contro l’indifferenza, perché l’abbiamo provata sulla nostra pelle. Bene, nel mio caso non è così. “L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. L’indifferenza è il peso morto della storia”diceva Gramsci. Chiamatemi abulico, parassita, vigliacco e peso morto, perché lo sono, ma vorrei non esserlo. Scrivere questo articolo, forse, mi farà fare un passo in avanti, ma non ne sono sicuro. Inizio spiegando il motivo per cui mi ci sento.

Mi ci sento perché non sto facendo nulla per evitare ciò che vedo. Mi ci sento perché troppe persone stanno morendo in mezzo al mare alla ricerca di una speranza; perché i cristiani stanno cadendo come birilli in Africa travolti dalla palla da bowling targata Boko Haram; perché c’è un razzismo, nemmeno più tanto latente, che sta tornando in voga nel mio Paese; perché nelle curve degli stadi ancora ci sono svastiche e cantano slogan antisemiti; mi ci sento perché nel mio Paese c’è chi cita i Savi di Sion e ancora siede al Senato; mi ci sento perché non faccio niente. Ma io che posso fare? Dentro di me dico molte cose, ma in realtà non ne faccio nemmeno una. Forse sono un debole, forse non ho gli attributi che servirebbero per trascinare persone davanti al Parlamento, all’Ambasciata, alla Figc o al Senato, ma seguirei chiunque in uno di questi posti.

Faccio parte di una generazione, fino ad oggi, priva di leader carismatici. Gli ultimi, veri, sono ormai considerati parte della vecchia guardia. Perché non ci insegnate come si fa? Perché invece di prenderci per mano e portarci verso un futuro di proteste legittime e manifestazioni di dissenso, ci lasciate in balìa di noi stessi? Perché invece di crogiolarvi dentro i vostri meriti passati, non tramandate le vostre conoscenze, i vostri metodi a chi ha voglia di imparare? Ne abbiamo bisogno per difenderci e per proteggere chi non è in grado di farlo. Ne abbiamo bisogno perché facciamo parte di una generazione che dà più peso ad un post su Facebook o su Twitter rispetto che ad una manifestazione. Siamo la Generazione Z, quelli nati e cresciuti già, e solamente, con l’esistenza di internet. Il nostro silenzio, la nostra apatia, la vigliaccheria che ci contraddistingue verso ciò che accade all’esterno dove ci porterà? E’ indifferente anche per voi?


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 Febbraio 2019
2h3811-e1549378487494.jpg

7min221

HaTikwà (R.Benigno-A.Terracina) – Negli ultimi giorni è nata una discussione costruttiva all’interno dell’Ugei. Come tutti sappiamo l’Unione Giovani Ebrei Italiani ha un proprio organo di stampa, Hatikwa, strumento attraverso il quale dar voce al confronto delle idee. Entrando nello specifico, un giovane che individueremo con un nome di fantasia, Jerry, chiede di poter pubblicare un articolo sulla testata in merito a un’intervista dallo stesso effettuata al Sig. Butch, nel quale cita con virgolettati e discorsi indiretti alcuni concetti espressi da quest’ultimo. Tom, direttore del giornale, dopo aver compiuto alcune verifiche, non ultima una conversazione con Butch, non è sicuro che il contenuto dell’intervista sia stato trascritto letteralmente e che quindi possa considerarsi integralmente aderente al pensiero espresso dall’intervistato Butch.

Per risolvere la questione giuridica in oggetto, appaiono doverosi alcuni accenni normativi. In particolare, si fa riferimento al reato di diffamazione, il quale – ex art. 595, c.1. c.p. – prevede che “chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito [c.p. 598] con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032. Inoltre, lo stesso articolo del codice penale al comma 3 recita che “se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516”.

Pertanto, prima di proseguire nell’inquadramento normativo, appare evidente che il giornalista Jerry, qualora avesse ottenuto l’autorizzazione del direttore Tom a pubblicare l’articolo in oggetto e, qualora la notizia stessa si fosse rilevata in un secondo momento falsa, avrebbe potuto commettere il delitto di diffamazione ai danni del signor Butch. Ed infatti, nessun dubbio sussiste circa il fatto che l’attribuzione di frasi mai dette ad una specifica persona possa ledere la sua reputazione e, pertanto, integrare il reato di cui all’art. 595 c.p.

Al riguardo egli non avrebbe potuto nemmeno invocare a sua discolpa l’esercizio del diritto di cronaca. Lo stesso, infatti, deve ritenersi esistente e, quindi, invocabile nel solo caso in cui soddisfi i seguenti requisiti:
1) pertinenza: rilevanza sotto un profilo di pubblico interesse;
2) continenza formale: necessità che l’esposizione dei fatti si mantenga entro limiti di correttezza espressiva, senza trasmodare in esternazioni offensive inutili o gratuite;
3) verità della notizia.

Ebbene, proprio sotto il profilo della verità sarebbe venuto a mancare il sopra citato diritto di cronaca. Altro doveroso accenno normativo risulta essere il disposto dell’art. 57 c.p., secondo cui “il direttore che omette di esercitare il controllo necessario ad impedire che siano commessi reati col mezzo della pubblicazione è punito, a titolo di colpa, se un reato è commesso, con la pena stabilita per tale reato diminuita in misura non eccedente un terzo”. Dalla lettura dell’articolo appena citato si evince che, in capo al Direttore del giornale vi è un vero e proprio obbligo di controllo della fondatezza e verità della notizia. In altre parole, il mancato esercizio di questo obbligo configurerebbe il reato.Alla luce delle considerazioni sopra esposte, occorre ora valutare la posizione del direttore Tom che deve senz’altro essere ritenuto privo di colpe. Ed infatti, qualora avesse agito diversamente avrebbe certamente rischiato di essere responsabile del reato di cui all’art. 57 c.p., qualora la notizia si fosse rivelata in un secondo momento falsa ed il giornalista fosse stato denunciato per il delitto di diffamazione dalla persona offesa. Chiaramente la trattazione meriterebbe ben altro spazio e e i temi e gli esempi portati non possono per ovvie ragioni essere completamente aderenti alla discussione.

Un’ultima chiosa vale la pena farla sul concetto di censura. Secondo l’Enciclopedia Treccani si tratta di una limitazione della libertà civile di espressione del pensiero disposta per la tutela di un interesse pubblico e attuata mediante l’esame, da parte di un’autorità, di scritti o giornali da stamparsi, di manifesti o avvisi da affiggere in pubblico, di opere teatrali o pellicole da rappresentare, di siti Internet, con lo scopo di permetterne o vietarne la pubblicazione, l’affissione, la rappresentazione (…). Più in generale, controllo, biasimo e repressione di determinati contenuti, idee o espressioni da parte di un’istanza dotata di autorità. Ad un lettore attento non potranno sfuggire queste ultime parole: contenuti, idee o espressioni. Neppure di censura quindi si può parlare da parte della redazione dell’UGEI in quanto il diniego di pubblicazione è derivato unicamente non dalla presenza di idee nell’articolo, bensì di dichiarazioni che, a seguito dei dovuti controlli, sembravano non rispecchiare quanto il soggetto in questione intendeva esprimere.


 

  • Ruben Benigno, 31 anni, è un avvocato civilista, iscritto all’Albo degli Avvocati di Roma. Laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Roma Tre. E’ da sempre attivo al servizio delle istituzioni ebraiche. Collabora con associazioni forensi, curando articoli e pareri.

 

  • Alessandro Terracina, 29 anni, è un avvocato penalista, iscritto all’Albo degli Avvocati di Roma. Laureato in Giurisprudenza all’Università LUISS Guido Carli. E’ specializzato in Diritto Penale e Diritto della Privacy. 

Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 Gennaio 2019
Ucmu10002352.jpg

4min202

 

HaTikvà (M.Moscato)La Parashà che andremo ad approfondire questa settimana è la Parashà di Itrò. Essa è conosciuta come la Parashà dei dieci comandamenti, Haseret Hadiberot. I nostri Maestri z”l dicono che questi comandamenti sono incisi su due tavole: da una parte i primi cinque comandamenti, che sono positivi in quanto rispecchiano il collegamento tra l’uomo ed Hashem, e dall’altra parte gli ultimi cinque, che sono proibitivi in quanto rispecchiano i rapporti tra gli uomini.

Soffermiamoci sul quinto comandamento, quello che afferma: “Onora tuo padre e tua madre affinché si prolunghino i tuoi giorni sulla terra che il Signore tuo D-o ti ha dato”. Rabbi Moshe Ben Maimon, conosciuto anche come il Rambam, sostiene che con il quarto comandamento Hashem completa la descrizione degli obblighi dell’uomo per onorare direttamente Hashem. Secondo l’interpretazione del Rambam, Hashem ci indica gli obblighi verso le Sue creature, iniziando con i doveri verso i nostri genitori, i quali assomigliano al Creatore in quanto loro sono suoi soci nella creazione di un bambino. È come se Hashem fosse il nostro primo genitore e il padre e la madre completino l’atto di portarci alla luce. Qualcuno potrebbe onorare i suoi genitori per puro affetto o per obblighi morali nei loro confronti. Nella Torah troviamo questa mitzvah due volte: la prima volta proprio in questa Parashà, dove c’è appunto scritto che dobbiamo onorare nostro padre e nostra madre. Il secondo riferimento invece lo troviamo nella Parashà di Kedoshim, dove Hashem ci dice che ogni persona deve temere sua madre e suo padre.

Qual è dunque la differenza tra onorare e temere i genitori? Temere significa, per esempio, che un figlio non si deve sedere nel posto fisso di un suo genitore, o non deve contraddire le sue parole né assumere posizioni contrastanti. L’onore significa, per esempio, che il figlio deve offrire ai suoi genitori del cibo, accompagnarli e aiutarli. Deduciamo che l’onore richieda atti positivi. Leggendo attentamente i due versi vediamo che nel comandamento relativo all’onore, il padre viene nominato prima della madre, mentre nel comandamento relativo al timore la madre viene prima del padre. Perché? Hashem sa che l’essere umano tende a dare onore più alla madre che al padre: essa educa i bambini e li tratta con gentilezza; il padre invece è maggiormente associato all’atto di ammonimento dei propri figli.

Per quanto riguarda il timore invece vale il contrario: è naturale per un figlio temere il padre di più rispetto alla madre e quindi la Torah da precedenza alla madre nel comandamento relativo al timore. Lo scopo è quello di insegnarci che dobbiamo temere e rispettare nostra madre e nostro padre in egual misura. La parola kavod (onore) ha la stessa radice della parola kaved (pesante). Ciò implica che onorare i propri genitori significa prenderli molto seriamente, farsi carico di loro, dando ad essi tutto il peso della nostra attenzione. Provvedere alle necessità dei genitori è una dimostrazione di grande valore morale.

Shabbat Shalom a tutti.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 Gennaio 2019
mattarella-segre--e1548345957663.jpg

11min549

Stamani al Palazzo del Quirinale si è tenuta, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la commemorazione del “Giorno della Memoria“.

La giornata, condotta da Francesca Fialdini, è iniziata con la proiezione di un filmato intitolato “Le donne nella Shoah”, realizzato da RaiStoria. Nel corso della cerimonia la cantante Cristina Zavalloni ha eseguito i brani musicali “Piesn Rozpaczy” di Bela Lustman, accompagnata al piano dal maestro Francesco Lotoro, e “Kolisanka Osviecinska” di Henry Lesczinsky.

Sono intervenuti la Vice Presidente del Memoriale della Shoah, Milena Santerini, la Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni e il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Marco Bussetti. La poetessa Edith Bruck ha portato la sua testimonianza e l’attrice Isabella Ragonese ha letto alcuni brani della stessa autrice e la poesia “Vago per Theresienstadt” tratta dall’opera Brundibar di Ilse Weber. Tra i presenti vi erano il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, i Vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, il Presidente della Camera dei Deputati, Roberto Fico, la Vice Presidente del Senato della Repubblica, Paola Taverna, l’Ambasciatore tedesco in Italia, Viktor Elbling, l’Ambasciatore d’Israele in Italia, Ofer Sachs, la Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ruth Dureghello, il Vice Presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, Ruben Spizzichino, i rappresentanti del Governo, del Parlamento e delle Associazioni degli ex internati e deportati.

La cerimonia si è conclusa con il discorso del Presidente. Ecco l’intervento integrale del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella:

Sono passati settantaquattro anni dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz. Eppure, nonostante il tanto tempo trascorso, l’orrore indicibile che si spalancò davanti agli occhi dei testimoni è tuttora presente davanti a noi, con il suo terribile impatto. Ci interroga e ci sgomenta ancora oggi. Perché Auschwitz non è soltanto lo sbocco inesorabile di un’ideologia folle e criminale e di un sistema di governo a essa ispirato.

Auschwitz, evento drammaticamente reale, rimane, oltre la storia e il suo tempo, simbolo del male assoluto. Quel male che alberga nascosto, come un virus micidiale, nei bassifondi della società, nelle pieghe occulte di ideologie, nel buio accecante degli stereotipi e dei pregiudizi. Pronto a risvegliarsi, a colpire, a contagiare, appena se ne ripresentino le condizioni. Una società senza diversi: ecco, in sintesi estrema, il mito fondante e l’obiettivo perseguito dai nazisti. Diversi, innanzitutto, gli ebrei. Colpevoli e condannati come popolo, come gruppo, come “razza” a parte. Gli ebrei. Portatori di una cultura antichissima, base della civiltà europea, vittime da sempre di pregiudizi e di discriminazioni, agli occhi dei nazisti diventano il problema, il nemico numero uno, l’ostacolo principale da rimuovere, con la violenza, per realizzare una società perfetta, a misura della loro farneticazione. Ma quando il benessere dei popoli o gli interessi delle maggioranze, si fanno coincidere con la negazione del diverso – dimenticando che ciascuna persona è diversa da ogni altra – la storia spalanca le porte alle più immani tragedie. Gli ebrei erano bollati con il marchio, infamante, della diversità razziale. Dipinti con tratti grotteschi, con una tale distorsione della realtà da sfociare nel ridicolo, se non si fosse tradotta in tragedia. La furia nazista si accanì con micidiale e sistematica efficienza anche contro altre categorie di “diversi”: i dissidenti, gli oppositori, i disabili, i malati di mente, gli omosessuali, i testimoni di Geova, i rom e i sinti, gli slavi. Nell’ordine nuovo, vagheggiato da Hitler, non c’era posto per la diversità, la tolleranza, l’accettazione, il dialogo. La macchina della propaganda, becera quanto efficace, si era messa in moto a tutti i livelli per fabbricare minacce improbabili e nemici inesistenti. Dove la propaganda non bastava, arrivavano il terrore e la violenza. La ragionevolezza e l’intelligenza umana furono oscurate, fino al punto di non ritorno, dalla nebbia fitta dell’ideologia e dell’odio razziale.

Per gettare il marchio di infamia sugli ebrei furono utilizzati tutti i mezzi di indottrinamento allora a disposizione: giornali, radio, cinema, manifesti, libri per bambini, trattati pseudo scientifici, vignette. Per sterminarli si fece ricorso agli strumenti tecnici più avanzati e alle più aggiornate teorie d’organizzazione burocratica e industriale. L’eliminazione del “diverso”, del sub-umano, come prodotto finale delle fabbriche della morte. Come ha acutamente notato Bauman, con un paradosso apparente, la modernità tecnologica e scientifica del tempo era piegata spregiudicatamente al servizio di una ideologia antimoderna, barbara e regressiva. Le persecuzioni naziste si iscrivevano in un progetto di società basato sul predominio dei popoli cosiddetti forti e puri sui popoli deboli, su un nazionalismo esasperato nemico della convivenza, sulla guerra come fonte di rigenerazione e di grandezza, su un imperialismo alimentato da delirio di onnipotenza, sulla sottomissione dell’individuo allo Stato, sulla negazione della libertà di coscienza, sulla repressione feroce di ogni forma di dissenso. Tutto quel che la nostra Costituzione ha voluto consapevolmente bandire e contrastare – segnando un discrimine tra l’umanità e la barbarie – con il riconoscimento di eguali diritti e dignità ad ogni persona e con l’obiettivo e il metodo della cooperazione internazionale per una convivenza pacifica tra i popoli e gli Stati. Ho trovato di grande interesse il tema scelto quest’anno per il Giorno della Memoria, scandagliando in profondità la terribile condizione femminile all’interno dei campi di sterminio. Di quelle donne umiliate e violate, nel fisico e nell’animo, di quelle madri, che con l’ultima forza residua, hanno abbracciato e rincuorato fino all’ultimo istante i loro piccoli, nel buio tremendo delle camere a gas.

Ringrazio Francesca Fialdini – che ha condotto così bene questo incontro – , il Ministro Bussetti, la presidente Di Segni, la professoressa Santerini, per i loro efficaci interventi. Edith Bruck per la sua lucida, coraggiosa – e terribile – testimonianza, di cui dobbiamo serbare memoria, nel cuore e nella mente. Ringrazio Isabella Ragonese, Federica Fracassi, Cristina Zavalloni e il Maestro Francesco Lotoro, perché anche l’arte, insieme alla storia, alla sociologia, alla filosofia, alla psicologia, è un modo per avvicinarsi a quell’inestricabile groviglio di eventi, sofferenze, paure, atrocità che fu la Shoah. Ringrazio le studentesse, Federica e Giulia, per la loro testimonianza. Rivolgo un saluto particolare, con affetto, ai sopravvissuti che, oggi, hanno voluto essere qui tra noi: Peppino Gagliardi, Sami Modiano, Selma Modiano, Gilberto Salmoni e Piero Terracina.

Una sola considerazione sul tema delle donne nella Shoah: le ideologie totalitarie hanno sempre considerato le donne come esseri inferiori. E così come la donna ariana, nella follia nazista, era ridotta a mero strumento per la riproduzione di nuovi ariani, la donna ebrea portava la colpa ulteriore di aver generato la progenie di una razza ritenuta diversa.Anche per questo va sempre ricordato che non può esistere democrazia e libertà autentica nei Paesi in cui, ancora, si continua a negare pienezza dei diritti e pari opportunità per ogni donna. Il Giorno della Memoria non è soltanto una ricorrenza, in cui si medita sopra una delle più grandi tragedie della storia, ma è un invito, costante e stringente, all’impegno e alla vigilanza. In Italia e nel mondo sono in aumento gli atti di antisemitismo e di razzismo, ispirati a vecchie dottrine e a nuove e perverse ideologie. Si tratta, è vero, di minoranze. Ma sono minoranze sempre più allo scoperto, che sfruttano con astuzia i moderni mezzi di comunicazione, che si insinuano velenosamente negli stadi, nelle scuole, nelle situazioni di disagio.

La riproposizione di simboli, di linguaggi, di riferimenti pseudo culturali, di vecchi e screditati falsi documenti, basati su ridicole teorie cospirazioniste, sono tutti segni di un passato che non deve in alcuna forma tornare e richiedono la nostra più ferma e decisa reazione. Noi Italiani, che abbiamo vissuto l’onta incancellabile delle leggi razziali fasciste e della conseguente persecuzione degli ebrei, abbiamo un dovere morale. Verso la storia e verso l’umanità intera. Il dovere di ricordare, innanzitutto, Ma, soprattutto di combattere, senza remore e senza opportunismi, ogni focolaio di odio, di antisemitismo, di razzismo, di negazionismo, ovunque esso si annidi. E di rifiutare, come ammonisce spesso la senatrice Liliana Segre, l’indifferenza: un male tra i peggiori. Auschwitz, il più grande e più letale dei campi di sterminio – con le sue grida, il suo sangue, il suo fumo acre, i suoi pianti e la sua disperazione, la brutalità dei carnefici – è stato spesso, e comprensibilmente, definito come l’inferno sulla terra. Ma fu, di questo inferno, solo l’ultimo girone, il più brutale e perverso. Un sistema infernale che ha potuto distruggere milioni di vite umane innocenti nel cuore della civiltà europea, soltanto perché, accanto al nefando pilastro dell’odio, era cresciuto quello dell’indifferenza.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 Dicembre 2018
133719720-3e26588c-3dc4-4d1d-b0d6-ba5de1473cac.jpg

2min197

Non possiamo che ritenerci soddisfatti di quanto siamo già riusciti a raccogliere per il ripristino delle pietre d’inciampo divelte a Roma, in meno di una settimana. Anche la Presidente dell’Associazione Arte in Memoria Adachiara Zevi, da me contattata, è estremamente commossa dall’incredibile supporto ricevuto, e dall’importante contributo che UGEI sta riuscendo a dare per il ripristino delle pietre d’inciampo.

Tantissimi non si sono fermati ad una semplice donazione, ma hanno sentito il bisogno di scriverci personalmente per esprimere la propria solidarietà.

Ci tenevamo molto a condividere pubblicamente quanto ricevuto da Uiltec, e ringraziamo nuovamente per il calore e l’affetto. Paolo Pirani, Segretario generale.

Ricordiamo inoltre che la raccolta fondi è ancora aperta. Per chi volesse sapere di più, basta visitare questo link. 

Presidente Carlotta Jarach, per il Consiglio 2018

 

 

Pietre d’inciampo; Pirani (Uiltec): “Al fianco dell’Ugei nella raccolta fondi per restituire a Roma una parte del suo passato”

Dichiarazione di Paolo Pirani, Segretario generale della Uiltec

“Siamo al fianco dei Giovani Ebrei d’Italia e abbiamo condiviso la raccolta fondi promossa da Ugei per la ricollocazione delle venti pietre d’inciampo in ricordo dei membri delle famiglie Di Consiglio e di Castro trucidati nella Shoah e divelte a Roma”. Lo ha dichiarato Paolo Pirani, Segretario generale della Uiltec, rendendo pubblico l’impegno sindacale “per restituire a Roma un pezzo importante del suo passato”. Per il leader della Uiltec non ci devono essere esitazioni: “Non può esserci futuro senza memoria -ha concluso Pirani- e mai come ora abbiamo il compito di agire per salvaguardare il patrimonio di verità a favore del Paese e delle nuove generazioni”

Roma, 14 dicembre 2018

Ufficio Stampa Uiltec