Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 giugno 2017
magrittedecalcomanie1966.jpg

4min251
René Magritte, “Decalcomania”

Mia nonna Flora mi ha spesso raccontato di uno scambio di battute intercorso tra sua madre Ida, z’l, e un suo amico. “La mamma diceva: – Io sono italiana-ebrea; Raul invece: – Io sono ebreo-italiano”. Così, in una semplice conversazione, si annidano i differenti modi di intendere l’identità ebraica in rapporto a quella nazionale. Come noto nel Talmud Bavli appare il principio Dina de-malkuta dina (La legge del paese è legge). Se le declinazioni halakiche di questo principio sono materia rabbinica è tuttavia possibile riconoscervi la capacità da parte del diritto ebraico di articolare la propria identità di comunità minoritaria in accordo con il profilo della maggioranza ospitante. In tal senso questo principio è stato letto alla luce di Geremia (29, 7) “ricercate la pace della città dove vi ho esiliato (…)” – da cui l’uso, interrotto in Italia a seguito delle Leggi Razziali, di inserire nelle tefillot la preghiera per lo Stato di cui si è cittadini.

Forse anche tali presupposti, in rapporto (non sempre pacifico) con i processi di emancipazione, hanno fatto si che le minoranze ebraiche dell’Europa occidentale partecipassero a pieno titolo a plasmare le rispettive identità nazionali, sia sotto il profilo culturale che politico. Mi pare che tanto nelle parole di Ida quanto in quelle di Raul sia riscontrabile questo non univoco lascito dell’incontro tra principi della tradizione e le istanze dell’emancipazione. Un lascito che continuava a plasmare la percezione di sé da parte ebraica, anche quando questa si era vista tradita dal proprio paese, come era il caso dei protagonisti del dialogo, avvenuto nella Milano dell’immediato dopoguerra.

Mino Ceretti, “Uomo allo specchio rotto”

Quale che fosse l’ordine dei termini (ebreo, italiano) rimaneva che la loro identità ebraica era, come ebbe modo di dire Dewey in riferimento a quella statunitense, un’identità “con il trattino”, costituita da due poli, tra loro in rapporto e tra loro distinti, tale da preservare dalla retorica dell’autenticità, di un’identità univoca e omogenea. Un accidente della storia dovuto a un esilio non scelto. Oppure, un aspetto peculiare a un popolo che si forma nell’esilio e che, come ha indagato in diverse occasioni Donatella Di Cesare, porta tale condizione nella terra affidatagli, dove all’autodeterminazione politica – all’affermazione di sé – si accompagna la consapevolezza, proveniente tanto da racconti familiari quanto dalla coscienza biblica, di esser stati stranieri; di non essere, per quanto sabra, intrinsecamente autoctoni. Ovvero di essere israeliani-ebrei, o ebrei-israeliani.

Cosimo Nicolini Coen

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 maggio 2017
ivanka-a-cena.jpg

6min155

Da quando si è affacciata sulla scena politica statunitense a fianco del padre, Ivanka Trump è stata al centro dell’attenzione dell’ebraismo mondiale (e non solo). La neo-first daughter ha suscitato da subito grandi entusiasmi ma anche numerose critiche. I social network “ebraici” ne hanno esaltato il ruolo di promotrice degli interessi di Israele e del popolo ebraico per una nuova era post-Obama, ma non le hanno nemmeno risparmiato nulla, dal modo di vestire non rispettoso della tzniuth (modestia) alle accuse più infamanti di aver “comprato” la propria conversione all’unico scopo di poter sposare Kushner.

Se già aveva fatto discutere molto la decisione di partecipare al gala per l’inaugurazione della presidenza Trump, da quando l’aereo AirForceOne ha decollato alla volta di Riyad le critiche sono esplose. L’accusa? Ivanka ha dapprima volato di Shabbat per raggiungere l’Arabia Saudita con la famiglia e infine si è concessa un bel piatto di carbonara con il consorte in un lussuoso ristorante smaccatamente tarèf (non kasher) di Roma centro.

Senza dubbio violare lo Shabbat pubblicamente è una infrazione grave. La first daughter disponeva di tutti i mezzi economici per poter viaggiare il giorno che preferiva, oppure poteva altrettanto tranquillamente lasciare la sua graziosa presenza a Washington. Il fatto è più grave dato che si tratta di una convertita, sia perché nel ghiur (conversione) l’adesione alle mitzvot è frutto di una libera scelta sia perché in questo caso l’idea di una responsabilità collettiva è ancora più accentuata. Un gher (convertito) che trasgredisce finisce per gettare discredito verso tutta la categoria.

Altrettanto criticabile è la scelta di non optare per uno dei numerosi ristoranti provvisti di tehudà (certificazione di kasherut), dove i coniugi Kushner-Trump avrebbero potuto assaggiare – e senza colpo ferire – piatti ancora più autenticamente romani perché della tradizione culinaria di una comunità ebraica millenaria.

Eppure, qualcosa stride in questa narrazione. Da un lato, le critiche si sono concentrate unicamente su Ivanka, che è sempre stata molto riservata sulla sua conversione ma non ha mai nascosto che Jared Kushner, e la decisione di costruire una famiglia con lui, abbiano giocato un ruolo molto importante. Il marito, che si definisce un ebreo ortodosso, l’ha accompagnata durante questo viaggio eppure è inspiegabilmente uscito quasi illeso dalla grandine di critiche. Perché mai tutta questa differenza di trattamento?

Elena e Paride

Esiste, nell’ebraismo, un obbligo di rimproverare il prossimo, corollario di un’idea di responsabilità collettiva o meglio ancora condivisa, ma è senza dubbio un compito molto difficile, che richiede molta cautela. Prima di tutto, cosa abbiamo davvero in mano? Nessuno di noi era su quel volo e tantomeno al ristorante romano. Possiamo basare il nostro giudizio solo da quanto affermato dai giornalisti, che non sono però immuni da distorsioni: la celebre dispensa per volare di Shabbat che un rabbino avrebbe dato a Ivanka e marito, e che tanto ha agitato le coscienze, alla fine si è rivelata fake news. Persino la scandalosa carbonara, a quanto pare, è stata ordinata da un membro del team, mentre Ivanka si è accontentata di una pizza margherita.

Forse dovremmo riflettere di più su quella che diversi hanno definito la mitzvah più trasgredita, il divieto di lashon harà, o maldicenza. E’ un concetto distinto dalla diffamazione, e trova applicazione solo se i fatti diffusi corrispondono al vero. Ci ricorda come anche la verità, talvolta, possa essere usata per umiliare, e il rimprovero del prossimo trasformarsi in un agevole strumento di inconscia autoincensazione. L’ammonimento non può mai avere la finalità – o le conseguenze – di aprire una morbosa caccia agli errori o mancanze altrui: “Procurati un maestro, acquistati un compagno, e giudica ognuno dal lato del bene”, è l’invito dei Pirke Avot. Il beneficio del dubbio, forse, non è del tutto inappropriato.

Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 maggio 2017
lontano-500x333.jpg

6min190

Il problema? Gli “ebrei lontani”. E’ una frase che si sente spesso ripetere quando si tratta di discutere di come favorire l’aggregazione degli ebrei italiani, giovani e meno giovani. Da alcuni anni possiamo leggere l’esito riassuntivo della ricerca Ucei diretta da Enzo Campelli, uno strumento molto utile che descrive con ricchezza di dettagli quello che gli ebrei italiani iscritti a comunità pensano delle stesse. E’ fondamentale comprendere chi si è per cercare di capire in quale direzione andare: la prima conseguenza positiva della ricerca è stato l’intensificarsi del dibattito. Ma di riflesso anche la propagazione del mantra: “ebrei lontani”.

Personalmente ho molta difficoltà a impiegare questa espressione. Innanzitutto mi sembra discutibile parlare di “ebrei lontani” perché immagino sia funzionale a distinguerli dai “vicini”, in relazione ai quali – ma anche: dai quali – i “lontani” sono definiti. Non potrebbero essere ipotizzati “ebrei lontani” senza pensare anche a “ebrei vicini”, due definizioni che, peraltro, facilmente si incrostano di sfumature di valore assolutamente controproducenti. Si tratta di una nomenclatura fondata non su quello che una certa realtà (in questo caso un gruppo di ebrei) è, ma su una relazione, sempre mobile e fluttuante. Inoltre immagino che molti “ebrei lontani” reagirebbero come minimo con perplessità se appellati in questo modo. Ma soprattutto non riesco a capire a quale “lontananza” si faccia riferimento. All’osservanza dei precetti (mitzvot)? Oppure alla frequentazione delle occasioni liturgiche? Alla gestione della vita comunitaria e alle attività di servizio e di volontariato? Al versamento di una proporzionata quota di iscrizione alla comunità di appartenenza? Alla partecipazione costante alle occasioni formative, culturali e di approfondimento in genere offerte dalle comunità? Oppure a quelle ludiche? Alla conoscenza della lingua ebraica? Alla frequentazione di scuole ebraiche? A un’adesione intima a principi e valori ricondotti all’etica ebraica, che a propria volta possono essere assai variabili? A un’adesione spirituale, mistica e religiosa? Al farsi prosecutori di una tradizione famigliare?

Mi sembra evidente che i gruppi di persone che si possono identificare rispondendo a queste domande non coincidano. Ci possono essere convergenze significative, mai sovrapposizioni: per esempio alcune persone osservano scrupolosamente le mitzvot ma non partecipano regolarmente alle occasioni liturgiche, magari proprio per meglio osservare alcuni precetti, oppure semplicemente perché non si trovano a proprio agio in quell’ambiente. C’è chi osserva scrupolosamente e rifugge ogni intimismo religioso e quelli per cui questa seconda dimensione è soverchiante. Conosco numerose persone profondamente legate al patrimonio culturale ebraico, alla trasmissione di valori ebraici ai figli e alla composizione di una famiglia ebraica che non hanno alcun interesse a frequentare le sinagoghe. Altri vanno al tempio tutte le settimane e mangiano kasher, ma non capiscono la lingua ebraica e magari non sono interessati a spendersi per la comunità. Altri ancora frequentano conferenze e scrivono regolarmente su giornali ebraici ma non si sognano neppure di adottare una alimentazione kasher. Molti non partecipano mai alle funzioni in sinagoga e neppure alla vita sociale della comunità, ma si sentono – e sono – profondamente ebrei.

Non credo sia corretto definire questi ebrei “lontani”. Spesso lo si fa per una comprensibile esigenza di semplificazione della comunicazione, credo tuttavia che sia opportuno farlo almeno con consapevolezza e prudenza. Le definizioni non sono mai neutre, proprio perché definiscono qualcosa, limitano arbitrariamente un elemento isolandolo da qualcos’altro per metterlo in evidenza. Resta il fatto che ci siano ebrei “lontani” per un certo aspetto e molto “vicini” per un altro, e che le definizioni (in questo caso “ebrei lontani”, utilizzata quasi sempre da chi si considera “vicino”) spesso sostanzino realtà che altrimenti non prenderebbero forma, non esisterebbero neppure, o in ogni caso immobilizzino i due gruppi, rendendo molto più difficile il passaggio e perfino la comunicazione da uno all’altro.

Mi sono fin troppo dilungato. In fondo sarebbero state sufficienti due domande concise, chiare. Lontani da chi? Lontani da cosa?

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 maggio 2017
judaism.image_-500x368.jpg

3min126
Nello Rosselli

“Io sono un ebreo che non va al tempio di sabato, che non conosce l’ebraico, che non osserva alcuna pratica di culto […] eppure io tengo al mio ebraismo e voglio tutelarlo […] Non sono sionista: non sono dunque un ebreo integrale. Per i sionisti, per gli ebrei integrali, non c’è che un solo problema, quello ebraico”. Così parlava Nello Rosselli nel novembre 1924, durante il IV Convegno giovanile ebraico di Livorno. “Mi dico ebreo”, proseguiva Rosselli, “perché è indistruttibile in me la coscienza monoteistica”, perché ebraismo significa “vivissimo senso della responsabilità personale”, “ingiudicabilità da altri che dalla mia coscienza, da Dio”, ripugnanza per “ogni pur larvata forma di idolatria”, “senso religioso della famiglia”, amore “per tutti gli uomini”.

Secondo Maurizio Molinari – “Ebrei in Italia: un problema di identità (1870-1938)”, Giuntina 1991, pp. 38-42 – con questo discorso Rosselli si fa portavoce di un “ebraismo non più nascosto fra le pareti domestiche ma rilanciato come germe della libertà collettiva”. L’ebraismo, secondo lo storico antifascista che con il fratello Carlo cadrà vittima dei sicari di Mussolini in Francia, non pone un problema particolare, ma è orizzonte di vita complessivo e complesso in cui orientarsi. Negli stessi anni in cui il sionismo italiano, allora diversamente da oggi ampiamente minoritario in seno alle comunità ebraiche, decideva di non schierarsi a fronte della situazione politica italiana, Rosselli coerentemente sceglie la lotta per la libertà. Lo fa da ebreo e da italiano, ma da ebreo niente affatto disposto a “assimilarsi”, a estinguere la propria diversità.

Oggi come allora, gli “ebrei integrali” – chi va al tempio di sabato, chi osserva minuziosamente le pratiche del culto – sono una minoranza tra gli ebrei italiani. Sarebbe evidentemente arbitrario supporre che la maggioranza silenziosa “non integrale”, sulla scorta delle parole di Rosselli, compattamente abbia scelto e oggi scelga la militanza civile. Più verosimile è pensare a uno spettro di scelte e atteggiamenti, ricco di colori e sfumature. Forse è inevitabile che sia così, quando si coniuga il proprio ebraismo variabilmente, con compromessi e scelte di confine, eppure mantenendolo vivo.

Giorgio Berruto

Da Moked.it 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 maggio 2017
jud-500x375.jpg

7min479

Quando cambiai scuola e cominciai il terzo anno delle superiori feci amicizia con Marco – il nome  è naturalmente di fantasia – un ragazzo particolarmente problematico al quale cercai di offrire il mio aiuto. Durante una delle nostre conversazioni mi raccontò che non sapeva niente riguardo alla famiglia paterna, con la quale il padre aveva tagliato ogni relazione. Anni dopo, quando ormai avevo perso di vista Marco, conobbi i suoi parenti in comunità ebraica, scoprendo così che suo padre gli aveva nascosto completamente le proprie origini ebraiche. In effetti già il suo cognome non mentiva su questo, almeno per me che ero un appassionato di onomastica.

Sinceramente non so a cosa sarebbe servito e come sarebbe cambiata la vita di Marco se gli avessi rivelato questo “particolare”, probabilmente a niente, sebbene ritenga che in un mondo spersonalizzato e alienante come quello contemporaneo, conoscere le proprie origini e la propria storia familiare possa essere d’aiuto per costruire la nostra persona. Ma in fondo penso anche che se Marco fosse stato cosciente delle proprie origini ebraiche e si fosse voluto ricollegare a esse, non sarebbe stato considerato comunque un ebreo, ma soltanto appunto un ragazzo di “discendenza ebraica” o un ebreo non halakhiko come sostengono altri, un po’ come Alberto Moravia o Frida Kahlo. Diverso invece se al posto del padre ebreo avesse avuto la madre.

Eppure se un giorno tornasse al potere un regime dichiaratamente antisemita, come quello fascista, la polizia politica non avrebbe difficoltà a rintracciare le origini di Marco e a perseguitarlo per esse, perché i nazisti consideravano comunque i “mezzi ebrei” come dei Mischling, i quali subivano molto spesso le stesse discriminazioni degli altri ebrei. E ugualmente il resto della società non fa comunque grandi distinzioni tra un ebreo halakhiko e uno che invece ha soltanto il padre o il nonno, dove sovente è la percezione che gli altri hanno di noi a creare la nostra identità. Hannah Arendt a questo proposito affermava nel 1964 che “se uno è attaccato come ebreo, uno deve difendersi come ebreo”.

Le “Prove di Mosè”, di Sandro Botticelli (Cappella Sistina, affresco)

Marco, o i suoi figli e le relative famiglie, nel caso di un’ondata di antisemitismo potrebbero però decidere di fare l’aliyah e di emigrare in Israele, perché la Legge del Ritorno in vigore dal 1950 prevede la cittadinanza israeliana anche ai figli e ai nipoti di ebrei. E questo spiega perché in Israele ci siano oggi giorno almeno 400.000 ‘olim, provenienti soprattutto dalle repubbliche ex sovietiche, che pur di discendenza ebraica non sono ebrei e per questo non possono contrarre matrimoni con ebrei o essere sepolti come tali.

Il concetto di matrilinearità all’interno dell’ebraismo è dedotto soprattutto da un pasuk in Devarim (Numeri) 7:3 e dalle successive interpretazioni rabbiniche, e sebbene dibattuto nel corso dei secoli è ormai consolidato nell’ebraismo ortodosso. Nonostante ciò nel Tanakh i figli di Mosè, di Yehouda o di Shlomo, sono considerati ebrei come i genitori sebbene non sia specificato che anche le madri si  fossero convertite. Lo status di Cohen o di Levi viene tramandato per via patrilineare, e l’ebraismo caraita, così come alcune comunità africane o del Caucaso, riconosceva soltanto questa discendenza. Il principio matrilineare è pensato in parte sulla locuzione dei latini “mater semper certa” e più propriamente, come scrisse rav Gianfranco David Di Segni, non da un fattore genetico ma dal forte legame che può crearsi tra la madre e il proprio figlio, più intenso di quello col proprio padre, da un discorso dunque di educazione ebraica. C’è inoltre da considerare che se anche il principio matrilineare fosse stato presente ai primordi – altri pensatori non ortodossi sostengono invece che si sia originato nel secolo IV a.C. – nelle società patriarcali del Mediterraneo e nelle comunità ebraiche premoderne era più frequente il rischio che un uomo sposasse una straniera rispetto a una donna, e in generale un requisito essenziale era che entrambi i genitori fossero comunque ebrei. In Italia era poi praticato in alcuni casi il ghiur katan, la conversione dei minori appunto figli di padre ebreo ma madre non ebrea, e in generale il ritorno all’interno della comunità di un “discendente” di ebrei non era così raro neanche altrove. Il caso dei cripto-ebrei e dei marrani, o di altri anusim, e dei falashà rientra anche in questa casistica, e difatti torna attuale in tempi recenti. In Israele qualcuno, come rav Haim Amsalem, ha riproposto la categoria halakhika di “zerà Israel” per coloro che pur non essendo ebrei apparterrebbero al popolo di Israele.

Lungi dal contestare l’halakhà, e quindi i parametri ufficiali di “ebraicità” e conversione nell’ebraismo, una riflessione su questa strada sarebbe auspicabile, soprattutto per contrastare l’allontanamento di molti individui nelle comunità diasporiche, i figli di matrimoni misti e la condizione ambivalente di molti cittadini israeliani.

Francesco Moisés Bassano



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci