Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 Gennaio 2019
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HaTikwà (M. Moscato) Il 15 del mese di Shevat, secondo il calendario ebraico, è il capodanno degli alberi. Un giorno conosciuto anche come Tu Bishvat. Questa festività simboleggia il passaggio tra un anno e quello successivo, riguardanti le leggi delle Maserot (le decime del prodotto), della Orlà (i frutti dell’albero che per i primi tre anni non si possono consumare) e Sheviit (le regole riguardanti l’anno Sabatico: Shemità). Ad esempio, la norma dell’ Orla che troviamo nella Torah, nella parashà di Kedoshim, ci spiega che per i primi tre anni dal giorno in cui è stato piantato l’albero, non si potevano mangiare i suoi frutti. Il quarto anno sono consacrati al Signore e si potevano mangiare solo a Gerusalemme, mentre il quinto anno era permesso consumare i frutti dell’albero normalmente. Ci poniamo la seguente domanda: perché i nostri Maestri z”l hanno stabilito questo capodanno degli alberi proprio il 15 di Shevat, ovvero in un periodo di freddo e gelo? La stessa domanda se la pongono i Chachamim z”l nella Ghemarà (Trattato di Rosh Hashaná) rispondendo che dal momento che molte Halachot si basano su ciò che avviene in Israele, e siccome gran parte della stagione delle piogge in Israele finisce intorno al 15 di Shevat, questa data è considerata il nuovo anno per gli alberi. In questo periodo il terreno è impregnato di acqua, grazie alle piogge invernali, e fa sì che la linfa inizi a circolare negli alberi e la frutta possa iniziare a maturare.

La sera del 15 di Shevat (Tu Bishvat) è uso fare un Seder mangiando della frutta della Terra di Israele e bevendo il vino. Ci può essere una similitudine con il Seder di Pesach? La risposta è sì. Il punto d’incontro tra il Seder di Tu Bishvat e il Seder di Pesach è quello di bere quattro bicchieri di vino: il primo tutto di vino bianco; il secondo di vino bianco misto a un po’ di vino rosso; il terzo metà vino bianco e metà vino rosso; e il quarto tutto di vino rosso. I quattro bicchieri di vino che si bevono la sera del Seder di Pesach stanno a significare, come dice la Ghemará nel trattato di Pesachim, le quattro esclamazioni che ha detto Hakadosh Baruch Hu per salvare il popolo ebraico dalla schiavitù d’Egitto, per poi arrivare alla vera Gheulà; ossia: “Vi farò uscire, Vi salveró, Vi libereró e Vi prenderò come mio popolo”. Mentre i quattro bicchieri di vino che si bevono la sera del Seder di Tu Bishvat rappresentano la liberazione della natura, e quella di Erez Israel in particolare, dal rigore invernale che tende a congelare e a impedire “l’uscita” dei germogli e dei frutti. Anche nella terra d’Israele ogni anno la natura si trasforma dal bianco a rosso arrivando fino a Tu Bishvat, quando si scorgono i fiori che cominciano a sbocciare. Durante tutto il Seder si mangiano tanti tipi di frutta e c’è uso di soffermarsi su ogni frutto e studiare delle Mishnaiot ad esse collegate.

Nella Torah è scritto che un uomo è paragonato ad un albergo del campo. Le mitzvot che facciamo tutti i giorni sono paragonabili ai frutti dell’albero. Così deduciamo che, come un uomo non sa stare senza le mitzvot per servire e amare Hakadosh Baruch Hu, l’albero senza i suoi frutti non riesce a vivere. E quindi possa essere questo Tu Bishvat l’inizio della crescita dei frutti e di continuo nello studio della Torah e delle mitzvot.

Tu Bishvat Sameah a tutti.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 Gennaio 2019
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HaTikwa (A. Di Veroli) – C’è un midrash spesso citato dai sostenitori della democrazia ad ogni costo e della tesi secondo cui la maggioranza ha sempre ragione anche a discapito delle opinioni dei rabbini. Mi riferisco al midrash del forno di Akhnai (Talmud Bavli, bava metzia 59b).

Un giorno Rabbi Joshua e Rabbi Eliezer stavano avendo una discussione halachica sulla purezza di un forno. Rabbi Eliezer portò tutte le prove possibili per legittimare la sua argomentazione, ma la maggioranza dei rabbini lo respinse. Dopo essere stato respinto, Rabbi Eliezer disse a Rabbi Joshua: “Se l’halacha è con me, allora lascia che sia il carrubo a dimostrarlo”. Il carrubo si sradicò e si spostò di 100 cubiti (alcuni dicono 400 cubiti) ma Rabbi Joshua rispose dicendo che non si può provare nulla con un albero di carrube. Rabbi Eliezer allora gli disse: “Allora se l’halacha è con me, lascia che il torrente lo provi”. Quindi l’acqua del torrente reagì scorrendo nella direzione opposta, ma Rabbi Joshua rispose che non si poteva provare nulla con un torrente. Rabbi Eliezer allora replicò: “Allora se la halacha è con me, lascia che queste mura (le mura del beit-hamidrash) lo provino”. Le mura cominciarono a crollare, ma Rabbi Joshua rimproverò le mura dicendo che le pareti non avevano alcuna autorità in un dibattito halachico. Le mura non finirono di crollare per rispetto a Rabbi Yehoshua, ma non tornarono a posto per rispetto a Rabbi Eliezer. Alla fine, Rabbi Eliezer disse: “Se la halacha è con me, allora può essere provata dal cielo“. In risposta a ciò, una voce scese dal cielo e disse a Rabbi Joshua: “Perché discuti con Rabbi Eliezer? L’halacha è in accordo con lui in ogni modo”. Rabbi Yehoshua ribattè alla voce celeste: “La Torah non è in cielo” (Devarim 30,12). Rabbi Yrmiahu aggiunse: “Lascia alla maggioranza la responsabilità del giudizio” (Shemot 23,2). Anni dopo Rabbi Nathan, continua il Talmud, incontrò il profeta Eliauh e gli chiese: ” Che cosa fece il Signore Benedetto in quella occasione?”; il profeta Eliauh rispose che Dio aveva sorriso dicendo: “I miei figli mi hanno vinto, i miei figli mi hanno vinto”. Un’interpretazione a questo versetto spiega che Dio si compiace dell’atteggiamento di Rabbi Yehoshua in quanto simboleggia la visione eterna che egli aveva di Dio, nonché la visione eterna che egli aveva della Torah e del suo studio. Successivamente a questi episodi, tutti gli oggetti che erano stati decretati puri da Rabbi Eliezer vennero bruciati e Rabbi Eliezer venne scomunicato.

Letto il midrash sorge spontaneo un dubbio: davvero la maggioranza ha sempre ragione? Ma soprattutto, che limiti incontra il principio della maggioranza? Appare evidente un fatto, le decisioni riguardanti l’halacha non vengono prese dalla maggioranza dei Bene-Israel ma dalla maggioranza dei rabbini, uomini che hanno dedicato la loro vita allo studio della Torah, alla sua discussione e interpretazione. Perché è importante dire questo? Perché mentre da un lato il midrash sembra avvalorare la tesi secondo cui la maggioranza ha sempre ragione, anche quando si scontra con il tribunale celeste, dall’altro sostiene una tesi che spesso si tiene a non considerare, la tesi secondo la quale ci vuole studio e competenza per prendere decisioni importanti. È a questo che dobbiamo puntare: offrire gli strumenti per poter permettere a tutti di studiare, di avere le conoscenze appropriate per poter esprimere un giudizio quando sarà il momento di prendere delle scelte. Prima ancora del diritto alla partecipazione, viene il dovere di studiare e comprendere. “Essa (la legge) non è in cielo” (Devarim 30,12). È questa la fonte di Rabbi Yehoshua per sostenere l’idea che la maggioranza ha ragione anche quando si scontra con il tribunale celeste. Ma la fonte non si limita a dire questo: infatti ribadendo che la legge non è in cielo, ma qui con noi, non lascia scusanti per  quando ci verrà chiesto perché non l’avremo studiata.

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 Gennaio 2019
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HaTikwa (A.Pandolfi) – Nel corso della storia lo sterminio del popolo ebraico è stato spesso al centro di campagne politiche e ideologiche. Dalla schiavitù in Egitto alla Shoah: di testimonianze e di documenti ne abbiamo tantissimi. Tuttavia vi sono eventi, appuntamenti storici altrettanto tragici, che spesso passano inosservati e che non sempre vengono ricordati. Uno di questi è proprio il Moed di piombo. È il 2 di Shevat del 1793, a Roma una folla inferocita accorre alle porte di quello che allora era il Ghetto ebraico di Roma, dove risiedeva l’intera popolazione ebraica della più antica diaspora del mondo.

Con picconi, armi e torce di fuoco, la folla riesce ad incendiare il portone della Regola, varco fra gli ebrei e il resto della popolazione. Nel ghetto si creò il panico; migliaia di persone e di abitazioni rischiavano di rimanere bruciate. Ad un tratto, come spesso nella storia del nostro popolo accadde un “Ness”, un miracolo: un improvviso temporale si scagliò sulla città, spegnendo completamente il rogo. Possiamo paragonarlo forse all’apertura delle acque a seguito della schiavitù egiziana, nonché un’altra boa di salvataggio che Hashem ci ha concesso? In seguito a questo evento venne formata una confraternita, la Ezrà be-zarod, che assunse il compito di ricordare l’evento e celebrare la salvezza del Ghetto. Ancora una volta il ricordo assume un ruolo principale nella vita di ognuno di noi. Ricordare ci aiuta a capire ed a prevenire che rivolte come questa possano ancora una volta mettere a rischio l’esistenza di persone innocenti.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Gennaio 2019
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Rav Riccardo Shmuel Di Segni, Rabbino Capo di Roma dal 2001 è stato intervistato in esclusiva dalla rinnovata redazione HaTikwà. Le sue parole: 

Lei ha assistito al Congresso di quest’anno, che era qui a Roma. Quali differenze e affinità ha notato rispetto a quando era lei a partecipare attivamente all’organizzazione?
«Ho visto tanta gente e questo mi ha fatto piacere. All’epoca si chiamava FGEI, Federazione Giovanile Ebraica Italiana, poi è divenuta Unione Giovani Ebrei d’Italia. Per andare ad un congresso, “ai tempi nostri”, bisognava fare prima l’elezione dei delegati, quindi le persone che andavano erano rappresentative delle realtà locali con apposita delega. Mi pare di capire che oggi non sia tanto un congresso, quanto un regime assembleare nel quale si decide a seconda di chi è presente. Chi c’è si rappresenta, ma bisogna capire quanto sia realmente rappresentante, è una forma diversa di democrazia».

In questi anni stiamo assistendo ad un progressivo allontanamento dei giovani dalle Comunità. Secondo lei qual è la causa?
«Non è assolutamente una novità, c’è sempre stata una percentuale considerevole di giovani ebrei che si sono allontanati ed una percentuale, invece, che ha sentito la partecipazione agli eventi ebraici come un fatto positivo e coinvolgente. Un conto è allontanarsi dalle attività giovanili organizzate ed un altro è allontanarsi dall’identità ebraica. Esistono diversi modelli di identificazione ebraica e non è detto che quello proposto dall’UGEI sia quello che soddisfa tutte le persone che cercano un’identità ebraica. Non c’è solamente un problema di allontanamento dall’ebraismo, ma anche un allontanamento da quello che si pensa che sia il modello dell’UGEI. Ho la sensazione che a Milano, ad esempio, esista una fascia considerevole di giovani di famiglie, in media più osservanti, che non considerano l’UGEI il posto ideale dove affermare il proprio ebraismo, perché vi circolano idee, pensieri e comportamenti che non considerano sufficientemente religiosi. Forse succede anche il contrario, che si rifiuta l’UGEI perché la si pensa fin troppo chiusa e confessionale. Per fare un confronto con il passato: questi fenomeni, decenni fa, erano forse molto più contenuti. Nella struttura dell’UGEI c’era una notevole molteplicità di identità e di partecipazione alla religiosità, ma si conviveva tutti insieme fissando del paletti comuni da non attraversare».

Entro quali paletti dobbiamo muoverci?
«L’associazionismo ebraico, di qualsiasi tipo sia, che sia un’associazione giovanile, ricreativa o una Comunità o l’Unione delle Comunità, si basa su regole condivise, che ne stabiliscono l’identità. Necessariamente queste regole includono ed escludono. Entra quindi in gioco la stessa finalità del movimento. In Italia, a differenza di altre nazioni del mondo, abbiamo realizzato, direi fino ad ora con molta saggezza, un modello di coesistenza derivato da un compromesso: ognuno fa a casa sua quello che vuole, ma l’istituzione è formalmente ortodossa, ovvero che rispetta determinate regole identitarie e di comportamento. Un’antica regola degli anni ’30 della FGEI era che nei campeggi il cibo era kasher e “non si arriva e non si parte di shabbat”. Questo fa sì che, malgrado ci sia una totale libertà individuale, la nostra compagine sia riconosciuta come ortodossa ed ebraica in tutto il resto del mondo. Il fatto che una persona si professi non ortodossa, in tutte le sfumature possibili, che vanno dal conservative, al reform o al non credente, non le preclude l’iscrizione nelle nostre strutture. E’ sempre il benvenuto nella sua diversità di pensiero. Il momento in cui si crea la possibile conflittualità è quando una persona è riconosciuta come ebrea da un movimento reform e non lo è secondo le regole dell’ortodossia ebraica. E’ una decisione apparentemente molto soft, ma che cambia completamente i connotati alle nostre strutture. Nel momento in cui questi connotati cambiano si paga un prezzo considerevole, si diventa un’associazione diversa e generica, non basata su un legame che ha un significato più profondo. Di tutto ciò bisogna tenerne conto quando si decide chi siamo e qual è il nostro futuro».

Come dovrebbero interagire giovani e maestri?

«Intanto ci sarebbe bisogno di giovani maestri (Ride, ndr). Dovrebbe esserci una certa reciprocità e fiducia, che molto spesso manca. Le responsabilità sono sempre di entrambe le parti».

Che cosa dovrebbe fare un rabbino per incrementare il rapporto con la gioventù ebraica?

«Cercare di trasmettere un esempio ed una proposta formativa. Dall’altra parte deve esserci un minimo di interesse e disponibilità all’ascolto. Ciò non significa che il giovane non debba essere critico, anzi, la critica è fondamentale nel processo formativo. Ma ci si dovrebbe fidare e rispettare un po’ di più».

Lo slogan di HaTikwà è “Un Giornale aperto al libero confronto delle idee”. Sul confronto siamo d’accordo, ma gli interlocutori quali devono essere?

«Questo slogan è stato fatto, che io sappia, intorno agli anni ’60. Credo fosse uno slogan polemico contro le Istituzioni, che erano considerate sempre rigide e non aperte alla discussione. E’ ovvio che bisogna discutere e confrontarsi, e va bene. Quando si discute però deve esserci spazio uguale per tutti. Questo qualche volta nelle direzioni non è così scontato».

L’ultimo Congresso ha stabilito che nel 2019 ci sarà un Congresso straordinario per accettare i figli di matrimonio misto, a prescindere dal Ghiur in corso. A livello locale, in alcune città, sono già accettati, mentre a livello Nazionale no. Come si pone il Rabbinato sulla questione che dovremo discutere?
«Dico che non sarebbe più un’associazione veramente ebraica, ma di dialogo, come potrebbe essere l’Amicizia Ebraico Cristiana, che non è certo da rigettare, ma è altra cosa, che cambierebbe i connotati alla nostra identità. L’ebraismo va difeso. Ci sono sempre stati casi, non ufficiali, di persone non halakhicamente ebree che frequentavano e che poi avrebbero scelto in un senso o nell’altro. Nessuno chiude la porta, ma se da casi singoli diventano regole istituzionali significa che noi abbiamo cambiato i nostri connotati e spostato avventatamente i paletti della convivenza. Pensiamo cosa succederà nella generazione futura, bisogna avere una visione a medio e lungo termine. Che piaccia o no l’ebraismo si basa sul rispetto delle regole. Non è la pressione di qualcuno o un regime assembleare che può cambiare regole millenarie. I conti poi sono fatti male e sotto pressione, tutte queste aperture possono fare entrare nell’associazione qualcuno, ma farne uscire o tenere lontani molti altri. Cambiare i connotati in questo modo significa escludere una parte considerevole del pubblico potenziale».

Quant’è importante la memoria per un giovane? Lei ha parlato di “Shoaismo”, che si intende?

«La memoria della Shoà è fondamentale, è la nostra storia ed è un grande monito universale. Questa però non deve diventare l’ossessione e la causa della nostra ebraicità. Posso riassumerlo in un breve concetto: non dobbiamo essere ebrei in quanto ci perseguitano, ma essendo ebrei sappiamo che possiamo essere perseguitati».

Su che cosa dovrebbe concentrarsi oggi un giovane ebreo italiano?

«Un ebreo, in quanto tale, ha tantissimi impegni. Ci sono impegni riguardanti la sua ebraicità e quelli che riguardano il suo futuro. Oggi un giovane ebreo italiano deve capire bene qual è il suo posto nel mondo in cui vive e dov’è che è giusto e più sicuro vivere in base ai suoi desideri, ai suoi ideali e alla realizzazione ebraica. Deve prepararsi professionalmente e coltivare la sua ebraicità. Mai dare per scontato quello in cui ci si trova e valutare con una prospettiva allargata il proprio futuro».

«Auguri di ottimo lavoro, con la massima disponibilità a collaborare. Questa è una porta aperta per la collaborazione, non un muro di divieti, come viene da molti percepito».


Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 Novembre 2018
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Anno ebraico 5779, un nuovo anno che inizia carico di cambiamenti, soprattutto per quanto riguarda i giovani della Comunità di Torino.

I ragazzi crescono e alcuni partono per intraprendere nuove avventure, quelli che rimangono sono pronti ad assumersi nuove responsabilità. Andiamo con ordine, infatti quest’anno ci sono novità per entrambi i gruppi giovanili presenti a Torino: l’Hashomer Hatzair, movimento giovanile mondiale, che coinvolge i giovanissimi under 18, ed il GET, che interessa i giovani dai 18 ai 35 anni. Per quanto riguarda l’Hashomer, come ogni anno i più grandi hanno concluso il loro percorso e hanno lasciato il movimento dando spazio ai nuovi madrichim (guide, educatori). Quest’anno infatti, insieme ai ragazzi della classe 2001, hanno assunto il ruolo di educatori anche i ragazzi del 2002, che si sono integrati senza problemi nella Bogrut (gruppo di adulti), ora formata da dieci membri (la più numerosa degli ultimi trent’anni). Ogni settimana continuano a creare e sviluppare attività innovative che coinvolgono circa trenta bambini della scuola ebraica e non solo. Alla Bogrut si è inoltre aggiunta Beatrice (tornata da otto mesi di Shnat Hachshara, anno di formazione, in Israele con il movimento mondiale), pronta, grazie a questa esperienza, a continuare il percorso educativo dei madrichim stessi.

Oltre all’Hashomer Hatzair è presente a Torino, come abbiamo scritto, un’altra organizzazione giovanile, il GET (gruppo di Giovani Ebrei Torinesi), che interessa la fascia di ragazzi tra i 18 ed i 35 anni. Anche il GET è stato interessato da alcuni cambiamenti. Gli storici coordinatori di questo gruppo, Simone Santoro e Filippo Tedeschi, hanno infatti avuto l’occasione di continuare la propria esperienza di studio fuori Torino. Prima di partire, però, Simone ha creato un gruppo di ragazzi che potesse continuare a occuparsi del GET. Il nuovo consiglio è adesso composto da Daniele Saroglia, in qualità di coordinatore, affiancato da Giorgio Berruto, Simone Israel, Alessandro Lovisolo, Rachele Tedeschi, Noemi Anau Montel, Chiara Levi e Beatrice Hirsch. Una volta assunto il nuovo ruolo, agli inizi di ottobre, il consiglio si è messo subito all’opera e ha ideato nuove attività con l’intento primario di avvicinare i giovani, sempre più distanti dall’ebraismo italiano e torinese, e creare un gruppo eterogeneo e compatto, che possa in futuro portare positivi cambiamenti all’interno della comunità. In programma ci sono cene di Shabbath, serate di cineforum, feste, aperitivi, incontri e discussioni su argomenti di attualità e temi ebraici, un’alternanza di momenti seri e divertenti che si spera coinvolgeranno il maggior numero di ragazzi possibile.

Con il GET collabora anche un numeroso gruppo di studenti israeliani che vivono a Torino e che partecipano alle attività portando un contributo essenziale alla vitalità e creatività dell’organizzazione. Si è creato un gruppo di ragazzi entusiasti e intraprendenti, carichi di iniziative e voglia di fare. Speriamo di riuscire a lanciare un messaggio forte e coeso, di essere ascoltati, presi in considerazione e dare il nostro contributo. Crediamo che sia fondamentale che la comunità dia la giusta importanza alla presenza giovanile al proprio interno, senza darla per scontata, con disponibilità a collaborare. Solo in questo modo la comunità ebraica di Torino può conservare la speranza di avere un futuro.

Noi ce la stiamo mettendo tutta.

Chiara Levi e Beatrice Hirsch



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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