Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 dicembre 2017
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Mi capita abbastanza spesso di leggere su Facebook commenti più o meno critici a queste mie brevi riflessioni su Moked e Hatikwà. Talvolta mi vengono suggeriti spunti interessanti o mostrate possibili integrazioni a quello che ho scritto. Capita anche di leggere commenti volgari, insulti e piccoli tentativi di scatenare cacce alle streghe virtuali. Non voglio in questo spazio entrare nel merito di quel fenomeno, dal quale il mondo ebraico italiano purtroppo non esula, noto come “demenza digitale”: altri lo hanno fatto e lo fanno molto meglio di come potrei farlo io.

Vorrei invece soffermarmi su un commento di un lettore al mio articolo della settimana scorsa in cui citavo una frase dello storico dell’arte ebreo Erwin Panofsky a proposito della “Melancolia I” di Albrecht Dürer. La citazione, peraltro, era funzionale a introdurre il discorso, che si concentrava intorno alla risolubilità di problemi, e in particolare della questione israelo-arabo-palestinese. Il lettore mi faceva notare, non senza una vena polemica, come sarebbe stato più opportuno che mi concentrassi su fonti della tradizione ebraica anziché scrivere di Dürer.

Queste parole mi hanno fatto riflettere, perché sono convinto che la capacità e il desiderio di confrontarsi (anche) con fonti non ebraiche sia sintomo di forza identitaria, e non di debolezza. Viceversa, temo il rifugio nell’identitarismo, che dell’identità è semplificazione, deformazione e in ultimo caricatura. L’invito ad approfondire è sempre naturalmente ben accetto, quindi anche non problematico; quello che trovo invece singolare nella posizione del mio interlocutore è la palese opposizione dei due ambiti, fonti e commenti della tradizione ebraica/altro: una opposizione di legittimità assai dubbia, o come minimo tutta da dimostrare.

Immagino che la posizione di chi vede negativamente che su un organo ebraico si scriva di, o anche solo si citi, uno dei massimi artisti del Rinascimento, debba molto alla paura dell’assimilazione. Paura peraltro più che comprensibile per chi, come gli ebrei italiani, vive da minoranza in una società non ebraica ed è influenzato da un flusso continuo di stimoli centrifughi. Credo però che il ripiegamento su di sé, sottraendosi al confronto con altre fonti e tradizioni, possa condurre a un impoverimento e, in casi estremi eppure presenti anche in Italia, a una vera e propria iconoclastia antintellettualistica. E il giorno in cui la paura dell’assimilazione venisse meno, ci si potrebbe forse rendere conto che non basta, nel mondo di oggi, per forgiare un’identità. Un’alternativa valida a un simile scenario è quella riassunta da un proverbio del Québec, secondo cui i genitori possono dare due cose ai figli: le radici e le ali. Il vigore delle ali dipende dalla profondità delle radici, la robustezza di queste trova piena espressione nel volo di quelle.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 dicembre 2017
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Per i turisti che decidono di trascorrere una vacanza a Praga, una delle tappe fondamentali è la visita al quartiere ebraico. Lo Josefov ha una storia secolare che ha inizio nel XIII secolo e ha un aspetto decisamente diverso rispetto alle origini: un incendio nel 1689 distrusse quasi interamente l’area, lasciando illesa solo la Sinagoga Vecchianuova (Staronová). Questa, costruita tra 1270 e 1275, è un simbolo delle origini, ma al contrario delle altre sinagoghe storiche, è ancora attiva e la sua struttura interna, situata leggermente sotto il livello del terreno in segno di umiltà, è particolare e concede una diversa percezione della cerimonia religiosa: la zona principale è divisa in due navate, mentre il matroneo è chiuso con mura spoglie e ha solo strette fessure che permettono una visione estremamente limitata dell’area centrale. Sembra di essere immersi in un’altra epoca.

La comunità si ampliò nel corso dei secoli e fu necessario costruire altre sinagoghe: la Maiselova (il nome rimanda al finanziatore Mordechai Meisel, che diede un grande contributo alla ristrutturazione del quartiere alla conclusione del XVI secolo), la Pinkasova e la Klausova, edificata in stile barocco dopo il grande incendio del 1689, tutte oggi adibite a museo. La sinagoga più recente all’interno del quartiere è la Spagnola (Španĕlská), sulle fondamenta della Scuola Vecchia e costruita secondo uno stile moresco, che nelle sue decorazioni interne ricorda l’Alhambra di Granada.

Sicuramente l’elemento caratterizzante del quartiere è il cimitero monumentale, ricordato anche in numerosi romanzi, tra cui il racconto delle vicende di Simone Simonini narrate da Umberto Eco nel 2010. Immerso in un’ambientazione fiabesca, si estrania dagli edifici circostanti. Ci si immerge in un paesaggio distante dalla vita cittadina, silenzioso e rispettoso, quasi come se la moltitudine dei turisti in visita in una calda giornata d’estate non ci fosse. Le lapidi sono accatastate una sull’altra, a causa delle radici che hanno inclinato il terreno e del tempo che ne ha corroso le incisioni che indicavano nomi e date dei defunti; inoltre sono aggiunti simboli che specificano le origini o la professione: mani benedicenti per i kohanim, brocca e bacinella per i leviim. Sotto di esse, vi sono nove strati di sepolture, di cui la più antica risale al Quattrocento. Nessun ritratto, come da tradizione ebraica, solo i simboli associati al lavoro o alla condizione sociale del defunto. I turisti poggiano sassi e visitano le tombe più note, tra cui di quella Judah Loew ben Bezalel, vissuto tra XVI e XVII secolo, conosciuto come rabbi Löw ed entrato nei racconti leggendari per la creazione del Golem. Il mito di questa creatura creata magicamente ha origini molto antiche e si mischia con le leggende popolari degli ebrei del ghetto, che lo caratterizzavano come servitore in grado di sbrigare le mansioni quotidiane e di proteggere la popolazione dai frequenti pogrom. Secondo il mito, i resti di questi esseri mostruosi di argilla creati dal rabbino Löw si trovano ancora nella soffitta della sinagoga Staronová. La leggenda dei Golem che si moltiplicavano diventando talmente grandi da essere incontrollabili ricorda l’opera “L’apprendista stregone”, la ballata scritta da Goethe e ispirata da uno scritto dell’autore greco antico Luciano di Samosata. Terminata la visita dal sapore quasi mistico, si ritorna immediatamente alla realtà e la leggenda si trasforma in attività commerciale: bancarelle che vendono souvenirs e biscotti a forma del mostro attirano l’attenzione della moltitudine di turisti.

Allontanandosi dal principale centro della Repubblica Ceca non si perdono le tracce ebraiche, nonostante i pogrom e le espulsioni dell’età moderna: vi sono altri sei piccoli centri in Boemia. Uno di questi è nella cittadina di Plzen, che oltre a essere conosciuta per la birra prodotta, ha anche la seconda più grande sinagoga d’Europa, dopo quella di Budapest. La costruzione iniziò nel 1888, proprio nel quarantesimo anno dall’incoronazione dell’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria, e si concluse nel 1893. Ha tre navate, quella centrale conclusa dall’Aron Akodesh, mentre le due laterali sono sovrastate dal matroneo; i soffitti e le vetrate sono decorati in stile moresco, che colorano e illuminano lo spazio. L’esterno, altrettanto prezioso, riprende la divisione interna, ma ricorda anche uno stile misto tra il romanico e il gotico, fatta eccezione per le due cupole delle torri laterali che rievocano quelle delle chiese russe ortodosse. Gli ebrei di Plzen non hanno potuto godere a lungo della sinagoga, chiusa ma sopravvissuta al regime nazista e alla fine della guerra restituita ai pochi sopravvissuti alla Shoah.

Un’ulteriore testimonianza della presenza ebraica nelle altre località boeme si coglie dalle pietre d’inciampo sparse in varie località, si trovano anche nella cittadina di Kutnà Hora: qui sono state volute dalla signora Dagmar Lieblová, ultimo membro vivente della comunità ebraica di Kutnà Hora, ex deportata e sopravvissuta alla Shoah.

Susanna Winkler, romana, studia beni culturali

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 novembre 2017
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Ci hanno appena lasciato due importanti figure del secondo Novecento, due grandi uomini, leader carismatici delle loro comunità: rav Giuseppe Laras e lo Shaykh Abd al-Wahid Pallavicini. Due uomini diversi per storia, per il modo in cui sono giunti alla loro fede, ma accomunati dall’impegno speso negli anni nel dialogo interreligioso.

Lo hanno fatto in modi diversi: Pallavicini in una chiave più ecumenica, Laras forse in chiave più politica o perlomeno più pratica, ma entrambi con lo stesso impegno e con la stessa passione.

Come giovani ebrei siamo chiamati a continuare sulla strada segnata da questi due grandi maestri cercando di cogliere da entrambi il meglio delle loro visioni per questo dialogo. Il dialogo religioso va fatto se questo risulta essere un dialogo utile, costruttivo di qualcosa di tangibile e non un mero esercizio di erudizione teologica. Tramite il dialogo dobbiamo costruire ponti, capisaldi comuni che ci permettano di avvicinarci e creare punti d’incontro tra le diverse comunità. Questa prima fase è la base di partenza del dialogo, quella che porta al rispetto reciproco, condizione essenziale per poter giungere alla seconda fase, quella più complicata ma più importante: quella in cui si mettono sul tavolo i punti che invece non sono condivisi a livello culturale, teologico, o anche politico. È nella condivisione pacata, e mediata dal rispetto precedentemente costruito, che si può pensare di discutere di ciò che invece non ci accomuna, restando quindi diversi, consapevoli che nelle nostre diversità risiede la nostra ricchezza.

Solo tramite il rispetto del prossimo è possibile poi discutere dei veri problemi di questa nostra società.

Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei

Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 novembre 2017
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“Mio zio David era un europeo consapevole, in un’epoca in cui nessuno in Europa si sentiva ancora europeo, a parte i membri della mia famiglia e altri ebrei come loro. Tutti gli altri erano panslavi, pangermanici, o semplicemente patrioti lituani, bulgari, irlandesi, slovacchi. Gli unici europei di tutta l’Europa, negli anni venti e trenta, erano gli ebrei. Mio padre diceva sempre: in Cecoslovacchia vivono tre nazionalità: cechi, slovacchi e cecoslovacchi, cioè gli ebrei. In Iugoslavia ci sono i serbi, i croati, gli sloveni e i montenegrini, ma anche lì vive una manciata di iugoslavi smaccati, e persino con Stalin ci sono russi e ucraini e uzbeki e ceceni e tatari, ma fra tutti vivono anche dei nostri fratelli, membri del popolo sovietico” (Amos Oz, “Una storia di amore e di tenebra”, Feltrinelli, ed. 2005 p. 86).

In tutta onestà sono convinto che gli anni trenta, oggi, non siano tornati, nonostante il risorgere diffuso di tensioni nazionaliste, localiste, particolariste, in buona misura frutti troppo maturi del risveglio delle identità. Un risorgere che ha evidentemente un legame con la diffusione sul Continente di razzismo, intolleranza e odio per il diverso e lo straniero, quel fascismo che non era morto, ma che oggi come mai prima dal 1945 rivendica se stesso e la propria storia e, come sempre in simili circostanze, l’antisemitismo, mostro proteiforme sempre pronto a riaffiorare dagli abissi marini.

Dell’Europa sull’orlo della disgregazione è paradigma l’Austria degli Asburgo, l’impero sovranazionale incastonato in uno spazio fuori dal tempo da tanti narratori, poeti e intellettuali ebrei. Sembra, oggi, di assistere al declino dell’idea di Europa, una decadenza che può durare decenni, come quella dell’impero di Francesco Giuseppe, finché un giorno ci si accorgerà che i giochi sono fatti e il mondo, quel mondo in cui ci si illudeva di vivere, è già finito da tempo. È forse una prospettiva eccessivamente pessimistica, eppure ci riguarda da vicino, come ebrei cittadini per eccellenza dell’Europa senza frontiere. Torna allora alla mente il dramma “3 novembre 1918”, in cui Franz Theodor Csokor tratteggia la dissoluzione babelica dell’impero asburgico. Al funerale del colonnello – epitome del funerale di Francesco Giuseppe e dell’Impero – gli ufficiali ungheresi, sloveni, cechi, polacchi e italiani gettano ciascuno una manciata di terra a nome della propria piccola, nuovissima Patria. L’unico che getta la sua alle parole “terra dell’Austria” è il dottor Grün, ebreo: l’unico a rimanere asburgico dopo gli Asburgo. Europeo dopo l’Europa, forse. L’orfano dell’impero smembrato – del Continente disunito –, e loro erede, l’unico che ha perso un Paese senza per questo averne ottenuto un altro.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 ottobre 2017
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Il rifiuto del territorialismo è una cifra essenziale del Bund, l’Unione generale dei lavoratori ebrei di Russia, Polonia e Lituania di cui ha recentemente ricostruito la vicenda Massimo Pieri. Secondo i bolscevichi, con cui i bundisti vanno presto allo scontro, un territorio è indispensabile perché una comunità umana possa essere considerata gruppo a sé, e le venga dunque riconosciuto il diritto all’autodeterminazione. Si tratta, però, di una posizione difficile da accettare per gli ebrei, e dunque anche per gli ebrei socialisti rivoluzionari del Bund, che si considerano popolo nonostante la dispersione.

Non sarà forse il caso di considerare il popolo ebraico come un gruppo di individui legati primariamente non da un territorio (nessuno, neppure la Terra di Israele, che pure ha un significato peculiare ed essenziale) e tantomeno da una credenza, ma dal riconoscimento della centralità di una legge comune? E la comunità, di conseguenza, come una rete di molecole che si legano non a partire da un territorio ma da una legge, quella legge che non a caso la tradizione fa nascere durante il lento incedere durato quarant’anni nel deserto: spazio senza confini, terra senza territorio, superficie illimitata e indivisibile? Per la legge ebraica, legge del deserto, gli uomini non possono fare della terra un possesso perenne. La terra, per chiosare un titolo celebre di Abraham J. Heschel, è del Signore.

Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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