Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 Marzo 2020
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HaTikwa, di Giorgia Calò

Golosi biscotti farciti tipici della festa di Purim, le Orecchie di Aman prendono il loro nome dallo Yiddish Hamantashen, “le tasche di Aman”, in ricordo dell’avidità del Primo Ministro del Re Assuero, che decise di sterminare tutti gli ebrei in un giorno che sarebbe stato estratto a sorte (Pur פור, in ebraico, vuol dire appunto “sorte”).

Ma Purim è una festa gioiosa, perciò si usano preparare questi biscotti, farciti con marmellata, cioccolato o frutta secca.

Ingredienti:

2 uova

125 gr di zucchero

65 ml di olio

250 gr di farina

1 cucchiaino di lievito in polvere

Preparazione:

Versare le uova in una ciotola e montarle insieme allo zucchero.

Aggiungere la farina, l’olio e il lievito e impastare per bene.

Una volta ottenuto un impasto liscio e omogeneo, stendere con l’aiuto di un mattarello. Attenzione a non tirare l’impasto troppo sottile.

Scaldate il forno a 180°, poi fare dei cerchi di pasta e farcirli al centro con una piccola quantità di marmellata o cioccolata, e infine chiudere tre angoli di pasta.

Infornare per circa 15-20 min.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 Marzo 2020
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HaTikwa, di Manuel Moscato

Questo Shabbat leggeremo due Parashot: la prima è la Parashà di Tetzavé, mentre la seconda è quella di Shabbat Zakor.

Nella prima Hashem ci da una descrizione dettagliata degli indumenti che doveva indossare il Coen Gadol. Leggendo attentamente la Parashà, notiamo che Moshé non viene menzionato affatto; perché? Quando il popolo ebraico ha commesso il peccato del vitello d’oro, Moshé disse ad Hashem: “Ordunque perdona la loro colpa, o altrimenti cancellami dal libro che tu hai scritto.” Rashi commenta il verso dicendo di cancellarlo da tutta la Torah che Hashem ha scritto; tuttavia, sappiamo che alla fine Hashem perdonerà il peccato e così Moshé non verrà cancellato in tutta la Torah, ma solo in questa Parashà.

Perché questo? Il Rosh e il Baal Aturim dicono che, se Hashem non avesse perdonato il peccato del vitello d’oro, avrebbe cancellato Moshé in tutta la Torah, ma poiché alla fine Hashem ha perdonato il popolo, allora si è rivelato con giustizia verso di loro, e pertanto ha deciso di cancellarlo in questa Parashà proprio perché è la Parashà che precede il peccato del vitello d’oro.

I nostri maestri z’’l aggiungono altri due motivi per cui Moshé non viene mai menzionato in questa Parashà: il primo è che, secondo il Midrash, quando è morto Moshé Rabbenu (7 di Adar) era la settimana in cui si leggeva la Parashà di Tetzavé, e siccome Moshé Rabbenu è considerato uno Tzadik per il suo popolo, per dargli kavod e rispetto non viene menzionato in questa Parashà. Il secondo motivo è che la Parashà di Tetzavé è la ventesima Parashà che si legge durante l’anno. Quando Moshé ha detto ad Hashem “cancellami dal tuo libro”, nel verso è scritto me haseferach (dal libro): i Chachamim z’’l dividono la parola in mispar, “numero”, e “venti”. Quindi bisogna leggere il verso così: “Cancellami dalla Parashà di Tetzavé che è la ventesima Parashà della Torah.”

Soffermiamoci ora sulla seconda Parashà che leggeremo b’’h questo Shabbat. I Chachamim z’’l hanno stabilito che leggere questo brano lo Shabbat che precede Purim perché si parla di ricordare quello che ci ha fatto Amalek durante l’uscita dall’Egitto. E qual è il collegamento con Purim? Aman è un discendente di Amalek, e così come quest’ultimo voleva distruggere il popolo ebraico, anche Aman voleva fare lo stesso al tempo di Re Assuero. Ascoltare la lettura di questo brano è considerata una Mitzvà della Torah, e tutti hanno l’obbligo di ascoltarla.

In questo brano leggiamo: “Ricordati di quello che ti ha fatto Amalek nella strada della vostra uscita dall’Egitto, quando ti assalì nella strada e colpì tutti quelli che erano rimasti indietro mentre tu eri stanco e sfinito. E quando il Signore ti darà tregua da tutti i tuoi nemici nella terra che ti sta per dare in eredità perché tu ne prenda possesso, cancellerai il ricordo di Amalek da sotto il cielo. Non dimenticarlo.” Quindi, da questo verso si impara che bisogna ricordare e non dimenticare mai quello che Amalek voleva fare al nostro popolo.

Dunque, questo Shabbat riempiamo tutti i templi per ascoltare questo brano, perché tutti hanno l’obbligo di ascoltarlo: uomini, donne, anziani e bambini. Lo Yalkut Yosef dice che chi, per causa maggiore, non può andare al tempio per ascoltare questo brano, ha l’obbligo di uscire nel momento in cui leggiamo questi versi d’estate quando leggiamo la Parashà di Ki Tezé.

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Marzo 2020
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HaTikwa, di David Zebuloni

Del coronavirus sappiamo già tutto. I supermercati si sono svuotati, le scuole sono state chiuse. Il popolo italiano si è spaccato in due: da un lato i pessimisti, dall’altro gli scettici. C’è chi ha speculato, chi ha enfatizzato, chi ha condannato. Un ragazzo solo è riuscito a sorridere di fronte all’ondata di panico: Ruben Golran. Ed ecco che la storia di chi sorride e di chi scrive si intrecciano.

Ruben è mio cugino, un ragazzo straordinario che questa settimana doveva celebrare il suo Bar Mitzvah. Cinquecento invitati, tra i quali parenti ed amici provenienti da ogni angolo del mondo, dovevano venire a Milano per festeggiare insieme a Ruben uno dei giorni più felici e significativi della sua vita. Eppure, come dice il celebre proverbio yiddish, l’uomo programma e Dio ride. E così è stato.

Il Coronavirus ha seminato paura e angoscia, Milano si è fatta trovare impreparata all’epidemia e, nel caos generale, il Bar Mitzvah di Ruben è stato rimandato a data indefinita.

“All’inizio ero triste e abbattuto, non capivo perché tutto ciò stesse accadendo proprio a me”, mi racconta Ruben al telefono. “Poi ho capito. Ho capito che faceva tutto parte di un piano, che forse dall’alto stavano mettendo alla prova la mia fede e che io dovevo continuare a prepararmi per il Bar Mitzvah come se nulla fosse”. Quando gli ho domandato dove abbia trovato la forza di rimanere ottimista nonostante tutto, Ruben mi ha risposto con una semplicità impressionante considerata la sua giovane età. “Non è proprio come me lo sono immaginato, ovviamente speravo che andasse diversamente, ma a cosa serve piangere e disperarsi? Non ho bisogno di tutti questi invitati per leggere la Torah o per rendere orgogliosi i miei genitori, il Bar Mitzvah è un momento particolare che mi lega a Dio. E questo mi basta”.

Quanta verità. Quanta disarmante verità. Forse si riferiva a questo Janusz Korczak quando diceva che talvolta gli adulti sono più sciocchi dei bambini. Forse si riferiva proprio alla capacità straordinaria che i più giovani hanno di guardare oltre, di non limitarsi alla superficie delle cose.

“Io ci vedo un collegamento con la festa di Purim“, mi dice Nethaly, la mamma di Ruben. “Il destino era segnato, ma poi è stato tutto capovolto. Potevamo vivere e ricordare questo periodo con dispiacere, ma anche quando tutto sembra buio, esiste sempre un risvolto positivo. C’è sempre un po’ di luce.”

Proprio così, questa storia poteva concludersi senza lieto fine, eppure un post su Facebook diventato virale ne ha cambiato le sorti. La storia di Ruben ha fatto il giro del mondo. Tra le varie testate che ne hanno parlato vi sono Times of Israel, Ynet, Haaretz, Humans of Judaism, Noticias de Israel e Hadrei Haredim. E i messaggi di affetto non sono mancati. A centinaia, provenienti da ogni angolo del mondo, in tutte le lingue.

“Leggere quei messaggi, ricevere degli auguri così toccanti, mi ha trasmesso una sensazione particolare, molto bella”, mi confessa Ruben. “Significa che molte persone hanno preso a cuore il mio Bar Mitzvah, che mi hanno pensato. Tutta la tristezza è stata in qualche modo… Come dire? Ricompensata, ecco. Mai avrei pensato di ricevere tanto affetto tutto insieme. Mi ha fatto capire quanto il nostro popolo sia davvero unito. Come se facessimo tutti parte di una grande comunità.”

Cosa potrei aggiungere? Grazie per la lezione di ottimismo caro Ruben, per il sorriso e per la fede. Ma soprattutto, tanti auguri per il tuo Bar Mitzvah!


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Redazione

Nella Parasha di Terumà leggiamo l’iniziazione della costruzione del primo Santuario. Gli ebrei sono ancora nel deserto, reduci della fuga dall’Egito, e la Parashà si sofferma su diversi aspetti tecnici che riguardano il processo della costruzione del Santuario. D’un tratto leggiamo un passo, poi citato infinite volte dai Maestri, che racchiude in sé l’essenza dell’ebraismo e ci spiega a fondo cosa sia realmente la fede. Il passo in questione riporta una richiesta che Dio fa a Mosé: “Costruitemi un Santuario affinché io possa vivere dentro di loro”.

Cosa abbiamo appena letto? Secondo la logica Dio doveva chiedere a Mosé di costruire un Santuario affinché Lui possa vivere dentro di esso, dentro al santuario. Chi sono “loro”? A chi si riferiva Dio? Dentro chi o cosa vuole soggiornare?

Spiegano i Maestri che Dio non vuole vivere all’interno del Santuario, al contrario. Dio vuole vivere nel cuore del popolo ebraico. “Affinché io possa vivere dentro di loro”. Appunto, nel cuore e nello spirito di ognuno di noi. Ci poniamo dunque la domanda: dopo la costruzione del Santuario, dove soggiornerà il Signore?

Spiega Rav Yakov Haim Sofer che esistono due Santuari: quello fisico, materiale, e quello spirituale, che giace dentro ognuno di noi. La costruzione del primo alimenta e fortifica la costruzione del secondo, cosicché quando il primo non ci sarà più, il secondo continuerà ad esistere. Il Santuario nel tempo è stato distrutto e fino all’arrivo del Messia non verrà ricostruito. Ma esiste tuttavia un ulteriore Santuario dentro il quale Dio dimora fino ad oggi: il Santuario spirituale dentro ai nostri cuori. “Costruitemi un Santuario affinché io possa vivere dentro di loro”, ovvero dentro di noi, grazie alla nostra fede.

Questo passo ci insegna un ulteriore importantissimo precetto, così attuale e così rilevante nell’epoca che stiamo vivendo. Talvolta diamo troppa importanza agli oggetti materiali, crediamo che essi possano preservare il ricordo che abbiamo di luoghi o eventi significativi che abbiamo vissuto. La Parasha di questa settimana ci insegna che non esiste ricordo più importante di quello che conserviamo nei nostri cuori, che non esiste luogo più sicuro di esso in cui coltivare sensazioni ed emozioni.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Redazione

La Parasha di questa settimana, Parashat Mishpatim, ci insegna un valore di straordinaria importanza. Il valore dell’empatia. Cerchiamo di capire perché.

Parashat Mishpatim tratta un aspetto estremamente tecnico e burocratico dell’abraismo, quello delle regolamentazioni e delle norme di comportamento. Argomenti estremamente pratici, apparentemente privi di alcun risvolto emotivo. Poi, d’un tratto, la Parasha cita le quattro categorie di persone che Dio preferisce, quelle che il Signore sente più vicine a sé: il povero, il convertito, la vedova e l’orfano.

Nell’era delle scorciatoie e dei favoritismi nei confronti dei più forti, dei più agiati, dei più potenti, ecco che viene la Torah e ci spiega quali sono davvero le persone che meritano davvero uno spazio speciale nei nostri cuori. Le più deboli, le più sole, le più spaesate. E se Dio riserva particolari attenzioni nei confronti di queste persone, perché noi non dovremmo fare lo stesso? Ecco la prima lezione di empatia. Ma presto ne arriva una seconda.

Il Sefer Hachinuch spiega che tutti noi facciamo parte di queste quattro categorie, pur non essendone a conoscenza. Tutti noi talvolta ci sentiamo un po’ soli, un po’ stranieri, un po’ diversi, un po’ deboli. Ognuno di noi racchiude in sé quelle straordinarie fragilità che ci rendono umani e di conseguenza tanto vicini a Dio. Se ognuno di noi riuscisse a vedere nel prossimo o in sé stesso queste qualità, ecco che riusciremmo tutti ad essere molto più comprensivi, molto più disponibili, in una parola: molto più empatici. E una vita svolta all’insegna dell’empatia, è una vita più armoniosa, una vita migliore.

Impariamo dunque la lezione più importante: anche lì dove tutto ci sembra freddo e distaccato, anche se la realtà che ci circonda tutto pare essere estremamente tecnico, come nella Parasha di Mishpatim, ecco che con un po’ di sfrozo potremmo presto trovare un risvolto umano e colmo di emozioni, quelle emozioni che tanto mancano nella nostra quotidianità.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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