Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 Aprile 2019
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HaTikwa (M. Moscato) – La Parashà che leggeremo questo Shabbat è la Parashà di Tazrià. Essa si occupa principalmente delle diverse forme di impurità, tra esse vi è la Tzarat che consiste in una forma di lebbra, che si attacca alla pelle rendendola malata. La persona soggetta a questa malattia doveva andare dal Coen, il sacerdote, per far controllare la propria pelle. Se il Coen dichiarava che si trattava della Tzarat, allora la persona doveva essere allontanata dall’accampamento per una settimana. Passata una settimana il Coen ricontrollava questa malattia: se era sempre la stessa, la persona doveva essere allontanata dall’accampamento per un’altra settimana mentre, se la malattia era migliorata rispetto alla settimana precedente, significava che stava guarendo e che era puro.

Secondo i nostri Maestri z”l, questa malattia colpiva le persone che, facendo maldicenza verso le altre persone, avevano causato la solitudine del prossimo. Spesso, quando parliamo male delle persone, gli procuriamo dei dolori e tra questi la solitudine. Secondo la Torah, le persone che facevano maldicenza venivano allontanate e lasciate sole. Quindi la Torah ci dice che Hakadosh Baruch Hu colpiva la persona che avevano fatto maldicenza procurando solitudine altrui, con una malattia che causava automaticamente solitudine alla persona che aveva fatto maldicenza in modo che per una settimana questa persona capisse quanto fosse spiacevole sentirsi soli.
Cerchiamo dunque di evitare di fare maldicenza tra di noi per non causare dolore e solitudine altrui.

Shabbat Shalom


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Aprile 2019
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HaTikwa (L. Spizzichino) – Tra le serie tv sbarcate questo mese sui cataloghi di Netflix, una su tutte può destare curiosità più di altre, stiamo parlando di The Order. Arrivata il 7 marzo 2019 nella piattaforma streaming americana, viene raccontata la storia di Jack Morton, una matricola alla Belgrave University, un campus famoso per ospitare una misteriosa società segreta chiamata L’Ordine ermetico della rosa blu. Jack, vuole entrare a tutti i costi nell’Ordine per vendicare la defunta madre, scomparsa per mano del suo leader supremo, Edward Coventry. Una volta diventato un membro della strana società segreta Jack scoprirà presto che i suoi accoliti praticano la magia nera e che sono da sempre in lotta con una confraternita di licantropi votati a distruggere ogni creatura sovrannaturale. In questo teen drama però diversi sono i rimandi al mondo ebraico, dall’Arca dell’Alleanza fino al Golem, quest’ultimo infatti durante le dieci puntate di questa prima stagione (e probabilmente anche unica), viene usato da questi maghi come arma o come mero strumenti per raggiungere i propri scopi. Un utilizzo di certo meno nobile, rispetto a quello del famosissimo Golem di Praga.

Secondo la notissima leggenda praghese, nel XVI secolo, il grande Rabbi Yehuda Loew ben Bezalel, meglio noto come il Marhal di Praga, decise di creare un gigante completamente fatto d’argilla, il quale prendeva vita scrivendo sulla sua fronte la parola “verità” in ebraico, il cui compito principale era difendere il ghetto di Praga dagli attacchi antisemiti e dai pogrom. Ogni venerdì, prima dell’entrata di Shabbat, il rabbino lo immobilizzava cancellando la prima lettera sulla fronte, formando la parola “morto”. Secondo la leggenda il Golem si trova tuttora nella soffitta della Sinagoga Vecchia-Nuova, e secondo alcuni racconti della Seconda Guerra Mondiale, durante l’occupazione un soldato nazista salì nella soffitta con l’intento di trovare e distruggere il Golem, ma poco dopo questo soldato morì in circostanze sospette.

Riguardo il Golem, esistono moltissime altre leggende creando su di esso un alone di mistero che ha fatto breccia nella cultura popolare, infatti compare in svariati libri e film, ma si può trovare il Golem anche nel mondo dei fumetti e nei cartoni animati. Nel 1974, la mitica creatura di fango compare in diversi albi della serie Strange Tales della Marvel, nel 1991 invece il Golem di Praga compare come antieroe nella DC Comics, in una veste completamente differente da quella di difensore dei più deboli. Anche in tempi recenti è comparsa la figura del Golem anche in uno speciale di Halloween dei Simpson, nel quale viene riportato in vita da Bart per servirlo.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Marzo 2019
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HaTikwa (M. Moscato) – Come la Parashà precedente, anche la Parashà di questa settimana ci fornisce una descrizione dettagliata delle procedure attraverso le quali venivano fatti i sacrifici nel Mishkan (altare), che in un’epoca successiva sarebbe diventato il Beth Amikdash costruito da Re Salomone. La Parashà di questa settimana si apre con il brano: “Hashem parlò a Moshé dicendogli- parla ad Aron e ai suoi figli e comunica loro questi ordini. Ecco le regole per il sacrificio dell’olocausto (sacrificio completo): questo sacrificio deve bruciare per tutta la notte sull’altare in cui si terrà acceso il fuoco”. Scopriamo dunque che il fuoco ha un ruolo importantissimo in questi versi e in tutta la Parashà. Il fuoco secondo il pensiero Hassidico rappresenta il collegamento con Hashem. Non a caso il giorno dello Shabbat è caratterizzato dal fuoco: per esempio, viene accolto lo Shabbat accendendo due lumi e all’uscita dello stesso giorno, concludiamo lo Shabbat sempre con il fuoco, facendo l’Avdalà. Hashem è apparso per la prima volta a Moshé attraverso un roveto che, come è scritto nella Parashà di Shemot, ardeva ma non si consumava. Quando è stata data la Torah sotto il Monte Sinai, il monte fumava di un fuoco divino. Nel deserto il popolo è guidato di giorno da una nube e di notte da una colonna di fuoco. Il fuoco rappresenta infatti il legame tra due mondi, nonché il simbolo di una forza attiva che agisce sulla realtà dinamica. Il verbo “dare” in ebraico (Natan) può essere letta in ambedue i lati. Si tratta infatti di un dare e un ricevere allo stesso momento. Io accendo una luce e la luce illumina una stanza. Infatti noi accogliamo lo Shabbat accendendo due lumi e così durante lo Shabbat ci dedichiamo ad Hashem, per esempio studiando Torah o cantando delle lodi. Il fuoco dello Shabbat alla fine si spegne, ma il fuoco dell’altare non si spegne mai perché l’altare è il luogo dell’identità che non si annulla e va sempre tenuta viva.

Shabbat Shalom


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 Marzo 2019
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HaTikwa (D. Spizzichino) – Il Ramban sceglie di iniziare la sua Iggeret con una famosa citazione dal Mishlè (Proverbi) in cui si accentua la connessione tra la formazione etica dell’individuo e gli esempi genitoriali. Se, letto in un verso, siamo quindi davanti a un richiamo transgenerazionale verso l’alto, ossia dal figlio ai genitori, dall’altro è implicito uno speculare obbligo transgenerazionale, stavolta verso il basso, di influenzare positivamente i figli attraverso il proprio esempio di morale e di Torà. Sarebbe interessante capire le differenze tra Mussar e Torà, perché nel verso dei Proverbi il Mussar preceda la Torà e perché il Mussar venga inclinato al maschile (Mussàr avìcha) mentre la Torà al femminile (Toràt immècha). Tra i commenti a riguardo mi sembra interessante quello di Rabbenu Chaim Vital, il più famoso discepolo dell’Arizal, che spiega il motivo per cui, nonostante i molti insegnamenti etici anche di carattere generale presenti nella Torà, non ci sia una vera e propria Mitzvà di migliorare le proprie middòt, gli attributi (letteralmente “le misure”) del proprio carattere. Il grande Kabalista di Zfat spiega che “un buon carattere è il requisito primario per adempiere alle 613 Mitzvòt della Torà”, come a dire che il lavoro di autoperfezionamento spirituale è una precondizione per una corretta osservanza delle Mitzvòt. Del resto già il Midrash (Vaykrà Rabbà 9;3) riporta a nome di Rabbi Yishmael bar Nachmani che il Derech Eretz (le regole di buona condotta) ha preceduto la Torà di 26 generazioni. In realtà sappiamo tutti che è vero anche il contrario, ossia che come certi “prerequisiti morali” sono necessari per accettare su di sé il giogo della Torà anche questa, di converso, è in grado di perfezionare i nostri tratti sempre di più. E’ pertanto assai puntuale allora quanto rimarca Rabbi Elazar ben Azarià nei Pirkè Avòt (3;18) dicendoci che così come “se non c’è Torà non c’è Derech Eretz” d’altro canto “se non c’è Derech Eretz non c’è Torà”.
L’idea della Torà si associa, direi giustamente, con qualcosa che attiene allo studio dei testi sacri e con l’approfondimento e la trasmissione dell’insegnamento rabbinico nei secoli. Eppure l’ambito – se così posso dire – della Torà è molto più vasto, e riguarda ogni esperienza esistenziale ed emotiva, ogni agito, che può e deve essere trasformato in un mezzo di Kedushà e un veicolo per il divino. Cosa può fare allora un padre che non possa insegnare Torà al figlio? Sappiamo dai Maestri che questo potrà uscire d’obbligo da questa Mitzvà procurandogli un precettore o un’altra forma di istruzione ebraica. Ma davvero a questo punto può egli dirsi soddisfatto? Evidentemente no, c’è un’altra Torà che non è costituita da discussioni talmudiche o sottigliezze legali, ma che è fondata sugli esempi di generosità, mitezza, onestà e così via che egli ha il dovere di impartirgli e che il figlio ha il dovere di assorbire. Sulla stessa linea di pensiero è l’Or HaChaim che nel suo commento su Devarim 31:13 scrive: “Un figlio deve essere ammaestrato alla Irat Shamaim (timore-rispetto Divino) sin dalla più tenera età. Anche se questi fosse troppo piccolo per cominciare uno studio formale della Torà deve comunque essere ammaestrato al timore-rispetto Divino perché così egli rimarrà timoroso-rispettoso per tutto il resto della sua vita”.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Febbraio 2019
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HaTikwà (A.T.) – Da sempre in ogni posto del mondo ci sono ebrei disposti a sacrificare tempo e denaro per dedicarlo alla loro comunità sotto forma di volontariato. E’ lo spirito con cui tanti vengono cresciuti. Solitamente è una questione ereditaria: i genitori possono trasmetterti tante cose, tra le quali, cultura, morale e valori. La dedizione e la passione che ogni ebreo investe nel volontariato è il risultato degli insegnamenti assorbiti dalla famiglia e dalle vecchie generazioni.

Nonostante la natura dell’itnavdut, ci sono, per fortuna, anche delle eccezioni piacevoli e sorprendenti di ebrei volti al volontariato spontaneamente, senza alcuna influenza familiare o esterna. Questo, in prospettiva futura, ovvero la nascita di un nuovo ciclo di famiglie con mentalità da volontari, non può che riempirci il cuore di gioia. Non c’è felicità più grande della consapevolezza di essere d’aiuto al prossimo, facendo risparmiare dal bilancio comunitario una bella fetta di denaro, potendolo impiegare per altre necessità. Siamo giovani, uomini e donne impegnati mensilmente, settimanalmente o su chiamata, dal giorno alla notte, al servizio di qualsiasi istituzione ebraica. Ho visto amici partire da Roma di notte per andare a seppellire uomini e donne ebree in tutta Italia in accordo con l’halakhà; il giorno della morte dell’ex Capo Rabbino Toaff, ho visto uomini partire per Livorno, lasciare lavoro e famiglia per quasi 24 ore per onorare la Sua memoria.

Ho visto correligionari con disponibilità economica ristrutturare il giardino dell’asilo rendendolo un ambiente sicuro e felice; ho visto con i miei occhi genitori che non hanno mai dato Berachot ai figli durante i Moadim e figli che non ne hanno mai ricevute; ho visto medici ebrei lasciare il proprio lavoro per dedicarsi alla cura di altri correligionari; ho visto ragazzi salvare pezzi pregiati del Museo Ebraico di Roma durante una giornata dove il fiume Tevere faceva paura sul serio. Neve, pioggia, vento o sole, non c’è alcuna differenza: i volontari sono lì. Tutto questo è un patrimonio prezioso che dovrebbe essere salvaguardato con mille attenzioni e ringraziamenti affinché le prossime generazioni possano beneficiare della presenza di questi angeli. Ringrazio di cuore chi continuamente e costantemente dedica alle Comunità del tempo in maniera volontaria togliendolo dal proprio lavoro e dalla propria famiglia.

Nel lontano ’95, avevo solo 6 anni, vidi mio padre sparire da casa per una giornata e solamente al suo ritorno mi spiegò che lui e suoi amici erano partiti da Roma per Jesi, con lo scopo di supportare un giocatore di basket di religione ebraica che aveva subito, nel girone di andata, insulti antisemiti. Mi fece sentire orgoglioso di essere ebreo. Il giorno dopo andai a scuola con la stessa maglietta con cui mio papà era andato lì: aveva un Maghen David celeste stampato sopra, mi arrivava alle ginocchia, ma quel giorno capii che era nato qualcosa dentro di me.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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