Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 Gennaio 2019
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HaTikwa (A.Pandolfi) – Nel corso della storia lo sterminio del popolo ebraico è stato spesso al centro di campagne politiche e ideologiche. Dalla schiavitù in Egitto alla Shoah: di testimonianze e di documenti ne abbiamo tantissimi. Tuttavia vi sono eventi, appuntamenti storici altrettanto tragici, che spesso passano inosservati e che non sempre vengono ricordati. Uno di questi è proprio il Moed di piombo. È il 2 di Shevat del 1793, a Roma una folla inferocita accorre alle porte di quello che allora era il Ghetto ebraico di Roma, dove risiedeva l’intera popolazione ebraica della più antica diaspora del mondo.

Con picconi, armi e torce di fuoco, la folla riesce ad incendiare il portone della Regola, varco fra gli ebrei e il resto della popolazione. Nel ghetto si creò il panico; migliaia di persone e di abitazioni rischiavano di rimanere bruciate. Ad un tratto, come spesso nella storia del nostro popolo accadde un “Ness”, un miracolo: un improvviso temporale si scagliò sulla città, spegnendo completamente il rogo. Possiamo paragonarlo forse all’apertura delle acque a seguito della schiavitù egiziana, nonché un’altra boa di salvataggio che Hashem ci ha concesso? In seguito a questo evento venne formata una confraternita, la Ezrà be-zarod, che assunse il compito di ricordare l’evento e celebrare la salvezza del Ghetto. Ancora una volta il ricordo assume un ruolo principale nella vita di ognuno di noi. Ricordare ci aiuta a capire ed a prevenire che rivolte come questa possano ancora una volta mettere a rischio l’esistenza di persone innocenti.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Gennaio 2019
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Rav Riccardo Shmuel Di Segni, Rabbino Capo di Roma dal 2001 è stato intervistato in esclusiva dalla rinnovata redazione HaTikwà. Le sue parole: 

Lei ha assistito al Congresso di quest’anno, che era qui a Roma. Quali differenze e affinità ha notato rispetto a quando era lei a partecipare attivamente all’organizzazione?
«Ho visto tanta gente e questo mi ha fatto piacere. All’epoca si chiamava FGEI, Federazione Giovanile Ebraica Italiana, poi è divenuta Unione Giovani Ebrei d’Italia. Per andare ad un congresso, “ai tempi nostri”, bisognava fare prima l’elezione dei delegati, quindi le persone che andavano erano rappresentative delle realtà locali con apposita delega. Mi pare di capire che oggi non sia tanto un congresso, quanto un regime assembleare nel quale si decide a seconda di chi è presente. Chi c’è si rappresenta, ma bisogna capire quanto sia realmente rappresentante, è una forma diversa di democrazia».

In questi anni stiamo assistendo ad un progressivo allontanamento dei giovani dalle Comunità. Secondo lei qual è la causa?
«Non è assolutamente una novità, c’è sempre stata una percentuale considerevole di giovani ebrei che si sono allontanati ed una percentuale, invece, che ha sentito la partecipazione agli eventi ebraici come un fatto positivo e coinvolgente. Un conto è allontanarsi dalle attività giovanili organizzate ed un altro è allontanarsi dall’identità ebraica. Esistono diversi modelli di identificazione ebraica e non è detto che quello proposto dall’UGEI sia quello che soddisfa tutte le persone che cercano un’identità ebraica. Non c’è solamente un problema di allontanamento dall’ebraismo, ma anche un allontanamento da quello che si pensa che sia il modello dell’UGEI. Ho la sensazione che a Milano, ad esempio, esista una fascia considerevole di giovani di famiglie, in media più osservanti, che non considerano l’UGEI il posto ideale dove affermare il proprio ebraismo, perché vi circolano idee, pensieri e comportamenti che non considerano sufficientemente religiosi. Forse succede anche il contrario, che si rifiuta l’UGEI perché la si pensa fin troppo chiusa e confessionale. Per fare un confronto con il passato: questi fenomeni, decenni fa, erano forse molto più contenuti. Nella struttura dell’UGEI c’era una notevole molteplicità di identità e di partecipazione alla religiosità, ma si conviveva tutti insieme fissando del paletti comuni da non attraversare».

Entro quali paletti dobbiamo muoverci?
«L’associazionismo ebraico, di qualsiasi tipo sia, che sia un’associazione giovanile, ricreativa o una Comunità o l’Unione delle Comunità, si basa su regole condivise, che ne stabiliscono l’identità. Necessariamente queste regole includono ed escludono. Entra quindi in gioco la stessa finalità del movimento. In Italia, a differenza di altre nazioni del mondo, abbiamo realizzato, direi fino ad ora con molta saggezza, un modello di coesistenza derivato da un compromesso: ognuno fa a casa sua quello che vuole, ma l’istituzione è formalmente ortodossa, ovvero che rispetta determinate regole identitarie e di comportamento. Un’antica regola degli anni ’30 della FGEI era che nei campeggi il cibo era kasher e “non si arriva e non si parte di shabbat”. Questo fa sì che, malgrado ci sia una totale libertà individuale, la nostra compagine sia riconosciuta come ortodossa ed ebraica in tutto il resto del mondo. Il fatto che una persona si professi non ortodossa, in tutte le sfumature possibili, che vanno dal conservative, al reform o al non credente, non le preclude l’iscrizione nelle nostre strutture. E’ sempre il benvenuto nella sua diversità di pensiero. Il momento in cui si crea la possibile conflittualità è quando una persona è riconosciuta come ebrea da un movimento reform e non lo è secondo le regole dell’ortodossia ebraica. E’ una decisione apparentemente molto soft, ma che cambia completamente i connotati alle nostre strutture. Nel momento in cui questi connotati cambiano si paga un prezzo considerevole, si diventa un’associazione diversa e generica, non basata su un legame che ha un significato più profondo. Di tutto ciò bisogna tenerne conto quando si decide chi siamo e qual è il nostro futuro».

Come dovrebbero interagire giovani e maestri?

«Intanto ci sarebbe bisogno di giovani maestri (Ride, ndr). Dovrebbe esserci una certa reciprocità e fiducia, che molto spesso manca. Le responsabilità sono sempre di entrambe le parti».

Che cosa dovrebbe fare un rabbino per incrementare il rapporto con la gioventù ebraica?

«Cercare di trasmettere un esempio ed una proposta formativa. Dall’altra parte deve esserci un minimo di interesse e disponibilità all’ascolto. Ciò non significa che il giovane non debba essere critico, anzi, la critica è fondamentale nel processo formativo. Ma ci si dovrebbe fidare e rispettare un po’ di più».

Lo slogan di HaTikwà è “Un Giornale aperto al libero confronto delle idee”. Sul confronto siamo d’accordo, ma gli interlocutori quali devono essere?

«Questo slogan è stato fatto, che io sappia, intorno agli anni ’60. Credo fosse uno slogan polemico contro le Istituzioni, che erano considerate sempre rigide e non aperte alla discussione. E’ ovvio che bisogna discutere e confrontarsi, e va bene. Quando si discute però deve esserci spazio uguale per tutti. Questo qualche volta nelle direzioni non è così scontato».

L’ultimo Congresso ha stabilito che nel 2019 ci sarà un Congresso straordinario per accettare i figli di matrimonio misto, a prescindere dal Ghiur in corso. A livello locale, in alcune città, sono già accettati, mentre a livello Nazionale no. Come si pone il Rabbinato sulla questione che dovremo discutere?
«Dico che non sarebbe più un’associazione veramente ebraica, ma di dialogo, come potrebbe essere l’Amicizia Ebraico Cristiana, che non è certo da rigettare, ma è altra cosa, che cambierebbe i connotati alla nostra identità. L’ebraismo va difeso. Ci sono sempre stati casi, non ufficiali, di persone non halakhicamente ebree che frequentavano e che poi avrebbero scelto in un senso o nell’altro. Nessuno chiude la porta, ma se da casi singoli diventano regole istituzionali significa che noi abbiamo cambiato i nostri connotati e spostato avventatamente i paletti della convivenza. Pensiamo cosa succederà nella generazione futura, bisogna avere una visione a medio e lungo termine. Che piaccia o no l’ebraismo si basa sul rispetto delle regole. Non è la pressione di qualcuno o un regime assembleare che può cambiare regole millenarie. I conti poi sono fatti male e sotto pressione, tutte queste aperture possono fare entrare nell’associazione qualcuno, ma farne uscire o tenere lontani molti altri. Cambiare i connotati in questo modo significa escludere una parte considerevole del pubblico potenziale».

Quant’è importante la memoria per un giovane? Lei ha parlato di “Shoaismo”, che si intende?

«La memoria della Shoà è fondamentale, è la nostra storia ed è un grande monito universale. Questa però non deve diventare l’ossessione e la causa della nostra ebraicità. Posso riassumerlo in un breve concetto: non dobbiamo essere ebrei in quanto ci perseguitano, ma essendo ebrei sappiamo che possiamo essere perseguitati».

Su che cosa dovrebbe concentrarsi oggi un giovane ebreo italiano?

«Un ebreo, in quanto tale, ha tantissimi impegni. Ci sono impegni riguardanti la sua ebraicità e quelli che riguardano il suo futuro. Oggi un giovane ebreo italiano deve capire bene qual è il suo posto nel mondo in cui vive e dov’è che è giusto e più sicuro vivere in base ai suoi desideri, ai suoi ideali e alla realizzazione ebraica. Deve prepararsi professionalmente e coltivare la sua ebraicità. Mai dare per scontato quello in cui ci si trova e valutare con una prospettiva allargata il proprio futuro».

«Auguri di ottimo lavoro, con la massima disponibilità a collaborare. Questa è una porta aperta per la collaborazione, non un muro di divieti, come viene da molti percepito».


Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 Novembre 2018
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Anno ebraico 5779, un nuovo anno che inizia carico di cambiamenti, soprattutto per quanto riguarda i giovani della Comunità di Torino.

I ragazzi crescono e alcuni partono per intraprendere nuove avventure, quelli che rimangono sono pronti ad assumersi nuove responsabilità. Andiamo con ordine, infatti quest’anno ci sono novità per entrambi i gruppi giovanili presenti a Torino: l’Hashomer Hatzair, movimento giovanile mondiale, che coinvolge i giovanissimi under 18, ed il GET, che interessa i giovani dai 18 ai 35 anni. Per quanto riguarda l’Hashomer, come ogni anno i più grandi hanno concluso il loro percorso e hanno lasciato il movimento dando spazio ai nuovi madrichim (guide, educatori). Quest’anno infatti, insieme ai ragazzi della classe 2001, hanno assunto il ruolo di educatori anche i ragazzi del 2002, che si sono integrati senza problemi nella Bogrut (gruppo di adulti), ora formata da dieci membri (la più numerosa degli ultimi trent’anni). Ogni settimana continuano a creare e sviluppare attività innovative che coinvolgono circa trenta bambini della scuola ebraica e non solo. Alla Bogrut si è inoltre aggiunta Beatrice (tornata da otto mesi di Shnat Hachshara, anno di formazione, in Israele con il movimento mondiale), pronta, grazie a questa esperienza, a continuare il percorso educativo dei madrichim stessi.

Oltre all’Hashomer Hatzair è presente a Torino, come abbiamo scritto, un’altra organizzazione giovanile, il GET (gruppo di Giovani Ebrei Torinesi), che interessa la fascia di ragazzi tra i 18 ed i 35 anni. Anche il GET è stato interessato da alcuni cambiamenti. Gli storici coordinatori di questo gruppo, Simone Santoro e Filippo Tedeschi, hanno infatti avuto l’occasione di continuare la propria esperienza di studio fuori Torino. Prima di partire, però, Simone ha creato un gruppo di ragazzi che potesse continuare a occuparsi del GET. Il nuovo consiglio è adesso composto da Daniele Saroglia, in qualità di coordinatore, affiancato da Giorgio Berruto, Simone Israel, Alessandro Lovisolo, Rachele Tedeschi, Noemi Anau Montel, Chiara Levi e Beatrice Hirsch. Una volta assunto il nuovo ruolo, agli inizi di ottobre, il consiglio si è messo subito all’opera e ha ideato nuove attività con l’intento primario di avvicinare i giovani, sempre più distanti dall’ebraismo italiano e torinese, e creare un gruppo eterogeneo e compatto, che possa in futuro portare positivi cambiamenti all’interno della comunità. In programma ci sono cene di Shabbath, serate di cineforum, feste, aperitivi, incontri e discussioni su argomenti di attualità e temi ebraici, un’alternanza di momenti seri e divertenti che si spera coinvolgeranno il maggior numero di ragazzi possibile.

Con il GET collabora anche un numeroso gruppo di studenti israeliani che vivono a Torino e che partecipano alle attività portando un contributo essenziale alla vitalità e creatività dell’organizzazione. Si è creato un gruppo di ragazzi entusiasti e intraprendenti, carichi di iniziative e voglia di fare. Speriamo di riuscire a lanciare un messaggio forte e coeso, di essere ascoltati, presi in considerazione e dare il nostro contributo. Crediamo che sia fondamentale che la comunità dia la giusta importanza alla presenza giovanile al proprio interno, senza darla per scontata, con disponibilità a collaborare. Solo in questo modo la comunità ebraica di Torino può conservare la speranza di avere un futuro.

Noi ce la stiamo mettendo tutta.

Chiara Levi e Beatrice Hirsch


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 Ottobre 2018
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A Stoccolma tra il 7 e il 9 ottobre si è tenuto l’EU Funding Seminar promosso da Paideia, Moishe House, EJF e soprattutto European Council of Jewish Communities (ECJC). Grazie al progetto Chance2work, promosso dall’Ugei, ho avuto la fortuna di partecipare a questo interessantissimo seminario che spiegava come chiedere fondi all’Europa per vari tipi di progetti, sono tornato entusiasta e mi è stato richiesto un articolo al riguardo. Ho pensato effettivamente molto poco a che taglio dare a questo report perché avevo da subito le idee molto chiare. Non parlerò affatto dei contenuti del seminario bensì delle persone che vi hanno partecipato. Eravamo una quindicina, di età compresa tra i 24 e i 70, c’erano anche non ebrei e per fortuna tanti uomini quante donne, ma un solo italiano (io) e nessuno della comunità più grande che è quella francese (e questo è indicativo). L’unica condizione per partecipare era occuparsi di qualche organizzazione ebraica, istituzionale o no, a qualunque livello.

La cosa che mi ha colpito è quanto queste persone tengano all’ebraismo, non come religione ma come comunità, come insieme di individui, ed erano lì per questo motivo: aiutare e fare la propria parte, vogliono sinceramente aiutare gli ebrei di tutta Europa, e si sono messi in gioco in prima persona. Non è facile spiegare questo concetto ma ci proverò: in Italia e in Europa gli ebrei, che sono sempre molto attivi nelle comunità, non si rendono effettivamente conto della realtà che vivono, sono convinti che con quella piccola attività sociale e la partecipazione alla vita religiosa siano al sicuro e permettano di garantire ai propri figli un futuro ebraico. In realtà non è così, gli ebrei del Vecchio Continente combattono quotidianamente contro una feroce crisi demografica, tra assimilazione e aliyà, nonché con un antisemitismo (spesso fomentato dall’antisionismo) sempre più violento. Le persone che hanno partecipato a quel seminario combattono i mulini a vento, credono in un futuro  concreto e lottano per quello chiedendo aiuto alle istituzioni europee. Questo comporta una necessaria apertura e una presa di coscienza di quel che vuol dire essere una minoranza  che si restringe in maniera costante.

Alle critiche a questo discorso metto subito dei paletti affermando di essere ben conscio che ho fatto una generalizzazione estrema ma mi auguro fortemente di riuscire a far pensare chi mi leggerà e a incentivare una maggiore partecipazione alle attività internazionali perché il punto è proprio questo. Bisogna guardare oltre al proprio giardino e coordinarsi tra tutti i paesi , ampliare il nostro network. Solo se intraprendiamo questo percorso i corsi di formazione come quello che ho seguito a Stoccolma saranno la normalità e il risultato sarà un ebraismo più forte e più presente in Europa,  e questo può portare solo del bene a tutti noi.

Daniele Saroglia


Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 Ottobre 2018
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Da alcuni anni mi capita spesso, partecipando a riunioni, congressi e assemblee in ambito ebraico, di nutrire un sospetto. L’argomento più ricorrente in queste occasioni è facilmente identificabile: come favorire una maggiore partecipazione a attività ed eventi proposti. Fin qui, niente di strano, è anzi doveroso porsi la questione di come cercare un maggiore coinvolgimento, anche se non di rado le ottime intenzioni si scontrano con incapacità di fatto a mettere davvero in discussione certe priorità e convincimenti personali. Ma fino a qui, ripeto, nessuna sorpresa. Quello che mi stupisce è invece che alcune persone molto presenti nella vita e nella gestione delle comunità ebraiche, che si ritrovano regolarmente in simili consessi, diano per assodato che agli ebrei che definiscono “lontani” interessi poco o nulla della propria identità ebraica.

Tanto per cominciare, la vicinanza e la distanza esprimono relazioni e non stati fissi. Si tratta poi di una relazione reciproca: se B è lontano da A, anche A è lontano da B. Inoltre e soprattutto, chi mette in un unico mazzo tutti gli ebrei che non frequentano con regolarità quotidiana o settimanale o mensile la comunità, perde le infinite sfumature con cui l’appartenenza ebraica di ciascuno si esprime. E’ evidente che esista una sete di ebraismo e perfino di comunità spesso anche tra i frequentatori sporadici e “lontani”.

Declinato in mille modi – anche estremamente personali, perciò discutibili – è un ebraismo che va oltre lo stringente criterio adottato in Italia per regolare la possibilità di iscriversi a una comunità. Mi vengono in mente i mille modi diversi che hanno le persone che conosco di rispettare l’astensione da prodotti lievitati durante la festa di Pesach, certamente uno tra i momenti identitari più sentiti dagli ebrei. C’è chi opera una pulizia certosina pianificata mesi prima dell’inizio della festa e chi porta in cantina i pacchetti di pasta, chi lascia la farina in cucina ma la rinchiude in uno stipo e evita di consumarla e chi mangia prodotti lievitati ma solo fuori casa, oppure rinuncia a qualcosa dal valore altamente simbolico, per esempio la pasta o il pane, ma non a tutto. Ci sono quelli che sterilizzano le stoviglie e quelli che per otto giorni consumano patate bollite in un angolo dell’appartamento dopo aver ripulito ogni centimetro della casa o venduto simbolicamente ogni proprietà per non rischiare di trovarsi in possesso di chametz (o anche entrambe le cose insieme: pulizia e vendita). Alcuni solo per questa settimana osservano norme di casherut trascurate durante il resto dell’anno, altri nel timore di lasciare qualche briciola oppure per mancanza di informazione adeguata estendono il divieto del chametz alla polvere, altri ancora se ne infischiano però al seder delle prime due sere partecipano, e una volta ho conosciuto perfino un israeliano che, a Pesach, raccontava di mangiare con gusto pane e porchetta.

Dal punto di vista ebraico questi comportamenti non sono ovviamente tutti equivalenti. Credo però che quello di Pesach sia un caso significativo che disegna una realtà molto più complessa di quella che talvolta supponiamo, una costellazione di usi, abitudini, convinzioni e atteggiamenti che sfugge a ogni tentativo di schematizzare rigidamente.

Giorgio Berruto



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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