Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 Ottobre 2018
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Da alcuni anni mi capita spesso, partecipando a riunioni, congressi e assemblee in ambito ebraico, di nutrire un sospetto. L’argomento più ricorrente in queste occasioni è facilmente identificabile: come favorire una maggiore partecipazione a attività ed eventi proposti. Fin qui, niente di strano, è anzi doveroso porsi la questione di come cercare un maggiore coinvolgimento, anche se non di rado le ottime intenzioni si scontrano con incapacità di fatto a mettere davvero in discussione certe priorità e convincimenti personali. Ma fino a qui, ripeto, nessuna sorpresa. Quello che mi stupisce è invece che alcune persone molto presenti nella vita e nella gestione delle comunità ebraiche, che si ritrovano regolarmente in simili consessi, diano per assodato che agli ebrei che definiscono “lontani” interessi poco o nulla della propria identità ebraica.

Tanto per cominciare, la vicinanza e la distanza esprimono relazioni e non stati fissi. Si tratta poi di una relazione reciproca: se B è lontano da A, anche A è lontano da B. Inoltre e soprattutto, chi mette in un unico mazzo tutti gli ebrei che non frequentano con regolarità quotidiana o settimanale o mensile la comunità, perde le infinite sfumature con cui l’appartenenza ebraica di ciascuno si esprime. E’ evidente che esista una sete di ebraismo e perfino di comunità spesso anche tra i frequentatori sporadici e “lontani”.

Declinato in mille modi – anche estremamente personali, perciò discutibili – è un ebraismo che va oltre lo stringente criterio adottato in Italia per regolare la possibilità di iscriversi a una comunità. Mi vengono in mente i mille modi diversi che hanno le persone che conosco di rispettare l’astensione da prodotti lievitati durante la festa di Pesach, certamente uno tra i momenti identitari più sentiti dagli ebrei. C’è chi opera una pulizia certosina pianificata mesi prima dell’inizio della festa e chi porta in cantina i pacchetti di pasta, chi lascia la farina in cucina ma la rinchiude in uno stipo e evita di consumarla e chi mangia prodotti lievitati ma solo fuori casa, oppure rinuncia a qualcosa dal valore altamente simbolico, per esempio la pasta o il pane, ma non a tutto. Ci sono quelli che sterilizzano le stoviglie e quelli che per otto giorni consumano patate bollite in un angolo dell’appartamento dopo aver ripulito ogni centimetro della casa o venduto simbolicamente ogni proprietà per non rischiare di trovarsi in possesso di chametz (o anche entrambe le cose insieme: pulizia e vendita). Alcuni solo per questa settimana osservano norme di casherut trascurate durante il resto dell’anno, altri nel timore di lasciare qualche briciola oppure per mancanza di informazione adeguata estendono il divieto del chametz alla polvere, altri ancora se ne infischiano però al seder delle prime due sere partecipano, e una volta ho conosciuto perfino un israeliano che, a Pesach, raccontava di mangiare con gusto pane e porchetta.

Dal punto di vista ebraico questi comportamenti non sono ovviamente tutti equivalenti. Credo però che quello di Pesach sia un caso significativo che disegna una realtà molto più complessa di quella che talvolta supponiamo, una costellazione di usi, abitudini, convinzioni e atteggiamenti che sfugge a ogni tentativo di schematizzare rigidamente.

Giorgio Berruto


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 Settembre 2018
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Quest’anno la Summer U, il campeggio estivo organizzato dall’EUJS, è stato in Bulgaria; per una settimana, dal 26 agosto al 2 settembre, il villaggio di Marina Cape ad Aheloy ha ospitato circa 300 ragazzi ebrei da tutto il mondo per una vacanza all’insegna del puro divertimento.

Maccabiadi, Color run, attività sportive, meeting, yoga, krav maga, canto a cappella, lezioni di salsa, club di dibattito…  praticamente impossibile annoiarsi; e se proprio non si è tipi iperattivi, il villaggio disponeva di una piscina e una spiaggia dove rilassarsi a qualsiasi ora del giorno.

L’obiettivo principale della Summer U è far incontrare le persone, ecco perché ogni pomeriggio i ragazzi di diverse nazionalità organizzavano un aperitivo a bordo piscina con drink, stuzzichini, decorazioni e musica tipici del loro paese: Ucraina, Francia, il pre Oktoberfest della Germania e quello che forse è rimasto più impresso nella mente di tutti: l’Austria con i cappelli da sci, la finta neve e la canzone che è diventata il tormentone della Summer U: MAMA LAUDA! Un’occasione per conoscere nuovi amici e nuove culture.

Non sono mancate ovviamente le feste a tema: Super Heroes, It’s a kind of magic, Israeli party, Retro night: bisognava solo sbizzarrirsi con le maschere e ballare e bere fino a tardi;  per non parlare della serata di gala con abiti eleganti, cena sofisticata, ballerini e musica bulgara e lo Shabbat in White, in un’atmosfera di armonia, coesione ed ebraicità.

Il team EUJS insieme ai volontari ha lavorato senza sosta per offrire ai partecipanti una settimana di puro svago e divertimento, con momenti di incontro, dibattito e confronto tra persone di diversi paesi. Un bel modo di concludere l’estate.

Giorgia Calò


Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 Giugno 2018
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Appena ho visto che l’UGEI offriva l’opportunità di andare dieci giorni negli USA ne ho subito approfittato. Ho così deciso di rispondere al bando presentato ai giovani ebrei italiani da ADL, Anti-Defamation League, per partecipare alla delegazione europea: non conoscevo ADL prima d’ora, ma dopo una breve ricerca non ho avuto esitazioni. ADL infatti nello specifico è un’organizzazione non governativa internazionale ebraica con sede negli Stati Uniti che si occupa, tra le tante cose, di combattere l’antisemitismo e tutte le forme di pregiudizio religioso soprattutto attraverso istruzione ed educazione. Proprio per questo obiettivo, hanno organizzato il programma “First Responders Programme”, ovvero come salvaguardare la cultura ebraica e saper interagire con reazioni antisemite all’interno della propria comunità d’appartenenza. Sentivo di dover partecipare, perché penso che saper contrastare e difendere la propria comunità da discriminazioni razziste e antisemite sia molto importante e soprattutto poter trasmettere ad altri cosa ho imparato durante questa esperienza sia di rilevante importanza.

Sono tornato ormai da Washington un mese fa, e non esito a dire che sono stati semplicemente dieci giorni fantastici. Da questo viaggio porto con me molte cose tra cui l’esperienza di poter dire di aver visto gli Stati Uniti con occhi diversi da quelli del classico turista. La conferenza più interessante alla quale ho partecipato è senz’altro quella all’interno di Capitol Hill. Entrare all’interno del parlamento americano e poter esprimere la propria identità ebraica e soprattutto parlarne con parlamentari e senatori non è certamente una cosa da tutti i giorni. Mi è piaciuta soprattutto perché si nota che negli Stati Uniti è diffusa una forte identità ebraica: inoltre, parlare con senatori americani è senz’altro un’esperienza molto particolare e affascinante di cui pochi possono usufruire. Sono ufficialmente entrato a far parte di un gruppo di persone provenienti da tutta Europa e anzi alla fine dell’esperienza posso dire di aver trovato una seconda famiglia. Tutt’ora ci teniamo in contatto e abbiamo dei progetti insieme. Penso che lo scopo di questa esperienza fosse proprio questo, unire varie comunità provenienti da tutto il mondo e far sì che collaborino in futuro.

Questa esperienza è stata per me molto formativa dal punto di vista ebraico perché mi fa capire che non siamo soli e che ogni nazione ha problemi di antisemitismo che vengono contrastati in maniera diversa ma soprattutto che ci sono realtà come ADL che si occupano di aiutare e proteggere l’identità ebraica. Ti senti di far parte di qualcosa. Grazie all’UGEI ho così potuto approfondire la conoscenza e l’incontro con le altre unioni giovanili europee per elaborare briefing su come comportarsi in periodi storici e sensibili come questi. Penso che non sia un’opportunità da perdere, ma non è per tutti. Bisogna davvero avere a cuore la propria comunità e conoscerla bene, in modo da farla conoscere anche ad altri. Se verrà riproposto, consiglio a chiunque parta di essere molto motivato perché non è una vacanza ma quasi un lavoro, ma è sicuramente molto formativo da tutti i punti di vista.

Ruben Veneziani 
abita a Roma e studia ingegneria delle telecomunicazioni alla Sapienza


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 Maggio 2018
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A sinistra, Esther Thorpe

Nel villaggio di Otterburn, in Inghilterra nordorientale, la comunità Liberal di York ha celebrato per la prima volta in Inghilterra un bnei mitzvah. La festeggiata, Esther Thorpe aveva da poco fatto un coraggioso coming out spiegando alla propria famiglia di riconoscersi nel genere non-binario o genderqueer e dunque di non riconoscersi nella categoria sessuale maschile o femminile. La giovane di religione ebraica avrebbe dovuto celebrare il bat-mitzvah quest’anno. La famiglia preoccupata che il nome della celebrazione, ‘Bat’-Mitzvah (figlia dell’obbligo), avrebbe potuto far sentire Esther emarginata, discriminata o esclusa dalla comunità, ha cercato di trovare una soluzione. La comunità Liberal di York, ha aiutato Esther a studiare e a prepararsi per la celebrazione che si è svolta a dicembre 2017 preoccupandosi anche di come il rabbino avrebbe dovuto rivolgersi ad Esther, che preferisce l’uso del pronome ‘they’ (loro) a quelli maschili o femminili.

Anche se diversi Bnei Mitzvah sono stati celebrati negli Stati Uniti, è la prima volta che ne viene celebrato uno in Inghilterra, mostrando dunque come la sensibilità e il rispetto verso la comunità LGBTQ da parte di comunità ebraiche non ortodosse, cresca di anno in anno.

La notizia del Bnei Mitzvah di Esther, è stata ripresa di giornali israeliani, ebraici ma anche britannici non solo per la particolarità della celebrazione, ma anche per il fatto che si è trattato del primo Bar/Bat/Bnei Mitzvah celebrato a York da oltre cinquant’anni.

Sarah Tagliacozzo


Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 Marzo 2018
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Belmonte

Belmonte è un isolato paese di montagna del Portogallo centrosettentrionale, a quaranta chilometri dal confine con la Spagna. Quando nel 1917 un ebreo polacco, l’ingegnere minerario Samuel Schwartz, si imbattè per caso in una comunità di criptogiudei non poteva credere ai propri occhi. Ma lo stupore degli “ebrei nascosti” di Belmonte nel momento in cui Schwartz si presentò come ebreo e raccontò dell’esistenza di comunità ebraiche in tutto il mondo fu molto probabilmente ancora più grande. Per convincerli Schwartz recitò lo Shemà e fu solo alla parola “Adonai”, l’unica ebraica che i criptogiudei di Belmonte ancora conoscevano, che li persuase.

Pesach era per i criptogiudei di Belmonte una delle poche feste che in qualche modo mantenevano una specificità e venivano celebrate, sia pure nascostamente e con enormi rischi. Il percorso di liberazione del popolo ebraico raccontato nell’Haggadah, d’altra parte, non poteva non affascinare e influenzare chi sentiva di vivere sotto un’oppressione analoga a quella del faraone. Un bellissimo canto di Pesach ritrovato proprio a Belmonte e intitolato “Adonai u Senhor meu”, Adonai è il mio Signore, insegna quello che è necessario affinché “per l’odio e il nemico” giunga “il momento della debolezza”: “Se al tuo prossimo non nuocerai / se andrai predicando il bene / se non testimonierai il falso / e non offenderai ciò che è bene”. E se “o Senhor nos livrou / daquele rei tão cruel”, “il Signore ci liberò da quel re tanto crudele”, perché non potrebbe farlo una seconda volta?

La rappresentazione dei quattro figli in una Haggadah stampata a Vienna nel 1823

Quali sono le preghiere degli ebrei? Quali le tradizioni? Sembra di udire le domande a Schwartz degli ebrei nascosti, discendenti di nuclei di perseguitati che nel Cinquecento trovarono rifugio in luoghi difficilmente raggiungibili perfino dalla longa manus dell’Inquisizione e che di generazione in generazione diedero forma a una identità certo non pienamente ebraica, ma neppure cristiana. Una identità trasmessa nei secoli anche a conseguenza dello stigma sociale da cui i criptogiudei erano circondati, e che di fatto costringeva a matrimoni endogamici. Che cosa significa tutto questo?

Sono le domande degli ebrei nascosti, e quelle dei figli che nella sera del seder di Pesach, seduti intorno allo stesso tavolo, interrogano i presenti. Anche qui a Belmonte ci sono il saggio, il malvagio, il semplice. E c’è, soprattutto, il figlio che sa troppo poco per riuscire a formulare domande. In questo caso, chiarisce l’Haggadah, devi essere tu a cominciare a raccontare, a spiegare, a introdurre, e le domande seguiranno certamente con naturalezza. E’ uno sforzo niente affatto scontato, ripeterlo ogni anno leggendo l’Haggadah può contribuire a farlo davvero nostro non solo a Pesach, ma durante tutto l’anno.

Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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