Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 Marzo 2019
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HaTikwà (L.Clementi) – “Tutti i Campionati del Mondo devono essere aperti a tutti gli atleti e le nazioni idonee a competere in sicurezza e senza discriminazioni. Quando un paese ospitante esclude gli atleti di una particolare nazione, per ragioni politiche, non abbiamo assolutamente altra alternativa se non quella di cercare un nuovo ospite per i campionati”. Con le parole del Presidente del Comitato Paralimpico Internazionale (IPC) Andrew Parsons si è finalmente conclusa la Questione Malesiana. Riassumendo in breve: la Malesia avrebbe dovuto ospitare i Mondiali Paraolimpici di nuoto tra il 29 luglio e il 4 agosto dell’anno corrente, ma a seguito della decisione di non accettare la delegazione israeliana date le “reiterate umiliazioni subite dagli abitanti di Gaza e della Cisgiordania ad opera dell’esecutivo Netanyahu”, la manifestazione non si svolgerà più lì. Il mio ultimo articolo per HaTikvà trattava dell’avanguardia sportiva israeliana, in barba ai boicottaggi e alle manifestazioni di antisionismo. Neanche il tempo di inviarlo per la pubblicazione che esce la notizia dell’esclusione della delegazione. Non potevo non proseguire il discorso, ma ho ritenuto opportuno farlo a bocce ferme, finiti i tumulti e chiusa la questione, per precisare alcune cose che, a mio avviso, il lettore deve sapere.

In primo luogo, il contesto sociale malese è veramente incredibile. La popolazione è formata principalmente da malesi (50,1%), cinesi (22,6%), Orang Asli (11,8%), indiani tamil (6,7%), poi altre etnie minoritarie (8,8%). Le religioni professate sono: l’Islam (63,7%), il Buddismo (17,7%), il Cristianesimo (9,4%), l’Induismo (6%), il Confucianesimo, il Taoismo e la Religione tradizionale cinese. Tutto questo per dire che l’enorme melting pot che si respira nel paese potrebbe avere come conclusione naturale una situazione di convivenza e di tolleranza ad ampio raggio. Potrebbe. Infatti è esattamente l’opposto: i malesi sono essenzialmente musulmani, l’Islam è religione di Stato e (neanche a dirlo) la popolazione di etnia malese è l’unica a godere di pieni diritti politici e civili. Ora che il lettore può non sorprendersi più di nulla, possiamo cominciarlo ad erudire su ulteriori fatti: l’esclusione israeliana dai Mondiali si inserisce all’interno di un contesto davvero difficile. Saifuddin Abdullah, Ministro degli Esteri di Kuala Lumpur, ha recentemente affermato che il proprio paese non accoglierà più israeliani, poiché “le brutalità’” perpetrate ai danni dei Palestinesi avrebbero “superato ogni limite’”. Abdullah ha inoltre definito “un brutale attentato alla verità storica, promosso da una cricca revisionista appoggiata da Netanyahu” la decisione presa da alcuni Stati di riconoscere Gerusalemme come Capitale unica e indivisibile dello Stato d’Israele.

Il quadro che ne esce è paradossale: la Malesia critica l’operato di Netanyahu per le azioni perpetrate ai danni del popolo palestinese, ma dall’altra parte non tutela i diritti politici e civili della totalità dei propri abitanti. La Malesia invoca la violazione dei diritti umani, ma dà il grande esempio di tolleranza chiudendo i propri confini agli israeliani e non consentendo loro nemmeno la partecipazione ai Mondiali Paralimpici. Antisionismo, ecco cos’è. Per questo non hanno rapporti diplomatici con lo Stato d’Israele. E guai a parlare di antisemitismo, è solamente una giusta reazione nei confronti di uno Stato oppressore. Poi la Malesia può capire la situazione: anche loro sono stati oppressi, dai britannici. Però un’occhiata per vedere se ci sono state azioni antisemite da parte del Governo malese la si dà comunque. Per buona fede. Mahathir Mohamad, Primo Ministro malese. Oltre 20 anni di Governo, il più longevo della loro storia a parte una breve parentesi dal 2003 al 2018. Il politico scrisse nel 1970, in un suo libro: “Gli ebrei non hanno solo il naso grosso, vanno anche istintivamente verso i soldi”. Poi, in un discorso nel 2003: “Un miliardo di musulmani non può essere sconfitto da pochi ebrei. Sono orgoglioso di essere chiamato antisemita. Come posso non esserlo, quando gli ebrei parlano così spesso degli orrori che hanno sofferto durante l’Olocausto e poi mostrano la stessa crudeltà dei Nazisti”. Continua lo sproloquio lo scorso agosto: “Dovremmo essere in grado di criticare tutti. L’antisemitismo è un termine che è stato inventato affinché gli ebrei non siano criticati per aver commesso cose sbagliate.’’

Al lettore i fatti. Al lettore le conclusioni.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 Febbraio 2019
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HaTikwà (L.Spizzichino) – Nella notte di domenica 24 febbraio, si è tenuto nel Dolby Theatre di Los Angeles, uno degli eventi più importanti dell’industria cinematografica statunitense ed internazionale, la 91esima edizioni degli Academy Awards, meglio conosciuto come gli Oscars.

Nell’edizione di quest’anno, presente anche Israele, a rappresentarla Guy Nattiv, regista 45enne di Tel Aviv, che ha vinto il premio per il Miglior Cortometraggio con “Skin”. Della durata di venti minuti, il breve film racconta la storia di Bryon Widner, naziskin dell’Alabama, che nel 2006 per amore decise di togliersi i tanti tatuaggi naziskin che mostravano la sua indiscussa fede di suprematista bianco, razzista, ultraviolento e appartenete ad uno dei gruppi più fanatici americani, il Vinlander Social Club Skinhead Gang.

Dopo oltre seicento dolorose sedute laser, ha letteralmente cancellato dal suo corpo i rapporti con quel mondo fatto di birre, droga, pestaggi, prove di coraggio e odio per tutti quelli che non sono bianchi. Un cambiamento che ha portato Widner addirittura a scappare dalla banda di cui faceva parte, perché visto come un vero e proprio traditore e una persona da perseguitare.Ad aiutarlo nella fuga e nel cambiare vita e a cancellare le tracce di quel vergognoso passato, un attivista che lo aiutato nel suo percorso durato due anni e costato moltissimo.

Nel suo discorso di accettazione di questo prestigioso premio, Nattiv ha detto: “I miei nonni erano sopravvissuti alla Shoah” commosso ha proseguito il suo discorso ricordando chel’odio che loro subirono oggi lo vediamo ovunque, negli Stati Uniti e in Europa. Questo film è parla di educazione, è di come insegnare ai vostri figli qualcosa di diverso, di migliore”. Non sono mancati i complimenti del Presidente dello Stato d’Israele Reuven Rivlin si è congratulato con Nattiv in un messaggio. «Caro Guy, tutto il merito per “Skin” va a te, Sharon e Jaime Ray, ma il film è un regalo ai nostri figli e nipoti, per il futuro che desideriamo per loro. Orgoglioso di essere israeliano! Mazal Tov!». Dopo i tanti prestigiosi premi internazionali vinti dal panorama cinematografico israeliano, dopo più di quarant’anni, un israeliano torna a vincere la statuetta d’oro più ambita dal mondo del cinema, l’Oscar.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Febbraio 2019
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HaTikwà (R.Limentani)Aaron Fait, esperto di desertificazione, biotecnologie e fisiologia molecolare, ricercatore e professore presso la Ben Gurion University, è nato 46 anni fa a Bolzano da madre ebrea. Nel 1992 decide di effettuare l’Aliyah e stabilirsi per il primo periodo nel kibbutz Hazorea, lavorando come mungitore in un allevamento di mucche. Dopo aver conseguito una laurea in biologia e un master in ecologia e studi ambientali presso la Tel Aviv University, conclude il suo straordinario percorso di studi con un dottorato in biochimica all’istituto Weizman. Nel 2014 ha preso le redini del programma israeloitaliano “Irrigate”. Tale idea vede l’irrigazione goccia a goccia applicata nei vigneti con l’ ausilio di sensori capaci di monitorare in tempo reale piante, condizioni climatiche e suolo. L’obiettivo era far fronte ai cambiamenti climatici che hanno colpito il Friuli negli ultimi 10 anni, salvaguardandone e ottimizzandone i raccolti con le tecniche innovative israeliane.

Come procede il progetto Irrigate a 5 anni dal suo inizio? Ha dato i risultati previsti e desiderati?
Irrigate è stata una avventura anche per conoscere l’ambiente dei viticoltori italiani, ci ha permesso di utilizzare la loro esperienza ed allo stesso tempo aiutarli a prendere delle decisioni di management delle risorse idriche in maniera più attenta. L’irrigazione goccia a goccia nella vite non è ancora ovvia, ma è sempre più comune. Ora la sfida è ottimizzarla, perché un Sirah non utilizza l’acqua come un Cabernet Sauvignon, e quindi necessita di una strategia irrigua diversa. Gli esperimenti nel deserto ci hanno permesso di studiare con precisione l’effetto di questo metodo d’irrigazione su diverse tipologie di vite, senza la preoccupazione di precipitazioni improvvise e quindi con maggiore controllo delle condizioni di crescita. Il deserto funge quindi da laboratorio a cielo aperto, dove poter testare metodi di agricoltura sensibili ai cambiamenti climatici. Irrigate quindi ha permesso l’interazione tra viticoltori, scienziati, una società privata, Netafim, per sviluppare metodi adatti alle zone del Friuli. Senza contare la perfetta collaborazione dei due Governi, italiano e israeliano.

Sono aumentate le collaborazioni a livello Internazionale per il trasferimento del know-how israeliano nel mondo? Queste conoscenze sono state esportate in Africa o in paesi con grandi territori desertici e mancanza di acqua?
Irrigate è finito, ma sono nati altri progetti, tra cui un progetto europeo sui porta-innesti e sulla tolleranza alla siccità e salinità di cui  Udine ne è il capofila, ma anche un progetto in Slovenia sull’utilizzo di acqua riciclata nella viticoltura. Contemporaneamente Israele ha programmi di ricerca in collaborazione con istituzioni africane. Il nostro istituto ogni anno porta studenti di Master e Dottorato in Africa a partecipare a progetti legati all’agricoltura e alle risorse idriche. Nel mio laboratorio, fino ad oggi ho cresciuto studenti dall’Etiopia e dal Ghana, che sono tornati e torneranno nel proprio paese con know-how israeliano.

Quali benefici può trarre una pianta da frutto in un clima desertico?
Risolto il problema dell’acqua con sistemi di irrigazione, riciclaggio e desalinizzazione, la vite cresce bene nel clima del Negev, le produzioni dei Nabatei a Avdat, dei bizantini e del popolo ebraico ne sono la testimonianza. Gli sbalzi di temperatura tra giorno e notte favoriscono la maturazione e lo sviluppo del metabolismo secondario degli aromi. La bassa umidità riduce il rischio di sviluppo di muffe ottenendo quindi una minore necessità di spruzzare chimica sul frutto, cosa pericolosamente comune in zone più umide. Però per poter riuscire a fare buon vino serve anche proteggere il frutto dagli agenti ambientali che lo possono nuocere. Le radiazioni solari per esempio, nel deserto possono portare il frutto alla disidratazione , all’apparizione di bruciature, per non parlare del livello degli zuccheri (e quindi della percentuale alcolica nel vino) e della perdita di acidità e colore.

Di quali altre ricerche si sta occupando attualmente nel centro Blaustein?
Oggi lavoriamo su progetti che includono la variabilità genetica della vite e la sua risposta a stress ambientali. Cresciamo una trentina di varietà diverse, in due località nel deserto del Negev e ne seguiamo lo sviluppo del frutto, la composizione chimica, e la qualità del vino. Sempre legato alla vite, abbiamo un progetto su cellule staminali di acino, ovvero cellule cresciute in laboratorio che producono polifenoli, composti antiossidanti e antinfiammatori naturalmente prodotti dalla vite, anche se queste cellule lo fanno tutto l’anno e possono essere manipolate geneticamente per aumentare la produzione di questa o quella molecola. Una volta estratte, possono essere utilizzate per la farmaceutica o per il settore alimentare. Lavoriamo anche molto sul pomodoro, un modello per la genetica delle piante, ma anche un’importante cultura in Israele, per il mercato locale e per l’esportazione. Stiamo lavorando a migliorare la tolleranza a salinità e siccità di questa pianta, soprattutto con attenzione all’apparato radicale.

Cosa la portò, in primo luogo, ad avvicinarsi al mondo della biologia vegetale e conseguentemente ad intraprendere i suoi studi in Israele?
Un giorno di primavera durante il laboratorio di fisiologia animale a Tel Aviv capii di non aver fatto i conti con la mia incapacità di effettuare esperimenti sugli animali. Così crebbe l’interesse per l’ecologia, la genetica delle popolazioni di piante e gli ecotipi delle sottospecie adattate all’ambiente. Infatti, le piante non potendo muoversi da un luogo all’altro hanno dovuto sviluppare una miriade di sistemi di adattamento all’ambiente grazie ai quali crescono, fioriscono, fanno frutti, disperdono i propri semi e poi germinano. In tutto questo la chimica gioca un ruolo fondamentale. Dalla protezione contro le radiazioni solari, al mantenimento dell’equilibrio idrico nei tessuti, alla difesa diretta da erbivori. In questo mondo esistono anche casi di collaborazione tra piante ed insetti basati sulla chimica: vi sono insetti che vivono in stretto rapporto con specifiche piante perché queste producono composti chimici che si accumulano nel corpo degli insetti, fungendo da repellenti per i loro predatori. Lo stesso insetto può avere la funzione di fertilizzare la pianta, o di cacciarne i parassiti o predatori. Per quanto riguarda Israele si parla di un amore a prima vista, la sua varietà ecologica, fitogeografica e culturale mi ha rapito. Il deserto è un ambiente in cui mi sento più a contatto con la terra, Madre Terra, senza filtri, un contatto pulito; nel deserto posso ascoltare il silenzio, emozionarmi per i colori dei fiori, per la forza delle piante, e per la grandezza del tempo che ne ha modellato le colline.

Pensa che con la rivalutazione di un area pari al 60% del paese – come quella del Negev –  potremmo finalmente sperare di esportare in grandi quantità prodotti agricoli Israeliani cresciuti senza privare la popolazione di terre abitabili e di acqua?
Il Negev è il futuro di Israele. Qui si esprimerà la capacità di Israele nella ricerca e nello sviluppo, sia agricolo ma anche sociale. Prendi Beer Sheva, una città che ha visto un boom economico significativo, che ha sviluppato settori dell’Hi-tech e della ricerca nel campo della cyber security, che vedrà presto anche moltiplicare la ricerca medica con il progetto di un nuovo ospedale all’avanguardia della medicina mondiale. Pensa alla popolazione di Beer Sheva , a quella degli studenti della sua università, ebrei e arabi che studiano insieme, la società beduina che cambia grazie anche allo sviluppo economico e agli studi delle loro donne beduine nel settore dell’educazione. Beer Sheva, capitale del deserto, fiorisce e con lei il Negev intero. Se sapremo come aiutarlo.


Il Negev, la zona desertica dove Aron Fait vive, lavora e studia, è stato per due anni, la mia seconda casa. La base in cui ho prestato il mio servizio militare, erá proprio là. Per due anni ho fatto, quasi settimanalmente, in autobus la tratta Ber Sheva-Mitzpè Ramon, passando proprio 4 per le colline descritte da Aron. Guardavo annoiato dal finestrino dell’ autobus, quel deserto roccioso e polveroso di colore giallo ocra, domandandomi cosa si potesse tirare fuori da questo territorio così inospitale e brullo, finché un giorno mi sono imbattuto per caso in un articolo scientifico su Aaron Fait. Ricordo come se fosse ora, che, finito di leggere, alzai la testa e guardai fuori dal finestrino e tutto mi apparve sotto una luce differente: quel paesaggio monotono cominciò a prendere vita e colore. Il suo aspetto mutò. Divenne verde. Forse fu proprio così che lo vide David Ben Gurion. Da quel momento, ogni mio viaggio da e per la base fu diverso. Fu un viaggio in cui l’immaginazione apriva la strada ad un verde speranza.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Febbraio 2019
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HaTikwà (D.Fiorentini) – Lo scorso venerdì 4 Gennaio, come da abitudine, è andata in onda su Rai 3 la trasmissione La Grande Storia, condotta dal noto storico Paolo Mieli. Questa settimana il programma aveva come tema principale il Medio Oriente: un viaggio attraverso Israele, Iran e Iraq per comprendere le radici di un conflitto che, ancora oggi, mantiene un clima di forte tensione a livello mondiale. La puntata inoltre, in modo molto democratico, esortava i telespettatori a commentare la propria opinione sui social; questo mi ha dato finalmente lo spunto per sviluppare la mia nuova rubrica Advocacy for Israel. Dopo aver visto ripetutamente la parte del documentario relativa a Israele, vorrei condividere il mio pensiero riguardo le varie questioni prese in esame. Premetto che la trasmissione ha suscitato in me una fortissima indignazione, non solamente per i palesi errori e le accuse ingiuste fatte verso Israele e verso il Sionismo, ma anche per la mancanza di professionalità da parte di un’equipe di storici gestita da un personaggio così illustre come Paolo Mieli. Per cui ho deciso di approfondire, volta per volta, un determinato tema fornendo risposte e delucidazioni alle illazioni fatte, portando argomentazioni oggettive e in linea con la veridicità storica.

Parallelamente, la rubrica presenterà articoli di scottante attualità, cercando di chiarire le mosse e le tattiche dei principali attori del contesto mediorientale contemporaneo. In altre parole, un commento critico e libero riguardo i principali avvenimenti geopolitici ed economico-sociali che riguardano direttamente o indirettamente lo Stato di Israele.

Prima di entrare nelle questioni del programma, vorrei parlare proprio delle fonti che Rai Storia ha adoperato per compiere questa trasmissione. È accettabile sentire l’opinione di entrambe le parti, sia degli storici israeliani che di quelli palestinesi, ma è necessario che quanto meno rispettino la verità dei fatti. È inutile dare spazio alle incresciose provocazioni fatte verso Israele ed è imbarazzante cercare disperatamente di trovare errori commessi dagli israeliani per equilibrare in qualche modo il programma. Soprattutto, se per fare ciò, bisogna intervistare giornalisti israeliani che hanno la fama di essere quantomeno dal pensiero controverso nei confronti della loro stessa patria, come ad esempio Amira Hass e Shlomo Sand. La prima, che per anni vissuto a fianco degli attivisti arabi a Gaza ed a Ramallah, è arrivata, nel 2006, a paragonare le politiche israeliane all’Apartheid sudafricana, ricevendo dure critiche persino dall’estrema sinistra israeliana. Per il secondo è sufficiente segnalare che è la brillante mente dietro libri come “L’invenzione del popolo ebraico” e “L’invenzione della Terra di Israele: dalla Terra Santa alla Patria”, in cui si espone la tesi secondo cui il Popolo Ebraico non ha una comune origine e quindi non ha senso considerare Israele o qualsiasi altra terra come luogo fulcro del Popolo Ebraico. Sorvolando su ulteriori dettagli di queste due biografie, si può già chiaramente comprendere come una relazione storica in cui viene esposto un conflitto tra due parti possa essere soggetta a distorsioni e fraintendimenti, se a rappresentare una causa sono scelti quei pochi che in realtà sostengono quella avversa.

Inoltre, una trasmissione che intende parlare del conflitto arabo-israeliano non può assolutamente sorvolare su determinate premesse, senza le quali non è possibile comprendere a fondo la causa sionista e la questione nel suo intero. In particolare vorrei citarne due:

  1. Il legame millenario del Popolo Ebraico con la Terra di Israele e le presunte radici dell’identità del popolo palestinese. Nel documentario è stato citato soltanto una volta, in modo molto approssimativo, che la Terra di Israele ha visto lo splendore del Regno di David e quello di Salomone. In realtà Israele rappresenta ben di più di un’esperienza politica nell’identità ebraica; Israele è la Terra Promessa ad Abramo, la Terra verso dove è stato condotto il Popolo Ebraico da Mosè, la Terra in cui gli israeliti hanno vissuto per 2000 anni e per cui hanno combattuto contro babilonesi, assiri, greci e romani, la Terra verso cui per altrettanti 2000 anni gli ebrei nella Diaspora hanno rivolto le loro preghiere, alimentate dalla speranza, Tikwà תִּקְוָה, di potervi ricongiungere. Infatti, a seguito della distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme e alla dispersione di gran parte del popolo ebraico in tutto il resto del mondo, sono state scritte un’infinità di preghiere, canti e poemi che legano indissolubilmente gli ebrei a Israele. Il ritorno degli ebrei nella terra che venne poi chiamata dai romani Palestina non è una mera coincidenza, ma è la realizzazione di un desiderio esistente da secoli, che aveva alla base l’autodeterminazione dell’identità del Popolo Ebraico 
  2. Al contrario l’identità palestinese, con l’accezione che intendiamo oggi, è nata solamente a seguito della fondazione dello Stato d’Israele. La causa che sta alla base della mancata formazione di uno stato arabo in Palestina, non è da ricercare tra le presunte mire espansionistiche israeliane, ma piuttosto nell’invasione della Samaria e della Giudea da parte della Giordania e della Striscia di Gaza da parte dell’Egitto, che, una volta annessi i territori, non riconobbero gli abitanti come cittadini, lasciandoli in una condizione di limbo. Per questo motivo l’identità palestinese nasce solamente a partire dal comune status di abbandono in cui gli arabi-palestinesi si sono ritrovati nel ‘49. Infatti, solamente dal 1967 la questione comincerà ad occupare le prime pagine dei media internazionali. Le teorie per cui i palestinesi sarebbero i discendenti degli antichi filistei o comunque avrebbero un’identità secolare radicalmente diversa da quella degli arabi circostanti, tanto da dover avere un proprio Stato indipendente, sono completamente sballate. Le pretese di autodeterminazione di un popolo perdono di significato se alla base non vi è un’identità culturale specifica e storica. È quindi paradossale pensare che sia necessario un nuovo stato arabo ai confini di Israele, che ne è già circondata.

Fatte le dovute premesse storiche, si può finalmente analizzare nel dettaglio alcune questioni che sono state esposte parzialmente o fraintese nel corso degli ultimi anni, andando a fomentare la causa araba-palestinese. Alla prossima. 


 

David Fiorentini, 18 anni, nato e cresciuto a Siena, di origini romane e israeliane, studia medicina all’Humanitas University di Milano. Dal 2019 Consigliere dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, con delega al Jewish and Israel Advocacy


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 Febbraio 2019
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HaTikwà (N.Greppi) – Nell’ultimo decennio il cinema israeliano ha assistito a un considerevole aumento di produzioni di film legati a un genere che, fino ad oggi, non era mai stato molto presente nello Stato Ebraico: gli horror. A testimoniare l’importanza che questo genere di film sta cominciando ad avere in Israele, il quotidiano Haaretz gli ha dedicato un lungo approfondimento.

Tutto è iniziato con Kalevet, un film del 2010 diretto da Aharon Keshales e Navot Papushado. Tre anni dopo, i due salirono alla ribalta a livello internazionale con Big Bad Wolves, che fu definito dal regista americano Quentin Tarantinoil miglior film uscito nel 2013” (quest’ultimo tra l’altro si è sposato a novembre con una cantante israeliana, Daniella Pick, NdR). Big Bad Wolves parla di un professore accusato di violentare e uccidere ragazzine che viene sequestrato dal padre di una delle vittime che, in cerca di vendetta, lo sottopone a ogni genere di tortura per farlo confessare.

Un aspetto importante che viene messo in luce dall’articolo di Haaretz sta nel fatto che molti film horror israeliani sono legati all’esercito: per la precisione, 6 degli 11 film horror usciti in Israele negli ultimi dieci anni sono ambientati in contesti militari. Ad esempio, Basar Totahim è un horror del 2013 diretto da Eitan Gafny, che parla di un gruppo di soldati inviati in Libano per una missione che si imbattono in un esercito di zombie. Sempre di zombie parla Muralim, un corto di Didi Lubetzky uscito anch’esso nel 2013 che parla di un giovane militare che deve trascorrere la sera di Pesach a lavorare in una base militare; a un certo punto, viene coinvolto in una feroce lotta per la sopravvivenza dopo che il grosso delle truppe d’elite presenti nella base sono state trasformate in morti viventi.

Intervistato da Haaretz, lo storico del cinema Ido Rosen ha ipotizzato che questa ascesa degli horror con un’ambientazione militare sia dovuta al fatto che in questi film si cerca di rielaborare i timori e le preoccupazioni vissute da soldati: “Coprire l’argomento con la ‘fantascienza’ e altri generi presumibilmente ‘d’evasione’ gli permette di tirare fuori il senso di paura, per affrontare la morte e le ferite di guerra“. A pensarla così è anche il regista Lubetzky: “Mi piace prendere un genere che è molto americano, con le sue regole e convenzioni, inserirlo qui e vedere come gli israeliani reagiscono alla situazione. Molti film horror americani sono ambientati nel college, dove ha luogo l’esperienza formativa per molti americani. Quindi per me è stato logico prendere questo stile e trasferirlo nell’IDF.”

L’articolo di Haaretz non è certo il primo che si occupa degli horror israeliani: già nel maggio 2016 se n’era occupato un articolo della rivista ebraica milanese Mosaico, che faceva notare come questi film nello Stato Ebraico rispecchiavano in chiave surreale fatti di cronaca molto comuni: come Freak Out, commedia horror diretta da Boaz Armoni che parla di un soldato imbranato che si ritrova da solo in una basa a dover fronteggiare un gruppo di terroristi. “Mettiamo in scena i timori della cultura israeliana e della sua società”, dichiarò all’epoca Boaz Armoni. “Come il timore nei confronti degli Arabi, per esempio. Non abbiamo incentrato il film sul forte, eroico esercito. Si vuole raccontare solo della vicenda di un piccolo, codardo soldato in un posto pericoloso.” Ma ci sono stati anche casi di israeliani che si sono distinti in questo genere al di fuori del loro paese, e in particolare ad Hollywood: in questo senso, il più importante è sicuramente il regista Oren Peli, autore del film culto Paranormal Activity.



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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