Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Marzo 2019
WhatsApp-Image-2019-03-14-at-20.39.12-1280x960.jpeg

3min589

HaTikwa (D. Coen)Non capita tutti i giorni di ricevere a casa il primo ministro del tuo Paese. Ebbene sì, a mio fratello e a me, è successo. Era un giorno come tutti gli altri: università e lavoro, quando ad un certo punto ricevo una chiamata da mio padre, che mi è venuto a trovare dall’Italia, per dirmi che devo annullare tutti gli impegni e non far venire a casa nessuno nelle prossime ore. Nella mia mente iniziano a viaggiare un sacco di idee. Comincio a domandarmi cosa possa essere successo e, quindi, di corsa torno a casa. Dopo qualche minuto bussano alla porta, Benjamin Netanyahu, il Primo Ministro dello Stato di Israele, è fuori dalla porta di casa con due deputati della Knesset ed una scatola di cioccolatini. Entrano e ci sediamo introno al tavolo, emozionati iniziamo a parlare di politica e di Israele.

Molti possono pensare che sia stato soltanto una farsa mediatica per ricevere più voti in prossimità delle elezioni, forse è così, ma mio fratello ed io abbiamo avuto modo di parlare direttamente con lui su argomenti importanti ed attuali. Abbiamo condiviso con lui la nostra esperienza di Olyim Hadashim e gli abbiamo spiegato cosa secondo noi si può ancora migliorare in tutto questo delicato processo. In poche parole, un modo per confrontarci e cercare di cambiare qualcosa. Benjamin Netanyahu è una persona simpatica, con un alto senso dell’umorismo, con un tono di voce profondo e diretto.

Insieme abbiamo discusso dei maggiori cambiamenti che Israele ha avuto negli ultimi vent’anni, in ambito economico e di relazioni estere. Un’economia che ha raggiunto il Giappone, con le tasse che si sono abbassate di quasi la metà per favorire la creazione della Startup Nation, per dare la possibilità ai giovani di iniziare la propria carriera e mettersi in gioco. Israele ormai è leader, non soltanto nel campo economico, ma anche nelle relazioni internazionali, negli addestramenti militari comuni con Italia, Francia, America, Grecia e non solo. Israele ha aperto relazioni con molti Paesi africani ed arabi (sunniti musulmani) così come si è ben distinta per gli aiuti umanitari in Paesi colpiti da disastri naturali. Israele, insomma, da piccolo e povero Paese del Medio Oriente ad una delle potenze nel mondo in tutti gli ambiti. Dopo quasi un’ora di discussioni purtroppo ci siamo dovuti salutare, ma con una sua promessa a me e ai miei amici della marina: il prossimo incontro, tutti insieme con Benjamin Netanyahu nei suoi uffici a Gerusalemme.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Marzo 2019
WhatsApp-Image-2019-02-25-at-17.04.32.jpeg

2min985

HaTikwà (D.Zebuloni) – Menachem Begin fu un Primo Ministro devoto e determinato, un concertato di carisma e di ideali. Amava le folle e le folle amavano lui: pendevano dalle sua labbra, lo invocavano, lo acclamavano nelle piazze. Si spense il 9 Marzo del 1992, all’età di 78 anni. Visse una vita piena, di gioie e di dolori. Una vita scandita da perdite strazianti e traguardi straordinari.
 Molti israeliani sostengono che Begin fu il più grande leader che lo Stato Ebraico abbia mai visto: il più coraggioso, il più coerente, il più umile. E proprio della sua umiltà si parla molto in questi giorni, alla vigilia del ventisettesimo anniversario dalla sua scomparsa. Begin, per esempio, decise di non essere sepolto sul Monte Herzel insieme agli altri Capi di Stato israeliani; preferì piuttosto riposare sul Monte degli Ulivi, accanto ai compagni Meir Feinstein e Moshe Barazani, due storici membri dell’Irgun che, dopo essere stati catturati e condannati a morte, decisero di suicidarsi in cella piuttosto che consegnarsi al nemico.

Un’altra storia riemersa questa settimana è quella di Nathan Moshe, che nel 1981 diventò ufficialmente il parrucchiere del Primo Ministro. “Ero un soldato semplice che si occupava di tagliare i capelli agli altri soldati che servivano nella mia stessa base”, racconta Moshe. “Un giorno il mio comandante mi disse di prepararmi velocemente per uscire, Begin stava aspettando che andassi a tagliargli i capelli”. Da allora quel soldato semplice diventò il parrucchiere ufficiale di un uomo altrettanto semplice. “Andavo a casa sua il venerdì, una volta ogni tre settimane ed oggi, a distanza di ventisette anni dall’ultima volta, mi manca moltissimo quell’uomo. Era uno di noi, era uno del popolo.”


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 Marzo 2019
Malaysia-General-Election-2018-1551696656.jpg

6min249

HaTikwà (L.Clementi) – “Tutti i Campionati del Mondo devono essere aperti a tutti gli atleti e le nazioni idonee a competere in sicurezza e senza discriminazioni. Quando un paese ospitante esclude gli atleti di una particolare nazione, per ragioni politiche, non abbiamo assolutamente altra alternativa se non quella di cercare un nuovo ospite per i campionati”. Con le parole del Presidente del Comitato Paralimpico Internazionale (IPC) Andrew Parsons si è finalmente conclusa la Questione Malesiana. Riassumendo in breve: la Malesia avrebbe dovuto ospitare i Mondiali Paraolimpici di nuoto tra il 29 luglio e il 4 agosto dell’anno corrente, ma a seguito della decisione di non accettare la delegazione israeliana date le “reiterate umiliazioni subite dagli abitanti di Gaza e della Cisgiordania ad opera dell’esecutivo Netanyahu”, la manifestazione non si svolgerà più lì. Il mio ultimo articolo per HaTikvà trattava dell’avanguardia sportiva israeliana, in barba ai boicottaggi e alle manifestazioni di antisionismo. Neanche il tempo di inviarlo per la pubblicazione che esce la notizia dell’esclusione della delegazione. Non potevo non proseguire il discorso, ma ho ritenuto opportuno farlo a bocce ferme, finiti i tumulti e chiusa la questione, per precisare alcune cose che, a mio avviso, il lettore deve sapere.

In primo luogo, il contesto sociale malese è veramente incredibile. La popolazione è formata principalmente da malesi (50,1%), cinesi (22,6%), Orang Asli (11,8%), indiani tamil (6,7%), poi altre etnie minoritarie (8,8%). Le religioni professate sono: l’Islam (63,7%), il Buddismo (17,7%), il Cristianesimo (9,4%), l’Induismo (6%), il Confucianesimo, il Taoismo e la Religione tradizionale cinese. Tutto questo per dire che l’enorme melting pot che si respira nel paese potrebbe avere come conclusione naturale una situazione di convivenza e di tolleranza ad ampio raggio. Potrebbe. Infatti è esattamente l’opposto: i malesi sono essenzialmente musulmani, l’Islam è religione di Stato e (neanche a dirlo) la popolazione di etnia malese è l’unica a godere di pieni diritti politici e civili. Ora che il lettore può non sorprendersi più di nulla, possiamo cominciarlo ad erudire su ulteriori fatti: l’esclusione israeliana dai Mondiali si inserisce all’interno di un contesto davvero difficile. Saifuddin Abdullah, Ministro degli Esteri di Kuala Lumpur, ha recentemente affermato che il proprio paese non accoglierà più israeliani, poiché “le brutalità’” perpetrate ai danni dei Palestinesi avrebbero “superato ogni limite’”. Abdullah ha inoltre definito “un brutale attentato alla verità storica, promosso da una cricca revisionista appoggiata da Netanyahu” la decisione presa da alcuni Stati di riconoscere Gerusalemme come Capitale unica e indivisibile dello Stato d’Israele.

Il quadro che ne esce è paradossale: la Malesia critica l’operato di Netanyahu per le azioni perpetrate ai danni del popolo palestinese, ma dall’altra parte non tutela i diritti politici e civili della totalità dei propri abitanti. La Malesia invoca la violazione dei diritti umani, ma dà il grande esempio di tolleranza chiudendo i propri confini agli israeliani e non consentendo loro nemmeno la partecipazione ai Mondiali Paralimpici. Antisionismo, ecco cos’è. Per questo non hanno rapporti diplomatici con lo Stato d’Israele. E guai a parlare di antisemitismo, è solamente una giusta reazione nei confronti di uno Stato oppressore. Poi la Malesia può capire la situazione: anche loro sono stati oppressi, dai britannici. Però un’occhiata per vedere se ci sono state azioni antisemite da parte del Governo malese la si dà comunque. Per buona fede. Mahathir Mohamad, Primo Ministro malese. Oltre 20 anni di Governo, il più longevo della loro storia a parte una breve parentesi dal 2003 al 2018. Il politico scrisse nel 1970, in un suo libro: “Gli ebrei non hanno solo il naso grosso, vanno anche istintivamente verso i soldi”. Poi, in un discorso nel 2003: “Un miliardo di musulmani non può essere sconfitto da pochi ebrei. Sono orgoglioso di essere chiamato antisemita. Come posso non esserlo, quando gli ebrei parlano così spesso degli orrori che hanno sofferto durante l’Olocausto e poi mostrano la stessa crudeltà dei Nazisti”. Continua lo sproloquio lo scorso agosto: “Dovremmo essere in grado di criticare tutti. L’antisemitismo è un termine che è stato inventato affinché gli ebrei non siano criticati per aver commesso cose sbagliate.’’

Al lettore i fatti. Al lettore le conclusioni.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 Febbraio 2019
91st-Annual-Academy-Awards-Show-1551178048.jpg

3min440

HaTikwà (L.Spizzichino) – Nella notte di domenica 24 febbraio, si è tenuto nel Dolby Theatre di Los Angeles, uno degli eventi più importanti dell’industria cinematografica statunitense ed internazionale, la 91esima edizioni degli Academy Awards, meglio conosciuto come gli Oscars.

Nell’edizione di quest’anno, presente anche Israele, a rappresentarla Guy Nattiv, regista 45enne di Tel Aviv, che ha vinto il premio per il Miglior Cortometraggio con “Skin”. Della durata di venti minuti, il breve film racconta la storia di Bryon Widner, naziskin dell’Alabama, che nel 2006 per amore decise di togliersi i tanti tatuaggi naziskin che mostravano la sua indiscussa fede di suprematista bianco, razzista, ultraviolento e appartenete ad uno dei gruppi più fanatici americani, il Vinlander Social Club Skinhead Gang.

Dopo oltre seicento dolorose sedute laser, ha letteralmente cancellato dal suo corpo i rapporti con quel mondo fatto di birre, droga, pestaggi, prove di coraggio e odio per tutti quelli che non sono bianchi. Un cambiamento che ha portato Widner addirittura a scappare dalla banda di cui faceva parte, perché visto come un vero e proprio traditore e una persona da perseguitare.Ad aiutarlo nella fuga e nel cambiare vita e a cancellare le tracce di quel vergognoso passato, un attivista che lo aiutato nel suo percorso durato due anni e costato moltissimo.

Nel suo discorso di accettazione di questo prestigioso premio, Nattiv ha detto: “I miei nonni erano sopravvissuti alla Shoah” commosso ha proseguito il suo discorso ricordando chel’odio che loro subirono oggi lo vediamo ovunque, negli Stati Uniti e in Europa. Questo film è parla di educazione, è di come insegnare ai vostri figli qualcosa di diverso, di migliore”. Non sono mancati i complimenti del Presidente dello Stato d’Israele Reuven Rivlin si è congratulato con Nattiv in un messaggio. «Caro Guy, tutto il merito per “Skin” va a te, Sharon e Jaime Ray, ma il film è un regalo ai nostri figli e nipoti, per il futuro che desideriamo per loro. Orgoglioso di essere israeliano! Mazal Tov!». Dopo i tanti prestigiosi premi internazionali vinti dal panorama cinematografico israeliano, dopo più di quarant’anni, un israeliano torna a vincere la statuetta d’oro più ambita dal mondo del cinema, l’Oscar.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Febbraio 2019
Cs2-2251-1024x768.jpg

11min550

HaTikwà (R.Limentani)Aaron Fait, esperto di desertificazione, biotecnologie e fisiologia molecolare, ricercatore e professore presso la Ben Gurion University, è nato 46 anni fa a Bolzano da madre ebrea. Nel 1992 decide di effettuare l’Aliyah e stabilirsi per il primo periodo nel kibbutz Hazorea, lavorando come mungitore in un allevamento di mucche. Dopo aver conseguito una laurea in biologia e un master in ecologia e studi ambientali presso la Tel Aviv University, conclude il suo straordinario percorso di studi con un dottorato in biochimica all’istituto Weizman. Nel 2014 ha preso le redini del programma israeloitaliano “Irrigate”. Tale idea vede l’irrigazione goccia a goccia applicata nei vigneti con l’ ausilio di sensori capaci di monitorare in tempo reale piante, condizioni climatiche e suolo. L’obiettivo era far fronte ai cambiamenti climatici che hanno colpito il Friuli negli ultimi 10 anni, salvaguardandone e ottimizzandone i raccolti con le tecniche innovative israeliane.

Come procede il progetto Irrigate a 5 anni dal suo inizio? Ha dato i risultati previsti e desiderati?
Irrigate è stata una avventura anche per conoscere l’ambiente dei viticoltori italiani, ci ha permesso di utilizzare la loro esperienza ed allo stesso tempo aiutarli a prendere delle decisioni di management delle risorse idriche in maniera più attenta. L’irrigazione goccia a goccia nella vite non è ancora ovvia, ma è sempre più comune. Ora la sfida è ottimizzarla, perché un Sirah non utilizza l’acqua come un Cabernet Sauvignon, e quindi necessita di una strategia irrigua diversa. Gli esperimenti nel deserto ci hanno permesso di studiare con precisione l’effetto di questo metodo d’irrigazione su diverse tipologie di vite, senza la preoccupazione di precipitazioni improvvise e quindi con maggiore controllo delle condizioni di crescita. Il deserto funge quindi da laboratorio a cielo aperto, dove poter testare metodi di agricoltura sensibili ai cambiamenti climatici. Irrigate quindi ha permesso l’interazione tra viticoltori, scienziati, una società privata, Netafim, per sviluppare metodi adatti alle zone del Friuli. Senza contare la perfetta collaborazione dei due Governi, italiano e israeliano.

Sono aumentate le collaborazioni a livello Internazionale per il trasferimento del know-how israeliano nel mondo? Queste conoscenze sono state esportate in Africa o in paesi con grandi territori desertici e mancanza di acqua?
Irrigate è finito, ma sono nati altri progetti, tra cui un progetto europeo sui porta-innesti e sulla tolleranza alla siccità e salinità di cui  Udine ne è il capofila, ma anche un progetto in Slovenia sull’utilizzo di acqua riciclata nella viticoltura. Contemporaneamente Israele ha programmi di ricerca in collaborazione con istituzioni africane. Il nostro istituto ogni anno porta studenti di Master e Dottorato in Africa a partecipare a progetti legati all’agricoltura e alle risorse idriche. Nel mio laboratorio, fino ad oggi ho cresciuto studenti dall’Etiopia e dal Ghana, che sono tornati e torneranno nel proprio paese con know-how israeliano.

Quali benefici può trarre una pianta da frutto in un clima desertico?
Risolto il problema dell’acqua con sistemi di irrigazione, riciclaggio e desalinizzazione, la vite cresce bene nel clima del Negev, le produzioni dei Nabatei a Avdat, dei bizantini e del popolo ebraico ne sono la testimonianza. Gli sbalzi di temperatura tra giorno e notte favoriscono la maturazione e lo sviluppo del metabolismo secondario degli aromi. La bassa umidità riduce il rischio di sviluppo di muffe ottenendo quindi una minore necessità di spruzzare chimica sul frutto, cosa pericolosamente comune in zone più umide. Però per poter riuscire a fare buon vino serve anche proteggere il frutto dagli agenti ambientali che lo possono nuocere. Le radiazioni solari per esempio, nel deserto possono portare il frutto alla disidratazione , all’apparizione di bruciature, per non parlare del livello degli zuccheri (e quindi della percentuale alcolica nel vino) e della perdita di acidità e colore.

Di quali altre ricerche si sta occupando attualmente nel centro Blaustein?
Oggi lavoriamo su progetti che includono la variabilità genetica della vite e la sua risposta a stress ambientali. Cresciamo una trentina di varietà diverse, in due località nel deserto del Negev e ne seguiamo lo sviluppo del frutto, la composizione chimica, e la qualità del vino. Sempre legato alla vite, abbiamo un progetto su cellule staminali di acino, ovvero cellule cresciute in laboratorio che producono polifenoli, composti antiossidanti e antinfiammatori naturalmente prodotti dalla vite, anche se queste cellule lo fanno tutto l’anno e possono essere manipolate geneticamente per aumentare la produzione di questa o quella molecola. Una volta estratte, possono essere utilizzate per la farmaceutica o per il settore alimentare. Lavoriamo anche molto sul pomodoro, un modello per la genetica delle piante, ma anche un’importante cultura in Israele, per il mercato locale e per l’esportazione. Stiamo lavorando a migliorare la tolleranza a salinità e siccità di questa pianta, soprattutto con attenzione all’apparato radicale.

Cosa la portò, in primo luogo, ad avvicinarsi al mondo della biologia vegetale e conseguentemente ad intraprendere i suoi studi in Israele?
Un giorno di primavera durante il laboratorio di fisiologia animale a Tel Aviv capii di non aver fatto i conti con la mia incapacità di effettuare esperimenti sugli animali. Così crebbe l’interesse per l’ecologia, la genetica delle popolazioni di piante e gli ecotipi delle sottospecie adattate all’ambiente. Infatti, le piante non potendo muoversi da un luogo all’altro hanno dovuto sviluppare una miriade di sistemi di adattamento all’ambiente grazie ai quali crescono, fioriscono, fanno frutti, disperdono i propri semi e poi germinano. In tutto questo la chimica gioca un ruolo fondamentale. Dalla protezione contro le radiazioni solari, al mantenimento dell’equilibrio idrico nei tessuti, alla difesa diretta da erbivori. In questo mondo esistono anche casi di collaborazione tra piante ed insetti basati sulla chimica: vi sono insetti che vivono in stretto rapporto con specifiche piante perché queste producono composti chimici che si accumulano nel corpo degli insetti, fungendo da repellenti per i loro predatori. Lo stesso insetto può avere la funzione di fertilizzare la pianta, o di cacciarne i parassiti o predatori. Per quanto riguarda Israele si parla di un amore a prima vista, la sua varietà ecologica, fitogeografica e culturale mi ha rapito. Il deserto è un ambiente in cui mi sento più a contatto con la terra, Madre Terra, senza filtri, un contatto pulito; nel deserto posso ascoltare il silenzio, emozionarmi per i colori dei fiori, per la forza delle piante, e per la grandezza del tempo che ne ha modellato le colline.

Pensa che con la rivalutazione di un area pari al 60% del paese – come quella del Negev –  potremmo finalmente sperare di esportare in grandi quantità prodotti agricoli Israeliani cresciuti senza privare la popolazione di terre abitabili e di acqua?
Il Negev è il futuro di Israele. Qui si esprimerà la capacità di Israele nella ricerca e nello sviluppo, sia agricolo ma anche sociale. Prendi Beer Sheva, una città che ha visto un boom economico significativo, che ha sviluppato settori dell’Hi-tech e della ricerca nel campo della cyber security, che vedrà presto anche moltiplicare la ricerca medica con il progetto di un nuovo ospedale all’avanguardia della medicina mondiale. Pensa alla popolazione di Beer Sheva , a quella degli studenti della sua università, ebrei e arabi che studiano insieme, la società beduina che cambia grazie anche allo sviluppo economico e agli studi delle loro donne beduine nel settore dell’educazione. Beer Sheva, capitale del deserto, fiorisce e con lei il Negev intero. Se sapremo come aiutarlo.


Il Negev, la zona desertica dove Aron Fait vive, lavora e studia, è stato per due anni, la mia seconda casa. La base in cui ho prestato il mio servizio militare, erá proprio là. Per due anni ho fatto, quasi settimanalmente, in autobus la tratta Ber Sheva-Mitzpè Ramon, passando proprio 4 per le colline descritte da Aron. Guardavo annoiato dal finestrino dell’ autobus, quel deserto roccioso e polveroso di colore giallo ocra, domandandomi cosa si potesse tirare fuori da questo territorio così inospitale e brullo, finché un giorno mi sono imbattuto per caso in un articolo scientifico su Aaron Fait. Ricordo come se fosse ora, che, finito di leggere, alzai la testa e guardai fuori dal finestrino e tutto mi apparve sotto una luce differente: quel paesaggio monotono cominciò a prendere vita e colore. Il suo aspetto mutò. Divenne verde. Forse fu proprio così che lo vide David Ben Gurion. Da quel momento, ogni mio viaggio da e per la base fu diverso. Fu un viaggio in cui l’immaginazione apriva la strada ad un verde speranza.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci