Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Luglio 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Negli ultimi mesi sono scoppiate due grosse polemiche che hanno coinvolto il mondo dei fumetti da un lato e il mondo ebraico dall’altro: la prima, che ha avuto risonanza a livello internazionale, riguarda la decisione del New York Times, avvenuta a giugno, di non pubblicare più vignette politiche sull’edizione internazionale dopo che, ad aprile, ne aveva pubblicata una accusata di antisemitismo in quanto ritraeva Netanyahu come un cane con la medaglietta a forma di Magen David che fa da guida a un cieco Trump con la kippah in testa. Ciò ha causato il licenziamento di diversi vignettisti affermati(1).

 La seconda polemica, che riguarda solo l’Italia, è legata al fumettista Gianluca Costantini, celebre per i suoi lavori nel campo del graphic journalism, il giornalismo a fumetti, che è stato anche premiato da Amnesty International; il 17 luglio, questi ha rivelato sul suo blog di essere stato licenziato nell’ottobre 2018 dalla CNN, per la quale pubblicava vignette sullo sport, dopo aver ricevuto accuse di antisemitismo per una vignetta del 2015 in cui un terrorista dell’ISIS si toglie una maschera da Netanyahu. Costantini si è difeso attribuendo le accuse a troll di estrema destra(2).

 

Il contesto generale

Apparentemente sconnesse, queste due polemiche rientrano entrambe in uno spettro più ampio: infatti il mondo del graphic journalism è da sempre fortemente schierato contro Israele. Basti pensare che l’autore maltese-americano Joe Sacco, ritenuto da molti il padre del genere, è salito alla ribalta grazie a opere come Palestina: una nazione occupata e Gaza 1956, dove il conflitto israelo-palestinese viene narrato unicamente dal punto di vista dei palestinesi, mentre gli israeliani sono ritratti quasi come dei mostri.

Un altro esempio lampante è quello del diario a fumetti Cronache da Gerusalemme del franco-canadese Guy Delisle, che nel 2012 vinse il primo premio al Festival di Angouleme, tra i più importanti al mondo per i fumetti: Delisle, sebbene sia meno schierato di Sacco, tende a privilegiare il punto di vista dei palestinesi, tanto da credere persino all’accusa secondo cui i soldati israeliani ruberebbero gli organi dei palestinesi morti. E se si prova a cercare le principali opere sull’argomento su qualunque sito specializzato, si vedrà che quasi tutti i fumetti sul conflitto tendono a prendere posizioni filopalestinesi (salvo poche eccezioni, come La Brigata Ebraica del fumettista belga Marvano).

Ma ci sono stati diversi casi in cui i fumettisti più schierati hanno anche preso parte a iniziative ancora più ostili, come aderire al movimento BDS che vuole boicottare Israele sia sul piano economico che su quello culturale: tra il 2014 e il 2015, ad esempio, decine di fumettisti a livello internazionale hanno inviato due petizioni al delegato generale del Festival di Angouleme, Franck Bondoux, per dirgli di rinunciare alla sponsorizzazione del festival da parte di Sodastream, azienda israeliana attiva nel campo dell’acqua minerale; sponsorizzazione interrottasi nel 2016 proprio a causa delle petizioni(3). Tra i firmatari italiani vi era il già citato Costantini.

Un altro caso, più recente, riguarda il celebre fumettista Zerocalcare, che nel dicembre 2016 ha aderito a una campagna del BDS per boicottare i prodotti dell’azienda informatica HP, accusata di fornire le proprie tecnologie all’esercito israeliano(4).

 

Le radici dell’odio

Ma da dove nasce tanto astio, in questo ambiente culturale, nei confronti dello Stato Ebraico? È qualcosa che non si può spiegare semplicemente con accuse di antisemitismo, anche perché nel mondo dei fumetti, soprattutto negli USA, gli ebrei hanno avuto un ruolo centrale: erano ebrei i creatori di Superman, Jerry Siegel e Joe Shuster, come lo erano quelli di Batman, Bob Kane e Bill Finger, e lo erano anche Stan Lee e Jack Kirby, creatori dei più famosi supereroi Marvel. E non va dimenticato che erano ebrei anche E.C. Segar, creatore di Braccio di Ferro, e Will Eisner, ritenuto da molti l’inventore delle graphic novel. E anche i maggiori fumettisti israeliani, come Rutu Modan e i gemelli Hanuka, in genere sono ben accolti nei nostri festival e dalla nostra critica.

La vera radice dell’antisionismo presente in questo ambiente non va cercata nell’antisemitismo, perlomeno non del tutto, ma nel fatto che la maggior parte dei fumettisti, in Occidente, è politicamente vicina all’estrema sinistra terzomondista, quella che considera l’Europa e gli USA le cause di tutti i mali: basti pensare alla vicinanza di Zerocalcare al mondo dei centri sociali, che tra i suoi colleghi non è un’eccezione bensì la regola.

È significativa in tal senso la graphic novel Capire Israele in 60 giorni (e anche meno) dell’autrice ebrea americana Sarah Glidden: la sua opera è il resoconto a fumetti di un viaggio in Israele con il progetto Taglit, che riavvicina i giovani ebrei alle loro origini. Nell’opera si vede come la Glidden, partendo da pregiudizi tipicamente di sinistra nei confronti di Israele, nel corso del viaggio arriva pian piano a vedere la complessità del conflitto, e alla fine è costretta a mettere in discussione i suoi pregiudizi.

In Italia, invece, da un’inchiesta del settimanale Panorama è emerso che per decenni le case editrici che pubblicano fumetti “impegnati” sono sempre state tutte vicine alla sinistra radicale, e le uniche eccezioni sono costituite da opere in parte vicine al neofascismo(5). In altre parole, nel fumetto italiano dominano gli estremi, e le posizioni moderate faticano a trovare spazio. Il critico Giuseppe Pollicelli, tra i maggiori esperti di fumetto in Italia, già nel 2016 spiegava in un’intervista a Il Foglio che in Italia anche nel mondo della satira prevale il politicamente corretto(6).

 

Considerazioni

Tornando alle due polemiche di cui si è parlato all’inizio dell’articolo: in seguito ai fatti relativi al New York Times, va detto chiaramente che, sebbene la vignetta fosse di pessimo gusto, è una follia anche solo pensare di licenziare un intero staff di vignettisti per l’operato di uno solo. Ciò infatti ha suscitato numerose reazioni indignate in tutto il mondo, soprattutto considerando che in molti paesi un vignettista può anche rischiare la vita per il suo lavoro (vedi Charlie Hebdo)(7). Inoltre, censurando tutte le vignette politiche si rischia di alimentare quello stesso antisemitismo che chi ha denunciato la vignetta vorrebbe contrastare, in quanto si alimenta lo stereotipo delle lobby ebraiche che controllano tutto.

Per Costantini invece il discorso è diverso: dopo il licenziamento dalla CNN si è detto convinto che nei suoi disegni “non esiste razzismo, antisemitismo o pregiudizio, ma solo critiche contro un governo.”(8) Tuttavia, nel maggio 2018, durante i disordini al confine con la Striscia di Gaza per la “Marcia del Ritorno”, egli pubblicò sulla sua pagina Facebook una serie di vignette ben più vergognose di quella per cui è stato licenziato: in una si vede un bambino che urina sulla bandiera israeliana(9), mentre un’altra ritrae un bambino israeliano con la kippah e la scritta “futuro assassino.”(10) Su quest’ultima vale la pena porsi una domanda: se qualcuno avesse postato una vignetta su un bambino musulmano con la scritta “futuro terrorista”, come sarebbe stata recepita? In molti l’avrebbero accusata di islamofobia, e forse sarebbe stata censurata da Facebook. Per la vignetta di Costantini invece nessuno si è indignato. Qualcosa che dovrebbe far riflettere soprattutto chi lo difende dalle accuse di antisemitismo.

Ma anche se i fumettisti che hanno preso queste posizioni non sono antisemiti, le ragioni che li spingono a odiare Israele sono comunque sbagliate: semplicemente, anziché odiare gli israeliani in quanto ebrei li odiano in quanto “occidentali” che vivono in terra araba. Perciò, anche se Costantini lo nega, in realtà i suoi disegni sono pieni di pregiudizio, solo che non lo ammette nemmeno a sé stesso.

 

Note:

1)      “Il New York Times non pubblicherà più vignette che parlano di politica”, Il Post, 11/06/2019

2)      “La reputazione del web: un modo diverso di dire censura”, Gianluca Costantini, gianlucacostantini.com, 17/07/2019

3)      “Dopo le proteste dei fumettisti Angoulême cessa i rapporti con Sodastream”, Fumettologica, 14/01/2016

4)      “Zerocalcare aderisce alla campagna #IoNonComproHP, la tecnologia dell’apartheid israeliana”, bdsitalia.org, 11/12/2016

5)      “La politica? È tutta un fumetto”, Francesco Borgonovo, Panorama, 08/05/2019

6)      “Vignettisti prudenti e comici pol. corr. In Italia la satira ha smesso di aggredire?”, Simonetta Sciandivasci, Il Foglio, 22/05/2016

7)      “New York Times, basta vignette: vince il politically correct”, Roberto Vivaldelli, Inside Over, 13/06/2019

8)      “Gianluca Costantini, accusato di antisemitismo su Twitter, perde il lavoro alla CNN: ‘Vale più la reputazione social della verità’”, Ravennanotizie.it, 23/07/2019

9)      https://www.facebook.com/gianlucacostantini.drawing/photos/a.1669412593106952/1669412686440276/?type=3&theater

10)   https://www.facebook.com/gianlucacostantini.drawing/photos/a.1669412593106952/1669413306440214/?type=3&theater

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Luglio 2019
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HaTikwa (C. Cognini) – A metà luglio ho avuto l’opportunità di partecipare ad un seminario organizzato da EUJS (European Union of Jewish Students), intitolato “EUJS Ambassadors to the UN”. La città che ha fatto da cornice al programma è stata Ginevra, sede delle più importanti ONG ed organizzazioni umanitarie a livello globale. Il periodo in cui si è svolto il seminario non è casuale, infatti proprio dall’8 al 11 luglio si riuniva anche l’Assemblea Generale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.

EUJS, oltre ad aver offerto un seminario ricco di contenuti ed incontri con personalità importanti, ha dato la possibilità a due giovani studenti partecipanti al programma, previa selezione, di fare un intervento presso la Plenaria dell’Assemblea Generale, che ha avuto luogo in quegli stessi giorni. I giovani partecipanti potevano scegliere l’argomento da trattare tra 3 dei 10 punti dell’Agenda del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, ossia 7, 8 e 9.

Punto 7. Situazione dei diritti umani in Palestina e in altri territori arabi occupati

Punto 8. Seguito e attuazione della Dichiarazione di Vienna e del Programma d’azione

Punto 9. Razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e forme di intolleranza correlate, seguito e attuazione di la Dichiarazione di Durban e il Programma d’azione

Grazie a EUJS, ho potuto intervenire nella Plenaria sul punto 7, unico punto di tutta l’Agenda che attacca singolarmente un unico stato, ossia Israele. Ho avuto modo di assistere a tutto il cosiddetto General Debate, durante il quale Siria, Iran, Venezuela, Pakistan e Cile hanno tenuto discorsi all’insegna della retorica contro Israele, unici Paesi ad intervenire, in quanto gli Stati dell’Unione Europea ed Israele ed altri hanno deciso di boicottare l’assurdo argomento dell’Agenda del Consiglio dei Diritti Umani, non presentandosi alla plenaria o non prendendo la parola.

Partecipare al General Debate, ha concretizzato il mio ‘disincanto’ per organizzazioni come le Nazioni Unite, che agli occhi dei cittadini appaiono come fari di giustizia e imparzialità, mentre, nella realtà, sono strumenti di mediazione in cui prevalgono interessi economici e alleanze da rispettare. Nel mio intervento (di seguito riporto la traduzione in italiano) ho potuto mettere in luce il comportamento non-imparziale delle Nazioni Unite riguardo a Israele e la situazione del conflitto israelo-palestinese, che influenza negativamente non solo l’immagine dei cittadini israeliani, ma anche di ogni altro ebreo nel mondo. Il giorno successivo, un altro partecipante al seminario, giovane studente universitario francese, ha avuto l’occasione di fare un intervento sul punto 8, riguardo il crescente antisemitismo che si sta diffondendo non solo in Francia, ma in tutta Europa, in modo allarmante e sempre più palese.

Fin dal primo giorno del seminario abbiamo potuto ascoltare e conoscere persone che si sono distinte per il loro impegno nell’ambito dei diritti umani ed Israele: uno di questi è Hillel Neuer, avvocato internazionale canadese e direttore esecutivo di UN Watch, organizzazione non governativa per i diritti umani e gruppo di sorveglianza delle Nazioni Unite con sede a Ginevra. Durante il nostro incontro, egli ha esposto il lavoro della sua ONG e le difficoltà che si incontrano quotidianamente quando si vuole difendere Israele in un ambiente talmente polarizzato e schierato.

Il giorno seguente, dopo aver fatto i nostri interventi al Consiglio dei Diritti umani, abbiamo incontrato Leon Saltiel, diplomatico che ha lavorato in passato con il World Jewish Congress, che ha tenuto una lezione sulla struttura e organizzazione delle Nazioni Unite. Il terzo giorno è stata la volta dell’Ambasciatrice israeliana alle Nazioni Unite, Aviva Raz Shechter, che ci ha parlato della sua esperienza come una delle prime donne ambasciatrici e diplomatiche e del rapporto che intercorre tra Israele e le Nazioni Unite. Successivamente, presso la Commissione dei Diritti Umani di Ginevra, Yuval Shany, accademico israeliano e Presidente della Commissione, ha messo in luce in ruolo dell’organismo per cui lavora. La Commissione opera per risolvere, attraverso la diplomazia, situazioni di crisi che hanno a che fare con i diritti umani, dialogando con il singolo Stato interessato. L’ultimo giorno, grazie all’avvocato internazionale Ido Rosenzweig, siamo stati introdotti al Diritto Internazionale umanitario, che si applica nelle situazioni di crisi e guerre, attraverso una simulazione che ci ha permesso di interfacciarci in prima persona con le numerose difficoltà e problematiche che bisogna affrontare sul campo.

Come ogni altro programma proposto da EUJS, trovo che quest’esperienza sia stata formativa ed unica per le opportunità che ha offerto a noi giovani studenti interessati ad approfondire quest’ambito lavorativo. Avere l’occasione di intervenire al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a soli 19 anni è stato per me un privilegio, ma lo è stato ancor di più il poter rappresentare i 160 mila giovani ebrei europei che ogni giorno combattono per poter esprimere la loro identità.

 

L’intervento:  

“Grazie Signor Presidente,

Mi chiamo Caterina Cognini, sono membro dell’Unione dei giovani ebrei italiani e parlo oggi a nome dell’Unione europea degli studenti ebrei, l’organizzazione ombrello per 35 Unioni nazionali di studenti ebrei in tutta Europa.

All’inizio di maggio, ho stretto i pugni, vedendo amici e familiari in Israele cercare riparo mentre Hamas lanciava oltre 600 razzi verso Israele in non più di 30 ore. Strinsi i pugni quando venni a sapere che decine di migliaia di israeliani si affollavano in rifugi antiaerei.

Mentre tutto questo stava accadendo, i media internazionali e la comunità globale delle nazioni era quasi completamente silenziosa. Nessuna protesta, nessuna condanna, nessuna sessione dell’ONU di emergenza.

Come giovane ebrea che vive in Europa, posso attestare in prima persona l’effetto che questo silenzio, questa incapacità di richiamare attacchi così violenti, non ha solo sugli israeliani, ma sugli ebrei di tutto il mondo.

L’indagine del 2018 di EU Fundamental Rights Agency (Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali) sulle percezioni dell’antisemitismo tra gli ebrei mostra che la maggioranza degli intervistati afferma che il conflitto arabo-israeliano influisce sui loro sentimenti di sicurezza proprio qui in Europa.

Questo Consiglio, attraverso punto 7, puntando Israele, sta solo legittimando questa dinamica, promuovendo un latente antisionismo, che potrebbe alimentare un sentimento comune di antisemitismo.

Chiedo a questo Consiglio come è possibile che, al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, un punto dell’ordine del giorno sia totalmente dedicato a un solo Stato, lo Stato ebraico, l’unico Paese del Medio Oriente che può essere concretamente democratico?

Signore e signori, il parziale (biased) punto 7 dell’agenda sta solo appoggiando il silenzio clamoroso, lasciato indietro dopo i colpi di razzo e le sirene d’allarme.

Grazie, signor Presidente”

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 Luglio 2019
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HaTikwa (M. Zarfati) – La simmetria dei desideri, Neuland, Nostalgia e Tre piani sono solo alcuni dei titoli degli amatissimi libri di Eshkol Nevo, una delle voci israeliane più autorevoli e interessanti nell’ambito della letteratura contemporanea, dopo Amos Oz e David Grossman.  Nato a Gerusalemme nel 1971, laureato in psicologia, cresciuto tra gli Stati Uniti e Israele, Nevo è oggi scrittore per vocazione e insegnante per passione. Insegna e tiene corsi di letteratura creativa in varie istituti tra cui la scuola Holden di Torino, istituto di cui ci ha raccontato con orgoglio la sua esperienza. Arrivato a Roma in occasione del Festival della Cultura Ebraica, ho avuto modo non solo di poter scambiare qualche parola con lui, ma addirittura di poterci andare a cena e colmare quindi il divario tra Eshkol  scrittore e Eshkol  persona.

Effettivamente, appena appresa la notizia della cena, ero piuttosto impaurita, ma estremamente elettrizzata. D’altronde, andare a cena col proprio scrittore preferito significa coronare un vero sogno: quello di poter conversare amabilmente con qualcuno che con i suoi libri è stato in grado di “guarirti” e guardarti dentro. Ho avuto dunque modo di discorrere con Nevo della sua Israele, del boom economico che sta subendo negli ultimi anni, del conflitto israelo-palestinese – un argomento comune che segna spesso i personaggi dei suoi libri, ma soprattutto della sua  passione per l’insegnamento e per la letteratura. A portarlo a Roma, ha confessato, non è stato soltanto il Festival della Cultura Ebraica e la possibilità di incontrare i suoi tantissimi lettori Italiani, ma una  grande novità. Tre piani, uno dei suoi libri più famosi, diventerà un film che avrà come regista Nanni Moretti e uscirà sul grande schermo entro il prossimo anno. Con questo Nevo si dimostra senza dubbio, non solo un grande rivoluzionario, ma anche un vero pioniere della letterature israeliana. Parliamo dunque di uno scrittore che riesce a farsi spazio nel mondo della cinematografia, spezzando così i pregiudizi legati all’antisionismo.

Mi ha particolarmente colpito il commento che Eshkol ha condiviso durante la conferenza, una conferenza strutturata in maniera frontale accanto a Maurizio Molinari e con una notevole partecipazione di lettori e ammiratori romani. Lo scrittore ha appunto raccontato di un episodio accaduto alla presentazione del suo  libro a Milano, quando una donna del pubblico prese la parole per confessare allo stesso Eshkol che “Grazie a questo libro, ho perdonato me stessa”. Piacevole dunque anche la partecipazione del pubblico, la passione con cui ognuno gli ha chiesto una dedica sul libro alla fine della serata. Discutendo poi a cena, tra un carciofo alla giudia ed un bicchiere di vino rosso, tra le rovine di teatro Marcello e il portico d’Ottavia come sfondo, mi ha raccontato che da grande sognava di insegnare, non avrebbe mai pensato di scrivere libri e di “guarire” anime deluse tramite la sua scrittura. La sua prospettiva mutò drasticamente dopo aver letto un libro che gli cambiò la vita e che gli permise di capire che la scrittura avrebbe tracciato il suo destino.

Particolarmente interessante è stato lo spunto dato durante la conferenza sul mondo dell’editoria in generale. In un mondo che rincorre imperterrito la modernità, dominato da Facebook, Istragram e Twitter, ci domandiamo come stia cambiando il ruolo della letteratura e del libro nello specifico. L’interrogativo è forte, ma la lettura sembra non esser stata abbandonata. Eshkol ha infatti ammesso che sicuramente in futuro forse i libri nella loro forma odierna non esisteranno più; l’inchiostro e le pagine che si ingialliscono con gli anni e che hanno quasi il profumo dei sogni, verranno indubbiamente sostituite da nuove tecnologie. D’altronde ciò sta già accadendo oggi  con i libri formato Kindle o Ebook. Tuttavia, a detta di Nevo, l’uomo continuerà a scrivere e il mondo continuerà a leggere, perché la letteratura nella sua essenza è un bisogno fisiologico dell’essere umano. Israele infatti è uno dei paesi in cui si legge di più e gli scrittori di ogni origine bramano d’esser tradotti per così finire nei ripiani delle librerie a Tel Aviv e a Gerusalemme. L’editoria Israeliana è indubbiamente un campo fertile. Ha parlato inoltre delle sue influenze Italiane, riscontrabili nella sua scrittura, come Italo Calvino e Paolo Giordano, di cui per giunta sta leggendo la sua ultima e consigliata opera “Divorare il cielo”.

Nevo ha poi condiviso con me e con gli altri commensali, il complicato rapporto con la sua Israele: un odi et amo, terra d’amore e contraddizioni, del rapporto speciale con la sua bambina e del suo misterioso rapporto con i segreti. Infatti, per l’appunto, senza rivelare troppo e lasciandoci con un alone di mistero, ci ha comunicato che ad Ottobre uscirà un nuovo libro. Non mi ha svelato alcun dettaglio sulla sua nuova opera, ma ci ha tenuto a ribadirmi quanto per lui ogni libro sia un viaggio. Un viaggio per gli universi dell’io che non sappiamo neppure di conoscere. Dunque, per capire dove ci porterà questa volta Nevo con la sua penna e il suo realismo magico, non possiamo fare altro che aspettare impazienti Ottobre, nonché l’imminente uscita del film ispirato al suo libro nel 2020.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 Maggio 2019
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HaTikwa (D. Fiorentini) – Di fronte al crescente antisemitismo, mascherato abilmente da antisionismo e da una semplice avversione politica a Israele; la nuova frontiera su cui è necessario difendere gli inalienabili diritti degli ebrei è diventata addirittura l’Organizzazione delle Nazioni Unite. In particolare, oltre alle rinomate Assemblea Generale e Consiglio di Sicurezza, dal 2006 è stato creato un nuovo scenario: il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. L’ente, nato con finalità nobili e ammirevoli come la salvaguardia dei Diritti Umani in tutto il mondo, è composto da 47 delle 193 nazioni rappresentate all’ONU. Dal momento della sua fondazione però, complice la presenza di stati come l’Arabia Saudita o l’Iraq (1), abbiamo assistito un chiaro accanimento nei confronti di Israele. Infatti dal 2006 a oggi sono state ben 62 le risoluzioni che condannano lo Stato Ebraico(2), decisamente di più in confronto ad altri Paesi che notoriamente hanno qualche problema interno non da poco: Siria, Iraq, Iran, Corea del Nord combinati assieme infatti contano soltanto 30 risoluzioni. Inoltre, questo trend è ripreso dalla stessa Assemblea Generale che nella sola 73esima seduta (2018-2019) ha promulgato 21 risoluzioni contro Israele, mentre solo 6 contro tutte le altre nazioni del mondo messe insieme(3).

Una vera e propria ossessione, che ha raggiunto il culmine il 18 Marzo 2019 in cui in una sola volta sono state approvate ben 5 condanne allo Stato che di fatto è l’unica libera democrazia del Medio Oriente. “Gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est, e nel Golan siriano occupato”, “La situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est”, “Il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione” , “I diritti umani nel Golan siriano occupato”, “Assicurando responsabilità e giustizia per tutte violazioni del diritto internazionale nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est””, titoli angoscianti, che non solo denunciano una situazione umanitaria devastante, ma sottointendono la presenza di una forza occupante spietata e belligerante. Senza entrare nei dettagli specifici di ogni risoluzione, vorrei sottolineare come tutte e 5 le risoluzioni convergano in poche e semplici massime come: “l’urgenza di ottenere senza ulteriori ritardi la fine dell’occupazione israeliana, che cominciò nel 1967, e affermando che ciò è necessario per garantire diritti umani e le convenzioni internazionali” (4) oppure “condanna l’uso intenzionale di misure letali o eccessivamente forti da parte di Israele, la forza occupante, contro civili, compreso contro quei civili con uno status di protezione speciale sotto il diritto internazionale, nella fattispecie bambini, giornalisti, personale medico e persone disabili che non possono costituire un pericolo mortale” (4), oppure perle come “(l’HRC) richiede che Israele (…) termini immediatamente la costruzione del muro nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est, smantelli con effetto immediato le strutture situate all’interno di questi, rimuovere o rendere ineffettive tutte le legislazioni e gli atti regolatori relativi a quei territori e che ripari tutto il danno causato dalla costruzione del suddetto muro, che ha avuto un grave impatto sui diritti umani e le condizioni socio-economiche del popolo palestinese”. (5) Queste sono solo alcune delle condanne volte a Israele in queste numerose pagine, che frase dopo frase hanno sempre più dell’assurdo.

Innanzitutto la presenza israeliana nei territori di Giudea, Samaria, Golan non è stata ottenuta con una manifestazione di forza bruta contro un popolo di poveri indifesi, ma è il risultato di un conflitto, durato incredibilmente 6 giorni, cominciato per di più dalla parte araba, che contava ben 4 eserciti alleati contro il solo Stato d’Israele. Come in ogni guerra, ai trattati di pace vengono stipulati accordi e concessioni; da questi Israele ottenne la penisola del Sinai e la Striscia di Gaza dall’Egitto, la Cisgiordania e Gerusalemme Est dalla Giordania e le alture del Golan dalla Siria. Con l’intento di mantenere rapporti diplomatici e preservare la pace, Israele negli anni si ritirò dalla penisola del Sinai e dalla Striscia di Gaza, lasciando la prima alla giurisdizione egiziana e la seconda ai “palestinesi”, con la speranza che quest’ultimi potessero fondare il proprio Stato e vivere in armonia. Ciò non accadde, anzi si creò un nemico ancora più vicino a Israele e più imprevedibile, visto che dopo false elezioni prese il potere il gruppo terroristico Hamas. Dopo ormai 14 anni e migliaia di razzi, aquiloni infuocati e attacchi suicidi lanciati verso Israele, è ragionevole concludere che la concessione di terre ai palestinesi non ha avuto l’effetto sperato, per cui è irrazionale e assurdo pretendere che Israele torni ai confini pre 1967 (rinunciando tra l’altro a luoghi sacri come il Muro del Pianto), poiché questo non porterà altro che una maggiore capacità di attacco da parte dei palestinesi e dei loro alleati arabi.

Un’altra questione presa in considerazione è quella della presunta eccessiva reazione da parte di Israele, che, riassumendo i vari punti delle cinque risoluzioni, bombarda a tappeto, rade al suolo case e villaggi, costruisce muri in territori fuori dalla propria giurisdizione, costringe numerose persone a fuggire e ferisce classi sociali indifese come bambini, anziani e disabili; mentre invece i palestinesi si dilettano in proteste pacifiche e in casi estremi osano lanciare qualche sassolino. In primo luogo, è da sottolineare il fatto che queste proteste, in teoria agitate a causa della mancanza di aiuti umanitari, sono rivolte unicamente sui confini con Israele (che ogni giorno fornisce acqua, corrente elettrica, viveri e medicine) e non sui confini con l’Egitto, che come Israele ha stabilito una rigida frontiera, ma al contrario dello Stato Ebraico, non concedono nemmeno supporto economico o umanitario. Come mai? Entrando nel merito della questione, lasciando perdere come i vicini di casa si relazionino con questi nuovi inquilini, è risaputo che Israele agisca in modo chirurgico quando si trova costretto ad intervenire nei territori a giurisdizione palestinese, in modo da limitare le ripercussioni sui civili. Le case demolite o i villaggi bombardati a cui si fa riferimento sono unicamente quelli chiaramente riconducibili a leader terroristi. Inoltre prima di effettuare una di queste due azioni belliche, vengono mandati avvisi o messaggi radio in arabo così da allertare i civili e affinché questi possano allontanarsi in tempo ed evitare di venire colpiti. Al contrario da Gaza vengono costantemente lanciati migliaia di missili verso Israele, in modo completamente aleatorio, tanto che spesso capita che colpiscano persino il territorio relativo a Gaza. Per di più, le “proteste pacifiche” che ormai quotidianamente si svolgono al confine tra Israele e Gaza, non sono altro che scorribande violente ed incivili, di numerosi terroristi che cercano, con i mezzi artigianali a disposizione, di causare più danni possibili agli israeliani circostanti. L’arma più di tendenza degli ultimi mesi è l’aquilone incendiario. Questa arma, spesso decorata da una svastica, ha causato danni ambientali clamorosi: interi campi e raccolti dati alle fiamme, numerose case rovinate e ingenti risorse idriche sprecate per sedare gli incendi.

Il vero squallore però deve ancora venire; infatti i “civili più deboli”, nella fattispecie bambini, vengono forzati a partecipare alle proteste, e sono sfruttati per creare uno scudo umano che renda ancora più difficile l’identificazione dei terroristi palestinesi che, nel frattempo, cercano di penetrare nel territorio israeliano. In altre parole, queste affermazioni promulgate dall’UNHRC sono molto distanti dalla realtà, ma sarebbero solo carta straccia se nessuno le desse peso; purtroppo questo genere di risoluzione riscuote sempre un enorme successo anche durante le sedute dell’Assemblea Generale. Infatti sono circa 150/160 gli Stati che si esprimono costantemente contro Israele, mentre sono solo una manciata quelli che invece si prodigano a favore di Israele. Solamente l’Australia, il Canada e in particolare gli Stati Uniti, non fanno mai mancare il loro supporto; tanto che, visto lo scempio delle ultime risoluzioni, gli USA hanno persino deciso, in segno di protesta, di abbandonare il loro seggio presso l’UNHRC. Purtroppo anche la nostra amata Italia, insieme a tutta l’UE, è partecipe a questo triste spettacolo. Sia per interessi commerciali con i Paesi Arabi, sia per le direttive UE promosse dall’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri Federica Mogherini, l’Italia, nonostante il forte legame culturale e religioso con Israele, ha spesso voltato le spalle allo Stato Ebraico. In conclusione, sulla base delle suddette considerazioni, una soluzione che potrebbe risollevare i rapporti tra Israele e l’ONU, potrebbe essere un esito favorevole delle prossime elezioni europee, sperando che la disastrosa politica anti-israeliana dell’Alto Rappresentante Mogherini possa essere sostituita da un nuovo approccio pro-Israele, che oltre a portare benefici in termini di collaborazione tecnologica, economica e culturale, possa invertire il trend di votazioni presso le Nazioni Unite, cosicché possa essere riconosciuta verità e obiettività nella valutazione del conflitto arabo-israeliano.

Note

1. https://www.ohchr.org/en/hrbodies/hrc/pages/membership.aspx

2. http://ap.ohchr.org/documents/sdpage_e.aspx?b=10&c=89&t=4

3. https://www.unwatch.org/2018-un-general-assembly-resolutions-singling-israel-textsvotes-analysis/

4. A/HRC/40/L.25

5. A/HRC/40/L.27


Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 Maggio 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – La storia di Kobi Marimi è l’ennesima storia in perfetto stile Cenerentola. Dopo il trionfo di Netta Barzilai e i suoi chili di troppo esibiti con orgoglio, quest’anno il rappresentante israeliano all’Eurovision Song Contest mostra un ulteriore volto dell’Israele umana e spesso vulnerabile. Un’Israele ancora inedita. Nato a Ramat Gan, Kobi è il tipico antieroe inibito dei fumetti. Immaginatevi Pippo, l’amico di Paperino. Ecco, Kobi è  Pippo. Kobi è il nostro compagno di banco delle medie, il cameriere che ci serve la pizza, il vicino di casa che incontriamo ogni tanto in ascensore. Eppure, in tutta questa apparente normalità, Kobi nasconde un talento straordinario. Prova dunque a intraprendere la carriera di attore di teatro, ma presto realizza di non essere mai il protagonista, di essere sempre l’attore di accompagnamento. Così all’età di ventisette anni, con un sogno da realizzare e senza alcuna speranza di riuscirci, si presenta alle audizioni del “Hakochav Haba”, competizione canora il cui vincitore diventa di diritto rappresentante israeliano all’ambito Eurovision Song Contest. Nel peggiore dei casi, Kobi dovrebbe rinunciare al suo lavoro di cameriere in un locale di Tel Aviv. Il risultato, invece, è assicurato. Sin dalla sua prima apparizione sul piccolo schermo, Kobi conquista il cuore di migliaia di persone. Timido e impacciato, goffo e un po’ maldestro, Kobi si trasforma davanti alle telecamere spogliandosi delle vesti di brutto da anatrocollo e diventando un bel cigno. Comincia a raccontarsi, a raccontare della sua infanzia sofferta in quanto bambino grasso e denigrato dagli amici. Un  po’ come Netta stessa ha fatto lo scorso anno, infatti, anche Kobi parla spesso di accettazione del proprio corpo e della propria persona, condannando con forza ogni forma di pregiudizio. Eppure c’è in Kobi un qualcosa di più autentico e fragile rispetto alla caotica Netta. Scopro che Kobi è davvero un antieroe, uno di quelli che balbettano lievemente quando gli pongo una domanda scomoda e che aspetta qualche secondo prima di darmi una risposta, perché preferisce scegliere bene le parole da utilizzare. Per farla breve, Kobi vince la competizione del “Hakochav Haba” e diventa ufficialmente il rappresentante israeliano all’Eurovision Song Contest, che quest’anno avrà luogo a Tel Aviv, nonostante tutto. O forse, per merito di tutto. Tutto ciò che si porta appresso. Da quel giorno Kobi è immerso nelle prove e nei preparativi della competizione, determinato a non deludere chi l’ha fortemente voluto su quel palcoscenico. Perché c’è una frase che l’antieroe di Ramat Gan non dimentica mai di pronunciare nelle sue apparizioni televisive. Una frase che ha ripetuto anche in questa intervista con sincerità disarmante, nonostante io sia profondamente convinto che non l’avrebbe sostenuta con altrettanto ardore se l’avessi incontrato quando era ancora un ragazzo qualunque. Una frase decisamente banale e ingenua. E forse, anche per questo, così importante di questi tempi. “Sognare è un diritto di tutti”. 

 

Kobi vorrei che mi aiutassi a capire come cambia la vita di un ragazzo qualunque, che conduce una vita assolutamente normale, che fa il cameriere in un locale a Tel Aviv, e che d’un tratto viene catapultato sul palcoscenico più importante e ambito del mondo.

Diciamo che ho smesso di lavorare nel locale a Tel Aviv e ho cominciato a fare il lavoro che ho sempre sognato. Ecco, diciamo che quel ragazzo qualunque sta realizzando il sogno che coltiva sin da quando era bambino.

Tra un attimo parleremo di sogni, ma prima vorrei che mi raccontassi di quell’attimo in cui hai realizzato che hai vinto la gara del “Hakochav Haba” e che non c’è più via di ritorno.

A volte credo di non aver ancora realizzato. Ho sempre sognato di rappresentare Israele all’Eurovision, ma mai ho creduto davvero che ciò potesse accadere. Ricordo solo l’istante in cui stavano per decretare il vincitore del “Hakochav Haba” e mi sono detto: Kobi, stanno trasmettendo questo momento in diretta nazionale e c’è la possibilità che sia tu il vincitore. Cerca di non avere reazioni esagerate!

Per molti artisti, specie qua in Israele, l’Eurovision è l’ultimo traguardo di una lunga carriera. Tu invece cominci la tua carriera dall’apice. Non hai paura di cadere da lì su e farti male?

Credo che chiunque abbia il desiderio di calcare questo palcoscenico debba mettersi in gioco, a prescindere da quanto lunga sia la carriera alle sue spalle. Sognare è un diritto di tutti. Io per esempio ho ventisette anni ed è almeno da un decennio che fantastico sull’Eurovision. Sicuramente fa paura, ma sono così felice che non voglio rovinare questo momento. Me lo merito.

Se non sbaglio è già la terza volta che pronunci la parola “sogno”. Parliamo allora di sogni, anche perché lo slogan di questo Eurovision è “Dare to dream”. E forse non a caso. Cominci la tua carriera realizzando il tuo più grande sogno Kobi, che altri sogni ti rimangono da realizzare?

Qualche tempo fa il mio manager mi chiedeva com’è possibile che ancora mi emoziono a salire sul palco. In effetti dovrei essermi abituato a esibirmi dopo tutti questi mesi di prove. Gli ho risposto che non importa quante persone mi guardano, dieci o un milione, quando hai un messaggio da trasmettere agli spettatori è sempre emozionante esibirti. Il mio sogno è continuare a trasmettere la mia arte, e non importa quale palcoscenico sarà disposto a ospitarmi.

C’è una domanda che sono in dubbio se porti, perché quando si incontra un artista bisogna parlare di arte e non di altro. Tuttavia, dopo la vincita di Netta Barzilai dell’anno scorso, non possiamo ignorare l’argomento della propria immagine e del proprio corpo.

Chiedi pure.

Anche tu, come Netta, hai raccontato alle telecamere del tuo passato. Di essere stato un bambino grasso, solo, incompreso e pieno d’insicurezze. Volevo chiederti Kobi se pensi che aver avuto un passato difficile sia diventato un requisito indispensabile per piacere agli israeliani. Intendo dire, forse gli eroi non piacciono più. Forse è meglio essere degli antieroi.

Penso che sia una coincidenza che per il secondo anno di fila questo argomento abbia trovato tanto spazio nei titoli dei giornali. Ogni artista, anzi, ogni persona incontra delle difficoltà nella propria vita. Credo che queste cicatrici alimentino la nostra creatività e ci diano la possibilità di alzarci la mattina con il desiderio di cambiare la realtà. Di renderla migliore. Nel mio caso e nel caso di Netta il movente era lo stesso, la nostra infanzia e il nostro corpo, ma non credo che siano gli unici argomenti che tocchino gli israeliani.

Eppure il messaggio tuo e il messaggio di Netta sono un po’ diversi. Anzi, in realtà sono proprio opposti. Netta ci invita ad accettarci e ad amarci per ciò che siamo, con tutti i nostri difetti e tutti i nostri chili di troppo. Tu invece hai attraversato un lungo viaggio prima di diventare il Kobi che conosciamo oggi.

Non credo di aver terminato il viaggio. Il cambiamento non avviene in una notte, il cambiamento avviene ogni giorno. Ancora oggi. Ho perso peso, questo è vero, ma ci sono molte insicurezze che ancora mi porto dietro.  

In un passo della canzone che proporrai all’Eurovision canti, o meglio, gridi a piena voce “I am someone”, ovvero “Io sono qualcuno”. Credi che quel richiamo sia rivolto al Kobi bambino di cui abbiamo parlato?

Ehm… Possibile…

Immaginavo, cos’altro vorresti dire al Kobi bambino?

Ciò che dico al Kobi di oggi e a chi mi ascolta. Dobbiamo ricordarci ogni giorno che siamo qualcuno, che valiamo qualcosa. Ce lo dimentichiamo troppo spesso. La vita ci sottopone a così tante pressioni che è nostro compito dire a noi stessi che valiamo per ciò che siamo.

C’è un altro passaggio della canzone in cui canti “And now I’m coming home”, ovvero “Ed ora torno a casa”. Alcuni sostengono che questa frase lasci intendere il ritorno dell’Eurovision in Israele. Pensi che ospitare l’evento favorisca o sfavorisca la tua potenziale vincita?

In realtà non si tratta di una frase tattica per indicare il ritorno in Israele. La casa in questione è quel luogo in cui ci sentiamo sicuri. In cui ci sentiamo noi stessi.

E se mi intestardissi e ti chiedessi nuovamente se pensi di essere favorito o sfavorito?

Ti direi che è la prima volta che partecipo all’Eurovision e non conosco abbastanza bene le dinamiche per darti una risposta concreta. Ma cerco sempre di essere positivo e vorrei esserlo anche questa volta. Sapere che la mia famiglia e i miei amici sono accanto a me in questi giorni mi tranquillizza molto.

La tua canzone ha ricevuto molte critiche sui social e nei media. Dopo il carnevale di Netta dell’anno scorso, pensi di capire il perché delle polemiche e la delusione dei fan o non te ne capaciti proprio?

Le critiche ci sono sempre state e sempre ci saranno. Penso che il ruolo principale di qualsiasi forma di arte sia quello di scuotere gli animi delle persone. Però voglio dirti che ricevo decine e decine di messaggi da parte di quelle persone che inizialmente avevano fortemente criticato la mia canzone e che ora chiedono scusa perché hanno scoperto di adorarla. Io per esempio ci ho messo un sacco di tempo prima di farmi piacere il Sushi. Ci sono alcune cose a cui ci si bisogna abituare.

Se posso permettermi, personalmente non credo che gli israeliani siano delusi dal fatto che canterai una ballata, chi ti conosce e ti segue sa che mai e poi mai ti saresti esibito all’Eurovision con una canzone in stile Netta. Penso che la delusione sia dovuta dal fatto che gli israeliani si aspettavano una canzone dalle sonorità meno internazionali e più locali, considerato sopratutto che la competizione avrà luogo quest’anno a Tel Aviv e non in Europa.

Possibile, non lo escludo, ma voglio dirti una cosa che ho imparato nel periodo in cui studiavo recitazione e mi esibivo a teatro. Non importava quante persone venissero a complimentarsi con me al termine dello spettacolo, bastava che ci fosse una sola persona che mi faceva notare che il calzino sporgeva dal pantalone, che tornavo a casa con l’amaro in bocca e con la sensazione di aver fallito. Non voglio concentrarmi su chi fa polemica, voglio dare spazio a chi mi sostiene e riempie di complimenti. E poi l’Eurovision non finisce qui, l’anno prossimo ci sarà di nuovo e l’anno dopo ancora. Israele avrà la possibilità di mandare ogni volta un rappresentante che mostri un volto inedito del paese e di chi ci abita. Questa volta hanno scelto me.

Kobi, una parola che descrive ciò che stai vivendo? E per favore non dire “emozionante” o “incredibile”.

Wow… Che domanda difficile! Ehi, dici che “wow” possa andare bene come risposta?

Direi che “wow” va più che bene.