Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Filippo Tedeschi 

Il fatto di cronaca è recente: prorio durante le commemorazioni per il Giorno della Memoria a Torino, nell’androne di un palazzo in cui vive una donna di origini ebraiche, compare l’ennesima scritta antisemita. L’ennesima, sì. Perché solo pochi giorni prima un’altra scritta era comparsa a Mondovì, in provincia di Cuneo e qualche giorno dopo è risuccesso a Bologna. Non che noi ebrei italiani ci stupiamo più di tanto, sia chiaro: tutto rientra nelle scene di ordinario antisemitismo come rilevato dalle più recenti inchieste statistiche europee e nazionali che vedono il fenomeno in crescita.

La faccenda assume però connotati “divertenti”: se da più tempo eravamo abiutati al doppio standard di quella destra che da un lato strizza l’occhio ad Israele, squisitamente in chiave antislamica (si c’è veramente qualcuno che pensa che il modello per la guerra santa contro l’Islam sia un paese con oltre il 20% di popolazione musulmana), eravamo anche soliti vedere più sfumati i contorni di quella zona grigia di certa sinistra, in particolare movimentista, la quale dietro allo slogan “si può essere antisionisti senza essere antisemiti” era pronta a scendere in piazza cartelli alla mano dichiarando lo Stato Ebraico come occupante da Haifa a Eilat, da Tel Aviv a Gerusalemme senza fare il minimo distinguo tra zona e zona. Il tutto condito da simpatici grafici colorati in cui dimostrano che cent’anni fa i palestinesi governavano sul 100% del territorio (ah sì? Ma dove?) e che pian piano gli immigrati ebr… hem sionisti abbiamo preso il controllo della quasi totalità della regione.

Questa retorica, pur sempre presente all’interno di quel mondo, è però aumentata verticalmente in corrispondenza della seconda intifada, del ritiro dalla Striscia di Gaza e con la fine della guerra del Libano del 2006. Sostanzialmente da quando Israele non si è più trovato seriamente coinvolto in una guerra aperta contro un’altro Paese confinante e l’unico fronte critico rimaneva quello palestinese.

Torinamo però allo slogan di partenza: “si può essere antisionisti senza essere antisemiti”. Non è uno slogan detto a caso e lo voglio dire in tutta onestà, raramente è sbandierato in malafede. Se il doppio standard della destra è palesemente di comodo, quello di questa specifica sinistra è quasi sempre genuinamente ideologico. Talmente ideologico da celare agli occhi del militante di turno la difficile applicazione del suo assunto. Questo modo di parlare e pensare è tipico di quella sinistra movimentista legata ad una Memoria, seppur un po’ colorita, di certo partigianato. Prova ne è che da quella esperienza storica, soprattutto per quanto riguarda la questione palestinese, si è subito apropriata di quel lessico della seconda guerra mondiale che disgraziatamente e così collegato all’esperienza delle principali, ma non uniche, vittime di allora. Così nasce la “diaspora” palestinese, la Striscia di Gaza diventa un “lager”ed i giovani soldati israeliani di terza o quarta generazione sono ancora delle “forze d’occupazione”. I palestinesi hanno gradito e hanno iniziato ad usare questo linguaggio anche loro. L’obbiettivo più o meno velato è però chiaro: suscitare nell’uditorio una più dura reazione di disgusto. “Ma come; proprio loro che hanno subito la shoah poi si comportano allo stesso modo con i palestinesi?”. Ma loro chi? Gli ebrei o i sionisti?. “Ma siamo antisionisti, non antisemiti”.

Chi ha avuto la pazienza di leggere sin qui si chiederà cosa c’entra tutto questo discorso con i graffiti antisemiti da cui siamo partiti. Eccovi subito la risposta. Nella sera del 4 febbraio, a Torino, proprio quella sinistra movimentista è scesa in piazza su invito del coordinamento Progetto Palestina in solidarietà alle vittime dei recenti atti di antisemitismo rivendicando la loro ferma contrarietà ad ogni forma di razzismo e antisemitismo. Parliamo degli stessi movimenti che pensano che l’unico modo di aiutare i palestinesi sia quello di dedicare il loro tempo demonizzando la condotta dello Stato ebraico in qualsiasi campo. Così oggi l’accusa è di pinkwashing perché difendi i diritti dei gay solo per coprire gli orrori commessi ai poveri palestinesi, domani l’accusa è di Aidwashing perché vai dai terremotati dell’Emilia, dalle vittime della catastrofe di Haiti e del tifone nelle Filippine per apparire bello agli occhi del mondo.

Così nasce anche il veganwashing (https://www.mintpressnews.com/vegan-washing-israel-veganism-palestinian-oppression/262707/) (sic!) ed il technologywashing, perché se inventi una macchina che crea acqua potabile partendo dall’aria, non lo fai di sicuro per aiutare l’umanità, ma solo per coprire le tue infinite barbarie. E allora sapete che c’è? Oggi inventiamo anche il shoahwashing, che è quella pratica di preoccuparsi tanto della Memoria degli ebrei morti, per poi sparare a zero sugli ebrei vivi. E attenzione, non vale la regola che ci sono anche gli “ebrei buoni”, i vari Moni Ovadia e l’allegra combricola della rete degli ebrei contro l’occupazione. Anche la Lega di Salvini ha eletto un senatore nero e l’ex ministro Fontana aveva un amico omosessuale, ma non basta.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Manuel Moscato

Il 15 del mese di Shevat, secondo il calendario ebraico, è il Capodanno degli alberi, un giorno conosciuto anche come Tu Bishvat. Questa festività simboleggia il passaggio da un anno a quello successivo, riguardanti le leggi delle Maserot (le decime del prodotto), della Orlà (i frutti dell’albero che per i primi tre anni non si possono consumare) e di Sheviit (le regole riguardanti l’anno Sabatico: Shemità). Ad esempio, la norma dell’Orla che troviamo nella Torah, nella parashà di Kedoshim, ci spiega che per i primi 3 anni dal giorno in cui è stato piantato l’albero non se ne potevano mangiare i frutti. Il quarto anno venivano consacrati al Signore e si potevano mangiare solo a Gerusalemme, mentre il quinto anno era permesso consumare i frutti dell’albero normalmente. Ci poniamo la seguente domanda: perché i nostri Maestri z”l hanno stabilito questo Capodanno degli alberi proprio il 15 di Shevat, ovvero in un periodo di freddo e gelo? La stessa domanda se la pongono i Chachamim z”l nella Ghemarà (Trattato di Rosh Hashaná), rispondendo che, dal momento che molte Halachot si basano su ciò che avviene in Israele, e siccome gran parte della stagione delle piogge in Israele finisce intorno al 15 di Shevat, questa data è considerata il nuovo anno per gli alberi. In questo periodo, grazie alle piogge invernali, il terreno è impregnato d’acqua, e fa sì che la linfa inizi a circolare negli alberi e la frutta possa iniziare a maturare.

La sera del 15 di Shevat (Tu Bishvat), è uso fare un Seder mangiando la frutta della Terra d’Israele e bevendo il vino. Ci può essere una similitudine con il Seder di Pesach? La risposta è sì. Il punto d’incontro tra il Seder di Tu Bishvat e il Seder di Pesach è quello di bere 4 bicchieri di vino: il primo tutto di vino bianco; il secondo di vino bianco misto a un po’ di vino rosso; il terzo metà vino bianco e metà vino rosso; e il quarto tutto di vino rosso. I 4 bicchieri di vino che si bevono la sera del Seder di Pesach stanno a significare, come dice la Ghemará nel trattato di Pesachim, le 4 esclamazioni che ha detto Hakadosh Baruch Hu per salvare il popolo ebraico dalla schiavitù d’Egitto, per poi arrivare alla vera Gheulà: “Vi farò uscire, vi salverò, vi libererò e vi prenderò come mio popolo”. Mentre i 4 bicchieri di vino che si bevono la sera del Seder di Tu Bishvat rappresentano la liberazione della natura, in particolare quella di Erez Israel, dal rigore invernale che tende a congelare e a impedire “l’uscita” dei germogli e dei frutti. Anche nella terra d’Israele ogni anno la natura si trasforma dal bianco a rosso arrivando fino a Tu Bishvat, quando si scorgono i fiori che cominciano a sbocciare. Durante tutto il Seder si mangiano tanti tipi di frutta, e c’è l’usanza di soffermarsi su ogni frutto e studiare delle Mishnaiot ad esso collegate.

Nella Torah è scritto che un uomo è paragonato ad un albergo del campo; e le mitzvot che facciamo tutti i giorni sono paragonabili ai frutti dell’albero. Se ne deduce che, come un uomo non sa stare senza le mitzvot per servire e amare Hakadosh Baruch Hu, l’albero senza i suoi frutti non riesce a vivere. E quindi possa essere questo Tu Bishvat l’inizio della crescita dei frutti e la continuazione nello studio della Torah e delle mitzvot.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi 

Al giorno d’oggi il nazionalismo viene spesso visto come portatore di odio per il diverso e chiusura in sé stessi, anche a causa degli orrori della Seconda Guerra Mondiale; tuttavia, il suo opposto non è l’unione pacifica di tutti i popoli come cittadini del mondo, bensì l’imperialismo autoritario, di cui oggi l’Unione Europea, l’ONU e la NATO sono le maggiori manifestazioni: questa è l’audace tesi che sta alla base del saggio Le virtù del nazionalismo, scritto dal filosofo e biblista israeliano Yoram Hazony e pubblicato in Italia da Guerini.

In questo volume, l’autore espone diverse argomentazioni secondo cui il nazionalismo altro non è che il diritto all’autodeterminazione dei popoli in un mondo di nazioni libere, nonché una giusta via di mezzo tra due estremi: da un lato la divisione primitiva in clan e tribù, dove la violenza è molto più presente che in uno stato-nazione, e dall’altro lato l’imperialismo, inteso come un insieme di nazioni assoggettate a un ordine dispotico che può anche dar loro pace e sicurezza, ma ne limita la libertà.

In questo senso, anche il nazismo in realtà era una forma di imperialismo, in quanto la Germania voleva conquistare l’intero continente, così come lo erano il comunismo e la Chiesa Cattolica, che volevano imporre i loro dogmi al mondo intero. E dopo la fine della Guerra Fredda, secondo l’autore, i principali fautori dell’imperialismo sarebbero l’UE e gli Stati Uniti. Una tesi, quella dell’imperialismo UE, che in Italia è stata ripresa di recente anche dallo storico Marco Gervasoni nel suo libro La rivoluzione sovranista. Hazony riesce ad affrontare tutte queste tematiche citando numerosi pensatori liberali e conservatori, e anche quando cerca di smontare le idee con cui è in disaccordo lo fa con toni pacati, senza aggressività.

Uno dei maggiori difetti del libro invece sta nelle posizioni dell’autore riguardo alla religione: infatti egli sostiene che l’identità di una nazione deve affondare le radici nei testi sacri, e non prende in considerazione l’idea di uno stato laico. Eppure, in Italia gli ebrei hanno ottenuto l’emancipazione grazie al Risorgimento e all’Unità nazionale, che però aveva un’impronta laica, in contrasto con lo Stato Pontificio dove gli ebrei erano discriminati.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Febbraio 2020
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HaTikwa, di David Fiorentini 

“Quando ero nel mondo del business, se c’era un affare molto complicato si diceva che fosse più difficile del conflitto israelo-palestinese, (…) ma io non sono stato eletto per nascondermi dalle difficoltà, sono stato eletto per fare grandi cose”. Così il POTUS Donald Trump martedì alle 12 di Washington DC ha aperto la presentazione del Deal of The Century, l’affare del secolo. La più grande e dettagliata offerta per mettere una volta per tutte la parola fine all’annosa questione mediorientale. Affiancato dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e alla presenza del capo dell’opposizione israeliano Benny Gantz, Trump ha preso una posizione storica, condivisa anche da molti Paesi del mondo arabo i cui ambasciatori erano presenti nella gremita platea della Casa Bianca.

Il piano di pace è una “win-win opportunity”, un’occasione da non perdere sia per gli israeliani che per i palestinesi, ma prima di poter scendere nei dettagli è necessario, ha spiegato il presidente americano, che alcune precondizioni siano raggiunte: innanzitutto l’Autorità Palestinese deve fermare le malefiche attività di Hamas, della Jihad Islamica e degli altri nemici della pace, terminando la propaganda di incitamento all’odio verso Israele e bloccando la compensazione economica per i terroristi. Per essere efficace il piano deve garantire la sicurezza di Israele e non deve comportare alcun rischio per i suoi cittadini; per questo motivo l’amministrazione statunitense si è prodigata negli scorsi mesi anche per stabilizzare l’intera regione: liberando tutti i territori sotto l’egemonia dell’ISIS, eliminandone il leader Abu Bakr Al-Baghdadi, uscendo dal terribile accordo sul nucleare iraniano ed uccidendo un altro grande nemico della pace, il generale iraniano Qassem Soleimani.

L’eccezionalità del Deal of the Century consiste nel genuino interesse verso il benessere della popolazione palestinese e non della dispotica classe dirigente: “Qualsiasi altro piano di pace aveva come unico obiettivo la creazione di due stati, come se ciò magicamente avesse potuto portare la pace. Il terrorismo, l’economia palestinese, il sovrappopolamento di Gaza sono fattori mai presi in considerazione.” Finalmente viene affrontato il “Day Two”, ovvero il mantenimento delle posizioni geopolitiche previste. Attraverso la crescita del welfare palestinese e della sicurezza israeliana viene in un modo completamente rivoluzionario risolto il nodo economico e sociale del conflitto.

Entrando nel merito del piano, sono numerosi i punti trattati dal team guidato da Jared Kushner, che si possono dividere in una parte politica e in una economico-sociale. In primis i palestinesi potranno avere un proprio stato veramente indipendente e con una contiguità territoriale garantita da un treno sotterraneo che collegherà Gaza alla Cisgiordania. D’altro canto, l’intera città di Gerusalemme sarà la capitale dello Stato d’Israele; i palestinesi potranno invece proclamare dei sobborghi (Kfar Aqab, Abu Dis e metà di Shuafat), impropriamente chiamati Gerusalemme Est, come capitale e gli USA vi stabiliranno un’ambasciata. La parte antica di Gerusalemme, su cui sorgono i siti sacri delle tre religioni monoteiste, rimarrà sotto il controllo israeliano che permetterà, come ha sempre fatto, libertà di culto a tutti i fedeli. Lo status quo nella Città Vecchia di Gerusalemme verrà garantito anche dal Re di Giordania, il quale ha espresso un forte sostegno per il piano americano.

Su una scala maggiore, Israele annetterà la Valle del Giordano, costituendo finalmente un confine orientale e annetterà tutti gli insediamenti ebraici presenti nella Giudea e nella Samaria, creando in alcuni casi delle enclavi nel futuro stato palestinese. Inoltre, ai palestinesi verranno concesse delle terre contigue alla Striscia di Gaza, raddoppiando il terreno totale su cui potrà stabilirsi lo Stato Palestinese. Infine, i magnifici patrimoni biblici attualmente nelle aree sotto il controllo palestinese dovranno essere accessibili, così da rifiorire in tempo moderni: tutta l’umanità deve avere la possibilità di conoscere e condividere le glorie della Terra Santa.

Una volta compiuta questa prima fase, la cui scadenza sarà nel 2024, gli Stati Uniti investiranno un enorme capitale nella nascente economia palestinese: ben 50 miliardi di dollari, che produrranno 1 milione di posti di lavoro, dimezzeranno il livello di povertà e raddoppieranno, se non triplicheranno, il GDP Palestinese. Una sorta di Piano Marshall che terminerà questo infinito ciclo di dipendenza da organizzazioni di beneficenza e aiuti internazionali, rendendo il nuovo stato indipendente sia politicamente che economicamente. “È ora per il mondo musulmano di riparare l’errore fatto nel 1948, quando scelse di attaccare invece di riconoscere lo Stato di Israele”.

Dopo il discorso del Presidente Trump, ha preso la parola il Premier Netanyahu che ha sottolineato ulteriori dettagli della parte politica del piano: innanzitutto i palestinesi dovranno riconoscere la legittimità di Israele come Stato Ebraico, procedere al disarmo di Hamas e alla smilitarizzazione di Gaza. Inoltre, il piano prevede persino la risoluzione del problema dei rifugiati palestinesi: infatti una gran parte di questi e i loro discendenti verranno ammessi nel nuovo stato palestinese, senza dover entrare in Israele e gravare su di esso.

Netanyahu, dopo aver ringraziato il Presidente Trump per il suo lavoro e la sua amicizia, ha concluso con un antico detto ebraico: “Se non ora, quando? se non noi, chi?”. Questo piano non è solo il Deal of The Century, ma anche l’”Opportunity of the Century”, che i palestinesi non possono farsi scappare, perché occasioni del genere non capiteranno più.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Gavriel Hannuna

Il 30 dicembre 2019 lo scienziato cinese He Jiankui, e il team da lui guidato, sono stati arrestati dalle autorità del suo paese con l’accusa di “pratiche mediche illegali”. Nel novembre 2018, il team di ricercatori aveva fatto scalpore nella comunità scientifica mondiale per aver fatto nascere, per la prima volta nella storia, dei bambini geneticamente modificati tramite la tecnologia CRISPR-Cas9. Jiankui sostenne di aver reso i bambini resistenti all’infezione dell’HIV, nella speranza di poter importare questa innovazione in tutto il globo, e in particolare in paesi come quelli africani (l’Africa ha il 69% di tutti gli infetti da HIV nel mondo). Ma allora perché questi scienziati, con così promettenti innovazioni, sono stati incarcerati?

Per capire questa decisione (appoggiata dalla gran parte della comunità scientifica) bisogna sapere che cos’è CRISPR-Cas9. Spesso descritto come uno strumento fantascientifico, CRISPR-Cas9 non è altro che una parte del sistema immunitario di alcuni tipi di organismi. Questa proteina è in grado di effettuare tagli nel DNA con maggiori facilità e precisione rispetto alle tecniche precedentemente in uso. Dal 2011 si è dimostrato possibile usare questa nuova tecnologia nelle cellule umane, facendo nascere un vivace entusiasmo e, allo stesso tempo, una forte preoccupazione sia negli esperti che negli altri. Infatti, essendo uno strumento così potente, Cas9 ha aperto numerose domande etiche riguardo ai limiti dell’utilizzo dell’ingegneria genetica sugli umani, alle quali si dovrà rispondere nei prossimi anni: Dove tracciare la “linea” per delimitare l’editing genetico sugli embrioni? Si può permettere ad un’arma del genere di essere usata solo da chi se lo può permettere economicamente?

Come ha sottolineato lo storico israeliano Yuval Noah Harari nei suoi “saggi sul futuro dell’umanità“, stiamo vivendo nell’era della rivoluzione biotecnologica che, come un’onda, potrebbe travolgerci o essere cavalcata.

Oltre a non aver aspettato che la società “rispondesse” a queste domande, Jiankui ha ignorato i numerosi rischi ai quali ha sottoposto i bambini da lui ingegnerizzati, dato che CRISPR-Cas9 è ancora considerato troppo impreciso per modifiche come quelle attuate dal team cinese.

Mentre ci chiediamo come andare avanti per evitare scenari distopici, e come evitare che una scoperta scientifica si trasformi in un vaso di Pandora, la scienza avanza con passo spedito. Israele è tra i pochi paesi al mondo dove la ricerca è incredibilmente incentivata, anche per quanto riguarda le biotecnologie. Nelle migliori università israeliane la tecnologia CRISPR è ormai entrata nel quotidiano: laboratori come quello del Dr. Ayal Hendel all’Università Bar-Ilan, del Dr. Itamar Harel all’Università Ebraica di Gerusalemme e molti altri guidano la ricerca israeliana nell’estirpare le malattie genetiche o addirittura l’invecchiamento, proprio tramite la proteina Cas9.

In tutto il mondo, la ricerca per sviluppare un metodo sicuro per usare questa nuova tecnologia sugli umani prende terreno. Gli esperimenti di Jiankui potrebbero diventare una routine per i genitori futuri, un vero e proprio vaccino prenatale, ma, come la maggior parte delle scoperte scientifiche, CRISPR-Cas9 è una spada di Damocle che incombe sul capo di tutta l’umanità. Se riusciremo a dare delle risposte sagge alle numerose domande etiche che caratterizzano il nostro secolo e se queste risposte saranno condivise da tutti gli stati, allora potremo entrare con serenità in una nuova pagina della storia umana.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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