Cultura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 Giugno 2017
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Vi sono temi con cui l’ebraismo ha subito familiarizzato subendo alcuni un graduale processo di sviluppo, altri che devono ancora essere pienamente concettualizzati. Il libro di Yosef H. Yerushalmi “Verso una storia della speranza ebraica” nasce come tentativo di colmare lo iato tra questi due poli: i temi cristallizzati da una parte e il flusso di quelli da definire dall’altra. Se è vero che l’esilio ha svolto il ruolo di esperienza culturale essenziale per l’ebraismo quale ora lo conosciamo, è altrettanto vero che non tutti i suoi aspetti sono stati opportunamente sviluppati. Mi riferisco a “quella storia della speranza ebraica” che pare essere del tutto assente. “Si pensi che non abbiamo una storia dell’Amore, della Morte, della Pietà né della Crudeltà né della Gioia”, scriveva lo storico Febvre nel 1941 e se solo fosse stato uno studioso di ebraismo avrebbe accennato anche alla mancanza della speranza come categoria storiografica. Richiamandosi a queste parole Yerushalmi pone la questione dell’esilio come terreno d’indagine: polemizza contro l’approccio con cui la storiografia ebraica ha pensato la diaspora quale mera condizione esistenziale tralasciandone la valenza storica.

Negli stessi cantieri di lavoro Daniel e Jonathan Boyarin riflettono sull’argomento accentuando due parametri fondamentali per l’identità di un gruppo: una comune radice genealogica e la provenienza geografica. Il tema dell’esilio e della condizione diasporica apre così la strada a una continua riformulazione: fa dialogare il luogo da cui si proviene o che si abbandona con quello in cui si risiede e tenta poi di valutarne le contraddizioni interne. Contraddizioni tanto più evidenti quanto più l’esule tenta di esprimersi, consapevole però dell’inadeguatezza della lingua nel definire la sua condizione. Di pari importanza è pensare la coppia speranza/disperazione non solo in termini di perdita, assenza e nostalgia ma anche come continua trasformazione dettata da nuove suggestioni che lo sradicamento impone.

Dietro tutto questo si rifugge la passività per abbracciare un’ottica di sfida nei confronti del presente e di investimento sul futuro. Se la parola esilio si avvicina al significato di andare oltre o uscire, diaspora indica la dispersione di un popolo rispetto alla terra d’origine inglobando talora il problema di un possibile radicamento e dunque crescita. Se l’esilio è un leitmotiv fin dalle prime pagine della Bibbia – la storia universale comincia con la cacciata dal paradiso – perché non se ne sviluppa la speranza che pure pare essere concetto necessario? Perché non la continua dialettica tra esilio dalla terra d’origine e domicilio nella terra che ci ospita? E che dire dei diversi modi in cui l’esilio può esser letto – come esperienza reale e ideale ad esempio? Per non parlare poi delle cause che lo hanno motivato e delle percezioni che gli ebrei di esso hanno avuto.

L’approccio critico che Yerushalmi applica all’analisi dell’esilio pare ricordare la presa di Gerico: ci si avvicina quatti quatti al tema prendendolo da diverse vie. Si potrebbe cominciare a riformulare lo studio del passato: all’atteggiamento paternalistico verso gli ebrei di ieri deve essere sostituita l’analisi del contesto storico e dei suoi cambiamenti epocali; all’aspetto fideistico deve essere avvicinato quello storico e al posto dell’approccio acritico si deve scegliere quello dialettico. Più che un libro di storia quello di Yerushalmi sembra essere un saggio di critica storica: in ogni riga si sente il monito della comparazione e del distacco, l’unico in grado di costruire un dialogo tra i vari orizzonti: temporali, tematici e storici.

Da Shalom.it

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 Giugno 2017
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Se è vero in generale che l’identità scaturisce dal confronto tra le idee e la complessità variopinta del mondo, lo è in particolare per quanto riguarda l’identità ebraica. Per la quale il confronto è quasi sempre scontro, cozzare in battaglia, e l’identità scintilla preziosa e transeunte. Alla ricerca di difficili identità è dedicato il recente libro di Enrico Fubini “Musicisti ebrei nel mondo cristiano”, pubblicato da Giuntina. Attraverso la descrizione di figure di primo piano di musicisti ebrei, emerge uno spettro di atteggiamenti differenti e di modalità di relazionarsi con l’identità ebraica. Non è un testo di storia della musica per specialisti: sintetico e agile, si rivolge davvero a tutti gli interessati ponendo un interrogativo quanto mai attuale: esiste un nesso, per gli ebrei, tra miglioramento delle condizioni di vita, integrazione e perdita della differenza, ovvero assimilazione?

La domanda comincia a porsi nel tardo Rinascimento, nel contesto dei tentativi di riforma della musica sinagogale in senso polifonico da parte di figure come Salomone Rossi e Leone da Modena. Ma è nell’Ottocento che la questione si impone. Qui Fubini ripercorre le vicende umane di musicisti ebrei la cui opera è considerata unanimemente cardinale per la cultura europea. Sono numerosi, ma di particolare significato mi sembra il percorso di tre di loro.

Gustav Mahler

Di Felix Mendelssohn, l’enfant prodige del pianoforte e della composizione convertito per volontà del padre, leggiamo il conflitto interiore e la consapevolezza che un cognome aggiunto, Bartholdy, non risparmiasse dagli attacchi antisemiti. Assistiamo al tentativo del “tre volte senza patria” Gustav Mahler di recuperare barlumi di un mondo di cui avvertiva il progressivo, inesorabile spegnimento. Il mondo della cultura dei salotti viennesi, dell’autonomia del bello, della formazione come ideale di affrancamento dell’uomo dalla storia, per entrare nel quale Mahler era stato costretto alla conversione, un mondo di ieri a cui il compositore torna con un’ironica nostalgia analoga, per alcuni aspetti, a quella di Hofmannsthal e di tanti altri cantori ebrei della finis Austriae.

E infine Arnold Schönberg, il cui tragitto di europeo e di ebreo è forse il più complesso e paradigmatico. Nel 1898, con la conversione al protestantesimo, Schönberg stacca come molti altri il biglietto d’ingresso in società. Negli anni del dopoguerra comincerà un percorso di riscoperta dell’ebraismo, significativamente parallelo a quello che lo porterà all’invenzione della dodecafonia. E allora, dalla Scala di Giacobbe al Mosè e Aronne, l’ebraismo incide sempre più a fondo la sostanza musicale, la fa sua, ne determina i moduli e i concetti. Ma il cammino non finisce qui: musica e identità ebraica hanno ancora una lunga strada da percorrere, insieme.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 Giugno 2017
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Nel panorama degli emergenti scrittori italiani, un posto di rilievo va senza dubbio ad Alessandro Piperno, Premio Viareggio prima e Strega poi, attualmente docente di letteratura francese a Tor Vergata. Perché pubblicare un articolo a lui dedicato su Hatikwà? Perché Piperno non ha di ebraico solo il cognome, ma ha costruito la sua carriera intorno a una sorta di mito ebraico, sempre ricorrente nei suoi romanzi; ma più che di ebraismo, racconta di ebrei, romani di origine ma cittadini del mondo nello svilupparsi della trama, nel flusso della quale sono protagoniste più generazioni. Spregiudicati imprenditori, medici di successo, bocconiani in carriera o sionisti convinti, è ampio lo spettro dei suoi personaggi, che richiamando più realtà provengono però da una matrice comune.

Non si parla solo di ebrei, anzi, i vari intrecci romantici portano alla nascita dei così detti figli di matrimonio “misto”, spesso le voci narranti del romanzo; e se lo straniero interno, come è stato spesso l’ebreo nelle società europee, è quell’individuo che vive in una realtà diversa ma limitrofa alla maggioranza, che dire dei figli dell’incontro? Di chi nasce ai bordi del confine fra comunità e fuori? Lo sguardo disincantato e romanzato allo stesso tempo di Piperno riesce a dipingere la duplice prospettiva del confine. Scava nei mutui stereotipi, dipinge l’ebreo e il non ebreo, le aspettative e le credenze reciproche e l’effetto sugli altri. Uno specchio imparziale, che aiuta a comprendere sia noi sia l’altro. Emblematica la scena in cui il giovane protagonista di “Con le peggiori intenzioni” al funerale del nonno si propone come decimo uomo per la cerimonia rituale e viene respinto in quanto non “alachicamente” ebreo. Con tale gesto è respinto anche il suo orgoglio ebraico, ed emerge alla coscienza la sua maledizione,  che è allo stesso tempo la sua benedizione.

Ebreo fra i gentili e gentile fra gli ebrei. Il prezzo da pagare è un amaro senso di esclusione, ma in cambio, la sottrazione a qualsiasi retorica di parte e un’intellettualmente onesta visione del mondo. Interessante notare il retroscena che accompagna i suoi romanzi: un drastico tracollo finanziario, un amore non ricambiato o uno scandalo che manda in rovina la vita privata e professionale dei protagonisti. E non farò spoiler a possibili interessati: il dramma accompagna il lettore dall’inizio alla fine dei suoi libri, è un sottofondo che a momenti alterni riemerge nello svilupparsi della trama.

E’ questa inarrestabile decadenza, economica e morale, il vero protagonista. I personaggi sono solo le forme che assume. Vittime di un destino inevitabile. Non a caso Piperno è un esperto del decadentismo francese, autore di opere quali “Proust antiebreo” (2000) e  “Sulle tracce di Baudelaire e Sartre” (2007); E ritengo sia proprio questa la bellezza estetica dei suoi romanzi: la capacità di trasmettere il dramma del decadentismo francese attraverso i contorni intimi e familiari nei quali gli ebrei italiani si possono in qualche modo riconoscere.

Giulio Piperno

Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 Maggio 2017
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Da Gerusalemme a Gerico e il Mar Morto la strada scende rapidamente in mezzo alle gobbe del terreno arido. Chissà che cosa hanno pensato i primi soldati israeliani che l’hanno percorsa cinquant’anni fa, durante la Guerra dei sei giorni di cui fra pochi giorni cadrà l’anniversario. Sempre che abbiano pensato qualcosa di specifico, scendendo giù giù fino al punto più basso della Terra. “Torneremo a scendere verso il Mar Morto, sulla strada di Gerico”, cantava Naomi Shemer in “Yerushalaim shel zahav”, avviata a divenire un simbolo tra i più vivi del “miracolo dei sei giorni”, la vittoria fulminante su numerosi eserciti che minacciavano Israele di distruzione. Una strada deserta e in discesa, dove non c’è posto per altro che non sia la gioia della vittoria.

“Sulla strada per Gerico” (Baderech liricho) è un racconto di Yizhar Smilansky, noto come S. Yizhar, importante scrittore israeliano di cui per ora soltanto alcuni libri sono stati tradotti e pubblicati in Italia (tra questi “La rabbia del vento”, Einaudi, e “Convoglio di mezzanotte”, elliot). S. Yizhar è nato a Rehovot nel 1916 e appartiene dunque alla prima generazione degli scrittori sabra, autoctoni israeliani. Abile paesaggista, è un riferimento per tutta la spumeggiante letteratura israeliana successiva.

“Sulla strada per Gerico” racconta un episodio durante la Guerra dei sei giorni, quando l’incontro casuale di alcuni soldati israeliani con una famiglia di arabi sfollata diventa l’opportunità per un gesto di solidarietà e fratellanza. La vicenda si svolge lungo la strada tra Gerusalemme e Gerico: nonostante il titolo, però, gran parte della narrazione si concentra sul ritorno, una faticosa anabasi. Diversamente dalla strada per Gerico in “Yerushalaim shel zahav”, quella di S. Yizhar non è deserta. E’ una strada popolata da uomini e donne, anziani e bambini. E’ una strada, soprattutto, in cui a ogni discesa corrisponde, molto più difficile, una salita, aliyà. Non è forse vero che in Israele, e a Gerusalemme in particolare, si ritorna, si sale? Un percorso complesso, dunque, immagine di una aliyà che non si esaurisce alla dogana ma chiede di essere sempre rinnovata: tenerlo nella giusta considerazione può essere un buon modo per avvicinarsi al cinquantesimo anniversario dalla guerra del 1967. E fare da antidoto contro due atteggiamenti speculari ma ugualmente discutibili: da una parte il trionfalismo sterile, dall’altra una cieca autoflagellazione.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 Maggio 2017
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Norman Oppenheimer Strategies. Questo c’è scritto sul biglietto da visita. Cosa vuol dire? Tutto e nulla. Norman vive per aiutare. La sua massima soddisfazione è rendersi utile in un senso esistenziale, più che economico. Si infila tra le vie innevate di New York, insegue il parente, l’amico, il rabbino, il collega, quella persona influente che pensa di conoscere meglio di quanto conosce, racconta di uno all’altra, ha i loro contatti. Sembra un senzatetto di classe, non un “mafioso”: è ossessionato dagli altri, dal farsi apprezzare, ma sottotono. Non si capisce bene dove viva. Offre connections, ma non è un businessman. Vede l’intera città come un piccolo villaggio, dove al posto di galline, uova e latte, in gioco ci sono ammissioni a Harvard del figlio di un politico.

E’ eccentrico ma all’inizio sembra ancorato alla realtà: certo magari a una persona dice di conoscerne un’altra, o imbellisce alcune parti del racconto, ma non è un inganno, sembra trascinato dalla sua stessa ossessione, un business altruista. Che business poi? Tutto. Consigli, rapporti, ma fatti di un innocente “Quello è il figlio di Salomon?”, “Se vieni a questa cena ti presento Taub di una delle famiglie più influenti”, poco importa se alla cena non era neanche stato invitato, il contatto si crea anche così e magari funziona pure. Anche quando attacca bottone con una donna, sul treno, la chiacchierata sembra solo quella di un vecchietto un po’ petulante ma con buone intenzioni. La donna poi si rivela essere a capo di un’associazione investigativa, ma questo avrà molta più importanza dopo (no spoilers).

Norman conosce un uomo, un ministro del commercio israeliano, a cui per qualche giorno a NY inizia a dare consigli, dall’economia a dove comprare vestiti e volendoselo ingraziare (nonostante questo ironizzi che in Israele più ti vesti con abiti costosi e peggio è per un politico alle prime armi) gli compra un paio di scarpe costosissime. Pochi anni dopo questo stesso uomo diventa Primo Ministro in Israele e questo regalo, insieme al rapporto su cui Norman ha fantasticato, crea uno strano legame tra i due.

Quando Norman lo vede a Washington e viene riconosciuto e abbracciato ha la certezza di aver conquistato un posto d’onore e la sua vita si ribalta. Poco dopo – in una delle scene più  interessanti del film – questo mondo di connessioni di serie A prende vita attraverso proiezioni surreali attorno a lui con ognuno dei membri di diverse associazioni, esponenti di tipi di ebraismo, organizzazioni a cavallo tra i paesi, lo circonda e spiega cosa fa, come se tutti parlassero con lui. (Chiunque sia mai stato a una convention dell’AJC, AIPAC, ZOA o simili, ha sentito quelle frasi alla lettera).

E’ amato dalla sua comunità che infatti, pur prendendolo in giro, si fida di lui, dopo gli anni di successo, per poter salvare la sinagoga, chiedendogli di trovare un donatore: lui inizierà a tessere una rete di favori impossibili, non da “Lupo di Wall Street” ma da disperato, sempre più contorti, promettendo un donatore inesistente, convincendo il rabbino ad aiutare un parente che vuole sposarsi con una coreana che non è stata convertita nel modo giusto e così via… Infine quel regalo fatto tanti anni prima avrà conseguenze enormi sull’immagine del Primo Ministro in Israele e anche tragiche in America…

Il regista Joseph Cedar

Il film “Norman: The Moderate Rise and Tragic fall of a New York Fixer” è diretto da Joseph Cedar, un regista israeliano, nato in una famiglia ortodossa, che aveva diretto  “Footnote” ,  un capolavoro nominato agli Oscar,  anche quello focalizzato sulle minuzie delle parole, degli scambi contorti e di personaggi eccentrici che vivono in una bolla a se stante.

Ogni gruppo etnico ha rapporti interni a gomitolo e vive di connessioni: in un paesino siciliano non c’è solo la mafia, ma anche il bar e per gli ebrei è uguale, le connessioni non sono solo “lobby”, ma esperienza di vita inevitabile. Uno studente arriva in una nuova città e viene trascinato in diversi circoli ebraici a catena. In molti casi c’è totale libertà, non è settario, auto-ironia o percorsi diversi, ma è un tratto culturale innegabile legato a una certa chutzpah e un calore delle comunità allargate, con pregi e difetti. A chi è stato in Israele saranno capitate scene assurde come un tassista che si offre di portare i bagagli sotto casa, poi lascia il proprio biglietto da visita e dopo aver saputo che lavoro fai ti dà il contatto di suo figlio, ma allo stesso tempo pochi giorni dopo organizza una cena presentandoti all’intero quartiere. O un host di Airbnb che scopre che la signora che ha preso l’appartamento fa l’editrice e inizia a portare libri e capitoli sempre più improbabili, o a portarla in caffè di Tel Aviv.  O a NY trovarsi in un ufficio pieno di carte di un vecchio ebreo sefardita che calcola le tasse su fogli a matita, senza occhiali, sente la sua intera famiglia al telefono perché vuole che compri il giornale dell’amica della figlia e ci faccia una donazione. O forse questi sono esempi troppo specifici… ma da cui traspare il senso di un’esperienza collettiva. Forse non diversa da una siciliana a Milano, ma con un sapore ebraico. Sono scene buffe e fanno parte dello spirito sabra, pragmatico, e anche un po’ artistico: storytellers, creatori di tele vaganti, diretti.

Questo film – di cui non rivelo alcuno spoiler, oltre a queste premesse – solleva però una questione interessante dal punto di vista etico, simile a quella del “Mercante di Venezia”. Il Mercante in Shakespeare incarnava diversi stereotipi ebraici, avaro, ansioso, “introdotto” in alcuni ambienti, eppure la sua fine tragica, il battesimo forzato ne fa anche un eroe per gli ebrei, e merita una visione sfumata. Shakespeare non era ebreo e quindi i tratti sono più generici, ma nel Mercante ci sono anche tanti elementi ebraici millenari: come per Norman in questo scambio continuo di beni, in questo vagare ai limiti della società per necessità (dopo aver perso le terre nel Medioevo) c’è la loro forza e fascino.

Un film non deve mai seguire una morale, nessuno è obbligato a “far fare bella figura” al proprio gruppo etnico, a lavare i panni sporchi in famiglia, anzi, sarebbe un affronto alla creatività,  ma il cinema fa i conti con alcune responsabilità, volente o nolente. Tanti romanzi a tema ebraico sono riempiti di personaggi problematici, inquieti e inquietanti e ci sono film israeliani meravigliosi che raccontano di alcune frange ortodosse con dettagli vissuti, ma strappando il sipario e denunciando un male, un dolore enorme, meglio se raccontato dal punto di vista personale e non generalizzato. Ci sono commedie o drammi che si appoggiano molto a stereotipi ebraici ma utilizzandoli come punto di lancio o introdotti nell’immaginario comune. Sono spesso però una sorta di lettera d’amore a una propria “famiglia” nonostante alcuni difetti.

“Norman” è una questione diversa. Da un lato non mostra personaggi cattivi di per sé, non rende il suo protagonista un Bernie Madoff dei poveri, né un truffatore, né un menzognere consapevole, ma più uno scemo del villaggio, un personaggio mercuriale. Mostra addirittura Israele come un paese forte, meraviglioso, i rapporti tra USA e Israele sono stretti e codipendenti, ma senza alcuno spirito di denuncia. E’ la realtà. Il Primo Ministro israeliano, un Justin Trudeau sabra che arriva persino a un fantomatico trattato di pace,  dice una frase che racchiude l’essenza di quello per cui Israele esiste: “L’opposto del compromesso è la morte”, sottintendendo anche una cultura della morte dall’altra parte.

Eppure in un mondo antiglobalista e sempre più preso da dietrologie fa comunque effetto come si racconta oggi uno “stereotipo” o una maschera, soprattutto conoscendo New York solo da fuori (Cedar, il regista, è nato in Israele). Un addetto ai lavori, una persona ironica, una persona interna a quel mondo lo vede come una metafora colta di alcuni effetti a catena e di personaggi cittadini tipici, ebrei erranti, mendicanti di favori, un meddler, un fixer… Uno spettatore che ci ha potato la fidanzata, annoiato, può vederci un film dove ogni ebreo guadagna qualcosa con un favore e una lobby, certo condannata, che esiste e alcuni meccanismi che fanno pensare ai “Ponzi schemes” che tanto hanno dominato le news anni fa… Ognuno ne trae quello che vuole, ma è interessante guardare alle due facce della medaglia. Il finale è geniale e legato alle sorti del Primo Ministro in un modo inaspettato.

Il film potrebbe essere tranquillamente ambientato negli anni 70 per come mostra i rapporti umani e la città stessa, gli iPhone stonano e lo catapultano nel 2016  e le relazioni USA-Israele sono più  vicine a quelle dell’era Clinton e Bush, in uno strano mix che da un lato è geniale, dall’altro forse un punto debole non da poco, che confonde un po’ le idee e rende meno validi alcuni momenti, essendo tutti i personaggi inventati, soprattutto nell’epoca più densa di notizie in cui viviamo. E’ anche casuale che in Francia uno degli scandali delle elezioni presidenziali che ha coinvolto François Fillon è stato legato a “regali” in forma di abiti da uomo da 12000 euro…

Il film galleggia come il suo protagonista che si vanta del fatto che “continua a nuotare”, la sua intera vita passata è un mistero che emergerà pian piano. Richard Gere in versione ebreo newyorkese è sorprendentemente convincente e Steve Buscemi che fa il rabbino vale tutto il film. Non è una commedia, non sono personaggi alla Adam Sandler o Ben Stiller, ma sembra una fotografia di quei passanti distratti, eminenze grigie della città, acrobati su un filo invisibile…

Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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