Cultura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 Febbraio 2019
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HaTikwà (N.Greppi)Da molti anni il fumetto è diventato a pieno titolo un mezzo per raccontare la realtà attraverso le immagini, sia che si tratti dell’attualità politica e sociale o della storia. A provarlo ulteriormente è il fatto che nel 2018 è stata pubblicata negli USA una graphic novel che narra un’importante vicenda della storia ebraica avvenuta nella Spagna del ‘200. Debating Truth: The Barcelona disputation of 1263, scritta dalla storica Nina Caputo e disegnata dall’illustratrice Liz Clarke.

La storia si svolge nell’estate del 1263, quando il Ramban, uno dei più illustri rabbini del suo tempo, dovette recarsi a Barcellona per affrontare un dibattito di tipo religioso davanti a Re Giacomo I d’Aragona e alla sua corte. Il suo avversario, Frate Paolo, era un ebreo convertitosi al cattolicesimo e appartenente all’Ordine dei domenicani, il quale cercava di strumentalizzare alcuni passaggi del Talmud per affermare che gli ebrei avrebbero riconosciuto Gesù come Messia. Nei giorni successivi, i due contendenti cercarono di usare al meglio la retorica e la loro conoscenza per difendere la propria posizione, in una sfida che avrebbe avuto forti ripercussioni sui rapporti ebraico-cristiani nel Regno di Aragona (che comprendeva, oltre a quest’ultima e alla Valencia, anche la Provenza, la Sicilia e la Sardegna). Sin dall’inizio il Ramban e Frate Paolo dimostrano una grande abilità nell’argomentare le rispettive tesi, e non cedono mai alla tentazione di passare all’insulto o di interrompere; ma nonostante ciò, il contesto si rivela molto più favorevole per il domenicano, dal momento che il Ramban è da solo difronte a una “giuria” composta prevalentemente da cristiani.

Anche per questo, nonostante il re fosse più tollerante nei confronti degli ebrei rispetto ai frati e agli altri dignitari, alla fine il Ramban viene dichiarato sconfitto, il che permise ai domenicani di censurare testi talmudici visti come offensivi nei confronti della Chiesa. Alcuni anni dopo, le loro accuse di blasfemia nei confronti del Ramban spinsero quest’ultimo a emigrare ad Acri, dove morì nel 1270. Quello della Disputa di Barcellona è un capitolo di storia medievale molto controverso: come scrive la Caputo nella prefazione, ci sono arrivati solo due resoconti scritti all’epoca in cui si svolsero i fatti: uno, anonimo e scritto in latino, descriveva il Ramban come impreparato difronte alle domande di Frate Paolo; il secondo, scritto in ebraico proprio dal rabbino, descrive nei minimi dettagli il dibattito tra i due e dipinge i frati come impreparati.

Sotto diversi punti di vista l’opera è fatta molto bene: la Caputo, che insegna storia medievale all’Università della Florida e ha già dedicato un saggio accademico alla figura del Ramban, descrive con cura il contesto storico-geografico, mentre Liz Clarke, illustratrice sudafricana specializzata in graphic novel storiche (compresa una su Daniel Mendoza, celebre pugile ebreo vissuto nell’Inghilterra del ‘700) ha un tratto molto realistico e capace di attrarre il lettore. Lo stesso, purtroppo, non si può dire dal punto di vista narrativo: infatti, la storia scorre in modo lento e monotono, poiché nella prima metà del fumetto i due contendenti fanno discorsi troppo complessi per chi non è esperto di Talmud. L’opera, che non a caso è pubblicata dalla Oxford University Press, appare molto utile se usata per la divulgazione storica ma inadatta a chi cerca l’intrattenimento.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 Febbraio 2019
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HaTikwà (N.Greppi) – Nell’ultimo decennio il cinema israeliano ha assistito a un considerevole aumento di produzioni di film legati a un genere che, fino ad oggi, non era mai stato molto presente nello Stato Ebraico: gli horror. A testimoniare l’importanza che questo genere di film sta cominciando ad avere in Israele, il quotidiano Haaretz gli ha dedicato un lungo approfondimento.

Tutto è iniziato con Kalevet, un film del 2010 diretto da Aharon Keshales e Navot Papushado. Tre anni dopo, i due salirono alla ribalta a livello internazionale con Big Bad Wolves, che fu definito dal regista americano Quentin Tarantinoil miglior film uscito nel 2013” (quest’ultimo tra l’altro si è sposato a novembre con una cantante israeliana, Daniella Pick, NdR). Big Bad Wolves parla di un professore accusato di violentare e uccidere ragazzine che viene sequestrato dal padre di una delle vittime che, in cerca di vendetta, lo sottopone a ogni genere di tortura per farlo confessare.

Un aspetto importante che viene messo in luce dall’articolo di Haaretz sta nel fatto che molti film horror israeliani sono legati all’esercito: per la precisione, 6 degli 11 film horror usciti in Israele negli ultimi dieci anni sono ambientati in contesti militari. Ad esempio, Basar Totahim è un horror del 2013 diretto da Eitan Gafny, che parla di un gruppo di soldati inviati in Libano per una missione che si imbattono in un esercito di zombie. Sempre di zombie parla Muralim, un corto di Didi Lubetzky uscito anch’esso nel 2013 che parla di un giovane militare che deve trascorrere la sera di Pesach a lavorare in una base militare; a un certo punto, viene coinvolto in una feroce lotta per la sopravvivenza dopo che il grosso delle truppe d’elite presenti nella base sono state trasformate in morti viventi.

Intervistato da Haaretz, lo storico del cinema Ido Rosen ha ipotizzato che questa ascesa degli horror con un’ambientazione militare sia dovuta al fatto che in questi film si cerca di rielaborare i timori e le preoccupazioni vissute da soldati: “Coprire l’argomento con la ‘fantascienza’ e altri generi presumibilmente ‘d’evasione’ gli permette di tirare fuori il senso di paura, per affrontare la morte e le ferite di guerra“. A pensarla così è anche il regista Lubetzky: “Mi piace prendere un genere che è molto americano, con le sue regole e convenzioni, inserirlo qui e vedere come gli israeliani reagiscono alla situazione. Molti film horror americani sono ambientati nel college, dove ha luogo l’esperienza formativa per molti americani. Quindi per me è stato logico prendere questo stile e trasferirlo nell’IDF.”

L’articolo di Haaretz non è certo il primo che si occupa degli horror israeliani: già nel maggio 2016 se n’era occupato un articolo della rivista ebraica milanese Mosaico, che faceva notare come questi film nello Stato Ebraico rispecchiavano in chiave surreale fatti di cronaca molto comuni: come Freak Out, commedia horror diretta da Boaz Armoni che parla di un soldato imbranato che si ritrova da solo in una basa a dover fronteggiare un gruppo di terroristi. “Mettiamo in scena i timori della cultura israeliana e della sua società”, dichiarò all’epoca Boaz Armoni. “Come il timore nei confronti degli Arabi, per esempio. Non abbiamo incentrato il film sul forte, eroico esercito. Si vuole raccontare solo della vicenda di un piccolo, codardo soldato in un posto pericoloso.” Ma ci sono stati anche casi di israeliani che si sono distinti in questo genere al di fuori del loro paese, e in particolare ad Hollywood: in questo senso, il più importante è sicuramente il regista Oren Peli, autore del film culto Paranormal Activity.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Gennaio 2019
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HaTikwa (D.Zebuloni) – In mezzo a tutto il baccano, a quel brusio insopportabile al quale ci siamo abituati (o forse rassegnati), la voce di Elena Loewenthal è un faro di luce e verità. Una voce cosciente, che non cade mai nella retorica. Una voce fuori dal coro, ma non perché stonata. Giornalista, scrittrice, docente universitaria: i titoli di Elena sono numerosi ed importanti, ma è la sua identità da traduttrice che ci porta a ricordare l’amicizia avuta con Amos Oz, scomparso lo scorso 28 Dicembre all’età di 79 anni. Le sue parole:

Trovo doveroso cominciare questa intervista con un ricordo ad Amos Oz. C’è un momento che ti lega particolarmente a lui? Un aneddoto che ci puoi raccontare?
Di momenti particolari ce ne sono tanti, perché sono vent’anni che lo accompagno nelle traduzioni italiane. Ci sono tanti altri autori, ma con lui si era stabilita un’amicizia e un affetto veramente unici, tali per cui ogni esperienza di traduzione è stata particolare a suo modo. Soprattutto tutti gli incontri che ho avuto con lui, sia in Israele che in Italia, mi hanno lasciato un qualcosa di particolare in termini di riflessioni ed emozioni.

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato traducendo i suoi testi?
Io sostengo che i libri belli siano molto più facili da tradurre dei libri brutti. Nel caso di Amos Oz tutto questo vale mille volte, perché i suoi libri sono tutti straordinari. Tradurre i suoi libri è sempre stato un qualcosa di intimo e spontaneo al tempo stesso. Le sue parole nel testo ebraico scorrono con una limpidezza unica, e per la traduzione questo è un gran dono.

C’è un libro di Oz che ti piace più degli altri?
Ogni libro mi ispira un rapporto diverso, un amore diverso. Certamente “Una storia di amore e di tenebra” è stata e resta per me l’avventura di traduzione più esaltante e complessa che io abbia mai avuto, perché la Feltrinelli voleva che la traduzione italiana fosse la prima in assoluto ad essere pubblicata. E così è stato. Ho lavorato sul dattiloscritto con le sue note scritte a mano e questo ha fatto sì che la versione uscita poi in ebraico fosse un po’ diversa. C’è addirittura un brano che io non ho avuto e che poi si è deciso di non inserire nemmeno nelle tantissime ristampe successive. Certamente questa totale immersione nel suo libro, nella sua vita, nella tragedia di sua madre mi hanno coinvolto in un modo indimenticabile.

Immagino che le sue opere abbiano influenzato non soltanto la Elena traduttrice, ma anche la Elena scrittrice. In che modo?
Oltre ai libri di Amos Oz, il lavoro di traduzione è di per sé una manna per la scrittura. Questo corpo a corpo con il testo ti permette di esplorare i lessico, la morfologia, la sintassi della frase in cui nulla ti può sfuggire. Questo appunto aiuta tantissimo nella scrittura in sé, nella ricerca di quella chiarezza, di quella precisione di cui la lingua scritta avrebbe sempre bisogno.

Esiste un momento preciso in cui hai capito di voler diventare scrittrice? Un attimo su cui puoi puntare il dito e dire: “ecco, lì tutto ha avuto inizio”?
Ho sempre amato molto scrivere, sin dalle elementari. I temi, i pensierini mi piacevano molto. Poi ad una certa età ho scoperto di essere in difetto, perché i miei compagni di classe del liceo non andavano in contro al tema con lo stesso entusiasmo con cui andavo in contro io. La giornata in cui c’era il tema o la traduzione dal greco o dal latino era una giornata in cui andavo a scuola più volentieri che mai, perché oltre all’impegno c’era sempre una dose di divertimento.

Hai scritto decine e decine di libri, qual è la tua maggior fonte d’ispirazione?
L’ispirazione è un qualcosa che riguarda la vita. Qualcosa che senti, che vedi, che ricordi. Credi di inventare, ma invece si tratta principalmente di ricordi. Le letture, le parole. Tutto è ispirazione. Per me qualunque esperienza è stata così, l’ultima fra tutte la morte di mio marito. Ho sentito la necessità di scrivere per capire, non il mistero della morte e della sofferenza ovviamente, ma più semplicemente quello che mi stava succedendo nella testa e nel cuore.

Possiamo allora affermare che ogni libro è un po’ autobiografico? Che ogni tuo libro porta dentro un pezzetto di te?
Questo no, non esattamente. “Lo specchio coperto”, di cui ti parlavo, in qualche misura lo è, ma cerco sempre di raccontare qualcosa che io possa condividere poi con il lettore. Non si tratta di parlare di me, si tratta di parlare di ciò che la vita mi porta a desiderare di raccontare.

C’è un libro, tra quelli che hai scritto, a cui sono particolarmente legato. Un libro che personalmente reputo debba diventare una lettura obbligatoria in tutte le scuole d’Italia. Parlo di “Contro il giorno della memoria”. Ricordo che più che un libro, ebbi la sensazione di leggere un lungo sfogo. Cos’hai provato scrivendolo?
Quel libro, il cui titolo è provocatorio ma efficace, nasce da una collaborazione che, a suo tempo, avevo avuto con il deputato Furio Colombo a favore del progetto di legge che ha portato poi all’istituzione della Giornata della Memoria. Negli ultimi anni tuttavia avevo cominciato a sentire un po’ di disagio quando venivo chiamata a parlare dell’argomento, così avevo deciso di cominciare a declinare questi inviti. Innanzitutto perché si tratta di una giornata che per me costa una grande sofferenza, ma poi perché sentivo emergere sempre più questa retorica sul ricordo che nasce da una considerazione fondamentalmente sbagliata. Mi spiego. Il Giorno della Memoria dovrebbe essere quel giorno in cui l’Europa e l’Italia ricordano la storia, la propria storia. Tuttavia negli ultimi anni stava diventando sempre più un atto di omaggio agli ebrei morti e non un’assunzione di responsabilità. Ecco il perché del mio rifiuto. Lo scopo di questa giornata doveva essere un altro. Penso che questa sia anche la causa degli atti di vandalismo anti-ebraico e di insulti sui social che puntualmente aumentano intorno al Giorno della Memoria. Questo libro, più che uno sfogo, è il risultato di una riflessione che mi ha portato a capire che c’è qualcosa che non funziona in questo rituale collettivo.

Il libro è stato pubblicato nel 2014. Reputi che qualcosa sia cambiato da allora?
Un po’ di dibattito c’è stato in questi ultimi anni, forse anche in seguito alla pubblicazione del mio libro, che sul momento ha destato molto scalpore. Ricordo che i giorni in cui il libro uscì fui molto discussa ed evocata. Poi questi ultimi due anni sono stata in Israele come addetto culturale dell’Ambasciata italiana, quindi ho un po’ perso la percezione.

Immagino che Israele la conoscessi già molto bene, come definiresti invece la tua esperienza nell’Ambasciata italiana?
Sì, Israele la conosco molto bene, il lavoro e la famiglia mi ci hanno sempre portata. L’esperienza in ambasciata invece è stata molto bella perché mi ha aperto le porte su mondi a me totalmente sconosciuti fino a quel momento. Mi ha permesso di imparare un sacco di cose, che alla mia età è un privilegio raro.

Un’ultima domanda Elena. HaTikwa è un giornale di giovani che parla ai giovani. C’è un qualche messaggio che reputi importante e che vorresti trasmettere alla nuova generazione ebraica italiana?
I messaggi sono sempre un po’ vacui. Vorrei invitare i ragazzi a non arrendersi mai di fronte a quelle realtà che ci sembrano nere o bianche. Di cercare sempre la complessità. C’è sempre qualche sfumatura che chiede l’interrogazione. D’altronde la nostra tradizione lavora da sempre sulla complessità, non si arrende mai al significato univoco. Cerca sempre il significato tra le righe, dentro le righe e negli spazi bianchi. Questo è un esercizio fondamentale, di coscienza e di emozioni. Ecco, cercate sempre la complessità.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Gennaio 2019
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HaTikwà (D. Spizzichino) – Cari amici ugeini e cari lettori, vi ringrazio per l’attenzione con cui vi siete espressi nel sondaggio e sono felice di corrispondere alla vostra richiesta con questa piccola rubrica di Mussar, la morale ebraica. Cercando un punto di incontro tra lo studio personale e il desiderio divulgativo, vi propongo di studiare insieme a me un’opera che, pur nella sua brevità, rimane un monumento fondamentale della letteratura del genere: la Iggeret HaRamban, la Lettera del Ramban.

Rabbi Moshè ben Nachman – più famoso come Ramban o Nachmanide – è stato uno dei più grandi Maestri del medioevo spagnolo e di tutto il pensiero ebraico. Nato a Girona nel 1194 da un’importante famiglia rabbinica, visse la maggior parte della sua vita in Spagna prima di emigrare in Israele nel 1267, dove terminò la sua vita pochi anni più tardi (1270 circa). Proprio nell’ultimo periodo della sua vita scrisse è la Iggeret, la Lettera, diretta al figlio Nachman dalla città di Acco, per guidarlo moralmente e ispirarlo all’umiltà. Secondo quanto riporta l’opera Meufelet Sappirim, il Ramban istruì il figlio a leggerla una volta a settimana e a insegnarla ai figli in modo che questi la potessero imparare a memoria per istruirli al timore divino. Il Nachmanide, sempre secondo questa fonte, sosteneva che l’abitudine di leggere la lettera procurasse protezione dalle sofferenze e rendesse degni della vita nel Mondo Futuro.

Concludo questa breve introduzione sottolineando che non è un caso che il Ramban sia stato autore di un tale capolavoro della letteratura etica ebraica. Uno dei temi fondamentali del suo pensiero complesso può essere riassunto infatti dalla frase “Lò nitnù HaMitzvòt Ella LeZarèf Et HaBriot ” “(D-o) non ha dato le mitzvòt, i precetti,  se non per purificare le creature”, commento a Devarim 22:1. Così, spiega ad esempio il Ramban, le regole che ci portano a mostrare compassione nei confronti degli animali non ci sono state comandate per essi, ma per estirpare il tratto di crudeltà insita in noi. Lo stesso avviene per le mitzvòt legate al ricordo dei miracoli compiuti da D-o verso di noi, le quali non ci sarebbero state comandate nella sua interpretazione tanto per onorare D-o Benedetto, quanto piuttosto per istillarci i tratti positivi della gratitudine, dell’umiltà e dell’amore divino.  Così via, mitzvà dopo mitzvà, per imitarLo e conoscerLo in tutte le nostre vie.

Cari amici, vi ringrazio per l’attenzione e bEzrat Hashem, con l’aiuto di D-o, approfondiremo nelle prossime settimane la Iggeret HaRamban.

Un caro Shalom.

 

David Spizzichino si è laureato con lode in Medicina e Chirurgia all’Università “La Sapienza” di Roma. Appassionato di cultura, dedica parte del suo tempo agli studi ebraici scrivendo inoltre sulla rivista “Momenti di Torà”. 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Gennaio 2019
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HaTikvà (N.Greppi) – È all’8 dicembre 2017 che risale l’uscita su Youtube di quello che probabilmente è uno dei più bei videoclip della musica israeliana degli ultimi anni: Like Orpheus è un singolo del gruppo metal degli Orphaned Land (realizzato assieme a Hansi Kursch, frontman del gruppo tedesco dei Blind Guardian). Nel video, si vedono due giovani, una musulmana e un ebreo ortodosso, i quali conducono una doppia vita: quando sono soli nelle proprie stanze, al riparo da sguardi indiscreti, si mettono ad ascoltare quella musica metal che nelle loro comunità non viene ben vista. Nel corso del video, i due attendono che le famiglie siano andate a dormire per cambiarsi completamente i vestiti e uscire di casa di nascosto, diretti verso lo stesso concerto metal. Qui, immersi nella folla, si sentono liberi di dare sfogo al loro vero Io. Il video finisce la mattina dopo, quando i due giovani sono alla stessa fermata dell’autobus, lei con il velo e lui con le payot, ignari di essersi incrociati la sera prima. Questo singolo si incastra perfettamente con il percorso musicale degli Orphaned Land: questo gruppo, formatosi a Petah Tiqwa nel 1991, è noto per il suo stile soprannominato “Oriental metal”, in quanto ibrida i suoni tipici del metal con le musiche popolari degli ebrei mizrahìm. Da anni il gruppo è molto impegnato nel promuovere attraverso le sue canzoni la pace tra i popoli e le religioni, tanto che si sono più volte esibiti assieme a band arabe: nel 2013, ad esempio, hanno compiuto un tour in giro per l’Europa con i Khalas, gruppo metal palestinese di Acri. Mentre nel dicembre 2011, si sono esibiti tra gli altri con il gruppo tunisino dei Myrath, che in un’intervista al mensile italiano Metal Maniac espressero la propria soddisfazione al riguardo.

Il loro desiderio di dialogo tra le fedi appare evidente in una scena del videoclip: prima di dirigersi al concerto, i due ragazzi baciano lui i tefillin e lei il Corano, a simboleggiare il fatto che il loro atteggiamento trasgressivo non è una mancanza di rispetto verso la religione, ma solo una ribellione verso delle comunità chiuse dove non riescono a essere sé stessi.

Il loro impegno gli è valso anche un altro grande risultato: infatti, essi oggi hanno un discreto seguito anche nei paesi arabi, nonostante le censure in vigore sulla cultura israeliana. In un’intervista al Corriere della Sera in occasione del tour con i Khalas, il frontman del gruppo Kobi Farhi affermò riguardo ai paesi arabi che In quasi tutti, con il nostro passaporto israeliano, non possiamo esibirci, e i nostri dischi non sono distribuiti. Ma nel nostro primo live in Turchia, pochi mesi fa, dal pubblico spuntavano bandiere iraniane, tunisine, egiziane, siriane. E naturalmente palestinesi”. Nella stessa intervista, ha aggiunto che “questo tour non è un progetto politico. Al contrario, è un progetto sovrapolitico: la musica è al di sopra, si eleva. E ci eleva, facendoci scordare gli estremismi.”