Cultura

Consiglio UGEIUGEI3 Agosto 2020
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4min492

di David Zebuloni 

 

Se la musica fosse una pietanza culinaria, Idan Raichel sarebbe senza dubbio un bel piatto di Hummus: semplice, buono e conciliante. Così come il hummus mette d’accordo tutti i commensali, ecco che anche la musica di Raichel ha il potere di mettere d’accordo tutti gli ascoltatori. Gli amanti del pop e gli amanti del jazz, gli appassionati di musica etnica e quelli di musica classica; tutti abbassano le armi difronte al suo genio musicale. Artista polistrumentista, compositore, paroliere e cantante, Idan Raichel ha segnato la musica israeliana più di quanto abbia fatto chiunque altro negli ultimi decenni. “Mi emoziono quando scopro che una mia canzone è diventata la colonna sonora della vita di qualcuno che non conosco”, mi racconta Raichel con tono sincero, senza troppa solennità. “Mi emoziono quando realizzo che una canzone che ho composto non mi appartiene più, che appartiene ormai a qualcun altro”. In effetti, quelle che dovevano essere canzoni appartenenti ad un genere musicale di nicchia, si sono rivelate invece apparetenere ad un raro genere musicale che non vede confini né frontiere. Sfidando ogni scuola di rating, Raichel riesce a tramutare un brano in lingua amarica in un vero e proprio tormentone radiofonico. Ed ecco che il parallelismo con il piatto di hummus riemerge dal subconscio (o forse dallo stomaco?) di chi scrive. Le opere dell’artista israeliano sono semplici e basilari, così come può essere semplice e basilare solo un piatto di ceci. Senza troppe sovrastrutture e ghirigori, Raichel racconta la vita e l’amore con semplicità disarmante. Quando si esibisce, predilige spesso locali intimi e poco illuminati. Al centro del palcoscenico solo un pianoforte e un microfono, nulla di più. Poi, quando comincia a cantare, rivela avere una voce delicata e sottile, priva di manierismi. Con la sua genuinità Raichel conquista un pubblico sempre più ampio, collaborando così con artisti internazionali del calibro di Alicia Keys, Mayra Andrade, Andreas Scholl, Mina, Celentano e Ornella Vanoni. Dopo aver girato il mondo, dopo aver calcato i palcoscenici più importanti d’Europa e degli Stati Uniti, arriva il momento di tornare a casa. Idan Raichel viene scelto infatti dal Ministero della Cultura per accendere una delle dodici fiaccole in onore della settantaduesima Festa d’Indipendenza israeliana. Uno dei massimi riconoscimenti esistenti ad oggi nello Stato d’Israele. Tra una lacrima e l’altra, accendendo la fiaccola, Raichel dichiara in diretta nazionale: “Dedico questa fiaccola ai grandi artisti che hanno segnato la storia di questo paese. La dedico ai miei colleghi musicisti, quelli sul fronte e quelli dietro le quinte. Io e voi non siamo altro che l’anello di una lunga catena.”


Consiglio UGEIUGEI6 Luglio 2020
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1min456

di Michelle Zarfati

 

“Se lo vorrete, non sarà un sogno” diceva Theodore Herzl e all’inizio del secolo scorso un gruppo di ragazzi ebbe il coraggio di realizzare questo sogno. Esistenze che si incontrano e si scontrano con l’unico obiettivo di fondare nella terra d’Israele un grande progetto socialista. Il progetto pionieristico però si rivela essere più complicato di quanto sembrasse, nonostante il grande entusiasmo e la forte motivazione. Ce lo racconta Assaf Inbari nel suo apprezzatissimo romanzo “Verso casa”.


Consiglio UGEIUGEI1 Luglio 2020
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1min386

di Nathan Greppi 

 

Esattamente 10 anni fa, il 1 luglio 2010, usciva nelle sale A Jewish Girl in Shanghai, un film d’animazione cinese che ha trattato la Shoah e l’antisemitismo da una prospettiva storica poco conosciuta: quella del Ghetto di Shanghai, dove numerosi profughi ebrei sfuggirono alle deportazioni anche grazie alla solidarietà della popolazione locale.


Consiglio UGEIUGEI29 Giugno 2020
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2min664

di Nathan Greppi

 

Quando, 3 anni fa, ho iniziato a frequentare l’UGEI, non sapevo davvero che cosa aspettarmi da questo mondo: essendo cresciuto in un comune di provincia, e non avendo fino a poco tempo prima mai frequentato realmente le comunità ebraiche, non sapevo se sarei stato ben accetto o meno. Ai miei primi eventi UGEI, ho pensato di avere più cose in comune con i ragazzi della mia città, San Donato Milanese, che con i giovani ebrei di Milano, Roma o Torino (e forse è così). Tuttavia, ciò non mi ha impedito di integrarmi in un ambiente dove sono stato fin dall’inizio ben accolto, e dove ho conosciuto tante persone stupende.

Frequentando l’UGEI mi sono anche reso conto di un’altra cosa: pur essendo cresciuto al di fuori della comunità, vivendo in provincia di Milano ho potuto comunque sin da piccolo conoscere una parte di questa realtà, andando in sinagoga almeno per Yom Kippur e frequentando Shorashim, un centro per bambini a Milano che permette ai figli di coppie miste di mantenere un legame con le loro radici ebraiche. Ma in Italia ci sono altri giovani, che invece sono cresciuti in zone dove è molto più difficile preservare la propria identità ebraica, e che l’hanno vissuto in modi diversi. Queste sono le loro storie.


Consiglio UGEIUGEI23 Giugno 2020
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1min612

di Nathan Greppi 

 

Abbracciami, Israele

e amami.

Fammi toccare la luna

e il sole che brucia la mia pelle italiana.

Nel mio sangue scorre la tua essenza.

Sono io la voce della moschea

il canto della sinagoga

il suono delle campane della chiesa.

 

Questi versi sono tratti da una delle 24 poesie dedicate a Israele e al Popolo ebraico che compongono la raccolta Abbracciami, Israele della poetessa Anna Malgeri, pubblicata da Ensemble. La Malgeri, 29 anni e originaria di Rende (provincia di Cosenza), dopo gli studi storici all’Università di Firenze ha studiato l’ebraico, frequentando l’Ulpan all’Università di Tel Aviv, e oggi svolge attività di ricerca sulla storia ebraica.