Cultura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Gennaio 2019
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HaTikwa (D.Zebuloni) – In mezzo a tutto il baccano, a quel brusio insopportabile al quale ci siamo abituati (o forse rassegnati), la voce di Elena Loewenthal è un faro di luce e verità. Una voce cosciente, che non cade mai nella retorica. Una voce fuori dal coro, ma non perché stonata. Giornalista, scrittrice, docente universitaria: i titoli di Elena sono numerosi ed importanti, ma è la sua identità da traduttrice che ci porta a ricordare l’amicizia avuta con Amos Oz, scomparso lo scorso 28 Dicembre all’età di 79 anni. Le sue parole:

Trovo doveroso cominciare questa intervista con un ricordo ad Amos Oz. C’è un momento che ti lega particolarmente a lui? Un aneddoto che ci puoi raccontare?
Di momenti particolari ce ne sono tanti, perché sono vent’anni che lo accompagno nelle traduzioni italiane. Ci sono tanti altri autori, ma con lui si era stabilita un’amicizia e un affetto veramente unici, tali per cui ogni esperienza di traduzione è stata particolare a suo modo. Soprattutto tutti gli incontri che ho avuto con lui, sia in Israele che in Italia, mi hanno lasciato un qualcosa di particolare in termini di riflessioni ed emozioni.

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato traducendo i suoi testi?
Io sostengo che i libri belli siano molto più facili da tradurre dei libri brutti. Nel caso di Amos Oz tutto questo vale mille volte, perché i suoi libri sono tutti straordinari. Tradurre i suoi libri è sempre stato un qualcosa di intimo e spontaneo al tempo stesso. Le sue parole nel testo ebraico scorrono con una limpidezza unica, e per la traduzione questo è un gran dono.

C’è un libro di Oz che ti piace più degli altri?
Ogni libro mi ispira un rapporto diverso, un amore diverso. Certamente “Una storia di amore e di tenebra” è stata e resta per me l’avventura di traduzione più esaltante e complessa che io abbia mai avuto, perché la Feltrinelli voleva che la traduzione italiana fosse la prima in assoluto ad essere pubblicata. E così è stato. Ho lavorato sul dattiloscritto con le sue note scritte a mano e questo ha fatto sì che la versione uscita poi in ebraico fosse un po’ diversa. C’è addirittura un brano che io non ho avuto e che poi si è deciso di non inserire nemmeno nelle tantissime ristampe successive. Certamente questa totale immersione nel suo libro, nella sua vita, nella tragedia di sua madre mi hanno coinvolto in un modo indimenticabile.

Immagino che le sue opere abbiano influenzato non soltanto la Elena traduttrice, ma anche la Elena scrittrice. In che modo?
Oltre ai libri di Amos Oz, il lavoro di traduzione è di per sé una manna per la scrittura. Questo corpo a corpo con il testo ti permette di esplorare i lessico, la morfologia, la sintassi della frase in cui nulla ti può sfuggire. Questo appunto aiuta tantissimo nella scrittura in sé, nella ricerca di quella chiarezza, di quella precisione di cui la lingua scritta avrebbe sempre bisogno.

Esiste un momento preciso in cui hai capito di voler diventare scrittrice? Un attimo su cui puoi puntare il dito e dire: “ecco, lì tutto ha avuto inizio”?
Ho sempre amato molto scrivere, sin dalle elementari. I temi, i pensierini mi piacevano molto. Poi ad una certa età ho scoperto di essere in difetto, perché i miei compagni di classe del liceo non andavano in contro al tema con lo stesso entusiasmo con cui andavo in contro io. La giornata in cui c’era il tema o la traduzione dal greco o dal latino era una giornata in cui andavo a scuola più volentieri che mai, perché oltre all’impegno c’era sempre una dose di divertimento.

Hai scritto decine e decine di libri, qual è la tua maggior fonte d’ispirazione?
L’ispirazione è un qualcosa che riguarda la vita. Qualcosa che senti, che vedi, che ricordi. Credi di inventare, ma invece si tratta principalmente di ricordi. Le letture, le parole. Tutto è ispirazione. Per me qualunque esperienza è stata così, l’ultima fra tutte la morte di mio marito. Ho sentito la necessità di scrivere per capire, non il mistero della morte e della sofferenza ovviamente, ma più semplicemente quello che mi stava succedendo nella testa e nel cuore.

Possiamo allora affermare che ogni libro è un po’ autobiografico? Che ogni tuo libro porta dentro un pezzetto di te?
Questo no, non esattamente. “Lo specchio coperto”, di cui ti parlavo, in qualche misura lo è, ma cerco sempre di raccontare qualcosa che io possa condividere poi con il lettore. Non si tratta di parlare di me, si tratta di parlare di ciò che la vita mi porta a desiderare di raccontare.

C’è un libro, tra quelli che hai scritto, a cui sono particolarmente legato. Un libro che personalmente reputo debba diventare una lettura obbligatoria in tutte le scuole d’Italia. Parlo di “Contro il giorno della memoria”. Ricordo che più che un libro, ebbi la sensazione di leggere un lungo sfogo. Cos’hai provato scrivendolo?
Quel libro, il cui titolo è provocatorio ma efficace, nasce da una collaborazione che, a suo tempo, avevo avuto con il deputato Furio Colombo a favore del progetto di legge che ha portato poi all’istituzione della Giornata della Memoria. Negli ultimi anni tuttavia avevo cominciato a sentire un po’ di disagio quando venivo chiamata a parlare dell’argomento, così avevo deciso di cominciare a declinare questi inviti. Innanzitutto perché si tratta di una giornata che per me costa una grande sofferenza, ma poi perché sentivo emergere sempre più questa retorica sul ricordo che nasce da una considerazione fondamentalmente sbagliata. Mi spiego. Il Giorno della Memoria dovrebbe essere quel giorno in cui l’Europa e l’Italia ricordano la storia, la propria storia. Tuttavia negli ultimi anni stava diventando sempre più un atto di omaggio agli ebrei morti e non un’assunzione di responsabilità. Ecco il perché del mio rifiuto. Lo scopo di questa giornata doveva essere un altro. Penso che questa sia anche la causa degli atti di vandalismo anti-ebraico e di insulti sui social che puntualmente aumentano intorno al Giorno della Memoria. Questo libro, più che uno sfogo, è il risultato di una riflessione che mi ha portato a capire che c’è qualcosa che non funziona in questo rituale collettivo.

Il libro è stato pubblicato nel 2014. Reputi che qualcosa sia cambiato da allora?
Un po’ di dibattito c’è stato in questi ultimi anni, forse anche in seguito alla pubblicazione del mio libro, che sul momento ha destato molto scalpore. Ricordo che i giorni in cui il libro uscì fui molto discussa ed evocata. Poi questi ultimi due anni sono stata in Israele come addetto culturale dell’Ambasciata italiana, quindi ho un po’ perso la percezione.

Immagino che Israele la conoscessi già molto bene, come definiresti invece la tua esperienza nell’Ambasciata italiana?
Sì, Israele la conosco molto bene, il lavoro e la famiglia mi ci hanno sempre portata. L’esperienza in ambasciata invece è stata molto bella perché mi ha aperto le porte su mondi a me totalmente sconosciuti fino a quel momento. Mi ha permesso di imparare un sacco di cose, che alla mia età è un privilegio raro.

Un’ultima domanda Elena. HaTikwa è un giornale di giovani che parla ai giovani. C’è un qualche messaggio che reputi importante e che vorresti trasmettere alla nuova generazione ebraica italiana?
I messaggi sono sempre un po’ vacui. Vorrei invitare i ragazzi a non arrendersi mai di fronte a quelle realtà che ci sembrano nere o bianche. Di cercare sempre la complessità. C’è sempre qualche sfumatura che chiede l’interrogazione. D’altronde la nostra tradizione lavora da sempre sulla complessità, non si arrende mai al significato univoco. Cerca sempre il significato tra le righe, dentro le righe e negli spazi bianchi. Questo è un esercizio fondamentale, di coscienza e di emozioni. Ecco, cercate sempre la complessità.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Gennaio 2019
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HaTikwà (D. Spizzichino) – Cari amici ugeini e cari lettori, vi ringrazio per l’attenzione con cui vi siete espressi nel sondaggio e sono felice di corrispondere alla vostra richiesta con questa piccola rubrica di Mussar, la morale ebraica. Cercando un punto di incontro tra lo studio personale e il desiderio divulgativo, vi propongo di studiare insieme a me un’opera che, pur nella sua brevità, rimane un monumento fondamentale della letteratura del genere: la Iggeret HaRamban, la Lettera del Ramban.

Rabbi Moshè ben Nachman – più famoso come Ramban o Nachmanide – è stato uno dei più grandi Maestri del medioevo spagnolo e di tutto il pensiero ebraico. Nato a Girona nel 1194 da un’importante famiglia rabbinica, visse la maggior parte della sua vita in Spagna prima di emigrare in Israele nel 1267, dove terminò la sua vita pochi anni più tardi (1270 circa). Proprio nell’ultimo periodo della sua vita scrisse è la Iggeret, la Lettera, diretta al figlio Nachman dalla città di Acco, per guidarlo moralmente e ispirarlo all’umiltà. Secondo quanto riporta l’opera Meufelet Sappirim, il Ramban istruì il figlio a leggerla una volta a settimana e a insegnarla ai figli in modo che questi la potessero imparare a memoria per istruirli al timore divino. Il Nachmanide, sempre secondo questa fonte, sosteneva che l’abitudine di leggere la lettera procurasse protezione dalle sofferenze e rendesse degni della vita nel Mondo Futuro.

Concludo questa breve introduzione sottolineando che non è un caso che il Ramban sia stato autore di un tale capolavoro della letteratura etica ebraica. Uno dei temi fondamentali del suo pensiero complesso può essere riassunto infatti dalla frase “Lò nitnù HaMitzvòt Ella LeZarèf Et HaBriot ” “(D-o) non ha dato le mitzvòt, i precetti,  se non per purificare le creature”, commento a Devarim 22:1. Così, spiega ad esempio il Ramban, le regole che ci portano a mostrare compassione nei confronti degli animali non ci sono state comandate per essi, ma per estirpare il tratto di crudeltà insita in noi. Lo stesso avviene per le mitzvòt legate al ricordo dei miracoli compiuti da D-o verso di noi, le quali non ci sarebbero state comandate nella sua interpretazione tanto per onorare D-o Benedetto, quanto piuttosto per istillarci i tratti positivi della gratitudine, dell’umiltà e dell’amore divino.  Così via, mitzvà dopo mitzvà, per imitarLo e conoscerLo in tutte le nostre vie.

Cari amici, vi ringrazio per l’attenzione e bEzrat Hashem, con l’aiuto di D-o, approfondiremo nelle prossime settimane la Iggeret HaRamban.

Un caro Shalom.

 

David Spizzichino si è laureato con lode in Medicina e Chirurgia all’Università “La Sapienza” di Roma. Appassionato di cultura, dedica parte del suo tempo agli studi ebraici scrivendo inoltre sulla rivista “Momenti di Torà”. 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Gennaio 2019
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HaTikvà (N.Greppi) – È all’8 dicembre 2017 che risale l’uscita su Youtube di quello che probabilmente è uno dei più bei videoclip della musica israeliana degli ultimi anni: Like Orpheus è un singolo del gruppo metal degli Orphaned Land (realizzato assieme a Hansi Kursch, frontman del gruppo tedesco dei Blind Guardian). Nel video, si vedono due giovani, una musulmana e un ebreo ortodosso, i quali conducono una doppia vita: quando sono soli nelle proprie stanze, al riparo da sguardi indiscreti, si mettono ad ascoltare quella musica metal che nelle loro comunità non viene ben vista. Nel corso del video, i due attendono che le famiglie siano andate a dormire per cambiarsi completamente i vestiti e uscire di casa di nascosto, diretti verso lo stesso concerto metal. Qui, immersi nella folla, si sentono liberi di dare sfogo al loro vero Io. Il video finisce la mattina dopo, quando i due giovani sono alla stessa fermata dell’autobus, lei con il velo e lui con le payot, ignari di essersi incrociati la sera prima. Questo singolo si incastra perfettamente con il percorso musicale degli Orphaned Land: questo gruppo, formatosi a Petah Tiqwa nel 1991, è noto per il suo stile soprannominato “Oriental metal”, in quanto ibrida i suoni tipici del metal con le musiche popolari degli ebrei mizrahìm. Da anni il gruppo è molto impegnato nel promuovere attraverso le sue canzoni la pace tra i popoli e le religioni, tanto che si sono più volte esibiti assieme a band arabe: nel 2013, ad esempio, hanno compiuto un tour in giro per l’Europa con i Khalas, gruppo metal palestinese di Acri. Mentre nel dicembre 2011, si sono esibiti tra gli altri con il gruppo tunisino dei Myrath, che in un’intervista al mensile italiano Metal Maniac espressero la propria soddisfazione al riguardo.

Il loro desiderio di dialogo tra le fedi appare evidente in una scena del videoclip: prima di dirigersi al concerto, i due ragazzi baciano lui i tefillin e lei il Corano, a simboleggiare il fatto che il loro atteggiamento trasgressivo non è una mancanza di rispetto verso la religione, ma solo una ribellione verso delle comunità chiuse dove non riescono a essere sé stessi.

Il loro impegno gli è valso anche un altro grande risultato: infatti, essi oggi hanno un discreto seguito anche nei paesi arabi, nonostante le censure in vigore sulla cultura israeliana. In un’intervista al Corriere della Sera in occasione del tour con i Khalas, il frontman del gruppo Kobi Farhi affermò riguardo ai paesi arabi che In quasi tutti, con il nostro passaporto israeliano, non possiamo esibirci, e i nostri dischi non sono distribuiti. Ma nel nostro primo live in Turchia, pochi mesi fa, dal pubblico spuntavano bandiere iraniane, tunisine, egiziane, siriane. E naturalmente palestinesi”. Nella stessa intervista, ha aggiunto che “questo tour non è un progetto politico. Al contrario, è un progetto sovrapolitico: la musica è al di sopra, si eleva. E ci eleva, facendoci scordare gli estremismi.”


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Gennaio 2019
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HaTikwà (N.Greppi) – Nel 2002 è uscito un singolo di grande successo: Tikva è stata pubblicata da due dei più famosi rapper israeliani, Subliminal (il cui vero nome è Kobi Shimoni) e HaTzel (“L’Ombra” in ebraico, nome d’arte di Yoav Eliasi), entrambi di Tel Aviv. Il testo della canzone contiene numerose allusioni ai compagni dell’esercito morti in guerra e alle loro famiglie distrutte dal dolore, mentre colui che racconta chiede a Dio di dargli speranza (“tikva” in ebraico) per l’avvenire. Subliminal è sin dai primi anni 2000 uno dei più importanti rapper del suo paese, capace di attirare ai suoi concerti decine di migliaia di persone, soprattutto giovani.

Il suo successo non è dovuto solo al suo talento musicale, ma anche al messaggio che rivolge ai suoi fan: durante la Seconda Intifada, quando gli attentati terroristici erano all’ordine del giorno, molti si rispecchiavano in questo ragazzo che elogiava apertamente l’esercito e i soldati caduti, e che durante i suoi concerti porta sempre al collo un pendaglio con il Magen David, sfoggiato con orgoglio. Un atteggiamento, il suo, che fece parlare di sé anche oltre l’atlantico: infatti, l’11 giugno 2003 il quotidiano americano USA Today commentava con stupore il successo di questo giovane rapper che, a detta sua, nelle sue canzoni voleva solo parlare dei problemi che affliggono il suo paese senza peli sulla lingua. Nonostante negli anni molti critici musicali israeliani lo abbiano accusato di essere un fanatico, nelle sue canzoni egli non cede mai alla tentazione di usare toni razzisti: infatti, nei primi anni delle loro carriere Subliminal e HaTzel collaborarono spesso con il rapper palestinese Tamer Nafar, fondatore del gruppo DAM, che però con il tempo ha assunto posizioni politiche diametralmente opposte alle loro. Anche per questo i loro rapporti si sono fatti sempre più conflittuali, fino a spezzarsi irreparabilmente. Alla storia dell’amicizia finita male tra Tamer e Subliminal è stato dedicato, nel 2003, il documentario Channels of Rage. Sempre in Tikva compare un brano, cantato invece da HaTzel (che negli ultimi anni ha perso appeal come cantante ma si è riciclato come influencer della destra più populista): “Chaym be Chalom, kulam medabrim al Shalom”, che vuol dire “Vivono in un sogno, e tutti parlano di pace”. Con queste parole, i due cantanti rivendicano una visione “realista” delle cose opposta a quella più “utopica” della sinistra pacifista.

Ho visto quanti ne sono andati
Troppi di loro non sono tornati
Amici separati, case rotte,
Le lacrime delle famiglie si sono rovesciate
Boccioli di fiori di persone che non hanno fiorito
La speranza nelle nostre teste, l’amore nei nostri cuori,
Il sogno nei nostri spiriti, così continuiamo sul nostro cammino.

Il silenzio è scomparso per questo, ancora suoni di guerra
Un altro soldato ritorna avvolto in cosa? Nella bandiera del paese
Sangue e lacrime assorbite dalla terra
E un’altra madre scioccata è rimasta con una sola foto
La speranza è chiusa nel cuore, la nazione forte non si piegherà
Perché il figlio di una putt*** che può fermare Israele non è nato.
 Dammi la speranza di accettare ciò che non c’è
La forza di cambiare ciò che c’è.

Vieni, continuiamo, la nostra vita è davanti a noi
Non è tardi perché domani è un nuovo giorno
Il sogno perirà se perdiamo la speranza
Quindi cerca di amare.

Hai promesso una colomba, nel cielo c’è un falco
Fratello, punture di ramoscello velenoso, questo non è un ramoscello d’ulivo
Vivendo in un sogno, tutti parlano di pace
Ma sparano, opprimono, tirano, schiacciano il grilletto
In un mondo di attacchi suicidi, la gente parla ancora
Vivendo nell’illusione della rettitudine, allargano la spaccatura nella nazione.

Passa la follia ogni giorno per sopravvivere
Non voglio vivere per combattere,
Combattimenti per vivere
Piantare la speranza, manda radici
Scudo nel mio corpo per il sogno
quindi non sarà frantumato a schegge
Basta, basta con il dolore, basta con le lacrime
Un anno in cui la terra sanguina senza dormire e perché?

Dammi la speranza di accettare ciò che non c’è
La forza di cambiare ciò che c’è.
Vieni, continuiamo, la nostra vita è davanti a noi
Hashem, dammi la speranza di accettare ciò che non c’è
Dammi la forza di cambiare ciò che è
Dammi il coraggio di provare a sistemare il mondo.
Vieni, continuiamo, la nostra vita è davanti a noi.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Novembre 2018
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Durante il recente Congresso Ugei che si è svolto a Roma, nel corso della discussione, è emerso il tema della possibilità e/o l’opportunità di condividere il Seder di Pesach anche con persone non ebree. Per approfondire questo interessante argomento ci siamo rivolti a rav Haim Fabrizio Cipriani [HT redazione].

Mi è stato chiesto di esporre un’opinione sulla possibilità di invitare persone non ebree al Seder di Pesach.

In effetti è opinione di alcuni che questo sia proibito, e in molti ambienti ebraici, sia comunitari sia familiari, questo viene evitato, talvolta con conseguenze non banali a livello di relazioni. Si tratta di un soggetto molto delicato. L’atteggiamento di chi vorrebbe un’esclusione degli ospiti non ebrei è comprensibile in un’epoca come la nostra in cui la diluizione culturale dell’ebraismo porta a una progressiva perdita, quantitativa e qualitativa, del potenziale ebraico. Il punto è capire se questo tipo di atteggiamento è fondato dal punto di vista della tradizione ebraica, e se in qualche modo esso può essere efficace o  benefico in qualche modo.

Per tentare una risposta a questi quesiti, analizzeremo rapidamente alcuni fra i principali aspetti del problema.

L’aspetto problematico più frequentemente citato è una proibizione tecnica relativa alle leggi dei giorni di festa. La Torà permette esplicitamente di cucinare durante tali giorni: “Nessuna opera dovrà essere compiuta in essi, ma ciò che ogni essere mangia, solo quello potrà essere preparato per voi” [Es. 12:16]. Questo “per voi” che chiude il passo esclude la possibilità di preparare cibo per dei Gentili, ossia persone che non facciano parte della comunità d’Israele. La ragione è semplice e coerente. Mentre durante lo Shabbat è proibito sempre e comunque cucinare, giacché fa parte delle attività creative il cui spirito si oppone al carattere contemplativo della giornata, durante i giorni di festa solenne, di cui il giorno del Seder di Pesach fa parte, cucinare è permesso (anche se non lo è accendere un fuoco, ma questo non è rilevante ai fini del presente articolo). Si tratta di una facilitazione normativa notevole, il cui fine è quello di permettere di consumare, in un giorno festivo, cibi appena cucinati e quindi più appetitosi. Il problema è però che, qualora si cucinasse durante il giorno di festa, non sarebbe permesso farlo per dei non ebrei. Ma questo significa solo che è proibito cucinare del cibo espressamente preparato per loro, mentre queste persone possono tranquillamente consumare gli alimenti preparati per gli altri commensali ebrei.

Per questo il Talmud [TB Betsà 21a] raccomanda di specificare a eventuali Gentili che si trovino in una casa ebraica durante un giorno di festa, che non si potrà preparare nulla specificamente per loro. La cosa in sé potrebbe apparire strana, ma oggigiorno capita con relativa frequenza di cucinare una pietanza a parte per persone che magari soffrono di allergie o intolleranze, oppure hanno esigenze dietetiche particolari per ragioni di salute o di scelta, come i vegetariani o i vegani. Diverse autorità medievali specificano peraltro che tale avvertimento non è obbligatorio né necessario per diverse ragioni, e che sarà sufficiente servire agli ospiti non ebrei le stesse cose che si serviranno agli altri. Queste pietanze peraltro saranno state comunque preparate prima della festa, come è d’uso fare [cf. Mosè Maimonide, 1135-1204, Mishnè Torà Hilchot Yom Tov 1:13; Asher ben Yehiel, 1250-1327, Rosh Moed Katan 2:12]. Inoltre la possibilità che un ebreo, generalmente molto occupato in un contesto festivo, si metta a preparare cibo appositamente per alcuni individui, è altamente improbabile (e lo confermo non solo da rabbino ma da cuoco di casa), il che spinge diversi halachisti a non considerare la cosa problematica, anche qualora la presenza di non ebrei porti l’ebreo che cucina ad aumentare le quantità del cibo preparato [Yisrael Meir Kagan, 1838–1933, Mishnah Berurah 512:6].

In maniera generale l’atteggiamento dei decisori è quindi piuttosto permissivo al proposito, specie nel caso di cibo preparato in contenitori comuni a tutti i commensali, e questo soprattutto in situazioni dove fare diversamente comporterebbe possibili astii, incomprensioni o sentimenti di ostilità [Mishnah Berurah 512:6]. Secondo alcuni, questo principio  si estende all’invitare persone non ebree proprio al fine di evitare tali situazioni conflittuali  [Biur Halachà 512:1]. A questo dobbiamo aggiungere che, come già detto, è uso comune cucinare prima dell’inizio del giorno di festa, anche perché quest’ultima inizia la sera, con una cena festiva che non è pensabile di preparare all’ultimo momento. Ciò vale anche il caso del Seder di Pessach, che si tiene la prima sera della festa. Cucinando prima del tramonto, la normativa permette quindi, volendo, anche di preparare cibi esclusivamente per gli invitati Gentili.

Constatiamo quindi che questo ostacolo tecnico, relativo alle leggi dei giorni festivi, è facilmente superabile. Su questa base per esempio, rav Shaul Israeli [Responsa baMareh haBazak vol. 3: 56] permise al rabbino capo di Trieste, che richiedeva una sua opinione, di aprire il tradizionale Seder comunitario ai membri delle famiglie degli ebrei iscritti alla comunità, che spesso erano Gentili.

Esistono poi degli aspetti specifici al Seder di Pessach che meritano di essere sviscerati. Il Seder di Pessach come osservato nell’ebraismo rabbinico a partire dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 EV, è una cerimonia basata sul rito biblico che si articolava intorno al consumo dell’agnello pasquale, il cosiddetto Pessach, che dà il nome alla festa. A proposito dell’agnello, la Torà specifica: “… Nessuno straniero ne mangerà … E quando uno straniero soggiornerà presso di te, e farà Pessach per YHVH, che ogni maschio sia circonciso;  e si avvicinerà per farlo, e sarà come un cittadino del paese. Ma nessun incirconciso ne mangerà.” [Es. 12 : 43-48]

L’agnello pasquale era quindi il centro della celebrazione della nascita di Israele come popolo, nel momento in cui si preparava a uscire dall’Egitto. La carne sacrificale era vietata ai non ebrei, a meno che essi non si circoncidessero, ma anche agli ebrei che non fossero circoncisi, cosa che varrebbe ancora oggi qualora il Tempio fosse ricostruito. L’aspetto centrale qui è che la differenza non è di ordine etnico ma di identità culturale, storica e spirituale. Solo chi è circonciso ha la possibilità di condividere pienamente quello che è considerato un aspetto fondatore dell’ebraismo, ossia la facoltà di mettere in atto un processo di liberazione. Non a caso, la Torà indica che diversi Gentili vorranno unirsi a celebrare Pessach, e la possibilità per loro di farlo pienamente esisteva, attraverso quella che era percepita come una forma di proto-conversione (in realtà si trattava probabilmente della conversione in uso all’epoca biblica).

Da quando il Tempio non esiste più, gli ebrei celebrano una cerimonia, il Seder, basata su alcuni elementi dell’antica cerimonia biblica, in particolare il consumo di pane azzimo ed erbe amare, che in origine accompagnavano la carne dell’agnello, e che oggi vengono invece consumati in modo autonomo. Nessuna regola biblica si applica a questa cerimonia, e non vi sono basi normative per proibire la partecipazione di un Gentile. Vi è solo un particolare, quello dell’Afikoman, l’ultima porzione di pane azzimo, che conclude il pasto rituale, ed è considerata, come recita il testo della Haggadà, “ricordo del sacrificio di Pessach”. Siccome quest’ultimo elemento del pasto ha quindi un legame molto diretto con l’antico sacrificio, si è sviluppato l’uso di non condividere l’Afikoman con persone non ebree. Ma si tratta di un uso, e non di un divieto, anche perché, va sottolineato, si tratta solo di un ricordo del Pessach, o addirittura secondo alcuni un ricordo del pane azzimo che lo accompagnava [Rashbam Pessachim 119b s.v. Ein.], tutti aspetti che rendono questo uso possibile ma certamente non obbligatorio. Di contro, esistono numerosi aspetti i quali dovrebbero suggerire che la presenza di non ebrei a un Seder sia una cosa non solo tollerata, ma benvenuta e auspicata.

Intanto va considerato che un numero considerevole di ebrei ha genitori non ebrei (spesso uno, ma nei casi di persone convertite anche entrambi), e in quel caso la loro presenza fa parte dell’obbligo normativo di Kibbud Horim, il rispetto dovuto ai genitori. Numerose autorità rabbiniche hanno sottolineato l’importanza che questa mitsvà (responsabilità obbligatoria) sia onorata anche da chi ha genitori Gentili, pregando per la loro salute e recitando per loro le preghiere funebri [cf. Ovadia Yossef, 1920-2013, Yehavé Daat 6:60] ed evitando di causare loro imbarazzi di alcun genere [Moshe Feinstein, 1895-1986, Iggherot Moshè, Yoreh Deah 213:130].

Vi è poi una ragione pedagogica di ordine generale da tenere in conto. Se da un lato alcune fonti proibiscono di insegnare Torà a persone non ebree, vi sono non ebrei che contemplano la conversione all’ebraismo, per i quali è importante imparare, e a cui è assolutamente permesso insegnare Torà [Moshe Feinstein, Iggherot Moshè, Yoreh Deah 3:90]. Senza contare che si considera in linea di massima che quando nell’uditorio vi siano anche ebrei, questo non comporta problema [Moshe Feinstein, Iggherot Moshè, Yoreh Deah 2:132; Yechiel Yaakov Weinberg, 1884-1966, Seridei Esh Yoreh Deah 55].

Esiste inoltre un principio importante di riavvicinare le persone, per esempio ebrei che abbiano contratto matrimonio con non ebrei (la stragrande maggioranza oggigiorno), o che per diverse ragioni si siano allontanati dalla vita ebraica. In questi casi, riavvicinare le persone è una mitsvà molto importante [BenTsion Uziel, 1880-1953, Piské Uziel beSheelot haZeman, 65].

Senza contare poi il principio fondamentale di mipnè darkè shalom, ossia di costruire relazioni di pace coi nostri vicini non ebrei. Questo principio ha il peso di una legge talmudica ed è applicato in molte occasioni, fra cui quella evocata da alcuni di inviare cibo a persone non ebree in occasione delle feste in modo tale da condividerne la gioia con loro [Mishna Berurah 512:100], e in generale come mezzo per evitare situazioni di attrito ed imbarazzo [TB Ghittin 61a]. Il principio gemello di questo è mishum evà, ossia quello di evitare ragioni di incomprensione e astio, che è evocato anch’esso da alcune fonti proprio riguardo alla necessità di accogliere invitati non ebrei alle feste ebraiche [Yisrael Meir Kagan, 1838–1933, Mishnah Berurah 512:6].

In pratica quindi, come abbiamo constatato, non vi sono proibizioni reali rispetto alla partecipazione di non ebrei a un Seder di Pessach. Al massimo si potrebbe pensare, come alcuni fanno, di spiegare che sarà opportuno per loro non consumare l’Afikoman, ossia il pezzetto di pane azzimo che chiude la cerimonia, non come forma di esclusione ma come riconoscimento delle specificità identitarie e culturali di ognuno. Si tratta di una forma di rispetto che per gli ebrei, troppo spesso costretti a compiere scelte identitarie forzate, è importantissimo. Questo può essere spiegato facilmente e, lungi dall’essere fonte di astio, può al contrario essere riconosciuto come un gesto di attenzione. In fondo, condividere l’Afikoman sarebbe un po’ analogo a quando nelle scuole francesi si faceva cantare ai bambini francesi di origine magrebina “Nos ancêtres les gaulois” (“I Galli, nostri antenati”), privandoli della loro dignità culturale precipua.

Nessuna proibizione quindi, ma al contrario diversi argomenti in favore di una ampia condivisione.

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Il Seder di Pesach secondo Emanuele Luzzati

In conclusione di questa discussione però, offrirei una riflessione che è a mio avviso centrale. Se da un lato abbiamo mostrato la non sussistenza di reali impedimenti normativi in questo contesto, va sottolineato che le posizione teoriche dei decisionari di epoche passate corrispondono a situazioni sociali e culturali ben diverse da quelle attuali, e il processo normativo ebraico deve tener conto di tali cambiamenti. Non solo, ma vi è sempre stato uno scarto necessario fra la dimensione della Halachà (la legge ebraica) teorica e quella della sua applicazione pratica, come avviene in ogni sistema di pensiero. Per esempio, la fonte citata della Mishnah Berurah da un lato permette una certa elasticità, dall’altro sottolinea che, nel giorno di festa, sarebbe proibito cucinare anche per un ebreo non pienamente osservante [512:2]. Se si seguisse fino in fondo questo principio, che molto probabilmente rav Kagan (l’autore) non avrebbe seguito in pratica, coloro che evitano di invitare non ebrei, dovrebbero evitare analogamente di invitare ebrei che non siano pienamente osservanti, i quali oggi corrispondono a circa il 95% dell’ebraismo mondiale. Una posizione difficilmente difendibile, che ricorda quella, ironica ma non poi così tanto, dell’individuo che indossi i Tefillin (filatteri per la preghiera) e, vedendo una persona in pericolo di annegare, non si getti in acqua perché la Halachà proibisce di bagnare i Tefillin. Ogni principio legale e normativo deve essere posto e compreso in un contesto specifico, mentre il contesto attuale merita chiaramente riflessioni e comportamenti a esso adeguati.

Il rabbino tedesco Yaakov Emden (1697-1776), nel suo commento alla Haggadah di Pessach, sottolinea come uno dei primi passi recitati dica: “Chiunque è affamato, venga e mangi. Chiunque abbia bisogno, venga e faccia Pessach”, per ricordare come proprio questa festa, ricordo fra l’altro delle origini del popolo ebraico bistrattato e perseguitato in Egitto, debba fra l’altro insegnare l’apertura e la condivisione. E non a caso uno dei primi rituali del Seder, lo Yachats, consiste nello spezzare il pane azzimo, simbolo di condivisione e vicinanza.

In pratica, le tavole di molti ebrei e di molti autorevoli rabbini sono sempre state condivise con non ebrei, a Pessach e oltre. Rav Shlomo Zalman Auerbach (1910-1995) sottolinea che tale era l’uso in passato, specie nel caso di ospiti di rilievo [Shulchan Shlomo Yom Tov I, p. 207 nota 8]. Sappiamo che così faceva anche rav Avraham Yitzhak Kook (1865-1935), primo rabbino capo ashkenazita della terra d’Israele sotto mandato britannico [Moadè haReayah p. 420], e più recentemente questo era l’uso regolare di rav Elio Toaff, rabbino capo di Roma fino a pochi anni fa. Nello stesso modo operava il mio maestro, rav Giuseppe Laras, e questi erano i criteri usati quando chi scrive interveniva in qualità di shaliach, inviato dall’Ufficio Rabbinico di Milano, per la supervisione e la conduzione di Sedarim comunitari presso diverse comunità italiane.

Come detto nell’introduzione al presente articolo, la volontà di alcuni di voler limitare le interazioni con il mondo non ebraico è comprensibile, specie in un momento storico dove l’assimilazione degli ebrei conosce livelli elevatissimi. Si tratta senza dubbio di un fenomeno allarmante e molto grave per il futuro dell’ebraismo. Ma non ritengo che la chiusura costituisca la migliore arma per combattere una tendenza culturale probabilmente inarrestabile per svariate ragioni. Come il grande commentatore Rashi (1040-1105) fa notare, l’eccesso di fortificazioni è spesso segno di debolezza, mentre la loro assenza è segno di forza [Rashi su Num. 13:18 s.v. heHazaq]. L’unica possibilità dell’ebraismo è quella di rinunciare alla tentazione del ripiego su di sé, costruendo invece la sua forza sulla conoscenza e sulla serena consapevolezza di un patrimonio che deve essere insegnato, studiato, condiviso senza timore.

In particolare, in questa situazione in cui molti ebrei si allontanano dalla vita ebraica, e in cui molti non ebrei anelano a condividere con il mondo ebraico diverse occasioni di crescita spirituale, è più che mai necessario basarsi sulle aperture normative presenti nelle fonti che abbiamo visto, applicandole con una visione lucida del contesto attuale. Perché, come rav Joseph Soloveitchik (1903-1993) faceva notare, il Seder, prima di essere una cena rituale, è un momento di approfondimento e di studio articolato intorno a una cena.

Non a caso lo studio, l’insegnamento e la trasmissione sono gli elementi fondamentali dell’ebraismo, perché sono gli unici che possano davvero combattere l’ignoranza, madre di ogni pregiudizio. E muoversi dall’ignoranza verso la consapevolezza è l’unico modo affinché l’umanità possa elevarsi e costruirsi, come detto: “Non nuoceranno, né distruggeranno in tutto il monte della mia distinzione. Perché la terra sarà piena della conoscenza di YHVH come le acque coprono il mare.” [Is. 11:9]

Rav Haim Fabrizio Cipriani, rabbino presso le comunità Etz Haim (Genova) ULIF (Marsiglia), Kehilat Kedem (Montpellier).

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