Attualità

Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Giulia Ciolli 

Ieri, 9 Gennaio 2020, sono state posizionate le prime 11 pietre d’inciampo a Firenze. Le prime installazioni alle 12.30 in via del Gelsomino 29, sono state dedicate alla memoria di Levi Rodolfo, Procaccia Rina, Levi Noemi, Sinigaglia Angelo, Procaccia Amelia e Sinigaglia Alda. Nel pomeriggio, si sono susseguite altre tre installazioni: in Via del Proconsolo 6 in memoria di Genazzani Abramo, Genazzani Elena e Melli Genazzani Mario, in Via Ghibellina 102 in memoria di Genazzani David dove la nipote lo ha ricordato e infine in piazzale Donatello 15 in memoria di Levi Clotilde.

Le stolperstein, avviate in Germania nel 1995 dall’artista Gunther Demnig, sono ormai presenti in molte città europee e ora anche Firenze avrà un vero e proprio percorso della memoria sulle tracce delle famiglie ebraiche arrestate e deportate nei campi di sterminio negli anni del secondo conflitto mondiale. Questo progetto partì dalla richiesta di Daniela Misul Z”l, allora presidente, insieme al Comune di Firenze.

La cerimonia ha visto una grande partecipazione cittadina con ragazzi e bambini delle scuole, rappresentanti comunali come Cristina Giachi vicesindaca, Sara Funaro assessora all’educazione e Alessandro Martini assessore alla cultura delle memoria e la Comunità Ebraica di Firenze con il Rabbino capo Gadi Piperno e David Liscia Presidente.

“Queste pietre – come riporta la Vicesindaca Giachi- segnalano come la violenza è un inciampo nella storia dell’umanità. E’ stato bello poterci inciampare questa mattina per ricordare vite ordinarie stravolte dalla violenza, affinché quel che è successo non avvenga di nuovo e la memoria sia viva e presente nella città”.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Bruno Sabatello

Martedì 7 gennaio si è tenuto, nella Sala del Consiglio della Comunità Ebraica di Roma, l’incontro con l’imprenditore israeliano Aron Di Castro, direttore della start-up Waze, organizzato da Delet e dalla Consulta.

Ad aprire la serata è stato un breve video del Prof. Scott Galloway, docente di marketing alla New York University, sul quale Aron ha commentato: “Pensare di poter seguire le proprie passioni a volte non basta. Bisogna chiedersi in cosa si è bravi, per cosa si è portati, e soprattutto cosa può recarci gioia e soddisfazione nel lavoro, giorno per giorno.”

Dopo una breve presentazione nella quale ha raccontato brevemente la sua vita, dalla Alyiah, percorso che accomuna diversi giovani delle nostre comunità, fatta nel ’98 al percorso universitario alla Bar Ilan dove si è laureato in Scienze Politiche e Comunicazione, parlando brevemente anche di alcuni momenti di difficoltà nel bilanciare le sue ambizioni da neolaureato e le richieste del mercato del lavoro.

Le sue aspirazioni, dopo le prime difficoltà, lo portano nel 2008 ad essere assunto da Google nello stabilimento israeliano nel quale ha lavorato per 9 anni, per poi trasferirsi in California proseguendo il suo rapporto con il colosso statunitense, che controlla anche Waze, dove oggi lavora, per la quale svolge la funzione di Director Global Business Development & Partnerships.

Prima dell’aperitivo offerto da Delet c’è stato un breve spazio per le domande nel quale ha trattato diversi temi: dalla mancanza di competitività del mercato italiano rispetto a quelli israeliano e americano alle particolarità che li contraddistinguono, fino a parlare dei momenti più difficili affrontati durante la sua carriera.

Nell’ultima parte della serata c’è stato il tempo per approfondire il discorso di Skilled Program, un’programma di formazione intensiva di due settimane, totalmente gratuito, che offre ai giovani Olim la possibilità di conoscere il mondo dell’Online Marketing e fare pratica diretta grazie agli insegnamenti dei numerosi ospiti presenti all’interno del programma.

Il programma, arrivato alla seconda edizione, ha solamente 30 posti disponibili, e come ha anticipato ai presenti, “a meno di una settimana dall’apertura delle iscrizioni per l’estate 2020 il programma ha già 24 iscrizioni da 13 paesi diversi”. Per iscriversi o per ulteriori informazioni è sufficiente consultare il sito www.skilledprogram.org.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Gennaio 2020
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HaTikwa, di David Zebuloni 

Rav Meir Shapiro (1887-1933), presidente dell’Agudat Israel polacca e Rosh Yeshiva dei Chahmei Lublin, introdusse la rivoluzionaria idea del Daf Yomi, lo studio di una pagina al giorno del Talmud Babilonese, con il fine di completarlo in sette anni e mezzo. La conclusione dello studio si celebra con un evento chiamato Sium HaShas. Il primo ciclo di studio iniziò a Rosh HaShana del 1923, con l’intento che ogni ebreo del mondo studiasse lo stesso foglio nello stesso giorno, globalizzando così il sapere millenario ebraico.

“Storicamente lo studio del Talmud è stato per eccellenza riservato ai soli uomini”, racconta Letizia Fargion, “ma il tredicesimo ciclo, che si è concluso qualche giorno fa, ha portato con sé una novità assoluta: la partecipazione significativa dello studio della Ghemarà allargato al pubblico femminile“. Insieme a centinaia di celebrazioni che si sono tenute in tutto il mondo del Sium HaShas, ce n’è stata una in particolare, organizzata dall’organizzazione Hadran (Advancing Talmud study for Women), a catturare l’attenzione pubblica. “Sono state 3,500 le donne arrivate da tutta Israele, e non solo, per riunirsi a Biniane HaHuma a Yerushalaim, per celebrare e festeggiare questo momento”, continua Letizia Fargion, anche lei presente all’evento. “Tutte insieme abbiamo letto l’ultimo brano di Masechet Nidda, emozionate di essere giunte a tale traguardo“.

“E’ un momento epocale assistere alla partecipazione allo studio di tutto il popolo comprese le donne che, con serietà e dedizione, hanno portato a termine il progetto del Daf Yomi”, ha detto Rav Saks da Londra. Grandi personalità come Rav Benny Lau, la Rabanit Michelle Cohen Ferber (fondatrice del Daf Yomi femminile) la Rabanit Dr. Michal Tikochinsky, la rabanit Malke Bina (fondatrice della yeshiva femminile Matan) sono intervenuti sottolineando l’importanza della divulgazione del sapere presso tutto il popolo ebraico. La Rabbanit Esti Rosemberg, nipote del grande Rav Soleveichik, ha detto come suo nonno, fin dagli Anni Sessanta, iniziò a insegnare Ghemarà anche alle donne. Tra gli ospiti d’onore Jaine Shottenstein, che con l’edizione sponsorizzata dalla sua famiglia, ha contribuito notevolmente allo studio e diffusione del Talmud in questi ultimi anni.

“La serata si è conclusa con l’augurio che lo studio sia la luce che guidi la nostra vita: Torah shel chaim e chaim shel Torah (Torah per la vita e vita per la Torah) e una coinvolgente performance corale del pubblico con la canzone guidata da kululam”, racconta emozionata Letizia, originaria di Milano e israeliana dal ’94, di professione organizzatrice di eventi. “E’ stato emozionante partecipare a questo evento che ha celebrato il trionfo dello studio e del sapere anche come strumento di emancipazione della figura della donna nell’ebraismo. Oggi chi vuole studiare ha sicuramente molti più strumenti di un tempo. Basti pensare all’edizione Shottenstein o alle lezioni a disposizione su Hadran.org.il. In generale sento che a Gerusalemme si avvisano segni di apertura di più ampio respiro dell’ebraismo modern-orthodox. Molte Sinagoghe ortodosse, per esempio, permettono minianim di sole donne che leggono la Meghilat Esther e fanno Dvar Torah. Sono traguardi importanti questi!”, conclude Letizia sorridendo. “Yerushalaim rimane comunque per me la città delle grandi contraddizioni dove convivono realtà diverse. Sempre più attuale diventa il verso di Isaia: Da Sion uscirà la Torah e la parola di Dio da Gerusalemme, כי מציון תצא תורה ודבר ה׳ מירושלים.”


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

È opinione diffusa che americani e israeliani siano sempre stati fortemente alleati, soprattutto sul piano geopolitico. Ma se si guarda a cosa pensa al riguardo l’opinione pubblica dei due paesi, e in particolare quella americana, la questione si fa ben più complicata.

L’opinione pubblica americana

Partiamo dall’opinione pubblica americana: secondo un sondaggio pubblicato nel gennaio 2018 dal Pew Research Center (PRC), tra i più importanti centri di statistica al mondo, negli ultimi 40 anni l’opinione pubblica americana è rimasta stabilmente filoisraeliana: nel 1978 il 45% degli americani era più vicino a Israele che ai palestinesi, contro il 14% più filopalestinese e il restante 41% neutro; nel 2018, la percentuale di filoisraeliani era del 46%, contro un 16% di filopalestinesi.

Apparentemente non vi è stato un forte cambiamento, ma la realtà è ben diversa: se si va a guardare a come sono cambiate le opinioni in base agli schieramenti politici, emerge che tra i repubblicani la percentuale di filoisraeliani, dal 1978 al 2018, è salita dal 49% al 79%; tra i democratici, invece, nello stesso periodo la percentuale è calata dal 44% al 27%. Nello stesso arco di tempo si sono notati altri fenomeni particolari: tra la metà degli anni ’80 e i primi anni ’90 la percentuale di filoisraeliani crollò tra entrambi gli schieramenti, probabilmente a causa della vicenda di Jonathan Pollard, un analista dell’intelligence americana che in quegli anni aveva venduto a Israele documenti top secret. Fu a partire dal 2001, in seguito all’Attentato alle Torri Gemelle, che le opinioni su Israele si fecero sempre più polarizzate tra repubblicani e democratici.

Nel rapporto emergono anche altre differenze, ad esempio in base all’età e al tasso di istruzione, dove però i filoisraeliani prevalgono in tutte le fasce; riguardo all’età, ad esempio, il 56% degli americani dai 65 anni in su è filoisraeliano, contro il 32% di quelli dai 18 ai 29 anni, che però sono comunque di più dei filopalestinesi, che nella stessa fascia di età sono il 23%. Mentre per quanto riguarda l’istruzione, se tra chi non ha nemmeno il diploma i filoisraeliani sono il 51%, tra i laureati sono il 39%, contro un 22% di filopalestinesi. Mentre se si guarda alle differenze tra le varie fedi, i più vicini a Israele sono gli evangelici con una percentuale del 78%, contro il 43% dei cattolici e il 26% dei non credenti; quest’ultima categoria, quella che mette insieme atei e agnostici, è l’unica dove prevalgono i filopalestinesi, al 29%.

Gli ebrei americani e israeliani

Un altro sondaggio del PRC, uscito nell’ottobre 2013, spiegava che anche tra gli ebrei, come tra gli americani in generale, il sostegno a Israele aumentava di pari passo con l’età, con il 38% degli ebrei dai 65 anni in su “fortemente legati” a Israele e il 41% che si sentivano “abbastanza legati”, contro il 25% e il 35% nelle stesse categorie per gli ebrei sotto i 30 anni. E anche in questo caso i repubblicani erano nettamente più vicini a Israele dei democratici, con percentuali del 50% per i primi e del 25% per i secondi su chi aveva un legame forte.

Non c’erano invece grosse differenze in base all’istruzione, con i laureati e i senza diploma rispettivamente al 32% e al 30%; vi era invece una grossa differenza tra i vari tipi di ebraismo, con gli ortodossi al 61% fortemente legati a Israele contro il 24% dei riformati e il 16% dei non praticanti.

La ragione di queste divergenze è che nel corso dei decenni gli ebrei israeliani e americani sono diventati sempre più lontani per orientamento politico: infatti, secondo un sondaggio del gennaio 2017, gli ebrei israeliani che si consideravano di destra e di centro erano rispettivamente il 37% e il 55%, contro un 19% di destra e un 29% di centro tra gli ebrei americani. Sul fronte opposto, gli ebrei americani che si consideravano di sinistra erano il 49%, contro l’8% degli ebrei israeliani. Ciò ha portato anche a divergenze di opinioni sui temi più delicati: il 61% degli ebrei americani era convinto che uno stato ebraico e uno palestinese potessero convivere vicini, mentre tra gli ebrei israeliani la percentuale scendeva al 43%. E se il 52% degli ebrei israeliani pensava che gli USA non aiutassero abbastanza Israele, tra gli ebrei americani la percentuale era del 31%.

Dopo l’elezione di Donald Trump questo divario sembra essersi allargato ulteriormente, tanto che gli ebrei americani sembrano essere diventati meno filoisraeliani dei loro connazionali cristiani: nel maggio 2019, il PRC rivelava che il 42% degli ebrei americani pensava che Trump favorisse troppo Israele, contro il 22% dei protestanti e il 34% dei cattolici.

In conclusione, dai dati emerge chiaramente che l’opinione pubblica americana, e in particolare quella ebraica, ha un approccio molto più eterogeneo nei confronti di Israele di quanto si sia portati a pensare. Tuttavia, è chiaro che le giovani generazioni di americani siano sempre meno amiche dello Stato Ebraico, e bisogna sperare che prima o poi vi sia un’inversione di tendenza.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Luca Clementi e Luca Spizzichino

Romano, classe 1964, una delle voci più autorevoli del panorama giornalistico italiano, stiamo parlando di Maurizio Molinari, dal 2016 direttore del quotidiano “La Stampa”. Corrispondente estero per il giornale torinese, prima da New York, poi da Bruxelles e Gerusalemme. Durante la sua carriera è stato  in Medio Oriente, Africa e Turchia, e ha intervistato alcuni dei personaggi più influenti dell’epoca contemporanea. Molinari, oltre ad essere un giornalista, è anche uno scrittore di saggi. Tra i più celebri: Il Califfato del terrore. Perché lo Stato islamico minaccia l’Occidente (2015), Jihad. Guerra all’Occidente (2015), Duello nel ghetto (2017), Il ritorno delle tribù (2017), Perché è successo qui. Viaggio all’origine del populismo italiano che scuote l’Europa (2018), ed Assedio all’Occidente. Leader, strategie e pericoli della seconda guerra fredda (2019), del quale abbiamo parlato in questa intervista esclusiva, attraverso il quale abbiamo potuto notare direttamente la sua capacità di saper interpretare in maniera chiara e analitica il complesso scenario mondiale che stiamo vivendo, dal crescente clima di  antisemitismo alle terze elezioni in Israele, fino ad arrivare alle recentissime tensioni tra Stati Uniti e Iran, a seguito dell’uccisione del Generale Qasem Soleimani, numero due della teocrazia iraniana e capo delle Forze Quds, unità d’élite delle Guardie Rivoluzionarie.

Direttore, grazie per il tempo che ci ha concesso. Per noi è un privilegio averLa come primo intervistato di HaTikwa 2020. Non Le facciamo perdere tempo e partiamo subito con la prima domanda. Nell’ultimo anno, si è vista in maniera più evidente ed eclatante una preoccupante ondata di antisemitismo che sta colpendo tutto l’Occidente. Dalla vandalizzazione dei cimiteri alle minacce di morte alla Senatrice a vita Liliana Segre, fino ad arrivare all’attentato di Halle, durante Kippur. Quali sono le cause di questa recrudescenza che sta preoccupando le varie Comunità ebraiche occidentali?

L’antisemitismo è un fenomeno che accompagna la storia dell’umanità, quindi, anche se con intensità differenti, si manifesta in maniera costante. È un fiume carsico, non è qualcosa che scompare, ogni volta va sotto e riemerge, con caratteristiche nuove che si sommano a quelle precedenti. Nell’ultimo anno i nuovi aspetti sono fondamentalmente due: il primo riguarda gli Stati Uniti, dove si sta manifestando un antisemitismo violento, analogo a quello che in passato abbiamo visto in Europa e in Asia. La novità è che a compiere questi attacchi sono o gruppi di suprematisti bianchi, o estremisti afroamericani, che sono un fenomeno completamente nuovo, in quanto non erano mai arrivati a compiere atti violenti tesi a uccidere gli ebrei. Il secondo riguarda l’Europa, dove, invece, lo scenario è molto diverso. Le novità si vedono nell’antisemitismo a bassa intensità, ovvero tutta una serie di eventi che riguardano aggressioni minime: spinte, insulti e tiri di sassi. E questi attacchi il più delle volte non sono classificati come atti antiebraici, e questo pone un problema, perché non c’è una normativa in Europa volta a punirli. La difficoltà nell’identificare le novità è che queste si sommano a fenomeni preesistenti. La vandalizzazione dei cimiteri, per esempio, è un fenomeno che c’è sempre stato in Europa, soprattutto per mano dell’estrema destra, ma non bisogna confondere questi fenomeni con il dilagare di micro-aggressioni, soprattutto in paesi come la Francia, il Belgio, la Germania, la Gran Bretagna e i paesi scandinavi, dove le Comunità ebraiche si trovano in seria difficoltà. La domanda da porsi è: perché in Europa questa tipologia di attacchi sta dilagando? Penso che la risposta abbia a che vedere con la tensione sociale che c’è in molti paesi europei, dovuta all’impoverimento della società e alla moltiplicazione di fenomeni politici estremi che portano a fenomeni di intolleranza. È errato, tuttavia, identificare l’antisemitismo con singoli fenomeni politici: esso si nutre di volta in volta di elementi differenti. In Europa, per esempio, l’insofferenza e la protesta sociale dilagano e investono tutti i paesi, indipendentemente dal colore della protesta, che sia di destra o di sinistra, e portano ad un aumento dell’intolleranza nei confronti degli ebrei. Per capire il fenomeno bisogna uscire dalle categorie classiche: se uno segue quest’ultime, non capisce l’antisemitismo, perché questo attraversa la storia e vive di luce propria. Se noi andiamo a vedere cosa accade all’interno delle famiglie dell’estrema destra o estrema sinistra in Europa, notiamo che si sviluppano in maniera molto diversa. All’interno dei gruppi sovranisti, identificano gli ebrei come l’alleato dei migranti, mentre nell’estrema sinistra l’ebreo è identificato come la terza colonna di Israele, considerato uno Stato despota che viola i diritti umani. Le due narrative nutrono questa intolleranza, e quindi questi fenomeni a bassa intensità. In Italia le aggressioni sono ancora sporadiche, ma in città come Berlino, Londra, Leeds o Manchester si tratta di una realtà complicata.

Cambiamo argomento, nelle ultime settimane in Israele si è deciso di ritornare ancora una volta alle elezioni, le terze in poco meno di un anno e mezzo. Con l’imminente processo a Benyamin Netanyahu, quale sarà il futuro del Likud? Quali sono le previsioni quindi, per la prossima tornata elettorale? 

Bellissima domanda, io credo che il fatto che le primarie del Likud si siano concluse con la conferma di Netanyahu sia la prova che Netanyahu ha ancora un’importante possibilità di restare Primo Ministro d’Israele. Fino a quando il Likud fa quadrato attorno a Netanyahu, la sua forza come leader è superiore a quella di ogni altro leader politico. C’è in teoria da affrontare la spada di Damocle dell’inchiesta da parte della magistratura. Le terze elezioni, poi, saranno molto drammatiche, poiché sono un unicum nella storia di Israele. Saranno fondamentalmente una resa dei conti tra Netanyahu e il suo oppositore Benny Gantz. La mia impressione è che Netanyahu e Gantz fossero vicini ad un accordo anche dopo le seconde elezioni, ma non è stato possibile perché gli alleati di uno e dell’altro si sono opposti. Io credo che, qualora l’esito delle elezioni dovesse sostanzialmente essere simile, questa volta Netanyahu e Gantz potrebbero fare un compromesso, senza i loro alleati.

Di recente è stato pubblicato il suo ultimo libro “Assedio all’Occidente” nel quale lei parla di un’imminente seconda Guerra Fredda. Su quali fronti si scontreranno le varie super potenze? E nello scacchiere geopolitico, economico e tecnologico, che ruolo avranno l’Italia e Israele? 

La cosa più nuova di questa seconda Guerra Fredda è che i protagonisti sono gli Stati Uniti e la Cina, e la sfida è una sfida soprattutto sul piano della tecnologia. Mentre nel caso della prima Guerra Fredda si trattava una sfida ideologica tra Stati Uniti, Occidente e Unione Sovietica, in cui uno voleva occupare l’altro, in questo caso è una gara esclusivamente tecnologica: vince chi riesce a sviluppare le nuove tecnologie emergenti in maniera più efficace e più aggressiva. Sappiamo che le risorse degli Stati Uniti sono maggiori, ma è anche vero che la Cina è in vantaggio, soprattutto nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e della tecnologia del 5G. Questo significa che gli Stati Uniti devono rincorrere la Cina come dovettero rincorrere l’Unione Sovietica nel 1957 quando ci fu il lancio dello Sputnik. La sfida fondamentale avviene soprattutto nello spazio cibernetico, ovvero lo spazio dove si sviluppano le comunicazioni internet. Tutta questa vicenda investe l’intero pianeta, anche l’Italia, perché fa parte del blocco degli alleati USA. Nello sviluppo delle tecnologie cibernetiche è molto indietro, e quindi è un paese molto vulnerabile. Questo è un problema per gli Stati Uniti, perché dal punto di vista cibernetico qualcuno avere la tentazione di passare per l’Italia. È molto più facile attaccare paesi come l’Italia o la Spagna o il Portogallo, piuttosto attaccare gli Stati Uniti, la Gran Bretagna o il Canada, perché sono messi meglio da quel punto di vista. Israele è un paese protagonista, perché seppur non appartenendo a nessun blocco, ha un potenziale di spesa cibernetica molto alto. Dal punto di vista dello sviluppo delle nuove tecnologie, Israele è uno dei paesi più avanzati al mondo. Questo significa che tanto gli Stati Uniti quanto la Cina hanno interesse ad averlo dalla propria parte. Questo è molto interessante, perché costituisce una geografia completamente nuova, un mondo completamente diverso da quello in cui siamo nati. Oggi bisogna comprendere come il controllo dei dati dell’informazione che ci scambiamo con i telefoni è molto più importante di aerei, carri armati, navi o altro.

Quali sono i possibili scenari dopo l’uccisione del Generale Soleimani da parte degli Stati Uniti? Quali saranno le reazioni iraniane? Lo Stato d’Israele è in pericolo? 

L’intenzione del Presidente americano è di ridurre il potere militare iraniano in Medio Oriente. Per questo ha eliminato Qasem Soleimani, generale dei Pasdaran e responsabile della creazione, del sostegno, dell’addestramento e dell’armamento delle milizie sciite in Libano, in Siria, in Iraq, in Yemen e altrove. Questo è il colpo che l’Iran ha subito. E’ legittimo supporre che l’Iran cerchi una risposta, se non altro perché Soleimani era il numero due del grande Ayatollah alla guida della Rivoluzione Ali Khamenei, e quindi in ballo c’è l’onore stesso di Khamenei, che è uscito molto indebolito da questo attacco e deve guidare una risposta contro gli Stati Uniti per non perdere credibilità a Teheran. L’interrogativo è: quale tipo di operazione gli iraniani possono condurre? Quando i leader dei Pasdaran affermano che hanno 35 obiettivi a disposizione americani (oltre alla città di Tel Aviv), lasciano intendere la possibilità di poter colpire con i loro missili le basi americane in Iraq e nel Golfo o lo Stato d’Israele. E’ chiaro che se l’Iran colpisse con dei missili delle basi americane, si creerebbe un’escalation: gli americani risponderebbero a loro volta, in maniera anche probabilmente più pesante. Io credo che lo scenario che abbiamo davanti sia quello a cui molto spesso abbiamo assistito fra Israele e gli Hezbollah: quando questi ultimi subiscono un colpo pesante, reagiscono e tentano di salvare il proprio onore con attacchi sul terreno, ma non si spingono mai fino ad una guerra aperta. Detto questo, ciò che conta è che la volontà di Trump di ridurre il potere militare iraniano in Medio-Oriente può portare a nuovi episodi militari di scontro tra USA ed Iran. Io non credo che si arriverà ad una guerra, perché, come dice Trump, l’eliminazione di Soleimani punta a prevenire ulteriori conflitti, non ad incentivarli. Detto questo, chi conosce il Medio-Oriente sa che le previsioni sono fatte per essere smentite. Per gli iraniani, lo Stato d’Israele è parte integrante del sistema americano in Medio-Oriente, quindi ogni minaccia proferita contro gli Stati Uniti investe anche Israele. Soleimani guidava le milizie sciite, e in più occasioni hanno attaccato lo Stato ebraico. Dunque è legittimo supporre che nella fase calda di confronto tra USA e Iran ci siano delle minacce molto concrete per la sicurezza di Israele. Per questo il Segretario di Stato americano Pompeo ha avuto un colloquio con Netanyahu, e io credo che sia stata una conversazione simile a quelle che lui ha avuto con il leader dell’Arabia Saudita, dell’Egitto, delle monarchie del Golfo, degli Emirati. Tutti i paesi dove gli americani hanno rapporti di alleanza importanti sono oggi possibili obiettivi degli attacchi iraniani.

 L’avvicinarsi della Giornata della Memoria e la recente dipartita di alcuni Sopravvissuti ci obbligano a fare una riflessione: in che modo si potrà tramandare il messaggio della Memoria alle nuove generazioni? 

Io credo che una ricetta ebraica sia quella che ci ha lasciato Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace, autore del libro ‘’La notte’’ e anch’egli Sopravvissuto: la chiave per ricordare la Shoah è l’Haggadah. Bisogna utilizzare lo stesso metodo degli Ebrei quando ricordano l’Uscita dall’Egitto. Ogni anno gli Ebrei leggono un testo per due sere e dicono: ‘’Io leggo come se fossi uscito dall’Egitto.’’ Quindi, per far fronte alla futura dipartita dei Sopravvissuti, le nuove generazioni devono riuscire a ricordare la Shoah come se fossero loro stessi dei Sopravvissuti. L’interrogativo è: come si fa? Nel caso dell’Haggadah c’è un testo, mentre qui non c’è. Un metodo fattibile potrebbe consistere nella scelta da parte di ogni giovane della storia di un Sopravvissuto: studiandola, imparandola e facendola propria, potrebbero divenire loro stessi gli eredi. In ogni casa ebraica ci sono dei Sopravvissuti, soprattutto in Europa. Se ogni ebreo europeo studiasse la storia di un parente o di un conoscente e diventasse personalmente il testimone di quella storia, potremmo conservare compiutamente la memoria della Shoah. Ogni giovane deve sentirsi personalmente responsabile della scelta, dell’approfondimento e della trasmissione di queste storie. Questa mi sembra una maniera molto ebraica di affrontare la questione.

 Per chiudere, un consiglio per la nostra Redazione, nata da pochi giorni. Come far sentire la nostra voce in temi di attualità che ci riguardano strettamente? Qual è il miglior modo di fare giornalismo oggi? Ci sono dei punti fermi da non tralasciare mai? 

Ci sono due aspetti: il primo riguarda i contenuti, il secondo riguarda il loro metodo di distribuzione. Per quanto riguarda i contenuti, la chiave è la qualità. Quando si scrive qualcosa, è necessario fare duro lavoro. Di qualunque argomento si tratti, se l’articolo è frutto di studio, approfondimento, consultazione di fonti, allora si tratta di un lavoro di qualità, che dà credibilità a chi lo scrive e a chi lo pubblica. Se invece l’articolo è scritto in fretta e in modo superficiale, allora scredita chi lo scrive e chi lo pubblica. Questa è una regola vera sempre, a prescindere del mutare dei tempi. La vera novità sta nel metodo per raggiungere più persone oggi: il prodotto in carta è importante, ma non prioritario. La cosa importante è raggiungere più persone possibili con l’utilizzo delle nuove tecnologie: il digitale, il video, le foto, i social network. Le nuove tecnologie cambiano a grande velocità, la difficoltà si trova nello stare al passo con i tempi: anche domani potrebbe uscire un nuovo metodo di diffusione, e in quel momento sarà necessario declinarlo su ogni piattaforma, per arrivare ad un pubblico sempre più ampio.