Attualità

Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Marzo 2020
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HaTikwa, Gavriel Hannuna

Dictator: Nell’antica Roma il dictator era una persona alla quale veniva affidato il potere assoluto della Repubblica in caso di grandi crisi; e quando questa veniva risolta, il dictator era invitato a cedere questi poteri. Col tempo abbiamo visto quanto questa posizione sia rischiosa per la sopravvivenza di una repubblica: gli stessi romani hanno avuto dittatori che hanno svolto il loro ruolo perfettamente, riaprendo il senato dopo la fine della crisi, e altri che invece hanno approfittato della situazione per rimanere in carica anche dopo.

Anche se non vogliamo più usare la parola “dittatore”, la maggior parte delle costituzioni delle democrazie mondiali hanno un protocollo per le emergenze simile a quello romano: concentrano i poteri nel capo del governo per ottenere una risposta rapida ed efficiente, in un momento dove perdere tempo significa perdere vite umane.

In piena crisi del coronavirus, molti governi hanno già dichiarato la situazione un’emergenza nazionale, conferendo la maggior parte dei poteri ai loro capi di stato. Anche Israele stava per fare lo stesso. Il 19 marzo, lo speaker della Knesset Yuli Edelstein era sul punto di chiudere il parlamento, lasciando a Netanyahu la possibilità di governare senza “intralci”. Nello stesso giorno, i giornali hanno gridato al colpo di stato, 600.000 persone si sono riunite su Facebook per protestare e, nonostante le restrizioni dei movimenti, molti si sono presentati a protestare davanti alla Knesset. Il presidente israeliano Rivlin è intervenuto chiedendo a Edelstein di non chiudere il parlamento, e la Corte Suprema ha deliberato per mantenere la democrazia funzionante.

Perché gli altri sì e Netanyahu no?

A differenza di altri capi di governo, Netanyahu si trova in un limbo politico. Pochi giorni prima della minaccia di chiusura del parlamento 61 parlamentari avevano votato per iniziare un nuovo governo senza di lui; Rivlin aveva affidato l’incarico a Gantz, mentre Bibi continuava a proporre un governo di unità nazionale con sé stesso al comando per i prossimi 18 mesi. Gantz non era d’accordo, e dopo le consultazioni finite senza risultati, ecco che si parla di mettere in pausa la democrazia e di lasciare Netanyahu al comando a tempo indefinito, mentre il suo processo per corruzione (che sarebbe dovuto essere il 17 marzo) è stato rimandato a data da definirsi.

Alla fine del tunnel

Dopo essersi ritrovato in un vicolo cieco, Gantz ha deciso di accettare l’accordo di Netanyahu: divideranno il mandato in due, lasciando Bibi al potere per i prossimi 18 mesi per poi lasciare il governo a Gantz. Intanto Blu e Bianco si è ufficialmente disintegrato davanti alla nazione. Lapid, il numero due del partito, ha visto l’accordo come un atto di tradimento e ha annunciato la scissione da Blu e Bianco; aveva precedente affermato che avrebbe preferito una quarta elezione piuttosto che dare il governo a Netanyahu. Intanto, il politico che i giornali davano per spacciato alle prime elezioni è riuscito a resistere e a portare ad uno stallo la Knesset, ritornando alle elezioni per 3 volte; dopodiché è riuscito a polverizzare l’unico partito che si era dimostrato una minaccia per il suo governo negli ultimi 10 anni, assicurarsi un mezzo mandato, e rinviare il suo processo per corruzione per almeno altri 18 mesi.

In un mondo dove i partiti anti-establishment hanno preso il potere, promettendo di essere diversi e di portare qualcosa di nuovo al governo (USA, Italia, etc…), Israele va contro corrente, e ci mostra quanto Netanyahu sia tra i politici più abili nel panorama Israeliano.

Difficile dire cosa succederà dopo i fatidici 18 mesi: il governo Gantz si troverà davanti una Knesset ancora più divisa, il ché in democrazia significa gestire un governo lento e poco efficiente. Per un governo del genere la risorsa più importante è il tempo, che Bibi ha trovato il modo di “rubare”.

Il destino del primo ministro più longevo di Israele sarà determinato dal suo processo per corruzione, che potrebbe far finire la sua carriera politica, o dargli una nuova spinta verso un altro mandato. La gestione della crisi coronavirus potrebbe essere la sua carta vincente per un ritorno alla  sua amata posizione di “King Bibi”.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 Marzo 2020
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HaTikwa, di Benedetta Spizzichino

Il bel paese sta affrontando giorni molto duri a causa della crescente diffusione del coronavirus, avvenuta prima in Lombardia e poi – progressivamente – nelle altre regioni d’Italia. Gli italiani tentano di rispondere nelle maniere più disparate: c’è chi canta dai balconi, chi reinventa la didattica seguendo lezioni online, chi riarrangia il proprio lavoro facendo smart working, e chi lancia iniziative e challenges sui social.

È proprio grazie ai social che, in un momento storico pieno di incertezza, la vita si riorganizza, seppur con cadenze e abitudini alterate: ci si laurea in videoconferenza, si fanno aperitivi su Skype, ci si allena con YouTube. Ma, soprattutto, le notizie viaggiano sempre più rapidamente. Le piattaforme con maggiore affluenza abbondano di testimonianze scritte e visive di medici e operatori sanitari che, con i segni delle mascherine sotto il viso, le occhiaie di giornate senza sosta e il coraggio da vendere, ci chiedono costantemente di restare a casa.

Nel frattempo aumentano gli ammalati e i decessi, scarseggiano i posti letto in terapia intensiva, per non parlare della strumentazione medica. I morti al 22 marzo erano 4.825, facendo dell’Italia il primo paese al mondo per numero di morti a causa del virus.

Ma è in questo clima di ansia e panico diffusi che nel mondo ebraico si alza una piccola-grande voce, giovane e volenterosa: Jewlead, una commissione di giovani ebrei che cerca innanzitutto di dare un contributo alla collettività, ma che tiene aperti gli occhi sul mondo. È ad opera di questi ragazzi l’iniziativa GOAL-19, una raccolta fondi aperta il 19 marzo, proprio quando l’Italia ha raggiunto il triste primato di nazione con più morti da coronavirus.

GOAL-19 ha come obiettivo raccogliere 19.000 euro, da devolvere interamente all’acquisto di apparecchiature cliniche e strumentazioni per gli operatori sanitari per l’Ospedale Spallanzani di Roma, che al momento è il maggior centro di ricerca per il trattamento del virus in Italia. L’iniziativa, da subito ben accolta, ha riscosso i suoi primi 1.000 euro nel giro di mezz’ora, e non intende arrestarsi. Ma grandi obiettivi richiedono grandi adesioni. Jewlead ci invita tutti a donare, anche cifre piccole ma fondamentali, in una battaglia che quest’anno ha coinvolto tutti noi: il Covid-19.

L’ebraismo italiano è un ebraismo presente, che vuole esserci per le sue comunità e per il suo paese, e l’iniziativa di Jewlead ne è l’espressione più giovane e impegnata.

Per donare, cliccare su questo link: https://www.gofundme.com/f/GOAL-19


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Marzo 2020
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HaTikwa, di David Fiorentini

Di fronte all’imperversare dell’emergenza coronavirus, l’opinione pubblica ha inevitabilmente dato molta attenzione al sistema sanitario nazionale. Dai posti in terapia intensiva ai fondi europei, il popolo italiano sta avendo modo di conoscere e mettere in discussione il proprio sistema ospedaliero.

Proprio in questi giorni di riflessione, è stata pubblicata l’annuale classifica dei migliori ospedali al mondo dalla rivista statunitense Newsweek: nelle prime cento posizioni, troviamo vari ospedali italiani tra cui il l’Ospedale Niguarda di Milano (47), l’Istituto Clinico Humanitas di Milano (51-100), il Policlinico Gemelli di Roma (51-100) e il Policlinico Sant’Orsola di Bologna (51-100). Ma ciò che stupisce maggiormente è trovare nella Top 10, per il secondo anno di seguito, il Sheba Medical Center di Ramat Gan. L’ospedale israeliano, fiore all’occhiello della Kupat Holim, ha raggiunto la nona posizione in un sondaggio che, coordinato dalla compagnia assicurativa internazionale GeoBlue e dalla piattaforma di elaborazione dati Statista, ha coinvolto 21 Paesi e oltre 70.000 esperti del settore.

Situato a Tel HaShomer, è tra le più longeve strutture sanitarie del Paese. Il centro fu fondato nel 1948 come ospedale militare per i feriti della Guerra d’Indipendenza, ma fu riconvertito in civile nel 1953 dal Dott. Sheba, dal quale la struttura ha successivamente preso il nome. Il complesso ospedaliero è enorme, e comprende un ampio reparto di terapia intensiva, un ospedale pediatrico, una clinica per disturbi post traumatici, un centro oncologico, un avanzato centro di ricerca e un campus accademico affiliato all’Università di Tel Aviv.

Ogni anno, l’ospedale fornisce prestazioni mediche a oltre un milione e mezzo di pazienti, tra i quali anche molti cittadini dell’Autorità Palestinese, senza fare discriminazioni e mantenendo sempre uno standard mondiale. Alla base di questa straordinaria eccellenza vi sono collaborazioni stellari con altri istituti di ricerca, come il Lonza Group di Basilea per lo sviluppo di terapie genetiche per leucemia e linfoma, e progetti pionieristici nel settore, come quello con la OKI Electric Industry Ltd, che serve a esplorare nuove misure preventive contro la demenza senile. Ad oggi, oltre un quarto della ricerca medica nazionale è condotta presso il Sheba Medical Center.

Alla 34° posizione della classifica di Newsweek, dopo l’istituto clinico di Ramat Gan, troviamo il Sourasky Medical Center di Tel Aviv, a conferma che, da umilissime origini, oggi Israele è leader del Medio Oriente e del Mondo nella medicina e nella ricerca. Non a caso il Sistema Sanitario Israeliano è stato più volte considerato uno dei migliori al mondo dal Bloomberg Annual Healthcare Index. In particolare, lo Stato d’Israele ha un sistema sanitario di tipo universale, che fornisce copertura medica a tutti i cittadini iscritti a uno dei quattro fondi sanitari nazionali che compongono la Kupat Holim: Clalit, Maccabi, Meuhedet e Leumit.

Fondamentale è anche l’apporto del Maghen David Adom (MDA), il servizio sanitario di urgenza ed emergenza israeliano, che oltre ai 2.000 eroici medici e infermieri e i 15.000 volontari, può contare sul sostegno di numerose associazioni di amicizia in tutto il mondo. Con sede alla Banca del Sangue di Tel HaShomer, presso il Sheba Medical Center, il MDA possiede circa 900 ambulanze, di cui numerose adatte alla terapia intensiva per rispondere con prontezza ad attacchi terroristici o catastrofi naturali.

Un quadro nazionale molto promettente, che però, come il resto dell’Occidente, sta soffrendo di fronte all’emergenza Covid-19. Dopo aver bloccato i voli per Cina, Corea del Sud e Italia e aver imposto la quarantena a chiunque entrasse nel Paese, oggi Israele si trova in uno stato di quarantena generale, nonostante i casi, al momento della decisione, fossero solamente 300. Inoltre, sono stati ordinati altri 1.000 ventilatori, per aumentare i posti in terapia intensiva dai 3.500 attuali a ben 4.500, uno ogni 2.000 abitanti. Numeri impressionanti se paragonati all’Italia o al Regno Unito, i quali possono contare solamente su circa 5.000 posti per i loro 60 milioni di abitanti. A questo va anche aggiunto l’apporto di un altro asso nella manica di Israele: il Mossad, che in via eccezionale è stato impiegato anche in questo tipo di missioni speciali, ed è riuscito a recuperare ben 100.000 kit per la diagnostica del coronavirus.

In sintesi, sono state prese misure estremamente previdenti, ancora non accompagnate dallo stanziamento di un fondo di emergenza per le imprese come in Italia, Germania o USA, ma la loro reattività potrebbe essere la chiave per prevenire o contenere un drammatico tracollo dell’economia. Infatti, al momento, le perdite dovute alle restrizioni governative, secondo il capo economista del Ministro delle Finanze Shira Greenberg, sono abbastanza circoscritte, e ammontano a circa 12 miliardi di dollari.

Per concludere con una nota positiva, nonostante la situazione non così florida, Israele ha anche dimostrato grande solidarietà ad altri paesi afflitti dal coronavirus, in particolare all’Italia. Non si può fare a meno di menzionare l’emozionante proiezione del Tricolore sulle antiche mura di Gerusalemme, sul Municipio di Tel Aviv e sul modernissimo Stadio di Netanya, che ribadisce ancora una volta la vicinanza dei due Paesi, con l’auspicio di poter festeggiare presto la fine di questo difficile momento.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Marzo 2020
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HaTikwa, di Giorgia Calò

Simbolo di unione e fratellanza tra le diverse nazioni, ma mai come in questo caso anche di speranza e forza: la Fiaccola Olimpica è stata accesa la mattina del 12 marzo presso le rovine del Tempio di Era ad Olimpia, e si appresta ad iniziare il suo viaggio verso Tokyo, dove sono previsti i Giochi Olimpici 2020 per questa estate.

A causa delle disposizioni restrittive dovute alla pandemia Covid-19, la cerimonia di accensione della fiaccola è avvenuta in forma privata, senza gli spettacoli e il rito simbolico del taglio del ramo d’ulivo che l’accompagna. Oggi verrà invece consegnata alle autorità giapponesi, che la porteranno a Tokyo.

Ciò rappresenta un barlume di speranza e ottimismo in un momento di paura. Mentre le persone sono recluse nelle loro case per combattere il virus che si sta diffondendo a livello globale, la fiamma olimpica, secondo la mitologia greca dono di Prometeo agli esseri umani, non si ferma; nonostante l’interruzione a Sparta della tradizionale corsa a staffetta attraverso le città greche e i siti archeologici, dovuta all’inevitabile ammasso di persone scese in strada per assistere al passaggio della fiaccola, questa continua imperterrita nella sua missione: trasmettere l’unione e l’uguaglianza di tutti i paesi attraverso lo sport.

“La cancellazione delle Olimpiadi è inimmaginabile”, ha dichiarato la governatrice di Tokyo, Yuriko Koike.

Non sarebbe la prima volta nella storia che si parla di cancellazione delle Olimpiadi: nell’antica Grecia questo era impensabile, in quanto la manifestazione sportiva aveva un’importanza tale da bloccare qualunque guerra o conflitto per correre ad Olimpia ed assistere alle gare. Ma in età contemporanea per ben tre volte, tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, le manifestazioni sportive sono state annullate: nel 1916 a Berlino, nel 1940 proprio a Tokyo, che rischia di vedere la storia ripetersi 80 anni dopo, e infine nel 1944 a Londra.

L’inizio dei giochi è previsto per il 24 luglio 2020, per poi concludersi il 9 agosto: sia il comitato olimpico sia il governo giapponese stanno portando avanti l’organizzazione dell’evento sportivo più seguito al mondo, nella speranza che nella stagione estiva l’emergenza Corona Virus sia ormai rientrata.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 Marzo 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino 

Francesco Costa è un giovane giornalista, nato a Catania nel 1984. Dopo tre anni a Roma, dal 2010 vive a Milano e lavora per Il Post, di cui è il vicedirettore. Ha rivoluzionato il modo di fare giornalismo in Italia con Da Costa a Costa: nata come newsletter, al quale si è aggiunto un podcast, diventato poi uno di quelli di maggiore successo nel nostro paese, con il quale dal 2015 ha raccontato la politica e la società americana. Nel 2016 ha vinto il Premio Internazionale Spotorno Nuovo Giornalismo per la copertura delle elezioni presidenziali statunitensi, mentre nel 2018 ha vinto il premio della Festa della Rete per il miglior podcast italiano.

Come è nata l’idea di creare Da Costa a Costa?

Innanzitutto, grazie! Da Costa a Costa è nato nel 2015 soprattutto da un mio desiderio, cioè provare a seguire l’inizio della campagna elettorale delle presidenziali del 2016, e raccontare quello che accadeva negli Stati Uniti in un modo che non fosse il solito, non tradizionale, quindi non con i soliti articoli. Io sono un giornalista, quindi è quello ho sempre fatto, e lo faccio ancora adesso con piacere, però volevo provare qualcosa di nuovo. All’epoca mi inventai di recuperare uno strumento antico, per quanto ancora valido, la newsletter, e a quello strumento si è poi affiancato qualche mese dopo anche un podcast, un altro strumento antico che però sta raccogliendo sempre più appassionati e ascoltatori. Quindi, Da Costa a Costa nasce come racconto della politica e della società americana attraverso una newsletter, una che arriva nelle caselle di posta di chi si è iscritto gratuitamente, e con un podcast ascoltabile gratuitamente. Mentre da quest’anno ho aggiunto un racconto fatto su Instagram, uno dei social network più utilizzati soprattutto dai giovani, anch’esso multimediale, nel quale racconto attraverso le immagini quello succede e quello che osservo quando vado negli Stati Uniti, sul campo. Vado negli States grazie alle donazioni che i lettori e gli ascoltatori fanno in modo del tutto volontario, perché questo progetto continui a esistere. Tutto è gratis, chi vuole donare non ottiene niente in cambio, ma i donatori sono abbastanza da permettere al progetto di restare in piedi.

Ci hai raccontato le peculiarità della politica americana, ma anche semplici spaccati di vita a stelle e strisce. Come è nata questa passione per l’America?

È nata un po’ per caso, come spesso poi accadono le cose nella vita. Sono appassionato di storia, oltre a essere laureato in Scienze Politiche. Finita l’università mi sono interessato alla politica estera, volevo fare il giornalista e in quel momento lì, nel 2007, stava succedendo qualcosa di nuovo in America: c’era un candidato che poi diventò presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ma che all’epoca era un candidato completamente sconosciuto, con un nome improbabile, ed era afroamericano, cosa che all’epoca significava molto di più di quello che significa oggi, che provava a diventare Presidente degli Stati Uniti. Mi appassionai a quella storia dal punto di vista giornalistico, cominciai per conto mio a documentarmi, a seguirla. Nel frattempo, provavo a fare il giornalista, e il caso ha voluto che entrassi in una redazione nel 2008, poco prima che iniziassero le elezioni presidenziali. Il primo vero incarico affidatomi fu quello di andare in un pub a Roma, dove gli americani seguivano la lotta elettorale, e quindi mi ritrovai al mio primo incarico giornalistico. Pensa quanto potessi essere felice per la mia carriera, in mezzo a questi americani in lacrime, felicissimi che festeggiavano, all’epoca, l’improbabile e impensabile elezione di un uomo afroamericano alla presidenza degli Stati Uniti. Insomma, fui comprato a vita da quel momento lì, e la politica divenne non solo la mia passione, ma anche un pezzo del mio lavoro, perché da lì ho continuato a seguire la politica americana come giornalista.

Recentemente è uscito il tuo primo libro, Questa è l’America. Leggendolo, si nota come la società statunitense in questi ultimi anni sia radicalmente cambiata. Quali sono stati i motivi di tale cambiamento?

Sono tanti, naturalmente. Ci accorgiamo di questi cambiamenti solo quando poi accadono delle cose che non ci spieghiamo facilmente, come Donald Trump presidente degli Stati Uniti. Ma quello è il punto di arrivo, non il punto di inizio. Questi fatti, quando noi ce ne accorgiamo è perché accaduto qualcosa prima di cui non ce ne eravamo accorti. I cambiamenti della società naturalmente sono tantissimi: la crisi economica del 2008-2009 ha avuto un fortissimo impatto, interi pezzi di territorio si sono ridisegnati. Posti che una volta economicamente andavano fortissimo oggi non lo sono più e viceversa, posti che erano messi male ora sono messi bene, pensiamo al Sud degli Stati Uniti, e in particolare al Sud-ovest, che oggi è il vero motore dell’economia del paese. La popolazione si è spostata di conseguenza, oggi si vive sempre di più nelle città e sempre meno nelle aree rurali, e questa contrapposizione, che noi vediamo anche in altri paesi occidentali, spiega molti dei cambiamenti americani contemporanei. La comunicazione online e la nascita dei social network hanno contribuito a radicalizzare le posizioni delle persone in un contesto in cui le regole del gioco, cioè il modo in cui funzionano le istituzioni americane, sono immutabili. Noi parliamo di cambiare la legge elettorale ogni dieci minuti in Italia, però in America le regole sono veramente immutabili, loro hanno combattuto una guerra civile, senza colpi di stato, senza cambiare forma di governo, senza sospendere elezioni. Ecco, queste regole del gioco stanno iniziando ad accusare il colpo, e non stanno funzionando più come prima. Hanno garantito agli Stati Uniti 230 anni di predominio economico, culturale, militare e scientifico sul mondo; oggi però cominciano a non funzionare più bene, creano un governo disfunzionale che non riesce a gestire i problemi e le esigenze delle persone, e quindi questi problemi si allargano.

Parlando dello stato attuale della società americana, nel tuo libro parli di un’eclissi che gli Stati Uniti stanno attraversando. Ci puoi spiegare questo concetto?

Analizzando la società americana, ma soprattutto viaggiando negli Stati Uniti e parlando con gli americani, guardando alla situazione, mi sono accorto che i problemi si stanno allargando: dalla sanità alle diseguaglianze economiche, ad un senso di precarietà che si percepisce in giro, anche andando a cercare le spiegazioni a cose che non capiamo dell’America, che nel libro cerco di raccontare; del rapporto degli americani con la sanità, con le armi e con le tasse. Da anni si parla di declino americano. Io ho provato a indagare, e ho visto che i paesi in declino hanno caratteristiche che gli Stati Uniti non ha. I paesi in declino sono paesi la cui economia è in declino, e l’economia americana non lo è; sono paesi che demograficamente stanno invecchiando, e l’America no; sono paesi che vedono un loro predominio scientifico-tecnologico diminuire, e invece in America si continuano a sfornare grandi innovazioni tecnologiche che cambiano il mondo, pensiamo ad Apple, Facebook, Google ed Amazon che sono tutte americane. E ce ne sono moltissime altre che non arrivano al grande pubblico, ma che incidono nel settore della componentistica e delle biotecnologie. Ogni anno, quando ci sono i Premi Nobel, andate a vedere la lista e noterete che sono quasi tutti o americani o persone che studiano o lavorano in America. Quindi non c’è un declino americano, nei termini in cui lo conosciamo, e allora ho provato a spiegare questi due fatti contraddittori, con quello che nel libro cerco di descrivere come un’eclissi. Il sogno americano esiste ancora, ma è distorto. L’America continua ad andare a tutta velocità, come ha fatto per gran parte del Novecento, ma è come se questa macchina avesse una ruota sgonfia, perdesse pezzi strada facendo. Chi ce la fa, lo fa molto bene. Ci sono molte più opportunità che in qualsiasi altro paese occidentale. Chi non ce la fa invece gioca totalmente senza rete di protezione, e quindi finisce seriamente nei guai, al contrario nostro, dove chi viene licenziato, vede la sua impresa fallire o non riesce a ottenere un’istruzione di alto livello, viene tutelato. In questo io vedo un’eclissi del sogno americano, come se fosse diventato tutto più oscuro, più lugubre, e nel libro cerco di argomentare perché.

Guardando ad entrambi i partiti, e ai risultati ottenuti nelle elezioni del 2016 e del 2018, si può notare come stia svanendo pian piano l’elettorato moderato. Qual è la causa di questa polarizzazione?

Le cause sono tante, tra cui quelle già citate prima su come si sia polarizzata anche demograficamente la popolazione. Pensiamo anche al fatto che i due partiti americani, per larghissima parte del Novecento, includevano al loro interno persone e politici dalle idee molto diverse; per questo erano obbligati a trovare una sintesi al loro interno, e a moderare queste tendenze estreme da una parte e dall’altra, per poi contendersi il voto degli elettori provando a convincere quelli dall’altra parte. Questo meccanismo a un certo punto è saltato, per tanti motivi. Il Partito Democratico, ad esempio, per una buona parte del Novecento aveva al Sud una classe politica molto conservatrice, e che oggi non ha più. Quello Repubblicano, che è quello conservatore, aveva avuto per larga parte del secolo scorso una corrente liberale, progressista e moderata, pensiamo a Rockefeller e ai repubblicani delle grandi città, che adesso non ci sono più. I partiti sono diventati sempre più omogenei dal punto di vista ideologico, e hanno avuto sempre meno la necessità di trovare posizioni di compromesso al loro interno. Le regole di gioco, di cui abbiamo parlato prima, hanno prodotto un contesto per cui nella gran parte dei Collegi della Camera, si sa già chi vincerà in partenza. I Collegi sono stati ridisegnati perché includano un certo tipo di popolazione che sai più o meno come voterà (il fenomeno del “Gerrymandering“, ndr), perché ci sono dei precedenti naturalmente. Tutto questo fa sì che i partiti non abbiano più alcun incentivo a cercare di convincere gli elettori avversari, ma fanno delle gare basate sulla purezza ideologica. Poi sono arrivati i media naturalmente, e i social network, e queste tendenze portano a estremizzare le posizioni delle persone e a scoraggiare il confronto. Questo fenomeno negli Stati Uniti comincia negli anni ’90 e accelera molto più avanti, portando non solo all’elezione di Trump, ma guardando dall’altra parte all’eversione di un candidato come Bernie Sanders, le cui idee soltanto dieci anni fa dentro il partito non avrebbero avuto proprio cittadinanza, e invece oggi sono patrimonio di una minoranza molto consistente del Partito Democratico.

L’elezione di Alexandria Ocasio-Cortez, di Ilhan Omar e di altri nel 2018, possono quindi considerarsi i primi casi di estremizzazione a sinistra del Partito Democratico?

Lo sono, ma gli indizi di questa estremizzazione, sia a sinistra che a destra, sono ovunque, anche in questioni non politiche. Come racconto nel libro, chi sa solo di politica, in realtà non capisce veramente di politica. Molti dei cambiamenti si vedono nella cultura delle persone; per esempio, il modo in cui gli sport americani vengono abitualmente suddivisi per tipo di appartenenze è interessante: l’NBA (la famosa lega di pallacanestro americana, ndr) è la lega dei progressisti, mentre invece il baseball (MLB) e il football americano (NFL), sono le leghe il cui pubblico ha una forte accezione conservatrice, per non parlare dell’hockey (NHL) e delle corse automobilistiche (Nascar). Lì il calcio è un fenomeno sportivo molto di sinistra, e in particolare un fenomeno sportivo femminile, e chi segue il calcio tendenzialmente non guarda Fox News (canale dalla linea conservatrice). Tutte queste cose prima non c’erano, mentre ora queste divisioni si possono trovare nei film che si guardano, nella musica che si ascolta, ed è molto interessante guardare oltre alla politica per capire la politica.

Pensando a quello che è stato appena detto, ormai nessuno si stupisce se i Golden State Warriors si rifiutano di andare alla Casa Bianca, o se LeBron James critica il governo, mentre nel NFL, il gesto di Colin Kaepernick è stato un caso nazionale…

Esattamente.

Parliamo di attualità adesso. Lo scorso 3 marzo si è tenuto il Super Tuesday, alla luce dei risultati ottenuti da Biden. Come si sta evolvendo la corsa al posto di candidato democratico alle elezioni che si terranno a novembre?

Sicuramente è diventata una corsa a due, gli altri candidati rimasti in corsa si ritireranno sicuramente a breve o saranno irrilevanti. In questa corsa a due abbiamo un favorito, ed è Biden, che è in vantaggio sui voti ricevuti, dei delegati maturati con quei voti, ed è soprattutto quello con una traiettoria ascendente; mentre Bernie Sanders, che era arrivato da favorito al Super Tuesday, ha deluso moltissimo le attese, ha raccolto meno voti di quanti erano considerati alla sua portata. Sanders ha dimostrato così di non aver allargato il suo consenso rispetto al 2016, e di fare molta fatica con gli elettori non bianchi. Questo è strano e preoccupante per lui, perché il suo messaggio si rivolge soprattutto ai più poveri e ai più discriminati, un messaggio che insiste sulle ingiustizie del capitalismo americano, e qui in America i più poveri sono gli afroamericani; se gli afroamericani non votano per te, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Non è ancora finita, perché Sanders non ha uno svantaggio incolmabile ed ha una base di sostenitori che lo finanzia molto bene. Da questo punto di vista il senatore del Vermont è il candidato economicamente più attrezzato, dopo il ritiro di Bloomberg, e pertanto possiamo dire che non è finita qui. Ma se c’è un favorito, oggi è sicuramente Joe Biden.

Nelle ultime settimane, aspettarsi una vittoria così netta di Joe Biden in South Carolina e durante il Super Tuesday sembravano piuttosto improbabili, soprattutto alla luce delle sue performance oratorie durante i dibattiti e nei comizi non così eccellenti. Cosa ha portato a questa inversione di tendenza?

Biden continua a non essere il miglior Biden. Lui è sempre stato un politico che sa stare benissimo in mezzo alle persone, molto empatico, che parla a braccio e cattura l’attenzione di chi ha davanti. L’ho visto spesso dal vivo, e ho notato che è molto invecchiato, anche durante il discorso nel quale ha festeggiato la vittoria al Super Tuesday, tanto che ha perso il filo e ha confuso sua moglie con sua sorella. Però mantiene una capacità di rappresentanza degli interessi di un grande pezzo dell’elettorato democratico notevole, e quando è andato molto male all’inizio delle primarie, in Iowa e in New Hampshire, tutti, me compreso, hanno messo in discussione le sue possibilità. Lui e il suo staff dicevano che quei due stati sono piccolissimi e non sono rappresentativi dell’America, ed è vero, infatti quando si è andati a votare in South Carolina, uno stato molto grande ed etnicamente eterogeneo, l’ex-vicepresidente ha fatto straordinariamente bene, a tal punto da costringere al ritiro Amy Klobuchar e Pete Buttigieg, che non avevano più alcuna possibilità di farcela. Così ha inclinato il piano che l’ha portato al Super Tuesday a vincere in tutto il Sud e al Nord, in Minnesota (stato della Klobuchar, ndr), in Massachusetts (stato di Elizabeth Warren, che si è ritirata la settimana dopo questa intervista, ndr) e a fare molto bene nello stato di Bernie Sanders, il Vermont, nel quale il senatore ha vinto solamente col 50% dei vita, al contrario del 2016, dove vinse con l’80%. E tutto questo è un indicatore di una notevole fragilità per Sanders e di forza per Biden.

Prima di martedì scorso, Mike Bloomberg, con la sua campagna atipica, guardando anche ai diversi sondaggi usciti, sembrava prospettarsi come il terzo incomodo di queste primarie democratiche. Quali possono essere le cause di questo clamoroso flop dell’ex-sindaco di New York?

Che Biden si è essenzialmente tirato su. La scommessa di Bloomberg era quella di essere il candidato moderato che riunisse il partito, e questo perché aveva le risorse per battere Trump. Si può dire che il suo è stato un fallimento dell’ultimo miglio, perché lui, da zero e in meno di tre mesi, è diventato nei sondaggi e nei dati un candidato importante di queste elezioni. Al Super Tuesday è andato male, ma ha ottenuto dei voti e dei delegati. Il punto è che è venuta a mancare la premessa fondamentale di questa campagna elettorale, e cioè che Biden sarebbe stato un flop. All’ultimo momento Biden si è tirato su, lui che è molto amato dal partito, e che è stato il vice di Obama per otto anni. Dal momento che Biden ha dato un grande cenno di vita, non solo in South Carolina, ma forte degli endorsement di Buttigieg, Klobuchar e di Beto O’Rourke, il Partito ha capito che era lui il candidato intorno al quale consolidarsi, e Bloomberg, che molti consideravano la loro ultima chance, a quel punto ha perso il motivo per essere votato.

In un editoriale uscito a seguito del Super Tuesday, l’autore sostiene che dietro la vittoria di Biden, ci sia lo zampino dell’ex-presidente Obama. È vero?

Secondo me questa cosa è infondata. Noi italiani, e tra questi alcuni miei colleghi e da quello che si dice in TV, siamo appassionati di retroscena. Obama non ha detto una parola, come ex-presidente non ha nessun ruolo nelle primarie, sosterrà il vincitore così da tenere unito il partito, ed essere poi efficace nella vera campagna elettorale, che va dall’estate a novembre. Alcuni dicono che Obama abbia fatto pressioni su Klobuchar e Buttigieg perché si ritirassero e sostenessero Biden, e questo è infondato. Finché ci sono prove, li possiamo prendere come fatti, ma riguardo a ciò non ce ne sono. Ma c’è un’altra questione: che queste telefonate siano avvenute o meno, Buttigieg e Klobuchar, non avevano nessuna speranza di vittoria quando si sono ritirati, il Super Tuesday per loro sarebbe significato spendere un sacco di soldi e una sonora umiliazione, come quella di Elizabeth Warren, che è rimasta in corsa ed è finita terza nel suo stato.

La nostra redazione è composta interamente da giovani. Quali sono i tuoi consigli per far s che il nostro giornale possa crescere? Esiste un modo innovativo di fare giornalismo?

Ovviamente non posso dare lezioni, ma quello che ho imparato dal mio lavoro e da quello che faccio al Post, è che il giornalismo non ha bisogno di grandi trasformazioni. Anzi nel modo in cui al Post facciamo il giornale, c’è poco di innovativo e molto di tradizionale è un modello conservatore ed è quello che va recuperato: quello di verificare le notizie, non usare titoli urlati ed emotivi, non essere allarmisti né sensazionalisti. Non c’è niente innovato in questo, anzi, ma è quanto di buono bisogna recuperare e tenere della migliore tradizione giornalistica italiana e mondiale. Questo è il primo consiglio che vi darei: il giornalismo va applicato e non innovato. Ma nei metodi e negli strumenti, in cosa utilizzare per far viaggiare il giornalismo, che non deve essere per forza l’articolo, al contrario vi consiglio di provare a sperimentare. Non è detto che tutto vada bene per tutti. Ora c’è la moda dei podcast, tra un anno ce ne sarà un’altra, ma non bisogna seguire le mode. Bisogna però provare dei metodi, che possono essere più efficaci in aggiunta agli articoli, senza sostituire quello che fate già per raccontare le vostre storie: che sia un video su YouTube, o degli account sui social network aggiornati quotidianamente, oppure una newsletter o degli incontri dal vivo, o addirittura dei documentari. Bisogna trovare dei modi alternativi, perché nelle abitudini dei lettori e delle persone noto un desiderio di leggere qualcosa in meno, ma comunque rimanere informati in altri modi: attraverso le immagini, l’ascolto, o la lettura di newsletter o aggiornamenti in altra forma. Bisogna perciò provare a sperimentare, mantenendo però saldi i criteri e valori del giornalismo che rimangono immutabili.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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