Attualità

Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 Marzo 2020
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12min195

HaTikwa, di Elisabetta Pichini

In un’epoca in cui ci sentiamo costantemente sommersi dalla quotidianità, soffocati dalla frenesia giornaliera, decisi una mattina di attraversare quella linea rettilinea che molti chiamano ‘vita’ con la stessa spensieratezza di un bambino, indossando le sue vesti, guardando il mondo attraverso lenti infanti.

In un’epoca in cui tutti interpretiamo giorno dopo giorno la parte del Bianconiglio di Alice nel Paese delle Meraviglie, con l’orologio nella mano e l’ansia nel cuore, decido quella mattina di ritrovare dentro di me quella sensibilità che ci permetteva di soffermarci sulle piccole cose.

Senza avere limiti di tempo stavolta, né scadenze, o qualcuno che ci corra dietro e ci metta il fiato sul collo.

Rallento il passo, e con la serenità nel petto mi trovo da sola ad attraversare un lungo corridoio dalle pareti spesse in cemento di una piccola galleria d’arte a Trastevere, Roma.

Questa volta nella mano destra un caffè bollente da portar via, e in quella sinistra un blocco con qualche appunto.

Camminavo facendomi trasportare dai colori brillanti dei quadri di Edward Hopper.

I suoi quadri rappresentano spesso scene deserte, immerse nel silenzio; raramente vi è più di una figura umana, e quando ve ne è, sembra emergere una drammatica estraneità e incomunicabilità tra i soggetti.

Il mio sguardo viene catturato da un quadro in particolare: Morning sun, 1952.

Ritrae una donna seduta su un materasso in una stanza priva di decori, le ginocchia portate al petto e circondate dalle braccia, lo sguardo perso fuori dalla finestra di fronte a sé.

Mi sento pervadere da un senso di smarrimento, di alienazione totale di fronte a questo quadro. Sento di essere di troppo, come se il mio sguardo potesse disturbare la donna impressa nel suo viaggio metafisico al di fuori del cornicione.

Così continuo a camminare, getto l’involucro di polistirolo contenete il caffè ormai finito, ripongo il blocco nella borsa, e passeggio con le mani dietro la schiena.

Segue un altro quadro, dal titolo Sun in an empty Room, 1963.

Questa volta il raggio di luce entra violento attraversando una finestra in una stanza vista di scorcio, battendo sulle pareti ocra tracciando figure geometriche.

Di nuovo percepisco lo stesso senso di alienazione ma, questa volta, incuriosita decido di voler far parte di quella dimensione onirica.

Cosi chiudo gli occhi, provo ad immaginarmi all’interno di quel mondo.

Immagino di aggrapparmi con entrambe le mani alla cornice del quadro e, cosi come in Narnia, entro in quella dimensione parallela.

Mi avvicino con passo felpato verso la grande fonte di luce, fino ad arrivare al cornicione della grande finestra, e finisco per sedermi a scrutare l’orizzonte.

Un silenzio assordante riempie la stanza, forse autunno, il fascio di luce si trasforma in un sole caldo che mi bacia la guancia, le foglie danzano con il vento, pennellate impressioniste.

Provo ad immaginare un mondo così, in silenzio.

Immagino un mondo in cui, come quelle foglie, anche noi balliamo frenetici sulla scia del vento, di sottofondo la stessa canzone. ‘un, due, tre- di nuovo- un, due, tre’ come un valzer infinito ruotiamo e ruotiamo senza fermarci mai.

E quel silenzio abbraccia ora una nuova armonia, che porta caldo e colore.

Con le braccia alte, le mie dita si muovono all’unisono con le foglie, come fossero tasti di una pianola infinita, e io divento maestro d’orchestra.

Ma d’un tratto questa brezza autunnale cessa, viene sostituita dall’arrivo improvviso di un vento secco.

Le mie dita si paralizzano, non danzano più sugli infiniti tasti bianchi e neri, e le foglie cessano con loro.

Un’entità cambia canzone e questa rabbuia la vista, opacizza i colori, di nuovo il vuoto fuori e dentro di me che mi pervade.

Di nuovo il silenzio, questa volta assordante tanto che mi porta a tapparmi le orecchie.

Cerco di respirare a pieni polmoni, lasciare che l’aria entri attraverso le narici portando quiete.

Ma proprio in quel momento, un grande uomo nero si palesa alle mie spalle e con mano violenta mi tappa la bocca con un nastro celeste, decide che ora non parlerò più.

Provo ad immaginare chi sia questa entità, come sia entrato, come fosse arrivato così dal nulla, e mi interrogo sul perché non lo avessi visto arrivare.

Si palesa poi davanti a me, si muove schivo tra le fessure delle pareti, senza forma e dimensione si sposta di soppiatto. Provo a prenderlo, eppure è più veloce, mi cinge la vita da dietro, mi lega le braccia.

Provo a dimenarmi per uscire da questa gabbia a colori.

Ma più mi dimeno, e più i miei sforzi risultano vani.

Sento che ora è dentro di me, come fosse un virus letale.

Riesco a liberarmi dalla bestia, e mi ritiro nella stanza color ocra chiudendo le porte vetrate.

Poso il viso e le mani contro il vetro, i miei occhi si posano giù per le strade.

Immagino questo uomo nero arrivare fin laggiù, ora sinistra poi destra, cosi avanza il serpente.

Immagino strade vuote, volti impauriti, una foschia che viaggia per i cunicoli.

Il mio sguardo si perde di nuovo.

Immagino un mondo visto dalla finestra.

Immagino un mondo in cui la paura di un’entità sconosciuta abbia offuscato le menti, in cui ansia e tremore siano il pane quotidiano.

Immagino un mondo in cui il singolo sia chiuso come un bocciolo nella propria dimora.

Ma questa volta, qualcosa cambia.

Questa volta il silenzio è antagonista per i cunicoli, e riecheggia la risata di un bambino.

Ride forte, ride di cuore, riesco quasi ad intravedere le piccole fossette che si creano ad ogni rido.

Di nuovo sento una musica dolce, che mi culla.

In questo mondo tutto raggiunge quiete.

Incredula che la magia sia tornata, e con lei la musica e la frenesia di quell’attimo, cerco di tornare a varcare di nuovo la soglia.

Ma proprio in quel momento, l’uomo nero torna a farmi visita chiudendo con mano funesta le vetrate.

“Rimani tra queste mura,” mi chiede con voce tremante, fa una piccola pausa, e riprende: “Ritrova quella melodia che tanto desideri dentro le quattro mura domestiche, queste pareti color pastello.

Io vi conosco bene, voi ancora non conoscete me.

Provengo da un mondo lontano e vi osservo da tempo, seguivo i vostri movimenti, i vostri passi, la vostra quotidianità.

Come Robert Doisneau, un famoso fotografo francese, mi appostavo in strada finché immobile non facevo parte del paesaggio cittadino, e da li fermo quando ormai non vedeva più nessuno scattavo le mie foto.”

Mi spiega come ogni individuo viva due vite parallele; -ora gattoni, ora piano alzati in piedi… si, così, prima il destro e poi il sinistro, il destro e poi il sinistro, e pian piano imparerai a camminare’.- una volta imparato come gestire tutto questo, nella mano destra avrai uno smartphone, e nell’altra un paio di cuffie, cosi che potrai isolarti per bene.

E seguendo il ritmo come un soldato, inizi a percorrere il lungo corridoio della vita, e quando prenderai il via, nessuno ti fermerà.

Passo, dopo passo, dopo passo.

Il problema sta nel fatto che questa concentrazione porterà l’automa a creare in torno a sé come una placenta dorata, isolandosi da tutto ciò che lo circonda, vivendo nella propria bolla.

Ma ad un certo punto, incontrerà uno scoglio, qualcosa di appuntito che farà esplodere questo scudo di sapone, e lo renderà fragile.

“Ora, voi, siete fragili.” E se ne andò così come era arrivato, come una brezza improvvisa nella giornata più torbida d’estate.

Con la testa china poggiata sul palmo della mano, guardai di nuovo in strada.

Questa volta vedo la donna del palazzo di fronte, al quarto piano, che cucina per i propri figli, e questi ridono di cuore.

Vedo una famiglia attorno ad un grande tavolo, un sorriso dipinto sulla faccia di tutti i componenti, mentre cercano di completare un puzzle.

Vedo una mamma ed una figlia che insieme accendono le candele dello shabbat, scaldano la stanza, e come una lucciola quella finestra diventa un punto caldo per tutto il vicinato.

Vedo una bambina che porta orgogliosa tra le mani le challot fatte da lei, il giorno prima. Riesco perfino a sentire il profumo di famiglia.

Vedo una signora anziana dal volto triste nel suo soggiorno, vedo i suoi pensieri che lontani viaggiano verso Pesach, verso un Seder vuoto, un Seder in silenzio.

Ma vedo subito dopo il marito che la abbraccia, e le ricorda che domani torneranno a cantare più forte di prima.

Vedo un mondo in silenzio, che cerca una nuova melodia.

Ed immagino un mondo che della sua fragilità ne ha fatto la sua più grande armatura.

Immagino, ora, l’uomo nero tenderci la mano in segno di pace, e consegnarci la chiave per tornare alla realtà.

Un modo per riprenderci il nostro tempo, per iniziare a prenderci cura dell’altro, per goderci attimo dopo attimo.

Immagino domani, una danza in cui balliamo di nuovo sulle note di quella vecchia canzone che, ora più lenta, ora con una nuova consapevolezza, ascoltiamo.

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Marzo 2020
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HaTikwa, Gavriel Hannuna

Dictator: Nell’antica Roma il dictator era una persona alla quale veniva affidato il potere assoluto della Repubblica in caso di grandi crisi; e quando questa veniva risolta, il dictator era invitato a cedere questi poteri. Col tempo abbiamo visto quanto questa posizione sia rischiosa per la sopravvivenza di una repubblica: gli stessi romani hanno avuto dittatori che hanno svolto il loro ruolo perfettamente, riaprendo il senato dopo la fine della crisi, e altri che invece hanno approfittato della situazione per rimanere in carica anche dopo.

Anche se non vogliamo più usare la parola “dittatore”, la maggior parte delle costituzioni delle democrazie mondiali hanno un protocollo per le emergenze simile a quello romano: concentrano i poteri nel capo del governo per ottenere una risposta rapida ed efficiente, in un momento dove perdere tempo significa perdere vite umane.

In piena crisi del coronavirus, molti governi hanno già dichiarato la situazione un’emergenza nazionale, conferendo la maggior parte dei poteri ai loro capi di stato. Anche Israele stava per fare lo stesso. Il 19 marzo, lo speaker della Knesset Yuli Edelstein era sul punto di chiudere il parlamento, lasciando a Netanyahu la possibilità di governare senza “intralci”. Nello stesso giorno, i giornali hanno gridato al colpo di stato, 600.000 persone si sono riunite su Facebook per protestare e, nonostante le restrizioni dei movimenti, molti si sono presentati a protestare davanti alla Knesset. Il presidente israeliano Rivlin è intervenuto chiedendo a Edelstein di non chiudere il parlamento, e la Corte Suprema ha deliberato per mantenere la democrazia funzionante.

Perché gli altri sì e Netanyahu no?

A differenza di altri capi di governo, Netanyahu si trova in un limbo politico. Pochi giorni prima della minaccia di chiusura del parlamento 61 parlamentari avevano votato per iniziare un nuovo governo senza di lui; Rivlin aveva affidato l’incarico a Gantz, mentre Bibi continuava a proporre un governo di unità nazionale con sé stesso al comando per i prossimi 18 mesi. Gantz non era d’accordo, e dopo le consultazioni finite senza risultati, ecco che si parla di mettere in pausa la democrazia e di lasciare Netanyahu al comando a tempo indefinito, mentre il suo processo per corruzione (che sarebbe dovuto essere il 17 marzo) è stato rimandato a data da definirsi.

Alla fine del tunnel

Dopo essersi ritrovato in un vicolo cieco, Gantz ha deciso di accettare l’accordo di Netanyahu: divideranno il mandato in due, lasciando Bibi al potere per i prossimi 18 mesi per poi lasciare il governo a Gantz. Intanto Blu e Bianco si è ufficialmente disintegrato davanti alla nazione. Lapid, il numero due del partito, ha visto l’accordo come un atto di tradimento e ha annunciato la scissione da Blu e Bianco; aveva precedente affermato che avrebbe preferito una quarta elezione piuttosto che dare il governo a Netanyahu. Intanto, il politico che i giornali davano per spacciato alle prime elezioni è riuscito a resistere e a portare ad uno stallo la Knesset, ritornando alle elezioni per 3 volte; dopodiché è riuscito a polverizzare l’unico partito che si era dimostrato una minaccia per il suo governo negli ultimi 10 anni, assicurarsi un mezzo mandato, e rinviare il suo processo per corruzione per almeno altri 18 mesi.

In un mondo dove i partiti anti-establishment hanno preso il potere, promettendo di essere diversi e di portare qualcosa di nuovo al governo (USA, Italia, etc…), Israele va contro corrente, e ci mostra quanto Netanyahu sia tra i politici più abili nel panorama Israeliano.

Difficile dire cosa succederà dopo i fatidici 18 mesi: il governo Gantz si troverà davanti una Knesset ancora più divisa, il ché in democrazia significa gestire un governo lento e poco efficiente. Per un governo del genere la risorsa più importante è il tempo, che Bibi ha trovato il modo di “rubare”.

Il destino del primo ministro più longevo di Israele sarà determinato dal suo processo per corruzione, che potrebbe far finire la sua carriera politica, o dargli una nuova spinta verso un altro mandato. La gestione della crisi coronavirus potrebbe essere la sua carta vincente per un ritorno alla  sua amata posizione di “King Bibi”.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 Marzo 2020
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HaTikwa, di Benedetta Spizzichino

Il bel paese sta affrontando giorni molto duri a causa della crescente diffusione del coronavirus, avvenuta prima in Lombardia e poi – progressivamente – nelle altre regioni d’Italia. Gli italiani tentano di rispondere nelle maniere più disparate: c’è chi canta dai balconi, chi reinventa la didattica seguendo lezioni online, chi riarrangia il proprio lavoro facendo smart working, e chi lancia iniziative e challenges sui social.

È proprio grazie ai social che, in un momento storico pieno di incertezza, la vita si riorganizza, seppur con cadenze e abitudini alterate: ci si laurea in videoconferenza, si fanno aperitivi su Skype, ci si allena con YouTube. Ma, soprattutto, le notizie viaggiano sempre più rapidamente. Le piattaforme con maggiore affluenza abbondano di testimonianze scritte e visive di medici e operatori sanitari che, con i segni delle mascherine sotto il viso, le occhiaie di giornate senza sosta e il coraggio da vendere, ci chiedono costantemente di restare a casa.

Nel frattempo aumentano gli ammalati e i decessi, scarseggiano i posti letto in terapia intensiva, per non parlare della strumentazione medica. I morti al 22 marzo erano 4.825, facendo dell’Italia il primo paese al mondo per numero di morti a causa del virus.

Ma è in questo clima di ansia e panico diffusi che nel mondo ebraico si alza una piccola-grande voce, giovane e volenterosa: Jewlead, una commissione di giovani ebrei che cerca innanzitutto di dare un contributo alla collettività, ma che tiene aperti gli occhi sul mondo. È ad opera di questi ragazzi l’iniziativa GOAL-19, una raccolta fondi aperta il 19 marzo, proprio quando l’Italia ha raggiunto il triste primato di nazione con più morti da coronavirus.

GOAL-19 ha come obiettivo raccogliere 19.000 euro, da devolvere interamente all’acquisto di apparecchiature cliniche e strumentazioni per gli operatori sanitari per l’Ospedale Spallanzani di Roma, che al momento è il maggior centro di ricerca per il trattamento del virus in Italia. L’iniziativa, da subito ben accolta, ha riscosso i suoi primi 1.000 euro nel giro di mezz’ora, e non intende arrestarsi. Ma grandi obiettivi richiedono grandi adesioni. Jewlead ci invita tutti a donare, anche cifre piccole ma fondamentali, in una battaglia che quest’anno ha coinvolto tutti noi: il Covid-19.

L’ebraismo italiano è un ebraismo presente, che vuole esserci per le sue comunità e per il suo paese, e l’iniziativa di Jewlead ne è l’espressione più giovane e impegnata.

Per donare, cliccare su questo link: https://www.gofundme.com/f/GOAL-19


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Marzo 2020
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7min248

HaTikwa, di David Fiorentini

Di fronte all’imperversare dell’emergenza coronavirus, l’opinione pubblica ha inevitabilmente dato molta attenzione al sistema sanitario nazionale. Dai posti in terapia intensiva ai fondi europei, il popolo italiano sta avendo modo di conoscere e mettere in discussione il proprio sistema ospedaliero.

Proprio in questi giorni di riflessione, è stata pubblicata l’annuale classifica dei migliori ospedali al mondo dalla rivista statunitense Newsweek: nelle prime cento posizioni, troviamo vari ospedali italiani tra cui il l’Ospedale Niguarda di Milano (47), l’Istituto Clinico Humanitas di Milano (51-100), il Policlinico Gemelli di Roma (51-100) e il Policlinico Sant’Orsola di Bologna (51-100). Ma ciò che stupisce maggiormente è trovare nella Top 10, per il secondo anno di seguito, il Sheba Medical Center di Ramat Gan. L’ospedale israeliano, fiore all’occhiello della Kupat Holim, ha raggiunto la nona posizione in un sondaggio che, coordinato dalla compagnia assicurativa internazionale GeoBlue e dalla piattaforma di elaborazione dati Statista, ha coinvolto 21 Paesi e oltre 70.000 esperti del settore.

Situato a Tel HaShomer, è tra le più longeve strutture sanitarie del Paese. Il centro fu fondato nel 1948 come ospedale militare per i feriti della Guerra d’Indipendenza, ma fu riconvertito in civile nel 1953 dal Dott. Sheba, dal quale la struttura ha successivamente preso il nome. Il complesso ospedaliero è enorme, e comprende un ampio reparto di terapia intensiva, un ospedale pediatrico, una clinica per disturbi post traumatici, un centro oncologico, un avanzato centro di ricerca e un campus accademico affiliato all’Università di Tel Aviv.

Ogni anno, l’ospedale fornisce prestazioni mediche a oltre un milione e mezzo di pazienti, tra i quali anche molti cittadini dell’Autorità Palestinese, senza fare discriminazioni e mantenendo sempre uno standard mondiale. Alla base di questa straordinaria eccellenza vi sono collaborazioni stellari con altri istituti di ricerca, come il Lonza Group di Basilea per lo sviluppo di terapie genetiche per leucemia e linfoma, e progetti pionieristici nel settore, come quello con la OKI Electric Industry Ltd, che serve a esplorare nuove misure preventive contro la demenza senile. Ad oggi, oltre un quarto della ricerca medica nazionale è condotta presso il Sheba Medical Center.

Alla 34° posizione della classifica di Newsweek, dopo l’istituto clinico di Ramat Gan, troviamo il Sourasky Medical Center di Tel Aviv, a conferma che, da umilissime origini, oggi Israele è leader del Medio Oriente e del Mondo nella medicina e nella ricerca. Non a caso il Sistema Sanitario Israeliano è stato più volte considerato uno dei migliori al mondo dal Bloomberg Annual Healthcare Index. In particolare, lo Stato d’Israele ha un sistema sanitario di tipo universale, che fornisce copertura medica a tutti i cittadini iscritti a uno dei quattro fondi sanitari nazionali che compongono la Kupat Holim: Clalit, Maccabi, Meuhedet e Leumit.

Fondamentale è anche l’apporto del Maghen David Adom (MDA), il servizio sanitario di urgenza ed emergenza israeliano, che oltre ai 2.000 eroici medici e infermieri e i 15.000 volontari, può contare sul sostegno di numerose associazioni di amicizia in tutto il mondo. Con sede alla Banca del Sangue di Tel HaShomer, presso il Sheba Medical Center, il MDA possiede circa 900 ambulanze, di cui numerose adatte alla terapia intensiva per rispondere con prontezza ad attacchi terroristici o catastrofi naturali.

Un quadro nazionale molto promettente, che però, come il resto dell’Occidente, sta soffrendo di fronte all’emergenza Covid-19. Dopo aver bloccato i voli per Cina, Corea del Sud e Italia e aver imposto la quarantena a chiunque entrasse nel Paese, oggi Israele si trova in uno stato di quarantena generale, nonostante i casi, al momento della decisione, fossero solamente 300. Inoltre, sono stati ordinati altri 1.000 ventilatori, per aumentare i posti in terapia intensiva dai 3.500 attuali a ben 4.500, uno ogni 2.000 abitanti. Numeri impressionanti se paragonati all’Italia o al Regno Unito, i quali possono contare solamente su circa 5.000 posti per i loro 60 milioni di abitanti. A questo va anche aggiunto l’apporto di un altro asso nella manica di Israele: il Mossad, che in via eccezionale è stato impiegato anche in questo tipo di missioni speciali, ed è riuscito a recuperare ben 100.000 kit per la diagnostica del coronavirus.

In sintesi, sono state prese misure estremamente previdenti, ancora non accompagnate dallo stanziamento di un fondo di emergenza per le imprese come in Italia, Germania o USA, ma la loro reattività potrebbe essere la chiave per prevenire o contenere un drammatico tracollo dell’economia. Infatti, al momento, le perdite dovute alle restrizioni governative, secondo il capo economista del Ministro delle Finanze Shira Greenberg, sono abbastanza circoscritte, e ammontano a circa 12 miliardi di dollari.

Per concludere con una nota positiva, nonostante la situazione non così florida, Israele ha anche dimostrato grande solidarietà ad altri paesi afflitti dal coronavirus, in particolare all’Italia. Non si può fare a meno di menzionare l’emozionante proiezione del Tricolore sulle antiche mura di Gerusalemme, sul Municipio di Tel Aviv e sul modernissimo Stadio di Netanya, che ribadisce ancora una volta la vicinanza dei due Paesi, con l’auspicio di poter festeggiare presto la fine di questo difficile momento.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Marzo 2020
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HaTikwa, di Giorgia Calò

Simbolo di unione e fratellanza tra le diverse nazioni, ma mai come in questo caso anche di speranza e forza: la Fiaccola Olimpica è stata accesa la mattina del 12 marzo presso le rovine del Tempio di Era ad Olimpia, e si appresta ad iniziare il suo viaggio verso Tokyo, dove sono previsti i Giochi Olimpici 2020 per questa estate.

A causa delle disposizioni restrittive dovute alla pandemia Covid-19, la cerimonia di accensione della fiaccola è avvenuta in forma privata, senza gli spettacoli e il rito simbolico del taglio del ramo d’ulivo che l’accompagna. Oggi verrà invece consegnata alle autorità giapponesi, che la porteranno a Tokyo.

Ciò rappresenta un barlume di speranza e ottimismo in un momento di paura. Mentre le persone sono recluse nelle loro case per combattere il virus che si sta diffondendo a livello globale, la fiamma olimpica, secondo la mitologia greca dono di Prometeo agli esseri umani, non si ferma; nonostante l’interruzione a Sparta della tradizionale corsa a staffetta attraverso le città greche e i siti archeologici, dovuta all’inevitabile ammasso di persone scese in strada per assistere al passaggio della fiaccola, questa continua imperterrita nella sua missione: trasmettere l’unione e l’uguaglianza di tutti i paesi attraverso lo sport.

“La cancellazione delle Olimpiadi è inimmaginabile”, ha dichiarato la governatrice di Tokyo, Yuriko Koike.

Non sarebbe la prima volta nella storia che si parla di cancellazione delle Olimpiadi: nell’antica Grecia questo era impensabile, in quanto la manifestazione sportiva aveva un’importanza tale da bloccare qualunque guerra o conflitto per correre ad Olimpia ed assistere alle gare. Ma in età contemporanea per ben tre volte, tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, le manifestazioni sportive sono state annullate: nel 1916 a Berlino, nel 1940 proprio a Tokyo, che rischia di vedere la storia ripetersi 80 anni dopo, e infine nel 1944 a Londra.

L’inizio dei giochi è previsto per il 24 luglio 2020, per poi concludersi il 9 agosto: sia il comitato olimpico sia il governo giapponese stanno portando avanti l’organizzazione dell’evento sportivo più seguito al mondo, nella speranza che nella stagione estiva l’emergenza Corona Virus sia ormai rientrata.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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