Attualità

Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Ottobre 2019
WhatsApp-Image-2019-09-29-at-14.09.14.jpeg

17min308

HaTikwa (D. Zebuloni) – Ori Itzchaki è un mondo da scoprire, una terra da esplorare. Prima ancora di trovare interessanti le sue risposte alle mie domande, ho trovato affascinante il suo modo di arrivare ad una risposta, partendo dalla domanda per poi intraprendere un lungo viaggio verso nuove mete. Ho trovato affascinante il suo modo di affrontare la realtà circostante. Per esempio, quando mi sono scusato per essere arrivato tardi al nostro incontro, giustificandomi con la solita scusa del parcheggio, Ori mi ha rassicurato dicendo che qualche giorno prima anche lui ha fatto tardi ad una visita dal medico e che in questo modo sente di aver pareggiato un conto lasciato in sospeso. Quando gli ho detto di scrivere per un pubblico di lettori italiani mi ha chiesto incredulo se so parlare la lingua italiana, se possiedo un passaporto italiano, se ho davvero abitato in Italia, se possiamo non svolgere l’intervista in italiano perché lui l’italiano non lo parla e non l’ha mai parlato. Quando mi sono presentato come David lui mi ha chiesto se può chiamarmi Dudi, e così ha fatto per tutta l’intervista. Quando gli ho chiesto quale sia il suo prossimo grande sogno da realizzare, Ori mi ha risposto che ha una mosca sulla gamba che non gli permette di concentrarsi e che per rispondere ad una domanda simile ci vuole una grande concentrazione. Ori è proprio un mondo da scoprire, un ragazzo sensibile e ambizioso di venticinque anni che non si vergogna di dire “Io sono autistico, l’autismo non è un insulto”. La sua storia comincia con un canale su YouTube che raccoglie le sue interviste a personaggi israeliani famosi quali attori, cantanti, calciatori e modelli. Alcuni dei quali, Ori racconta, hanno accettato volentieri di farsi intervistare da lui, altri invece hanno rifiutato categoricamente, bloccandolo su WhatsApp e su Instagram. La svolta avviene quando il giornalista e conduttore televisivo Guy Lerer scopre il talento di Ori e gli concede uno spazio nella sua trasmissione serale. Quando Guy chiede a Ori quale sia la sua intervista dei sogni, Ori risponde senza esitare che sogna di intervistare Gal Gadot. Per intenderci, da quando Gal Gadot è diventata Wonder Woman, non c’è giornalista israeliano che non sogni di intervistarla e, pertanto, non c’è giornalista israeliano che ci sia riuscito. Ori tuttavia non è un intervistatore qualsiasi. Quando Gal Gadot ha sentito del suo grande sogno non ha esitato ad accettare. I due si sono incontrati a Tel Aviv e il filmato della loro intervista ha superato le tre milioni di visualizzazioni sui social. Da allora Ori è una vera e propria star: tutti lo cercano, tutti lo seguono, tutti vogliono farsi intervistare da lui. Quando gli ho chiesto cos’abbia provato durante l’intervista a Wonder Woman, la sua risposta è stata semplice: “mi sono sentito Superman”.

Ori, tra tutti i mestieri che esistono, perché hai scelto proprio di voler fare l’intervistatore?

Ho scelto questo mestiere perché mi piace incontrare nuove persone, sono un ragazzo molto curioso. Voglio sempre sentire nuove storie e condividerle poi con gli altri. Attraverso queste storie imparo moltissimo, ne traggo ispirazione e sento che grazie ad esse divento una persona migliore.  

Sei passato in pochissimo tempo dall’anonimato alla celebrità. Cosa provi quando ti fermano per strada e ti chiedono un selfie?

Sorrido sempre a tutti e non rifiuto mai una fotografia a nessuno.

Ti rende felice ricevere questo calore dalle persone?

Sì, mi rende molto felice. Il segreto è saper restituire amore a chi te ne dona.

Cos’altro ti rende felice Ori?

Quando i miei genitori mi dicono che sono fieri di me mi rendono felice. E poi intervistare mi rende felice. E’ come ricevere una scarica elettrica. Le interviste sono il mio pane, il mio ossigeno.

Anche a me piace tanto intervistare, anche a me rende felice. Ma tu sei più sincero di me. Leggo su Facebook che condividi tutte le tue emozioni, tutti i tuoi stati d’animo senza filtri e senza maschere. La felicità, la tristezza, l’amore, la paura. Qual è la cosa che ti fa più paura?

Ho paura di non avere soldi in banca, di andare in rosso, di non essere indipendente.

E qual è la cosa invece che ti rende più triste?

Probabilmente se scoprissi di essere in rosso sarei molto triste. Forse mi metterei persino a piangere. Mi rattrista anche quando le ragazze mi spezzano il cuore.

Quando ti è successo?

Succede spesso. Una volta mi ero innamorato di una ragazza, ma lei mi ha detto di non condividere i miei sentimenti. Ho pianto.

Fa bene piangere, è liberatorio. Piangi spesso?

Ultimamente piango spesso, non so più tenere le emozioni dentro.

Prima hai detto di essere una persona molto curiosa. Cosa ti incuriosisce maggiormente durante un’intervista, quando sei seduto di fronte all’intervistato?

Mi interessa sapere cosa pensano gli intervistati degli autistici. Vorrei che ne sapessero di più. Quando intervisto i personaggi famosi pongo sempre loro questa domanda.

La tua è una sorta di battaglia. Vuoi sconfiggere i pregiudizi, giusto? 

Giusto.

Pensi di riuscire a vincere la battaglia?

Sì.

Lo penso anch’io Ori.

Grazie.

Pensi che in Israele le persone siano abbastanza pronte ad ascoltare?

Si può sempre fare meglio, ma credo che la situazione sia abbastanza positiva.

Cosa possiamo ancora fare per migliorarci?

Bisognerebbe assumere più persone autistiche. Bisognerebbe arruolare più ragazzi autistici nell’esercito. Bisognerebbe vedere più autistici nel mondo dello sport. Nel calcio, nel tennis, nella pallacanestro. La verità è che le persone temono ancora gli autistici, non li capiscono fino in fondo, non hanno pazienza per loro. Non voglio parlare di politica, ma penso che anche lo Stato debba investire di più in noi.

C’è un messaggio che vorresti trasmettere a chi legge queste parole?

Sì, vorrei dire loro che a perderci è solo chi non sa accettare il diverso. Che io sono autistico e che l’autismo non è una parolaccia. E poi vorrei anche dire ai lettori che non devono arrendersi mai. Che con un po’ di forza di volontà si può ottenere tutto. Io ne sono la prova.

Racconti spesso di essere stato respinto, vorrei sentire invece di una reazione o di un messaggio che hai ricevuto e che ti ha emozionato.

L’altro giorno ho ricevuto un messaggio che mi ha commosso. Una ragazza mi ha scritto: “vederti e sentirti mi fa ricordare chi sono veramente”.

Vedi? Sai entrare nel cuore delle persone. Se siamo seduti oggi a fare questa intervista è forse perché sei entrato un po’ anche nel mio di cuore.

Sì, ricevo tanti bei messaggi, ma anch’io ne mando tanti, altrettanto belli. Ogni venerdì mattina per esempio invio un messaggio a decine di amici in cui auguro loro un buon weekend. D’ora in poi lo manderò anche a te Dudi. Tutto ciò che voglio fare è seminare un po’ di amore in giro. Amore gratuito, senza ricevere nulla in cambio.

Parliamo un po’ di Gal Gadot?

Sì.

Si è parlato molto del vostro incontro, cosa vorresti raccontarmi che ancora non si sa?

Credo che il mio incontro con lei sia stato il momento più felice che io abbia vissuto nell’ultimo decennio.

Cosa ha reso quel momento tanto felice?

Ho sognato di incontrarla e intervistarla. Il mio sogno si è realizzato.

Dimentichiamoci per un attimo di Gal Gadot, com’è stato intervistare Wonder Woman?

Vicino a lei mi sono sentito Superman.

Direi che per alcuni bambini sei davvero un supereroe, un modello da seguire. Guarda dove sei arrivato con le tue sole forze.

A volte mi sento così, le persone mi fanno sentire così. Conosci Adi Shpigelman? E’ una giocatrice di tennis e una modella. Ecco, per esempio lei mi ha scritto che sono un eroe. Leggere quella frase mi ha fatto sentire davvero speciale.

E qual è il prossimo grande sogno da realizzare?

Aspetta, ho una mosca sulla gamba e non riesco a concentrarmi. Per rispondere a questa domanda ho bisogno di una grande concentrazione.

Certo, prenditi tutto il tempo che vuoi, non ho fretta.

Ecco, se n’è andata. Il prossimo sogno da realizzare è intervistare Ronaldinho.

E cosa vorresti chiedergli?

Non lo so. Non mi piace preparare le domande prima dell’intervista. Mi piace improvvisare.

Beh, allora sei proprio un professionista Ori.

Grazie Dudi, anche tu.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 Settembre 2019
UE-Israel.jpg

5min212

HaTikwà (L. Clementi) – 30000 attacchi di matrice antisemita solo nel 2018. Un numero allarmante, che ha spinto il Governo israeliano ad elaborare un report e presentarlo durante la Conferenza sull’Antisemitismo indetta a Bruxelles qualche giorno fa. “La delegittimazione dello Stato d’Israele: il volto accettabile dell’Antisemitismo”. Questo il titolo dell’evento, quasi a rimarcare il contenuto del documento, all’interno del quale si mostra una stretta connessione tra l’aumento delle violenze ai danni delle Comunità ebraiche europee e la crescita del movimento “Boycott, Divestment, Sanctions”, che nasce per il boicottaggio dello Stato d’Israele in tutte le sue forme, oltre che per la messa in dubbio della sua stessa esistenza, ma che in svariate situazioni ha mostrato palesemente la propria anima antisemita, attraverso la riproposizione di stereotipi, vignette e offese di ogni genere che non si sono limitate alla normalissima critica politica, mandando preoccupantemente l’orologio della Storia 80 anni indietro.

Il report è stato innanzitutto presentato alla stampa al Press Club. Ad illustrarlo, il Ministro israeliano della Sicurezza Pubblica e degli Affari Strategici Gilad Erdan, insieme all’Inviato Speciale USA per monitoraggio e lotta all’Antisemitismo Elan Carr, al Direttore Generale del Ministero Affari Strategici israeliano Tzachi Gavrieli, al Direttore EIPA Tal Rabina e al Chairman EJA Rabbi Menachem Margolin. Il focus è stato “togliere la maschera” al Movimento BDS, mostrando la necessità di una tolleranza zero ai danni di un movimento che nasce apparentemente per la difesa dei Diritti Umani, ma che all’interno dei suoi organici presenta individui che più volte hanno strizzato l’occhio a movimenti antisemiti, promuovendo violenza fisica e verbale ai danni della popolazione ebraica mondiale.

Gli esempi riportati sono stati suddivisi in tre categorie: accusa di dominio ebraico mondiale e genocidio dei nemici, comparazione dei leader israeliani con quelli nazisti e delegittimazione dell’esistenza dello Stato ebraico. “Chiederemo ai leader europei e mondiali che venga adottata una definizione che copra tutte le forme di Antisemitismo, incluso l’operato del BDS, così da proteggere le Comunità Ebraiche e gli ebrei europei – dice Erdan – Spero che il nuovo Parlamento Europeo cambi la precedente politica, rappresentata dall’operato della Mogherini. Due mesi fa, tre attivisti BDS affiliati ad associazioni terroristiche hanno parlato in Parlamento. Invito il Presidente Sassoli a non far ripetere quanto accaduto: l’Europa non deve permettere che si ricrei il clima antecedente all’Olocausto. Never again”.

Molto importante e degno di menzione è stato il contributo degli Stati Uniti durante la giornata, per mezzo dell’Inviato Speciale Carr, il quale ha inequivocabilmente ribadito che la posizione di Trump e della politica statunitense è chiara: accanto a Israele nella lotta all’Antisemitismo ed equiparazione assoluta dei termini Antisionismo e Antisemitismo nei loro significati primordiali per come intesi dal BDS, cioè essenzialmente odio contro gli ebrei. Carr ha ribadito la necessità di poter criticare ogni Stato, poiché questo è un principio giusto di ogni Stato democratico, ma giudica l’accanimento contro Israele a prescindere da ciò che dica o faccia inaccettabile e assurdo. Secondo l’Inviato Speciale USA, è giusto parlare di delegittimazione di Israele come volto inaccettabile di un nuovo Antisemitismo, in quanto dal BDS stesso viene proposto un linguaggio progressista e ricco di diritti fondamentali per poter rovesciare la medaglia e mostrare Israele e gli ebrei come oppressori. Dopo la conferenza al Press Club, le discussioni si sono spostate al Parlamento Europeo, nella Sala Aldo Moro. Lì Carr ed Erdan hanno essenzialmente ripetuto i concetti presentati al Press Club, questa volta con l’ausilio di una presentazione video all’interno della quale sono stati mostrati fumetti, tweet, post offensivi e antisemiti di numerosi attivisti BDS. Tra gli intervenuti, infine, presenti Katharina Von Schnuberin, Coordinatrice Europea nella lotta contro l’Antisemitismo, Traian Basescu, ex Presidente della Romania, Anna Asimakopolou, Europarlamentare greca, Anna Fotyga, Europarlamentare polacca. Tutti hanno ribadito l’esigenza di una maggior collaborazione a livello europeo per arginare l’antisemitismo e riconoscere nell’Antisionismo una nuova forma di Antisemitismo.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 Settembre 2019
download-2.jpg

7min602

HaTikwa (N. Greppi) – Ha fatto molto discutere, negli ultimi giorni, una risoluzione approvata dall’Unione Europea il 19 settembre che mette sullo stesso piano le due peggiori ideologie totalitarie del ‘900: nazismo e comunismo.

Il documento, proposto per gli 80 anni dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale, è stato approvato con una vasta maggioranza: 535 voti favorevoli, 66 contrari e 52 astenuti. Per quanto riguarda i partiti italiani, a votare a favore sono stati sia i partiti di centro-destra (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia) sia il PD, mentre a opporsi sono stati i partiti della sinistra radicale (LeU, Potere al Popolo e il Partito Comunista di Marco Rizzo), e i 5 Stelle si sono astenuti. In seguito ai risultati del voto, sono scoppiate le proteste, oltre che dei partiti contrari e di singoli esponenti del PD, anche dell’ANPI e di molti media di sinistra, che hanno parlato di “riscrittura della storia” (cit. Fatto Quotidiano), facendo notare che l’URSS combatté la Germania Nazista.

Personalmente quando ho saputo della risoluzione non ho potuto fare a meno di gioire, soprattutto per ragioni familiari: infatti la mia famiglia materna in origine veniva dalla Lettonia, che nel 1941 fu annessa dall’Unione Sovietica e, salvo gli anni dell’occupazione nazista durante la guerra, fece parte dell’URSS fino allo scioglimento di questa, nei primi anni ’90. Al termine dell’occupazione, molti ebrei si illusero che sotto il dominio sovietico avrebbero trovato quella serenità che gli era stata negata sia sotto il nazismo sia da parte di un popolo, quello lettone, che era sempre stato fortemente antisemita, da molto prima che arrivassero i tedeschi; tra il novembre e il dicembre del 1941, furono circa 24.000 gli ebrei lettoni del Ghetto di Riga sterminati in quello che divenne noto come il Massacro di Rumbula, senza contare anche quelli deportati dalla Germania.

Ma nonostante nell’URSS non avvenissero pogrom o stragi premeditate, anche lì gli ebrei vivevano in condizioni disagiate: gli artigiani e i piccoli imprenditori si ritrovarono ben presto senza le loro proprietà perché confiscate dallo stato. Inoltre, a causa delle politiche antireligiose dei comunisti, gli ebrei poterono sempre meno praticare apertamente la loro fede, e molte sinagoghe vennero chiuse. Ma è nel dopoguerra che il regime di Stalin iniziò a diffondere una campagna antisemita in tutto il paese, che portò anche a diversi omicidi: tra questi vale la pena di ricordare l’evento noto come la Notte dei poeti assassinati, quando 13 intellettuali ebrei furono ingiustamente accusati di tradimento ed eliminati nel carcere della Lubjanka, il 12 agosto 1952.

Le cose iniziarono vagamente a migliorare quando, nei primi anni ’70, il leader sovietico Leonid Breznev concesse a migliaia di ebrei sovietici di emigrare in Israele; tra questi c’era anche mia madre. Su questo occorre ricordare una cosa: all’epoca non era come oggi che puoi viaggiare da un posto all’altro come se niente fosse, perché chi lasciava l’Unione Sovietica non avrebbe mai più potuto tornarci. Chi lasciava il paese lo faceva convinto che non avrebbe mai più rivisto né i suoi cari rimasti lì, né i luoghi dove era nato e cresciuto; ma per migliaia di ebrei le condizioni di vita fino a quel momento erano state tali che erano disposti a lasciarsi tutto alle spalle per vivere in un paese di cui in realtà non sapevano niente che non fosse filtrato dalla propaganda antisionista dell’URSS.

Anche mettendo da parte il fattore dell’antisemitismo, è innegabile che i regimi comunisti in giro per il mondo si macchiarono di crimini inenarrabili: le grandi purghe degli anni ’30 uccisero almeno 3 milioni di dissidenti politici, mentre in Cina le politiche agricole di Mao Tse-tung tra gli anni ’50 e ’60 fecero morire di fame decine di milioni di persone.

In sostanza, è un bene che l’UE abbia deciso di condannare allo stesso modo comunismo e nazismo; anche perché nel nostro paese, e non solo, per troppo tempo politici e intellettuali hanno cercato di sminuire i crimini di questa ideologia con la scusa che essa si fondasse su un sogno di uguaglianza e giustizia sociale. Ma proprio uno dei maggiori teorici del comunismo in Italia, Antonio Gramsci, diceva che “la storia insegna, ma non ha scolari.” La storia della mia famiglia mi ha insegnato che chi nasce sotto una dittatura, rossa o nera che sia, raramente riesce a vivere felice in quel paese; quasi tutti i miei parenti hanno trovato la felicità emigrando in paesi liberi e “capitalisti”, dove i problemi sociali ed economici incontrati sono niente in confronto a quelli che si sono lasciati alle spalle.

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Settembre 2019
WhatsApp-Image-2019-09-16-at-11.00.09.jpeg

14min293

HaTikwa (D. Zebuloni) – Per quanto provino a farci credere diversamente, per quanto provino a convincerci che l’uomo in realtà sia un inesorabile pessimista cosmico, io credo che in fondo l’uomo sia profondamente ottimista. Abituato agli eroi dell’infanzia, che non si arrendevano nemmeno di fronte ad un drago sputafuoco, l’uomo continua a credere negli eroi in tutte le fasi della propria vita. Talvolta gli eroi son travestiti da calciatori che contro ogni previsione segnano un goal all’ultimo minuto, talvolta da cantanti che sognavano il palcoscenico mentre servivano i clienti al bar. La regola è una sola: un lieto fine garantito. Forse è per questo motivo che quando Hodaya Oliel ha acceso una delle dodici fiaccole nella cerimonia di Stato in onore del giorno dell’indipendenza israeliano, nemmeno uno spettatore è rimasto indifferente. Hodaya, che con il camice indosso fa impallidire tutti i Superman e le Wonder Woman di Hollywood. Hodaya, che nata con una paralisi celebrale non ha rinunciato a realizzare il suo sogno: diventare il primo medico disabile del paese. Hodaya, che non racconta le salite ignorando le cadute, che non finge un successo privo di difficoltà e ostacoli. Hodaya, che ha trovato il coraggio di chiedere aiuto. D’altronde, come dice lei, tutti noi in realtà abbiamo bisogno di essere aiutati in qualcosa.

Hodaya, cominciamo dall’inizio. Cosa ricordi del momento in cui hai deciso di diventare medico?

Ricordo che ero ricoverata e avevo  appena subito un complicato intervento alle ossa. Avevo tanto tempo libero per  pensare. Ero una bambina piccola, avevo dieci anni ed era la prima volta che affrontavo un intervento di quel genere. Ero ricoverata nel reparto ortopedico dei bambini e dall’altra parte della sala c’era il reparto neurologico dei bambini. Lì tutto mi sembrava più interessante e ricordo che in quel momento ci pensai per la prima volta, per un attimo soltanto. Poi negli anni ci furono altri interventi e altri ricoveri finché ho realizzato che, forse, per poter diventare un bravo medico dovevo prima capire cosa significasse stare dall’altra parte.

Da bambina sognatrice quale eri, immagino che la strada per diventare medico si sia rivelata più lunga e complicata del previsto. Come e dove hai trovato le forze per andare avanti?

Da sola, in me stessa. Non avendo trovato sempre qualcuno su cui appoggiarmi, nel tempo ho capito che infondo potevo contare solo su me stessa. Ovviamente i miei genitori hanno fatto tutto il possibile per sostenermi, ma nella quotidianità, nelle piccole cose, mi sono ritrovata a dover affrontare tutto da sola. Così mi sono creata dei piccoli riti, delle abitudini che riuscissero a darmi sollievo nei momenti difficili. Per esempio quando torno a casa dopo una lunga giornata mi preparo un bicchiere di Coca Cola con ghiaccio e limone e mi concedo dieci minuti di pace e tranquillità assoluta. Metto della musica di sottofondo e mi dimentico di tutto. Oppure ho trovato un metodo per trasferire il peso da una gamba all’altra e così alleviare il dolore quando devo stare in piedi a lungo.  E non rinuncio ad uscire con gli amici ogni tanto, nonostante ciò sia particolarmente impegnativo per me. In sostanza ho imparato a concedermi degli attimi semplici che mi restituiscono un po’ di forza. E poi sono una ragazza credente io, lascio che sia Dio a sostenermi quando nessuno sembra capire del mio dolore.

Presto parleremo anche della fede, ma prima vorrei chiederti cosa si prova a dover sempre chiedere soccorso. Intendo dire, cosa suscita in te la consapevolezza di essere nella posizione di chi deve costantemente essere aiutato?

Chiedere aiuto non è affatto facile. La cosa più importante è sapere a chi rivolgersi, trovare la persona giusta a cui chiedere aiuto. Ho capito nel tempo che per sopravvivere avrei sempre avuto bisogno di una mano e pertanto non mi sono mai concessa il lusso di vergognarmi di chiederla. Ho capito anche che in realtà tutti noi abbiamo bisogno di una mano in qualcosa. Nel mio caso questo è l’aiuto di cui necessito e va bene così, lo accetto, nessuno potrebbe farcela da solo. D’altronde anch’io cerco sempre di aiutare e rendermi disponibile al prossimo, sperando così di compensare i miei limiti e le mie mancanze. La cosa più difficile è senza dubbio rivolgersi ad un perfetto sconosciuto, quando mi guarda e cambia tono come se non capissi ciò che sta dicendo. Se invece vedo che il mio interlocutore mi tratta da pari, mi apro più facilmente e riesco a raccontargli un po’ di me.

Quando nella cerimonia in onore del Giorno dell’Indipendenza hai acceso una delle dodici fiaccole, hai detto che dedichi l’accensione della fiamma “a tutti i cittadini disabili che ogni mattina si svegliano per affrontare la battaglia per la propria indipendenza personale”. Qual è il significato profondo di questa frase?

Le persone disabili devono sforzarsi moltissimo per compiere azioni che agli altri risultano assolutamente scontate. Per esempio un’azione semplice come allacciarsi le scarpe richiede anni di tentativi e un grande impegno. Secondo me le persone dovrebbero imparare dai disabili cosa sia la determinazione e la costanza, imparare dai disabili a porsi degli obbiettivi e  araggiungerli. Ecco a cosa mi riferivo.

Nello stesso evento hai detto che “ogni bambino ha bisogno di un adulto che creda in lui”. In te chi ci ha creduto sin dall’inizio?

Innanzitutto i miei genitori, che sono persone fantastiche e mi hanno aiutato a superare infiniti ostacoli lungo tutto il cammino. Ma non sono gli unici, a sostenermi ci sono stati anche molti amici, i miei vicini di casa, i miei docenti universitari, i medici con cui ho collaborato. Tutti loro hanno visto in me un potenziale che andava oltre la disabilità. Devo quindi a queste persone lontane e vicine moltissimo, è anche grazie a loro se ce l’ho fatta.

Correggimi se sbaglio, ma credo che talvolta la voglia di farcela è accompagnata da molta rabbia. Hai mai nutrito dei sentimenti di rabbia nei confronti di te stessa o nei confronti di Dio?

E  a cosa mi servirebbe arrabbiarmi? Io non credo che Dio mi debba qualcosa e in generale la rabbia è un sentimento che non mi appartiene. Ciò non vuol dire che non preferirei essere come gli altri, significa piuttosto che ogni essere umano è arrivato in questo mondo con il proprio bagaglio di problemi e la rabbia in questo caso come negli altri non serve a nulla. Non riesco ad arrabbiarmi nemmeno con me stessa, perché sento di impiegare sempre il massimo delle mie possibilità.

Immagino che durante gli studi hai dovuto impegnarti molto più dei tuoi compagni di classe per dimostrare di non essere inferiore a loro. Ora che hai ufficialmente terminato gli studi di medicina con successo, pensi che sia finito anche il tempo di dimostrare a tutti chi sei e quanto vali o credi invece che dovrai sempre impegnarti un po’ di più dei tuoi colleghi?

 Non mi vedo diversa dagli altri, quindi questo bisogno di dimostrare non l’ho percepito come lo descrivi tu. D’altra parte gli studi di medicina sono effettivamente molto difficili e gli ho affrontati con il massimo impegno perché sapevo che per arrivare esattamente dove volevo arrivare non mi bastava essere semplicemente brava. Credo che alcuni dei miei compagni di classe abbiano colto tutto ciò e per questo hanno imparato nel tempo ad apprezzarmi e guardare oltre la mia diversità.

E che valore aggiunto pensi che possa dare la tua storia personale alla tua carriera da medico?

So cosa significhi stare dall’altra parte, ricordo molto bene il senso di paura, ansia e confusione che accompagna il periodo del ricovero. Cerco di non trascurare mai i sentimenti del paziente, cerco di essere più empatica, cerco di ascoltare chi ho difronte e dare quante più informazioni specifiche sui trattamenti e la cura più adatta.

Contro ogni previsione, hai dimostrato a te stessa e gli altri che con un pizzico di determinazione si può realizzare qualsiasi sogno. Pensi di avere ancora dei sogni da realizzare?

Ovviamente, la strada è ancora lunga!

Hodaya, vorrei terminare questa intervista dicendoti che sei ai miei occhi un’eroina e un simbolo di forza e grande coraggio, ma so che non ti piace essere definita così. So che non ti piace sentirti dire queste cose. Come mai?

Perché non credo di esserlo. Faccio tutto ciò che è nelle mie possibilità per realizzarmi come persona, ma credo che sia una cosa normale. Pensa, se avessi rinunciato ai miei sogni mi sarei solamente fatta un torto, mi sarei danneggiata. Il fatto che io cerchi di avere una vita normale nonostante la mia disabilità è in fondo una cosa logica. Tutti dovrebbero comportarsi così, senza aspettarsi di essere definiti eroi. Ma grazie comunque del complimento, questa volta lo accetto volentieri.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 Settembre 2019
download.jpg

6min386

HaTikwa (S. Winkler) – La Galleria degli Uffizi di Firenze ospita per la prima volta alcuni tra i più preziosi e importanti tessuti ebraici provenienti dalle collezioni di musei italiani e stranieri. La mostra dal titolo Tutti i colori dell’Italia ebraica, curata da Dora Liscia Bemporad e Olga Melasecchi, resterà aperta al pubblico fino al 27 ottobre 2019, presso l’Aula Magliabecchiana del prestigioso museo fiorentino, dove sono esposti più di 100 tra tessuti, argenti, abiti, manoscritti, disegni e dipinti. Tra questi, vi è anche un Aròn ha-qòdesh, proveniente dalla più antica sinagoga di Pisa e realizzato nella seconda metà del XVI secolo, ridipinto nel XIX secolo, ma restaurato e rimesso nella sua fattura originale appositamente per la mostra.

Nel percorso della mostra si possono cogliere, oltre all’aspetto artistico, anche la storia delle Comunità della Penisola, i contatti reciproci stabiliti e i rapporti con il resto del mondo, che hanno determinato un crocevia di scambi che si protrae fino ai giorni nostri.

Protagonisti della mostra sono i tessuti, che hanno un valore specifico all’interno della sinagoga sin dai tempi più antichi: tra questi vi è la paròkhet, la tenda che copre e chiude l’Aròn ha-qòdesh, in cui vengono conservati i Sefer Torah, ognuno di essi protetto dal Me’ìl e dalla Mappah. La maggior parte dei tessuti qui esposti proviene dalle sinagoghe che erano situate all’interno dei ghetti italiani, istituiti nel corso del XVI secolo in molte città della Penisola, partendo da Venezia e proseguendo con quello di Roma, rispettivamente costituiti nel 1516 e nel 1555.

Proprio a causa delle restrizioni in ambito lavorativo e della soppressione dei banchi ebraici voluta da Papa Innocenzo XI, gli ebrei si dedicarono maggiormente alla realizzazione di stoffe e tessuti per nobili e cardinali, importando tessuti anche da paesi  lontani, beneficiando del commercio marittimo con l’Oriente: tra questi si possono citare un tappeto annodato in Egitto, realizzato nel XVI, e una manifattura di Macao, realizzata inizialmente come copritavolo; entrambi sono stati trasformati in paròkhet. Importante è ricordare che nel mondo dell’Antico Regime era ancora raro produrre manufatti nuovi, mentre era comune restaurare e riportare a nuova forma oggetti già prodotti.

La realizzazione dei manufatti era ad opera delle donne ebree che abitavano nei serragli (come venivano chiamati i ghetti) e lavoravano tutto il giorno alla finestra, cercando di sfruttare ogni raggio di sole che riusciva a penetrare tra gli stretti vicoli dei ghetti. Le ricamatrici ebree erano ricercate anche al di fuori delle mura dei ghetti, perché erano capaci di nascondere lo stacco tra due tessuti realizzando punti molto piccoli. La loro clientela era quindi estremamente variegata, ma lavoravano anche per i membri della loro famiglia: le spose indossavano abiti colorati che poi trasformavano in paròkhet da donare alla Scola d’appartenenza, impreziosite dagli stemmi di famiglia, definiti parlanti perché rappresentano visivamente il cognome (due esempi possono essere il barattolo di miele con le api per la famiglia Mieli e il leone dormiente per la famiglia Sonnino); le giovani promesse spose regalavano al futuro marito un Talled ricamato.

I tessuti in mostra non provengono soltanto dalle sinagoghe e dai musei ebraici italiani, ma nel percorso è possibile ammirare alcuni frammenti ricamati provenienti dal Museum of Fine Arts di Cleveland, rappresentanti scene tratte dall’Haggadàh, due paròkhet dal Jewish Museum di New York e una dal Victoria and Albert Museum di Londra.

Accanto a questi paramenti, vi sono esposti alcuni dipinti che rappresentano appieno il valore dato agli abiti e alle decorazioni preziose alla moda nel corso dei secoli: tra questi c’è il dipinto La festa di Simchàt Toràh nella sinagoga di Livorno realizzato dal pittore ebreo inglese Solomon Hart, ambientato proprio nella città toscana, una tra le poche della Penisola a non aver istituito un serraglio. Gli ebrei livornesi erano principalmente mercanti e potevano commerciare con tutto il Mediterraneo: riferendosi al dipinto, si notano i ricchi abiti del Rabbino e dei fedeli e i paramenti con cui la Sinagoga di Livorno fu decorata per la celebrazione.

La mostra tratta anche dell’emancipazione degli ebrei dopo l’apertura delle porte dei ghetti, concludendo il percorso con la moda del prêt-à-porter, che si sviluppa nel corso del XX secolo, anche grazie all’apporto dato dai cittadini italiani di religione ebraica.

Chiude il percorso di questa interessante mostra, vi è un lungo fregio realizzato da Lele Luzzati con le raffigurazioni delle scene della Commedia dell’Arte Italiana, realizzato per il transatlantico americano Oceanic.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci