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Bring to the table win-win survival strategies to ensure proactive domination. At the end of the day, going forward, a new normal that has evolved from generation.
Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 Maggio 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – E infine, dopo mesi di campagna elettorale, dibattiti e speculazioni, cala il sipario sulle elezioni europee di quest’anno. Nel caso dell’Italia, i risultati hanno stravolto totalmente lo scenario politico nostrano: la Lega al 34%, il PD al 22% e i 5 Stelle al 17%. Ma a cosa porterà tutto ciò? E che implicazioni ha per quanto riguarda gli ebrei italiani e le relazioni tra l’Italia e Israele?

Partiamo da quello che in poco tempo è passato dall’essere un piccolo partito del nord a rappresentare un terzo degli elettori italiani, ovvero la Lega: se da un lato hanno fatto discutere certi casi in cui Matteo Salvini sembrava strizzare l’occhio all’estrema destra di Casapound, dall’altro egli si è presentato fin dall’inizio come un amico degli ebrei e di Israele. In particolare, fece scalpore quando, durante una visita in Israele nel dicembre 2018, definì apertamente “terroristi” i membri di Hezbollah, cosa che ironicamente ha suscitato proteste soprattutto da parte dei partiti alla sua destra, come Fratelli d’Italia e la già citata Casapound.

Questa dualità tra essere nazionalisti e filoisraeliani non è una novità nel panorama politico italiano, tutt’altro: come spiega il saggio del 2003 La destra e gli ebrei del giornalista Gianni Scipione Rossi, sin dai tempi del MSI la destra italiana ha avuto un rapporto particolare con gli ebrei: una parte consistente del partito di Almirante prendeva apertamente le distanze dal passato antisemita dei propri maestri e difendeva il diritto d’Israele a difendersi; di contro, i movimenti neofascisti come Ordine Nuovo (responsabile della Strage di Piazza Fontana) oltre ad essere apertamente antisemiti erano anche filopalestinesi, come lo sono oggi Casapound e Forza Nuova. La situazione è uguale ad allora, con una differenza: durante la Guerra Fredda pochissimi ebrei votavano MSI, mentre oggi sono in molti a votare Lega, sebbene abbiano poca rappresentanza a livello mediatico.

Passiamo ora al partito che ha subito la maggiore disfatta alle europee, il Movimento 5 Stelle: il partito di Grillo non ha mai fatto mistero di ospitare numerosi antisionisti e antisemiti; basti pensare a quando, nel gennaio 2019, il senatore grillino Elio Lannutti citò su Facebook i Protocolli dei Savi di Sion. Dopo quasi un anno al potere, i 5 Stelle hanno quasi dimezzato il loro consenso rispetto al 32% che presero alle politiche dell’anno scorso, soprattutto perché una volta passati dall’opposizione al governo si sono rivelati una delusione per chi sperava in un vero cambiamento.

Una nota positiva per quanto riguarda queste elezioni riguarda anche i partiti minori: a differenza del 2014, quando presero ben 3 seggi, stavolta i partiti di estrema sinistra apertamente antisionisti (La Sinistra, Partito Comunista di Rizzo) non hanno superato la soglia di sbarramento.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Maggio 2019
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HaTikwà (S. Foa) – È tiepida e diafana la prima luce della mattina di Venerdì 24 maggio che accarezza le volte di Milano Centrale, nel momento in cui mi accingo a partire alla volta di Milano Marittima; proprio così, un’accorata Armata Brancaleone ugeina, formata da circa cento teste (italiche e non) ha scelto tale località della Riviera Romagnola, in occasione di Lag Ba’ Omer. Non una semplice grigliata ignorante ma un vero e proprio Shabbaton, in un albergo in esclusiva per noi; la hall trasformata in una Sinagoga proletaria, la cucina purificata nei minimi dettagli dal nostro Ettore, sempre in gran spolvero, e la spaziosa sala da pranzo, dove dopo il Kiddush, la cena e qualche barzelletta deliziosamente triviale del sottoscritto, ci si può dedicare allo “spaccaghiaccio”, una serie di giochi di società accompagnati da un buon vino.

Il sabato ci regala una bella giornata dove, nell’attesa che il lungo shabbat finisca, ci si può dedicare al Caffè dilemma, classico momento “cult” che ha caratterizzato molti eventi UGEI fin dalla notte dei tempi; qualcuno però preferisce un tuffo eretico nell’Adriatico, approfittando dell’amena e vicinissima spiaggia.  Arriva il momento della tradizionale festa del sabato sera: un rustico locale situato su un isola delle storiche Saline di Cervia, dove un bravissimo DJ ci fa dimenticare le playlist precompilate di Spotify e un valido barman ci serve drink come se piovesse. Di domenica Giove Pluvio ci prende in contropiede e quella che doveva essere la grigliata tradizionale di Lag Baomer, si trasforma in un pranzo frugale ma delizioso in hotel. Prima però non manca l’occasione di conoscere il programma “J-Academy”, percorso formativo tra Gerusalemme, Londra e Berlino per chi decide di prendersi un gap year di dieci mesi. Il momento dei saluti è condito da un improbabile Ruben Spizzichino che si immedesima in un inviato stile Maratona Mentana, raccogliendo interviste semiserie tra i partecipanti. Qualche ora dopo, l’ambiente asettico della stazione AV di Bologna mi comunica che il week-end è finito e mi trasmette un profonda malinconia; al Consiglio UGEI tutto vanno i complimenti per un Lag Ba’ Omer da ricordare. Alla prossima!


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 Maggio 2019
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HaTikwa (D. Fiorentini) – Di fronte al crescente antisemitismo, mascherato abilmente da antisionismo e da una semplice avversione politica a Israele; la nuova frontiera su cui è necessario difendere gli inalienabili diritti degli ebrei è diventata addirittura l’Organizzazione delle Nazioni Unite. In particolare, oltre alle rinomate Assemblea Generale e Consiglio di Sicurezza, dal 2006 è stato creato un nuovo scenario: il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. L’ente, nato con finalità nobili e ammirevoli come la salvaguardia dei Diritti Umani in tutto il mondo, è composto da 47 delle 193 nazioni rappresentate all’ONU. Dal momento della sua fondazione però, complice la presenza di stati come l’Arabia Saudita o l’Iraq (1), abbiamo assistito un chiaro accanimento nei confronti di Israele. Infatti dal 2006 a oggi sono state ben 62 le risoluzioni che condannano lo Stato Ebraico(2), decisamente di più in confronto ad altri Paesi che notoriamente hanno qualche problema interno non da poco: Siria, Iraq, Iran, Corea del Nord combinati assieme infatti contano soltanto 30 risoluzioni. Inoltre, questo trend è ripreso dalla stessa Assemblea Generale che nella sola 73esima seduta (2018-2019) ha promulgato 21 risoluzioni contro Israele, mentre solo 6 contro tutte le altre nazioni del mondo messe insieme(3).

Una vera e propria ossessione, che ha raggiunto il culmine il 18 Marzo 2019 in cui in una sola volta sono state approvate ben 5 condanne allo Stato che di fatto è l’unica libera democrazia del Medio Oriente. “Gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est, e nel Golan siriano occupato”, “La situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est”, “Il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione” , “I diritti umani nel Golan siriano occupato”, “Assicurando responsabilità e giustizia per tutte violazioni del diritto internazionale nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est””, titoli angoscianti, che non solo denunciano una situazione umanitaria devastante, ma sottointendono la presenza di una forza occupante spietata e belligerante. Senza entrare nei dettagli specifici di ogni risoluzione, vorrei sottolineare come tutte e 5 le risoluzioni convergano in poche e semplici massime come: “l’urgenza di ottenere senza ulteriori ritardi la fine dell’occupazione israeliana, che cominciò nel 1967, e affermando che ciò è necessario per garantire diritti umani e le convenzioni internazionali” (4) oppure “condanna l’uso intenzionale di misure letali o eccessivamente forti da parte di Israele, la forza occupante, contro civili, compreso contro quei civili con uno status di protezione speciale sotto il diritto internazionale, nella fattispecie bambini, giornalisti, personale medico e persone disabili che non possono costituire un pericolo mortale” (4), oppure perle come “(l’HRC) richiede che Israele (…) termini immediatamente la costruzione del muro nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est, smantelli con effetto immediato le strutture situate all’interno di questi, rimuovere o rendere ineffettive tutte le legislazioni e gli atti regolatori relativi a quei territori e che ripari tutto il danno causato dalla costruzione del suddetto muro, che ha avuto un grave impatto sui diritti umani e le condizioni socio-economiche del popolo palestinese”. (5) Queste sono solo alcune delle condanne volte a Israele in queste numerose pagine, che frase dopo frase hanno sempre più dell’assurdo.

Innanzitutto la presenza israeliana nei territori di Giudea, Samaria, Golan non è stata ottenuta con una manifestazione di forza bruta contro un popolo di poveri indifesi, ma è il risultato di un conflitto, durato incredibilmente 6 giorni, cominciato per di più dalla parte araba, che contava ben 4 eserciti alleati contro il solo Stato d’Israele. Come in ogni guerra, ai trattati di pace vengono stipulati accordi e concessioni; da questi Israele ottenne la penisola del Sinai e la Striscia di Gaza dall’Egitto, la Cisgiordania e Gerusalemme Est dalla Giordania e le alture del Golan dalla Siria. Con l’intento di mantenere rapporti diplomatici e preservare la pace, Israele negli anni si ritirò dalla penisola del Sinai e dalla Striscia di Gaza, lasciando la prima alla giurisdizione egiziana e la seconda ai “palestinesi”, con la speranza che quest’ultimi potessero fondare il proprio Stato e vivere in armonia. Ciò non accadde, anzi si creò un nemico ancora più vicino a Israele e più imprevedibile, visto che dopo false elezioni prese il potere il gruppo terroristico Hamas. Dopo ormai 14 anni e migliaia di razzi, aquiloni infuocati e attacchi suicidi lanciati verso Israele, è ragionevole concludere che la concessione di terre ai palestinesi non ha avuto l’effetto sperato, per cui è irrazionale e assurdo pretendere che Israele torni ai confini pre 1967 (rinunciando tra l’altro a luoghi sacri come il Muro del Pianto), poiché questo non porterà altro che una maggiore capacità di attacco da parte dei palestinesi e dei loro alleati arabi.

Un’altra questione presa in considerazione è quella della presunta eccessiva reazione da parte di Israele, che, riassumendo i vari punti delle cinque risoluzioni, bombarda a tappeto, rade al suolo case e villaggi, costruisce muri in territori fuori dalla propria giurisdizione, costringe numerose persone a fuggire e ferisce classi sociali indifese come bambini, anziani e disabili; mentre invece i palestinesi si dilettano in proteste pacifiche e in casi estremi osano lanciare qualche sassolino. In primo luogo, è da sottolineare il fatto che queste proteste, in teoria agitate a causa della mancanza di aiuti umanitari, sono rivolte unicamente sui confini con Israele (che ogni giorno fornisce acqua, corrente elettrica, viveri e medicine) e non sui confini con l’Egitto, che come Israele ha stabilito una rigida frontiera, ma al contrario dello Stato Ebraico, non concedono nemmeno supporto economico o umanitario. Come mai? Entrando nel merito della questione, lasciando perdere come i vicini di casa si relazionino con questi nuovi inquilini, è risaputo che Israele agisca in modo chirurgico quando si trova costretto ad intervenire nei territori a giurisdizione palestinese, in modo da limitare le ripercussioni sui civili. Le case demolite o i villaggi bombardati a cui si fa riferimento sono unicamente quelli chiaramente riconducibili a leader terroristi. Inoltre prima di effettuare una di queste due azioni belliche, vengono mandati avvisi o messaggi radio in arabo così da allertare i civili e affinché questi possano allontanarsi in tempo ed evitare di venire colpiti. Al contrario da Gaza vengono costantemente lanciati migliaia di missili verso Israele, in modo completamente aleatorio, tanto che spesso capita che colpiscano persino il territorio relativo a Gaza. Per di più, le “proteste pacifiche” che ormai quotidianamente si svolgono al confine tra Israele e Gaza, non sono altro che scorribande violente ed incivili, di numerosi terroristi che cercano, con i mezzi artigianali a disposizione, di causare più danni possibili agli israeliani circostanti. L’arma più di tendenza degli ultimi mesi è l’aquilone incendiario. Questa arma, spesso decorata da una svastica, ha causato danni ambientali clamorosi: interi campi e raccolti dati alle fiamme, numerose case rovinate e ingenti risorse idriche sprecate per sedare gli incendi.

Il vero squallore però deve ancora venire; infatti i “civili più deboli”, nella fattispecie bambini, vengono forzati a partecipare alle proteste, e sono sfruttati per creare uno scudo umano che renda ancora più difficile l’identificazione dei terroristi palestinesi che, nel frattempo, cercano di penetrare nel territorio israeliano. In altre parole, queste affermazioni promulgate dall’UNHRC sono molto distanti dalla realtà, ma sarebbero solo carta straccia se nessuno le desse peso; purtroppo questo genere di risoluzione riscuote sempre un enorme successo anche durante le sedute dell’Assemblea Generale. Infatti sono circa 150/160 gli Stati che si esprimono costantemente contro Israele, mentre sono solo una manciata quelli che invece si prodigano a favore di Israele. Solamente l’Australia, il Canada e in particolare gli Stati Uniti, non fanno mai mancare il loro supporto; tanto che, visto lo scempio delle ultime risoluzioni, gli USA hanno persino deciso, in segno di protesta, di abbandonare il loro seggio presso l’UNHRC. Purtroppo anche la nostra amata Italia, insieme a tutta l’UE, è partecipe a questo triste spettacolo. Sia per interessi commerciali con i Paesi Arabi, sia per le direttive UE promosse dall’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri Federica Mogherini, l’Italia, nonostante il forte legame culturale e religioso con Israele, ha spesso voltato le spalle allo Stato Ebraico. In conclusione, sulla base delle suddette considerazioni, una soluzione che potrebbe risollevare i rapporti tra Israele e l’ONU, potrebbe essere un esito favorevole delle prossime elezioni europee, sperando che la disastrosa politica anti-israeliana dell’Alto Rappresentante Mogherini possa essere sostituita da un nuovo approccio pro-Israele, che oltre a portare benefici in termini di collaborazione tecnologica, economica e culturale, possa invertire il trend di votazioni presso le Nazioni Unite, cosicché possa essere riconosciuta verità e obiettività nella valutazione del conflitto arabo-israeliano.

Note

1. https://www.ohchr.org/en/hrbodies/hrc/pages/membership.aspx

2. http://ap.ohchr.org/documents/sdpage_e.aspx?b=10&c=89&t=4

3. https://www.unwatch.org/2018-un-general-assembly-resolutions-singling-israel-textsvotes-analysis/

4. A/HRC/40/L.25

5. A/HRC/40/L.27


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Maggio 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Charlotte Salomon aveva solo 26 anni quando morì ad Auschwitz. Ma prima di essere deportata, questa giovane pittrice ebrea tedesca riuscì a consegnare a un amico tutti i suoi lavori, che in seguito vennero raccolti nell’opera Vità? O Teatro?, che dopo la morte la rese famosa in tutto il mondo. Sulla sua vita è uscita a gennaio la graphic novel Charlotte Salomon. I colori dell’anima, pubblicata da Beccogiallo. Gli autori dell’opera, la sceneggiatrice Ilaria Ferramosca e il disegnatore Gian Marco De Francisco, hanno gentilmente concesso un’intervista ad HaTikwa.

 

Come è nata l’idea del progetto?

Ferramosca: È nata nel 2013 da una chiacchierata con un’amica operatrice culturale, che conosceva bene la storia di Charlotte Salomon. La sua enfasi, la sua passione nel raccontarmela, me ne fecero innamorare; tanto più che la storia di Charlotte è ancora viva e attuale, ai nostri tempi più che mai: il clima in cui ci ritroviamo a livello internazionale, sta riproponendo semi di odio e inciviltà sempre più frequenti e credo che ci voglia un soffio a tornare indietro di ottant’anni, benché si cerchi di negare e sottovalutare il problema sotto le sue varie sfaccettature (sia antisemite che razziali in genere). C’è una frase di Paulina, la seconda madre di Charlotte, pronunciata nel fumetto e tratta dai suoi guazzi, che dice: “In una società civile come la nostra, certe forme d’odio sono inaccettabili da tutti, per cui un movimento come questo (quello nazionalsocialista) è destinato a spegnersi”. Un’affermazione che mi ha molto colpita, perché la società di allora era già considerata progredita, esattamente come la nostra, eppure intolleranza e avversione presero il sopravvento. Determinate manifestazioni non vanno mai minimizzate, neanche oggi siamo esenti da un possibile regresso.

De Francisco: Il progetto ha visto un’interlocuzione tra me, Ilaria e la casa editrice. Dovevamo proporre qualcosa di respiro internazionale, e tra le varie opzioni lei ha proposto questa storia che per la sua potenza ci ha colpito profondamente.

 

Tra il documentarsi sulla vita della Salomon, la stesura della sceneggiatura e i disegni quanto tempo è occorso prima che l’opera fosse conclusa?

Ferramosca: Circa un anno e mezzo.

De Francisco: Per i disegni 8-9 mesi, perché oltre alla documentazione storica della sceneggiatrice era importante anche che io mi facessi una documentazione visiva.

 

Durante il lavoro vi siete scambiati consigli oppure ognuno ha lavorato in autonomia?

Ferramosca: Un fumetto vive di due anime: la sceneggiatura e il disegno, che hanno necessità l’una dell’altra e non possono rimanere distinte, diversamente il fumetto non esisterebbe, sarebbe solo illustrazione o, di contro, narrativa scritta. Per questo motivo l’interazione tra sceneggiatore e disegnatore avviene con regolarità; nel nostro caso, prima che Gian Marco iniziasse a lavorare sulle tavole, ci siamo incontrati più volte per analizzare la sceneggiatura. In seguito abbiamo avuto scambi di email con tavole in allegato, magari per rendere più enfatica la recitazione dei personaggi in alcune vignette, o chiarire eventuali dubbi e gestire piccole incongruenze grafiche che, a volte, possono verificarsi sulle tavole.

De Francisco: Ormai noi siamo una coppia lavorativa già da molti anni, e quando la sceneggiatura è terminata Ilaria mi ha lasciato molta libertà.

 

C’è un episodio particolare della vita di Charlotte Salomon che vi ha particolarmente colpiti? Se si, quale?

Ferramosca: Non uno in particolare, mi ha colpita la grande forza di volontà, la sua determinazione (che tra le tante cose l’ha portata a essere l’unica studentessa ebrea ammessa in accademia, in quel periodo), la sua voglia di vita nonostante fosse circondata da una catena di lutti familiari e dall’orrore della guerra. Quella di Charlotte è anche una storia di depressione, quel male oscuro che è un altro degli aspetti che la rendono attuale, e ci dimostra che una grande passione, come quella per l’arte, può costituire una valida terapia per venirne fuori.

De Francisco: essendo padre, mi ha colpito la leggerezza con cui la figlia crede alla madre quando questa le dice che andrà in cielo, e quando i parenti sono in lutto lei li rimbrotta pensando che la madre sia diventata un angelo.

 

Due anni fa BeccoGiallo ha pubblicato una graphic novel su Primo Levi; avete avuto dei modelli di riferimento, tipo altri fumetti legati alla Shoah?

Ferramosca: Quando si parla di fumetti sulla Shoah è inevitabile pensare a “Maus” di Spiegelman, primo punto di riferimento, ma grazie alla nostra prefatrice, Claudia Bourdin, ho scoperto che ne esisteva uno precedente, edito solo in Francia: “La bête est morte”. Senza contare che l’intera opera di Charlotte, “Vita? O teatro?” è realizzata come fosse un graphic novel: i guazzi sono in sequenza temporale e raccontano tutta la storia della sua vita. Inoltre alcune tavole contengono più momenti (quasi fossero vignette senza griglia) e figure in movimento, simili a dei piani sequenza; spesso, inoltre, ci sono testi inseriti. Già questo, quindi, era un modello di riferimento diretto, ma altri sono giunti, senza dubbio, dalla narrativa e dalla cinematografia, ricche di moltissime opere di enorme bellezza, nonostante descrivano un orrore di vaste dimensioni.

De Francisco: sapevamo di altri prodotti di BeccoGiallo, ma io non ho attinto a nulla per non farmi influenzare. Mi sono concentrato sulla produzione della Salomon.

 

Secondo voi oggi in Italia la Shoah viene trattata con più o meno serietà rispetto al passato?

Ferramosca: Viene trattata con più attenzione a livello mediatico e voglio sperare che questo porti a una sincera presa di consapevolezza, non a una sorta di obbligo passivo verso una ricorrenza prefissata. Nelle scuole in cui abbiamo presentato finora il libro, per esempio, abbiamo sì riscontrato serietà, ma in alcuni casi anche superficialità; inoltre siamo consci dei numerosi episodi di antisemitismo, in Italia come anche in Francia, segno che forse a livello culturale c’è ancora molto da fare.

De Francisco: certamente c’è più sensibilità oggi rispetto a quando io ero ragazzino (ha 43 anni, ndr), quando ero al liceo si parlava a stento della Seconda Guerra Mondiale, oggi i docenti sono più preparati. Di contro noto spesso nei ragazzi, quando presentiamo il libro, che sono molto più distratti e pieni di input. Per arrivare a loro, quando lo presentiamo cerchiamo di non parlare di masse e stermini, quanto della vita dei singoli individui, per coinvolgerli emotivamente.

 

Per concludere, un consiglio che vorreste dare a chi vorrebbe fare il fumettista?

Ferramosca: Munirsi di grande, enorme, pazienza! Per fare questo mestiere bisogna innanzitutto studiare molto, documentarsi in continuazione, “aprirsi alle storie” e approfondirle in diversi modi. Poi, nonostante questa sia già una fase complessa (parlo dal punto di vista dello sceneggiatore), ne arriva una che lo è altrettanto e cioè i contatti con gli editori. Non è semplice, non basta inviare un progetto, né recarsi alle fiere; esistono delle prassi da seguire in fiera e diverse modalità d’invio dei progetti in relazione alle varie politiche editoriali. Non è così facile farsi ascoltare e attrarre l’attenzione degli editori dinanzi alle numerose proposte dei colleghi, specie agli inizi. La classica gavetta da fare c’è ovunque, per cui: coraggio e determinazione e rialzarsi sempre, specie dinanzi alle porte sbattute in faccia.

De Francisco: leggere. Leggere tanto, e non solo fumetti, e disegnare molto. Molti vogliono produrre senza leggere i grandi maestri, e invece è necessario per avere dei punti di riferimento.

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 Maggio 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – La storia di Kobi Marimi è l’ennesima storia in perfetto stile Cenerentola. Dopo il trionfo di Netta Barzilai e i suoi chili di troppo esibiti con orgoglio, quest’anno il rappresentante israeliano all’Eurovision Song Contest mostra un ulteriore volto dell’Israele umana e spesso vulnerabile. Un’Israele ancora inedita. Nato a Ramat Gan, Kobi è il tipico antieroe inibito dei fumetti. Immaginatevi Pippo, l’amico di Paperino. Ecco, Kobi è  Pippo. Kobi è il nostro compagno di banco delle medie, il cameriere che ci serve la pizza, il vicino di casa che incontriamo ogni tanto in ascensore. Eppure, in tutta questa apparente normalità, Kobi nasconde un talento straordinario. Prova dunque a intraprendere la carriera di attore di teatro, ma presto realizza di non essere mai il protagonista, di essere sempre l’attore di accompagnamento. Così all’età di ventisette anni, con un sogno da realizzare e senza alcuna speranza di riuscirci, si presenta alle audizioni del “Hakochav Haba”, competizione canora il cui vincitore diventa di diritto rappresentante israeliano all’ambito Eurovision Song Contest. Nel peggiore dei casi, Kobi dovrebbe rinunciare al suo lavoro di cameriere in un locale di Tel Aviv. Il risultato, invece, è assicurato. Sin dalla sua prima apparizione sul piccolo schermo, Kobi conquista il cuore di migliaia di persone. Timido e impacciato, goffo e un po’ maldestro, Kobi si trasforma davanti alle telecamere spogliandosi delle vesti di brutto da anatrocollo e diventando un bel cigno. Comincia a raccontarsi, a raccontare della sua infanzia sofferta in quanto bambino grasso e denigrato dagli amici. Un  po’ come Netta stessa ha fatto lo scorso anno, infatti, anche Kobi parla spesso di accettazione del proprio corpo e della propria persona, condannando con forza ogni forma di pregiudizio. Eppure c’è in Kobi un qualcosa di più autentico e fragile rispetto alla caotica Netta. Scopro che Kobi è davvero un antieroe, uno di quelli che balbettano lievemente quando gli pongo una domanda scomoda e che aspetta qualche secondo prima di darmi una risposta, perché preferisce scegliere bene le parole da utilizzare. Per farla breve, Kobi vince la competizione del “Hakochav Haba” e diventa ufficialmente il rappresentante israeliano all’Eurovision Song Contest, che quest’anno avrà luogo a Tel Aviv, nonostante tutto. O forse, per merito di tutto. Tutto ciò che si porta appresso. Da quel giorno Kobi è immerso nelle prove e nei preparativi della competizione, determinato a non deludere chi l’ha fortemente voluto su quel palcoscenico. Perché c’è una frase che l’antieroe di Ramat Gan non dimentica mai di pronunciare nelle sue apparizioni televisive. Una frase che ha ripetuto anche in questa intervista con sincerità disarmante, nonostante io sia profondamente convinto che non l’avrebbe sostenuta con altrettanto ardore se l’avessi incontrato quando era ancora un ragazzo qualunque. Una frase decisamente banale e ingenua. E forse, anche per questo, così importante di questi tempi. “Sognare è un diritto di tutti”. 

 

Kobi vorrei che mi aiutassi a capire come cambia la vita di un ragazzo qualunque, che conduce una vita assolutamente normale, che fa il cameriere in un locale a Tel Aviv, e che d’un tratto viene catapultato sul palcoscenico più importante e ambito del mondo.

Diciamo che ho smesso di lavorare nel locale a Tel Aviv e ho cominciato a fare il lavoro che ho sempre sognato. Ecco, diciamo che quel ragazzo qualunque sta realizzando il sogno che coltiva sin da quando era bambino.

Tra un attimo parleremo di sogni, ma prima vorrei che mi raccontassi di quell’attimo in cui hai realizzato che hai vinto la gara del “Hakochav Haba” e che non c’è più via di ritorno.

A volte credo di non aver ancora realizzato. Ho sempre sognato di rappresentare Israele all’Eurovision, ma mai ho creduto davvero che ciò potesse accadere. Ricordo solo l’istante in cui stavano per decretare il vincitore del “Hakochav Haba” e mi sono detto: Kobi, stanno trasmettendo questo momento in diretta nazionale e c’è la possibilità che sia tu il vincitore. Cerca di non avere reazioni esagerate!

Per molti artisti, specie qua in Israele, l’Eurovision è l’ultimo traguardo di una lunga carriera. Tu invece cominci la tua carriera dall’apice. Non hai paura di cadere da lì su e farti male?

Credo che chiunque abbia il desiderio di calcare questo palcoscenico debba mettersi in gioco, a prescindere da quanto lunga sia la carriera alle sue spalle. Sognare è un diritto di tutti. Io per esempio ho ventisette anni ed è almeno da un decennio che fantastico sull’Eurovision. Sicuramente fa paura, ma sono così felice che non voglio rovinare questo momento. Me lo merito.

Se non sbaglio è già la terza volta che pronunci la parola “sogno”. Parliamo allora di sogni, anche perché lo slogan di questo Eurovision è “Dare to dream”. E forse non a caso. Cominci la tua carriera realizzando il tuo più grande sogno Kobi, che altri sogni ti rimangono da realizzare?

Qualche tempo fa il mio manager mi chiedeva com’è possibile che ancora mi emoziono a salire sul palco. In effetti dovrei essermi abituato a esibirmi dopo tutti questi mesi di prove. Gli ho risposto che non importa quante persone mi guardano, dieci o un milione, quando hai un messaggio da trasmettere agli spettatori è sempre emozionante esibirti. Il mio sogno è continuare a trasmettere la mia arte, e non importa quale palcoscenico sarà disposto a ospitarmi.

C’è una domanda che sono in dubbio se porti, perché quando si incontra un artista bisogna parlare di arte e non di altro. Tuttavia, dopo la vincita di Netta Barzilai dell’anno scorso, non possiamo ignorare l’argomento della propria immagine e del proprio corpo.

Chiedi pure.

Anche tu, come Netta, hai raccontato alle telecamere del tuo passato. Di essere stato un bambino grasso, solo, incompreso e pieno d’insicurezze. Volevo chiederti Kobi se pensi che aver avuto un passato difficile sia diventato un requisito indispensabile per piacere agli israeliani. Intendo dire, forse gli eroi non piacciono più. Forse è meglio essere degli antieroi.

Penso che sia una coincidenza che per il secondo anno di fila questo argomento abbia trovato tanto spazio nei titoli dei giornali. Ogni artista, anzi, ogni persona incontra delle difficoltà nella propria vita. Credo che queste cicatrici alimentino la nostra creatività e ci diano la possibilità di alzarci la mattina con il desiderio di cambiare la realtà. Di renderla migliore. Nel mio caso e nel caso di Netta il movente era lo stesso, la nostra infanzia e il nostro corpo, ma non credo che siano gli unici argomenti che tocchino gli israeliani.

Eppure il messaggio tuo e il messaggio di Netta sono un po’ diversi. Anzi, in realtà sono proprio opposti. Netta ci invita ad accettarci e ad amarci per ciò che siamo, con tutti i nostri difetti e tutti i nostri chili di troppo. Tu invece hai attraversato un lungo viaggio prima di diventare il Kobi che conosciamo oggi.

Non credo di aver terminato il viaggio. Il cambiamento non avviene in una notte, il cambiamento avviene ogni giorno. Ancora oggi. Ho perso peso, questo è vero, ma ci sono molte insicurezze che ancora mi porto dietro.  

In un passo della canzone che proporrai all’Eurovision canti, o meglio, gridi a piena voce “I am someone”, ovvero “Io sono qualcuno”. Credi che quel richiamo sia rivolto al Kobi bambino di cui abbiamo parlato?

Ehm… Possibile…

Immaginavo, cos’altro vorresti dire al Kobi bambino?

Ciò che dico al Kobi di oggi e a chi mi ascolta. Dobbiamo ricordarci ogni giorno che siamo qualcuno, che valiamo qualcosa. Ce lo dimentichiamo troppo spesso. La vita ci sottopone a così tante pressioni che è nostro compito dire a noi stessi che valiamo per ciò che siamo.

C’è un altro passaggio della canzone in cui canti “And now I’m coming home”, ovvero “Ed ora torno a casa”. Alcuni sostengono che questa frase lasci intendere il ritorno dell’Eurovision in Israele. Pensi che ospitare l’evento favorisca o sfavorisca la tua potenziale vincita?

In realtà non si tratta di una frase tattica per indicare il ritorno in Israele. La casa in questione è quel luogo in cui ci sentiamo sicuri. In cui ci sentiamo noi stessi.

E se mi intestardissi e ti chiedessi nuovamente se pensi di essere favorito o sfavorito?

Ti direi che è la prima volta che partecipo all’Eurovision e non conosco abbastanza bene le dinamiche per darti una risposta concreta. Ma cerco sempre di essere positivo e vorrei esserlo anche questa volta. Sapere che la mia famiglia e i miei amici sono accanto a me in questi giorni mi tranquillizza molto.

La tua canzone ha ricevuto molte critiche sui social e nei media. Dopo il carnevale di Netta dell’anno scorso, pensi di capire il perché delle polemiche e la delusione dei fan o non te ne capaciti proprio?

Le critiche ci sono sempre state e sempre ci saranno. Penso che il ruolo principale di qualsiasi forma di arte sia quello di scuotere gli animi delle persone. Però voglio dirti che ricevo decine e decine di messaggi da parte di quelle persone che inizialmente avevano fortemente criticato la mia canzone e che ora chiedono scusa perché hanno scoperto di adorarla. Io per esempio ci ho messo un sacco di tempo prima di farmi piacere il Sushi. Ci sono alcune cose a cui ci si bisogna abituare.

Se posso permettermi, personalmente non credo che gli israeliani siano delusi dal fatto che canterai una ballata, chi ti conosce e ti segue sa che mai e poi mai ti saresti esibito all’Eurovision con una canzone in stile Netta. Penso che la delusione sia dovuta dal fatto che gli israeliani si aspettavano una canzone dalle sonorità meno internazionali e più locali, considerato sopratutto che la competizione avrà luogo quest’anno a Tel Aviv e non in Europa.

Possibile, non lo escludo, ma voglio dirti una cosa che ho imparato nel periodo in cui studiavo recitazione e mi esibivo a teatro. Non importava quante persone venissero a complimentarsi con me al termine dello spettacolo, bastava che ci fosse una sola persona che mi faceva notare che il calzino sporgeva dal pantalone, che tornavo a casa con l’amaro in bocca e con la sensazione di aver fallito. Non voglio concentrarmi su chi fa polemica, voglio dare spazio a chi mi sostiene e riempie di complimenti. E poi l’Eurovision non finisce qui, l’anno prossimo ci sarà di nuovo e l’anno dopo ancora. Israele avrà la possibilità di mandare ogni volta un rappresentante che mostri un volto inedito del paese e di chi ci abita. Questa volta hanno scelto me.

Kobi, una parola che descrive ciò che stai vivendo? E per favore non dire “emozionante” o “incredibile”.

Wow… Che domanda difficile! Ehi, dici che “wow” possa andare bene come risposta?

Direi che “wow” va più che bene.

 

 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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