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Bring to the table win-win survival strategies to ensure proactive domination. At the end of the day, going forward, a new normal that has evolved from generation.
Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 Dicembre 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – Inizialmente mi propone di svolgere l’intervista a casa sua, a Tel Aviv, poi mi telefona e mi chiede se possiamo incontrarci al Beit HaLochem (in italiano – la casa del combattente). “Perché proprio qui?”, gli domando il giorno dell’intervista. “Questo è un centro di riabilitazione per quei soldati rimasti disabili durante il loro servizio militare. Ci vengo ogni mattina, faccio un po’ di ginnastica, qualche vasca in piscina. Sai, io stesso sono disabile. Il 60% del mio corpo riporta gravi ustioni”. Lo guardo perplesso; mi sembra in perfetta forma. “E poi è importante prendersi cura del proprio corpo, no?”, mi domanda. Ed io, che non vedo una palestra dalla notte dei tempi, annuisco imbarazzato. Avigdor Kehalani è un eroe. Secondo alcuni, il più grande eroe che lo Stato d’Israele abbia mai visto. Quando nel 1963 si presenta al corso militare per diventrare ufficiale, lo rispediscono indietro dicendogli che non è adatto, che non resisterebbe, che non ha i requisiti necessari. Tuttavia Kehalani non si arrende e presto riesce a coronare quel piccolo folle sogno di diventare ufficiale. Poi arriva la Guerra dei Sei Giorni ed, insieme ad essa, arrivano quelle gravi ustioni che lo costringono a sottoporsi a dodici complicati interventi chirurgici ed un anno di ricovero. La carriera militare del giovane ufficiale cambia drasticamente: gli viene impedito di prendere parte a svariate operazioni, gli vengono affidati ruoli di marginale importanza, gli viene chiesto di rallentare un po’. La storia muta di nuovo con lo scoppiare della Guerra dello Yom Kippur. Kehalani falsifica i suoi certificati medici e riesce a scendere in campo. Organizza 150 carri armati e li guida verso il confine siriano. Così, mentre suo fratello Emanuel ed il cognato Ilan perdono la vita nel combattimento sul fronte egiziano, Avigdor riesce a sconfiggere i 470 carri armati siriani e salvare il Galil. Si racconta che durante una battaglia, egli riuscì ad abbattere da solo tre carri armati siriani distanti da lui cinquanta metri. La sua vita cambia definitivamente. La perdita del fratello brucia più di qualsiasi ustione. “Quando ci penso ancora mi manca l’aria”, mi confessa, ma al contempo una nazione intera gli è grata per il suo coraggio. Riceve i più alti riconoscimenti che un soldato possa ricevere, medaglie su medaglie, titoli su titoli. Oggi ripensa al suo passato e sorride; ma sorride anche al futuro, perché dopo aver terminato il suo servizio militare, ed essere stato Ministro della Difesa, e dopo aver scritto sei libri, girato un documentario e aver messo sù famiglia – Kehalani ha ancora qualche sogno da realizzare.

Avigdor, solitamente mi piace seguire un ordine cronologico, ma questa volta vorrei cominciare l’intervista dalla fine. Dalla pubblicazione del tuo ultimo libro. Di cosa tratta?

L’argomento della leadership mi ha sempre toccato. Così, dopo aver scritto cinque libri, ho pensato di dedicare il sesto ai più grandi leaders della storia del popolo ebraico. Da Mosè al Re Davide, da Ben Gurion ad alcuni ufficiali importanti dell’esercito israeliano. E poi ho spaziato e raccontato di altri leaders, non meno importanti. Da uomini di cultura, Rabbini e maestri, alla mamma che cresce da sola dieci figli. Nel libro dialogo con questi personaggi, li analizzo, li studio. Cerco di individuare quelle caratteristiche che hanno permesso loro di diventare tali.

Mi fa sorridere che parli di leaders con tanto distacco, come se non appartenessi alla categoria.

Esistono tanti tipi di leaders, ciascuno con il proprio modo di arrivare alle persone. Io ho sempre cercato di infondere fiducia in chi mi stava attorno, e ho avuto la fortuna di essere circondato da persone che hanno fatto tutto il possibile per non deludermi. Si tratta di un rapporto particolare, quasi sacro.

Sai, tu sei il primo eroe in carne ed ossa che io abbia mai incontrato. Però sei diverso da come ho sempre immaginato gli eroi. Non sei particolarmente alto, non sei particolarmente muscoloso e, contro tutte le previsioni, sei pure yemenita. Come vivi queste dissonanze?

Diciamo che sono cresciuto in una casa in cui non mi veniva detto spesso che sono bello, che sono bravo, che sono intelligente. Sai, la mia era una famiglia semplice. Ho dovuto scoprirlo da solo, all’esercito, che non valgo meno degli altri. E non solo in campo di battaglia, ma in ogni ambito della mia vita. Chi avrebbe mai detto che avrei scritto dei libri? E pensa, il primo libro lo scrissi a ventisette anni ed è stato tradotto in sette lingue. Nella vita non smettiamo mai di scoprire nuove cose su noi stessi, ma per poter scoprire dobbiamo rischiare. Dobbiamo alzarci la mattina e dire “basta, oggi lo faccio!”. E ci sarà sempre chi ci giudicherà male, non possiamo aspettarci che la spinta arrivi da dietro. Dobbiamo essere noi a raccogliere le forze e rischiare.

Mi dai l’impressione di essere un eroe molto umano. Ogni tanto provi un po’ di paura?

Certamente, dammi il nome di un eroe che non ha paura e gli dico esattamente dove farsi ricoverare. La parola eroe e il verbo affrontare in ebraico hanno la stessa radice: tutti hanno paura, ma solo un vero eroe sa affrontare la paura.

E ti capita anche di piangere?

Ogni volta che ripenso a mio fratello mi manca l’aria. Ogni volta che vedo una madre riabbracciare il proprio figlio piango. Non penso che le lacrime minaccino in alcun modo la mia virilità. Non penso di dover dimostrare più nulla a nessuno. E sopratutto non credo a quell’immagine iconica dell’eroe muscoloso e privo di sentimenti. I più grandi leaders della storia erano persone piene di umanità e compassione.

Immagino sia facile sentirsi eroi in guerra. Ti senti un eroe anche nella vita di tutti i giorni?

Ricordo che trascorsi ore a discutere con Rabin. Ore ed ore in cui lui cercò di convincermi a votare a favore del secondo accordo di Oslo. All’epoca ero un parlamentare, facevo parte del suo partito. Arrivò al punto di dirmi che non avrei messo più piede in Parlamento. Eppure io votai contro.  Credo di aver dimostrato più coraggio in quel momento che in campo di battaglia. Oppure quando decisi di candidarmi come sindaco di Tel Aviv. Io, il ragazzo di Ness Tziona. Senza alcun finanziamento. Da solo con le mie forze. Poi, non ho vinto, ma poco importa. L’ho fatto, senza che nessuno me l’abbia posto su un piatto d’argento. Sì, ci vuole altrettanto coraggio per essere eroi nella vita vera.

Parliamo un po’ della tua carriera politica. Hai dei rimpianti? Ti capita mai di pensare che saresti potuto arrivare più in alto? Che avresti potuto diventare Primo Ministo per esempio, se solo ci avessi provato?

Comincio dicendoti che se potessi tornare indietro nel tempo, rifarei esattamente tutto ciò che ho fatto, seppur conscio di alcuni fallimenti. Non possiamo mai giudicare le nostre scelte a posteriori, dieci o vent’anni dopo. Le nostre decisioni possono essere giudicate solo ed esclusivamente nel momento in cui sono state prese. Tuttavia ti mentirei se ti dicessi che la politica non mi interessa più. La politica è parte di me, ma non ho più interesse a fare il parlamentare. Non alla mia età. Certo, se mi proponessero di tornare ad essere Ministro della Difesa…

Accetteresti?

Penso di sì.

E cosa cambieresti?

Una persona sola può cambiare poco purtroppo, in Parlamento bisogna lavorare in squadra. Diciamo però che io tendo ad interessarmi di meno all’opinione pubblica; non amo rivolgermi ai consulenti legali, preferisco agire quando è necessario.

Mettiamo la politica e il passato da parte e parliamo di Avigdor Kehalani oggi. So che ti dedichi molto ai giovani, alle nuove generazioni.

Mi è sempre piaciuto il titolo di “educatore”, sin dai tempi del militare. Perché ogni comandante è anche un educatore. Così negli ultimi anni ho deciso di dedicarmi al mondo dell’educazione, ai giovani, agli studenti. Mi preoccupo davvero per il destino del nostro paese, ci penso spesso. Così ho capito che per salvaguardarlo devo investire nella nuova generazione. Sono quindici anni ormai che accompagno decine di migliaia di studenti al nord, nei luoghi in cui ho combattuto. Racconto loro dell’esistenza del nostro Stato dalla fondazione ad oggi, di coloro che non ci sono più, del valore inestimabile di questa terra. Concludo ogni tour donando al gruppo una bandiera di Israele e chiedendo loro di custodirla al posto mio. Vedo nei loro occhi il cambiamento, la presa di coscienza sul valore della nostra storia.

Fai e hai fatto così tante cose nella tua vita. Qual è quella di cui vai più fiero?

Credo che il momento di cui vado più fiero in assoluto risale a quando ho falsificato il mio profilo medico nella guerra del ’73, per poter raggiungere i miei compagni in battaglia. Ricordo la sensazione; sentivo di aver dimostrato a me stesso che potevo farcela, che nonostante tutto potevo ancora farcela. Poi sono molto orgoglioso della mia famiglia. E dei miei libri. Vedi, i miei genitori volevano che io facessi il meccanico, questa doveva essere la mia ambizione più grande. Quei libri sono per me una rivincita straordinaria.

E fammi indovinare, hai ancora qualche sogno da realizzare. Giusto?

Ma certo! I miei amici mi augurano sempre di vivere fino a centoquarant’anni e non fino a centoventi. Temono che io non faccia in tempo a realizzare tutti i miei sogni altrimenti. E forse hanno ragione, la vita è troppo breve. Sto scrivendo un Musical e mi piacerebbe tanto vederlo sui palcoscenici di tutto il paese…

Avigdor Kehalani, l’eroe di guerra, che scrivere un Musical? Non smetti mai di sorprendere.

Come ti ho detto prima, non devo più dimostrare di essere un macho. Oggi posso dedicarmi tranquillamente alle mie passioni senza curarmi di ciò che pensa la gente, e il Musical è un qualcosa che desidero da molto tempo. Beh, poi vorrei scrivere un altro libro: il settimo. Me lo immagino molto profondo, dalle atmosfere un po’ bibliche.

Siamo quasi alla fine, e vorrei che parlassimo un po’ di fede. Pensi che in seguito ai grandi traumi subiti nell’arco della tua vita, essa si sia rafforzata o indebolita?

Vengo da una famiglia di persone osservanti, ma già dalla prima infanzia mi sono posto delle domande riguardanti la fede. Per esempio quando ho scoperto l’Olocausto, non concepivo come fosse accaduta una tale tragedia sotto gli occhi di Dio. Tuttavia ho scoperto che la preghiera è un valido esame per testare la fede di un uomo. Ma non parlo di quella che si recita in Sinagoga. Parlo della preghiera vera, che ti sorprende nel momento del bisogno e proviene dal profondo del cuore. Beh, nella mia vita mi sono ritrovato spesso a pregare. Ne deduco che la mia fede si sia rafforzata negli anni. Credo in Dio e credo nel suo legame con il popolo ebraico. Altrimenti l’avrebbe cancellato anni e anni fa, di occasioni non ne sono mancate. Eppure eccoci, siamo ancora qui.

Avigdor, più di una volta hai visto la morte in faccia; l’hai toccata, l’hai sentita sulla tua pelle. Più di una volta ti sei trovato nel varco, ma poi sei sempre riuscito a tornare. Temi questo passaggio? Intendo dire, hai paura della morte?

Io vivo nell’ombra della morte. Ho seppellito parte dei miei amici più cari quando avevo vent’anni. Ricordo ancora i tonfi della sabbia quando colpivano la bara, nel momento della sepoltura. Quei tonfi ancora oggi mi perseguitano, a volte mi fanno diventare matto. Spesso mi capita di pensare al giorno in cui la sabbia cadrà su di me. Non vorrei dover fermare il funerale e chiedere del tempo aggiuntivo, perché non sono riuscito a realizzare tutto ciò che desideravo. Così ogni giorno mi domando se ho fatto qualcosa per la quale valga la pena vivere e cerco un motivo valido per giustificare la mia esistenza in questo mondo. Dico sempre che Dio mi vuole bene, ma spero che non me ne voglia troppo e non abbia fretta di riavermi accanto a sé. Secondo il mio psicologo la mia corsa contro il tempo è sintomo di paura, è il mio tentativo di sfuggire alla morte, ma io posso affermare serenamente che una vita condotta nell’ombra della morte è una vita sana. Una vita che non viene mai sprecata.

E i tonfi della sabbia?

No, i tonfi non li temo più.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 Dicembre 2019
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HaTikwa (D. Fiorentini) – “L’UNRWA promuove la perpetuazione del problema dei rifugiati palestinesi, ma non la sua soluzione. Un’agenzia dal chiaro sfondo politico, per tenere sotto scacco Israele e il processo di pace, finanziata e supportata in primo luogo dai paesi dell’OLP” (Ben Dror Yemini, durante la sua sessione all’EJA Winter Bootcamp).

Questo è solo uno dei temi trattati durante l’EJA Winter Bootcamp di Bruxelles. Il seminario, tenutosi presso l’EU Jewish Building, consisteva di due giorni di full immersion nel mondo dell’Advocacy for Israel

Organizzato dalla European Jewish Association, ha riunito 50 ragazze e ragazzi di tutte le età da tutta Europa, ciascuno con un diverso tipo di antisemitismo da combattere e un trascorso in politica, giornalismo e lobbying

Tra i vari relatori, il primo è stato il ricercatore e scrittore Ben Dror Yemini, giornalista di Yedioth Akhronot, il quale ha presentato la storia di Israele e del Sionismo, le contraddizioni della causa palestinese e soprattutto ha sottolineato la responsabilità dei Paesi Arabi nella mancata formazione di uno stato arabo in Palestina. Nel pomeriggio insieme ai parlamentari Paulo Casaca (S&D) e Michael Freilich (Nieuw-Vlaamse Alliantie) si è discusso dell’importanza delle lobby e di come approcciare nel modo più efficace un politico o una personalità di rilievo al fine di convincerlo della propria causa. L’aspetto principale di questo genere di incontri si basa nel conoscere l’interlocutore e saper coniugare la propria causa alle tematiche per cui il politico si batte.

Dopo la cena di gala, alla presenza del giornalista Hans Knoop, che dopo la Seconda Guerra Mondiale ha contribuito alla cattura di un importante ufficiale nazista, il seminario è ripreso la mattina seguente. Il tema della seconda giornata era il rapporto con i media. La mattina era dedicata ai giornali, da come preparare un comunicato stampa a come renderlo più appetibile per il giornalista e l’editore del giornale così da assicurarsi la sua pubblicazione. Nel pomeriggio, assieme al direttore degli affari pubblici dell’EJA Alex Benjamin e al giornalista Brian Maguire, si è posta la problematica di saper convincere, oltre che al singolo politico, tutta l’opinione pubblica. Il metodo principale è durante un’intervista televisiva, in cui bisogna saper reagire a domande spinose e rispondere nel breve tempo disponibile specie se durante un dibattito con altri esponenti politici. 

Dopo aver compiuto l’ultima sessione riguardo l’importanza di tenere traccia dei movimenti dei nostri oppositori, il seminario è giunto al termine. Lo scopo di questo corso però non si è compiuto nella sola formazione di giovani europei, ma si auspica che tutti i partecipanti, una volta tornati in patria, possano a loro volta tenere workshops e conferenze sia per tenere testa ai rappresentanti della causa palestinese, ma soprattutto per formare e ispirare altri giovani. Per questo motivo, come consigliere alla Jewish and Israel Advocacy dell’UGEI, mi pongo l’obiettivo di dar seguito all’impegno preso dall’EJA a Bruxelles e creare opportunità di formazione e approfondimento in Italia, affinché tutti i giovani ebrei italiani possano rispondere quando messi alla prova da attivisti universitari pro palestinesi o antisemiti.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Dicembre 2019
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HaTikwa (L. Clementi) – Tutto in un mese. Approvata la Commissione Segre per la lotta all’Antisemitismo, gran parte delle forze politiche si alzano in piedi ad applaudire. Rimangono seduti i Parlamentari di Lega, Forza Italia e Fratelli D’Italia. Poco dopo, la Senatrice Segre viene messa sotto scorta per le continue minacce (200 al giorno!) ricevute sul web, dopo il Report dell’Osservatorio Antisemitismo. Poi Canali, il Sindaco di Predappio (luogo di nascita di Mussolini) che si rifiuta di sovvenzionare il Viaggio della Memoria di alcune scuole perché ‘’fazioso’’. Poi il Comune di Schio che dice ‘’no’’ alle Pietre d’Inciampo per gli scledensi che morirono nei lager perché ‘’divisive’’. Poi il Consigliere comunale triestino di Forza Nuova Fabio Tuiach che si indigna perché la Segre ha detto che Gesù era ebreo. Nel mezzo, tanto odio e tanti altri episodi di odio antisemita, noti e meno noti.

Ma che cosa sta succedendo all’Italia?

E’ da ingenui ritenere che improvvisamente l’Antisemitismo sia ricomparso dopo 80 anni nella società civile: un fenomeno a così ampio raggio che improvvisamente riprende piede con così tanta veemenza non può che essere frutto dello sdoganamento di qualcosa che già c’era e che ora ci si sente autorizzati a manifestare liberamente, ancora una volta.

A questo punto lo step successivo è: di chi è la colpa? Si, perché una colpa deve esserci, altrimenti non si spiega il motivo per il quale la Senatrice Liliana Segre debba esser messa sotto scorta per la stessa ragione per la quale fu deportata 80 anni fa, cioè per il solo fatto di essere ebrea. Non cercare un colpevole equivale a non cercare di capire quale sia il problema, e quindi come possa essere risolto. Perché anche la politica, che per un lungo lasso di tempo ha tentato di contenere determinati messaggi, improvvisamente è diventata la loro cassa di risonanza?

A mio avviso, la risposta deve essere cercata andando indietro nel tempo. La crisi economica ha portato ad una svalutazione generale della classe politica. ‘’Tanto rubano tutti’’ è la frase che si sente ormai in ogni casa d’Italia dopo il primo servizio di qualunque TG.

Nel tentativo di recuperare credibilità, i partiti si sono essenzialmente personalizzati, andando ad identificarsi con la figura del proprio leader. E’ la stessa leadership a diventare protagonista assoluta della politica, trovando come terreno di scontro quello dei social network e guadagnando consensi grazie alle équipe di esperti nel settore, che studiano campagne a tavolino nel tentativo di manipolare l’opinione pubblica.

Questo conduce inevitabilmente ad una democrazia del pubblico, con alla base slogan, qualunquismo e semplificazioni estreme. Tra i leader ed i cittadini non deve apparentemente esistere alcun filtro: l’elettore deve avere la percezione che il politico di riferimento sia quanto a lui più vicino, e sia in grado, proprio perché così ‘’simile a noi’’, di capire e tutelare le esigenze del popolo. Il tutto, sommato ad una situazione del Paese non proprio rosea, conduce allo sdoganamento di linguaggi di odio anche all’interno della classe politica stessa e, conseguentemente, all’accrescimento di rabbia e frustrazione dei cittadini.

Ponendo il dato di un Antisemitismo diffuso e rimasto incubato, nonostante la morte di migliaia di Ebrei e la creazione di una Costituzione che sancisce diritti inviolabili, ora non c’è neanche più la percezione di una classe politica con valori saldi e programmi volti ad estirpare sul nascere qualunque forma di disuguaglianza sostanziale nei diritti del singolo, proprio perché l’agenda detta che è necessario mostrarsi ‘’dalla parte degli italiani’’, sempre e comunque. Ma chi sono i veri italiani, quelli che l’italiano medio considererebbe ‘’come lui’’? E’ importante saperlo, perché questa definizione potrebbe essere la definizione di certe agende politiche negli anni a venire.

Quale sarà, poi, il destino per gli ‘’altri’’?


Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 Novembre 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Ha fatto molto parlare di sé il discorso tenuto dall’attore e comico britannico Sacha Baron Cohen il 21 novembre, quando ha ricevuto l’International Leadership Award dall’Anti-Defamation League (ADL), organizzazione ebraica impegnata nel combattere il razzismo e l’antisionismo. Durante la cerimonia, Cohen ha lanciato una dura invettiva contro i colossi della Silicon Valley, e in particolare contro Facebook, che ha accusato di permettere al razzismo di diffondersi pur di fare profitti. “Se Facebook fosse esistito negli anni ‘30,” ha affermato, “avrebbe permesso a Hitler di pubblicare annunci sulla ‘soluzione’ al ‘problema ebraico’.”

Per chi da anni conosce i suoi film è difficile credere che quello fosse lo stesso Baron Cohen che ha interpretato personaggi come Ali G e Borat, tra i più politicamente scorretti del cinema anglosassone degli ultimi 20 anni. È anche vero che negli ultimi tempi il comico inglese, nato a Londra nel 1971 da genitori ebrei ortodossi, sembra aver deciso di impegnarsi in ruoli più seri, di cui l’ultimo è quello della spia israeliana Eli Cohen che ha interpretato nella miniserie The Spy, uscita a settembre su Netflix.

Ma c’è un altro film, tra i suoi più celebri, che andrebbe ricordato soprattutto perché rivederlo oggi, a 7 anni da quando è uscito nelle sale, ci dice molto su come è cambiato lo scenario politico: Il dittatore.

La trama (attenti agli spoiler)

Il dittatore, uscito nel 2012, narra la storia dell’Ammiraglio Generale Aladeen, dittatore dello stato fittizio nordafricano di Wadiya: infantile, autoritario, narcisista, razzista, antisemita e misogino, viene costretto dalle pressioni internazionali a recarsi a New York per parlare alle Nazioni Unite. Una notte, viene fatto rapire per ordine di Tamir, suo zio e consigliere che intende sostituirlo con un sosia per trasformare Wadiya in una democrazia, il che in realtà è solo un pretesto per svendere il petrolio del paese a potenze straniere.

Aladeen riesce a fuggire, ma prima gli viene tagliata la folta barba senza la quale nessuno lo riconosce. A dare una svolta ai suoi piani di riconquista del potere saranno gli incontri con Nadal, che a Wadiya era a capo delle ricerche sulle armi nucleari ma era fuggito negli USA dopo che Aladeen aveva dato l’ordine di giustiziarlo, e Zoey, un’attivista per i diritti umani per la quale Aladeen inizierà a provare qualcosa. In quei giorni, Aladeen farà di tutto per tornare al potere e impedire alla democrazia di sorgere nel suo paese.

Analisi (sempre attenti agli spoiler)

Il film, diretto da Larry Charles e in cui Cohen è anche co-sceneggiatore oltre che attore protagonista, fece parlare di sé per l’alto tasso di battute politicamente scorrette sia sulle minoranze etniche e sulle donne, sia sulle questioni geopolitiche; a pesare fu anche il fatto che alla cerimonia degli Oscar di quell’anno Cohen si era recato vestito da Aladeen e portando con sé un urna che secondo lui conteneva le ceneri del dittatore nordcoreano Kim Jong-il, che rovesciò addosso a un giornalista. Ovviamente non erano vere ceneri, ma lo scherzo ebbe comunque il risultato di fare pubblicità al film.

Nonostante le critiche che ricevette, Il dittatore ebbe un merito non indifferente: esso è riuscito a prendere in giro a 360 gradi tutte le maggiori forme di estremismo politico di quegli anni. Infatti non è solo una parodia dei regimi autoritari di Gheddafi e Saddam (analogamente a un altro film, Il grande dittatore in cui nel 1940 Charlie Chaplin faceva la parodia di Hitler), ma mette anche in luce le ipocrisie e le contraddizioni del politicamente corretto, incarnato dal personaggio di Zoey: la ragazza gestisce un negozio di prodotti vegani, dove lavorano solo rifugiati di paesi del Terzo Mondo e ci sono anche i bagni per le lesbiche. Per dimostrare di non essere razzista, la ragazza gli dice: “Pensa che non vado a letto con un bianco dalle superiori”, il che però sarebbe comunque razzista ma verso i bianchi.

A essere prese in giro sono anche le concezioni che abbiamo di democrazie e dittature, e il desiderio delle prime di imporre il loro modello con la forza alle seconde. Ciò emerge soprattutto nella scena in cui Aladeen parla alle Nazioni Unite, quando per glorificare il modello della dittatura ne elenca i presunti pregi: un sistema dove l’1% della popolazione è più ricco di tutti gli altri, dove si possono intercettare le comunicazioni delle persone e creare false emergenze attraverso media solo apparentemente liberi: tutte cose, se uno ci fa caso, che sono state fatte dagli Stati Uniti.

In Italia il film si distinse per una censura nel doppiaggio, nella scena in cui Aladeen ha appena finito di avere un rapporto sessuale con Megan Fox: nella versione originale lei gli dice che dopo doveva andare con “the Italian Prime Minister”, il Primo Ministro italiano, un chiaro riferimento a Berlusconi (che era Primo Ministro durante le riprese, ma già rimpiazzato da Monti quando il film uscì al cinema).

Confronto con l’attualità (stavolta niente spoiler)

Rivedere oggi Il dittatore ci dice molto su cosa è cambiato sul piano geopolitico negli ultimi anni: se allora negli USA erano in molti, sia a destra che a sinistra, e ritenere giusto rovesciare i dittatori tramite gli interventi della NATO, oggi chiaramente non è più così, tutt’altro: da quando Donald Trump è alla Casa Bianca, l’America sta rinunciando sempre di più a esercitare la propria influenza in Medio Oriente, con tutti i pro e i contro che ne derivano.

In Medioriente ci sono stati degli sviluppi che hanno messo in discussione tutto ciò che si diceva nel 2012: solo un anno prima erano scoppiate le Primavere Arabe, che in un primo momento si pensava avrebbero portato libertà e democrazia, ma non è andata così: molti paesi della regione, Siria e Libia in primis, sono finiti nel caos; Assad, che si dava quasi per scontato che sarebbe stato rovesciato, oggi è più forte che mai anche grazie all’appoggio della Russia e dell’Iran; in seno alle guerre civili scoppiate nella regione è nato l’ISIS, che ha compiuto attentati anche in Europa.

E proprio in Europa l’aumento del terrorismo islamico e la mancanza di una reazione adeguata da parte delle istituzioni è stato tra i vari fattori che hanno sdoganato i partiti nazionalisti in tutto il continente, tanto che concetti come “populismo” e “sovranismo”, che fino a pochi anni fa erano ai margini del dibattito pubblico, oggi ne sono al centro.

E qui arriviamo all’argomento più recente, ovvero i social: perché nel 2012 erano molto meno pervasivi rispetto ad oggi nella nostra società, e vi era ancora chi fosse convinto che avrebbero portato alla creazione di una comunità globale dove tutti vivono in armonia. Invece i social si sono rivelati un luogo dove le posizioni si sono fatte sempre più polarizzate, tanto da creare delle divisioni quasi tribali nella società. In questa situazione, da un lato risorgono gli episodi di razzismo e antisemitismo, dall’altro anche il politicamente corretto si è manifestato con toni molto più violenti di quelli descritti nel film: basti pensare a quando, negli Stati Uniti, dopo l’elezione di Trump numerosi attivisti di estrema sinistra hanno iniziato a distruggere le statue dei generali sudisti o, come a Los Angeles, a rimuovere statue di Cristoforo Colombo.

In conclusione, rivedendo questo film nel 2019 si impara una lezione importante: che il futuro è molto più imprevedibile di quanto pensiamo, e che non è detto che la storia vada sempre nella direzione da noi voluta.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 Novembre 2019
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HaTikwa (D. Fiorentini) – Arriva con un tempismo eccezionale la storica decisione degli USA di riconoscere gli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria, ponendo fine all’ambiguità americana circa la legalità delle cosiddette colonie israeliane.

Una disputa che nasce nel lontano ’67 a seguito della vittoria riportata da Israele nella Guerra dei Sei Giorni e la relativa conquista della Giudea e della Samaria, quando per delegittimare lo Stato ebraico i paesi arabi hanno cominciato una campagna internazionale per rendere Israele agli occhi dell’opinione pubblica come una forza bruta e imperialista.

“E’ infatti dal (quel) momento in cui Israele viene considerato forza occupante all’interno di territori catturati”, scrive il giornalista Niram Ferretti, che sottolinea come questa prospettiva distorta del conflitto abbia radici tanto profonde da convincere la Corte di Giustizia Europa e l’Ufficio dell’Alto Rappresentante degli Affari Esteri.

In questo contesto discriminatorio e ispirato dai movimenti di boicottaggio si colloca la recente decisione dell’Unione Europea di etichettare gli articoli provenienti dalla Giudea e dalla Samaria come “prodotti in territori occupati da Israele“. Un ulteriore tentativo di delegittimazione dello Stato d’Israele, che va ad aggiungersi alle ben otto risoluzioni votate dall’ONU nei scorsi giorni che condannano Israele e non riconoscono i suoi confini.

L’accusa principale è quella di aver permesso, senza averne il diritto, la proliferazione di insediamenti ebraici in Giudea e Samaria. Oltre a trascurare la millenaria presenza di storiche comunità ebraiche come Gerico e Hebron, non sono state tenute in conto numerose accordi e numerose norme del diritto internazionale.

In primis il Mandato Britannico per la Palestina del 1922, che la Gran Bretagna, potenza vincitrice della Prima Guerra Mondiale, ha stipulato alle spese del collassato Impero ottomano, stabilì il diritto degli ebrei di dimorare in tutti i territori a occidente del fiume Giordano. Tale documento venne ratificato all’unanimità dalla Società delle Nazioni, una sorta di progenitore dell’ONU, ricevendo l’approvazione anche della Comunità Internazionale. “Esso non è mai decaduto, non è mai stato abrogato, e dal punto di vista del diritto internazionale è l’architrave su cui poggia tutto il resto. Non a caso, uno dei maggiori giuristi americani del secolo scorso, nonché uno degli architetti della Risoluzione 242, Eugene W. Rostow, lo specificava chiaramente in un suo importante articolo”

“Molti credono che il mandato palestinese ha avuto termine nel 1947 quando il governo britannico si dimise da potentato mandatario. Errato. Un accordo non cessa quando il fiduciario muore, si dimette, sottrae la proprietà affidata o è licenziato. L’autorità responsabile dell’accordo nomina un nuovo fiduciario o in alternativa dispone per l’adempimento dell’accordo… In Palestina il mandato britannico ha cessato di essere operativo relativamente ai territori di Israele e della Giordania quando questi due stati vennero creati e riconosciuti dalla comunità internazionale. Ma le sue normative sono ancora effettive relativamente alla West Bank e alla Striscia di Gaza, le quali non sono ancora state allocate a Israele, alla Giordania o a uno stato indipendente“.

Da notare che questo intervento fu fatto nel 1990, prima ancora degli Accordi di Oslo del 1993-1995, in cui per l’appunto vennero risolte tutte le perplessità riguardo i territori della Giudea e Samaria. I suddetti accordi stabilirono tre zone di pertinenza, la zona A sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, la zona B e la Zona C a controllo israeliano. Il piano ed i suoi numerosi dettagli allegati furono approvati e riconosciuti dall’Autorità Palestinese, per cui non solo Israele ha il pieno di diritto di fondare nuovi insediamenti nelle sue aree di pertinenza, ma ha assolutamente fondamento l’accusa di discriminazione e boicottaggio mossa da Israele verso l’Unione Europea. 

Grazie all’amministrazione Trump, dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, il riconoscimento della sovranità sul Golan e adesso il riconoscimento della legalità degli insediamenti nelle aree C della Giudea e della Samaria, si sta delineando un nuovo scenario geo-politico in cui stanno venendo meno i capisaldi della propaganda araba contro la legittimità di Israele. Inoltre, “assicurando ad Israele garanzie di sicurezza tali da rendere possibili le concessioni necessarie per arrivare ad un accordo di pace permanente capace di rispondere anche alla richiesta dei palestinesi di avere un proprio stato”.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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