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Bring to the table win-win survival strategies to ensure proactive domination. At the end of the day, going forward, a new normal that has evolved from generation.
Consiglio UGEIUGEI25 Febbraio 2021
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di David Di Segni 

 

Nel corso della storia del popolo ebraico, numerose sono state le civiltà che hanno tentato di distruggerlo, senza mai riuscire nell’intento. Gli ebrei hanno sempre dovuto proteggere sé stessi e le proprie tradizioni, usi e costumi che tutt’oggi vivono e resistono. Perché? Perché nessun ebreo deve dimenticarsi di ciò che gli ha fatto Amalèk, del male che gli è stato inflitto. Non a caso, nel calendario delle festività ebraiche, viene rammentato come il Popolo d’Israele si sia salvato dall’Egitto, a Pesach, e di come la sua sorte, a Purim, sia stata capovolta.

Storicamente, la storia di Purim risale alla seconda metà del ‘400 a.C., durante il terzo anno di mandato del re “Achasverosh”: conosciuto come “Assuero” o “Serse I”, il suo regno si estendeva su 127 paesi, dall’India fino all’Etiopia. Erano trascorsi settant’anni da quando i Babilonesi avevano demolito il Tempio di Gerusalemme, e proprio quell’anno il re di Persia organizzò un banchetto per tutti i sudditi, compresi gli ebrei di Susa (la capitale di allora).

Il banchetto di prelibatezze non kasher era stato motivo di discussione tra gli ebrei, ai quali Mordechai, uno dei loro esponenti più importanti, aveva sconsigliato di andare. Tuttavia, per timore di possibili ritorsioni dovute alla loro assenza, gli ebrei si recarono alla grande festa dove erano stati allestiti i teli bianchi, verdi, azzurri del distrutto Tempio di Gerusalemme e dove il Re si presentò con le vesti dei Coanìm, i sacerdoti. Il settimo giorno di questa lunga cerimonia, Assuero ordinò a sua moglie Vashtì, nipote di Nabucodonosor II, di mostrare la sua bellezza presentandosi nuda davanti a tutto il regno. Questa rifiutò, ma non per motivi di vergogna o pudore, bensì perché affetta da un’improvvisa lebbra che viene religiosamente attribuita al suo trattar male e far lavorare donne ebree di Shabbat durante i festeggiamenti.

Il rifiuto dell’ordine fece infuriare il Re, che chiese consiglio sul da farsi ai saggi ed a coloro che “conoscevano le norme”, cioé gli ebrei. Consigliare la morte della moglie del Re li avrebbe fatti uccidere tutti, il contrario li avrebbe fatti apparire come ostili alle decisioni del monarca. Così i saggi decisero di astenersi perché, fu questa la motivazione, la loro lucidità nel giudizio era venuta meno dalla distruzione del tempio. È in quel momento che prese parte alla vicenda Ammàn, il perfido ministro del re, il quale fece notare che la disobbedienza della regina sarebbe stata monito per tutte le donne di ribellarsi ai mariti, e che quindi doveva essere uccisa.

Sarà proprio Amman a convincere Achasverosh a non consultare gli esperti prima di prendere delle decisioni. La sorte si capovolgerà, così che quando il Re deciderà di uccidere Ammàn, lo farà senza consultare gli esperti.

Dopo la vicenda di Vashtì, il re diede l’ordine di trovare una nuova moglie. I suoi mandanti trovarono una ragazza di nome Ester, cugina di Mordechai, il quale le ordinò di “mascherare” la sua identità e la sua fede. Poco dopo, fu proprio Mordechai a udire due ministri complottare contro il re, e la notizia giunse alle orecchie di Achasverosh, che decise di iscriverlo nel “Libro dei ricordi” come l’uomo che gli aveva salvato la vita. Accadde che Ammàn, ormai primo ministro, usava girare per la Persia con l’immagine del suo idolo appesa al collo, al cui passaggio chiunque doveva inchinarsi. Tutti lo fecero, tranne Mordechai. Così Amman decise di vendicarsi e tirò a sorte un mese in cui poterlo fare: Adàr (mese di morte e nascita di Mosè). Fu decretato che il di 13 di Adar dell’anno successivo gli ebrei sarebbero stati uccisi.

È bene chiarire che nella religione ebraica la sorte non è altro che la evidente mano di Hashem. Per questo Ester e il popolo digiunarono per tre giorni per chiedere la salvezza ad Hashem (così è ancora uso fare, il “Ta’anit Ester” è il digiuno, dall’alba al tramonto, che gli ebrei seguono per ricordare la salvezza del popolo ebraico). Dopodiché questa parlò col Re e lo convinse della perfidia di Amman, che venne smascherato e ucciso assieme a tutti i suoi collaboratori proprio il 13 di Adar: stessa data in cui il visir aveva deciso di uccidere il popolo ebraico. “La forca che doveva essere usata per Mordechai, venne usata per Ammàn”, e fu così che la sorte, Pur in ebraico, si capovolse.

Così finisce la storia di chi bramò per uccidere il popolo d’Israele. Come abbiamo detto all’inizio, la storia si è ripetuta più volte nel corso dei secoli e con modalità differenti. La più recente è la Shoah, che è legata alla storia di Purim più di quanto si possa credere. Durante il processo di Norimberga, quando furono portati a giudizio una quantità di nazisti microscopica rispetto al numero reale di colpevoli, Julius Streicher, alto dirigente del Partito Nazista ed editore del settimanale antisemita Der Stürmer, prima di essere giustiziato pronunciò queste parole:” Saranno contenti gli ebrei: oggi è Purim 1946”. Altre fonti riportano questa frase: “Questa è la mia celebrazione del Purim 1946.” Diversi modi per esprimere il medesimo misterioso concetto, che ha destato una notevole attenzione nel mondo ebraico e sul cui significato hanno indagato i giornalisti Bernard Benyamin e Yohan Perez in collaborazione con alcuni rabbini. Il loro libro “La profezia dell’Olocausto: Il codice segreto di Ester” spiega quelle parole ed il nesso profetico tra Purim e la Shoah.

Dopo che la regina Ester chiese la morte di Ammàn e dei suoi collaboratori, che erano i suoi dieci figli, il re l’aveva invitata ad avanzare altre richieste che avrebbe potuto esaudire. Nonostante ciò, la regina aveva risposto nuovamente: “I figli di Ammàn venissero impiccati all’albero” (9,13). Perché ripeterlo di nuovo? Chi sono questi altri dieci figli di Ammàn? Tutto ciò è scritto nella pergamena di Ester che si legge a Purim. L’elenco dei nomi dei figli di Ammàn impiccati è scritto nel testo con una impaginazione particolare, tale da generare l’effetto ottico di un unico patibolo dal quale figurano pendere dieci corpi, uno sopra l’altro.

Alcune lettere dei loro nomi sono scritte in minuscolo rispetto a tutto il testo, il che ha portato gli studiosi ad accorpare le lettere, che in ebraico, come è noto, hanno un valore numerico: la “Tav”, ת, del nome Parshan, la Shin, ש, del nome Parmashta, e la Zayin, ז, del nome Wayzata sono scritte con caratteri più piccolo rispetto alle altre lettere. Sommando i loro valori numerici (400+300+7), risulta il numero 707. Inoltre, la “Waw”, ו, di Wayzata è scritta più grande nel normale. Il suo valore numerico equivale a 6 e, date le sue dimensioni, corrisponde non ad un anno, bensì ad un millennio: il sesto. Indica dunque il millennio nel quale avviene la vicenda e sappiamo che il sesto corrisponde a tutti gli anni compresi nel 5000. Se si aggiunge il numero 5 in capo alla cifra iniziale, “707”, si ottiene “5707”, che corrisponde proprio all’anno 1946 del calendario gregoriano.

Solo una questione rimane in sospeso: Ammàn e i suoi figli erano in tutto undici, mentre i condannati a Norimberga dodici. Tuttavia, solo undici vennero giustiziati, perché Goering si uccise col cianuro poco prima dell’esecuzione.

Così termina la storia di chi tentò di distruggere il popolo d’Israele.

 


Consiglio UGEIUGEI23 Febbraio 2021
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di Giorgia Calò

 

Un dolce tipico della tradizione romana, per la festa di Purim, è il tortolicchio: una sorta di biscotto secco fatto con miele e pasta di mandorle, che si usa regalare anche in occasioni speciali, come mishmarot e i bar/bat Mitzvà.

Il nome del dolce “Tortolicchio” deriva dalla parola “tortore”, che in romanesco significa bastone, sia per la sua durezza che per il colore. La sua origine risale a prima del Ghetto di Roma: una testimonianza del 1543, del Rav Isacco Lattes, racconta della storia d’amore clandestina tra una donna ebrea sposata e un bottegaio, che le aveva donato come pegno d’amore un tortolicchio, fortemente apprezzato dall’amata.

Di seguito la ricetta di questo particolare e, secondo la storia, anche un po’ afrodisiaco dolce tipico della tradizione giudaico romanesca.


Consiglio UGEIUGEI22 Febbraio 2021
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di Caterina Cognini

 

L’11 febbraio si è concluso The Israel Summit, evento virtuale organizzato da studenti universitari provenienti dai principali atenei statunitensi, quali Harvard e la Columbia. Come si evince facilmente dal titolo, l’evento aveva lo scopo principale di presentare i progressi israeliani in vari campi: dall’innovazione alla cultura, dai risultati in campo medico a quelli in ambito sportivo.

Il Summit consisteva principalmente in interviste ad importanti personaggi israeliani, oltre ad una career fair che ha ospitato importanti aziende internazionali per opportunità di stage e di lavoro. Tra i relatori principali nel campo aziendale, sono intervenuti Tal Zaks, Chief Medical Officer di Moderna; Barak Regev, CEO di Google Israel; e Noam Bardim, CEO e fondatore di Waze. Per quanto riguarda l’ambito diplomatico, gli intervistati sono stati Gilad Erdan, Rappresentante permanente di Israele presso le Nazioni Unite e prossimo ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, e Danny Danon, ex-Rappresentante permanente di Israele presso le Nazioni Unite.


Consiglio UGEIUGEI20 Febbraio 2021
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di Valentina Cognini

 

Né la Russia imperiale, né la Russia dei soviet hanno bisogno di me. Io sono incomprensibile per loro, straniero. […]

E forse l’Europa mi amerà e, insieme a lei, mi amerà la mia Russia.

È con questa riflessione tratta dalle sue memorie che esordisce Marc ChagallAnche la mia Russia mi amerà, una mostra ospitata nella sede di Palazzo Roverella, a Rovigo, prorogata fino al 14 marzo 2021, che ha finalmente riaperto dopo settimane di chiusura. Sono circa settanta le opere esposte, tra cui ritroviamo illustri prestiti provenienti dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo, dal Centre Pompidou di Parigi, dalla Thyssen Bornemisza di Madrid e da storiche collezioni private.


Consiglio UGEIUGEI19 Febbraio 2021
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di Manuel Moscato

 

Nella Parashà di questa settimana, leggiamo la descrizione dettagliata della costruzione del Mishkan, il tabernacolo mobile che ha accompagnato il popolo ebraico durante tutto il viaggio nel deserto. Nel primo verso della Parashà leggiamo: “Parla ai figli di Israele per invitarli a destinare per Me un’offerta (Terumah) da parte di chiunque sarà spinto dal suo cuore, riceverete la Mia offerta.”

La parola Terumah deriva dal verbo learim (“alzare”). Essa non aveva una misura stabilita come il mezzo siclo (mahazit ashekel) che ogni capo famiglia doveva offrire quando esisteva il Beth Hamikdash.

La Terumah era un’offerta tale per cui chi la faceva doveva farla con tutto il suo cuore e con tutta la sua kavvanà (“intenzione”).

Il Mishkan era la proiezione della sacralità divina in mezzo al popolo, e alla costruzione di esso dovevano prendere tutti parte in modo armonioso; in particolare, tutti dovevano contribuire con le spese senza sentirsi più ricchi o più poveri.

Gli ebrei hanno la caratteristica di essere eterogenei e con idee diverse, ma proprio questa peculiarità ci rende più ricchi e ci fa vivere una vita comunitaria all’insegna dell’armonia e dell’osservanza delle Mitzvot.

Nella Parashà di Itro che abbiamo letto due settimane fa, il popolo ebraico si è riunito sotto al Monte Sinai prima della ricezione del Matan Torah, le Tavole della Legge. Al riguardo la Torah ci dice: “E si accamparono nel deserto e si accampò lì Israel difronte al Monte”. I nostri Chahamim z”l si chiedono: per quale motivo il verbo “accampare” lo troviamo la prima volta scritto al plurale e la seconda volta al singolare? Per rispondere a questa domanda dobbiamo soffermarci sulla seconda parte del verso, ossia “davanti al Monte”. Quando il popolo ebraico si trova davanti al Monte, ossia davanti alla Torah e in particolare davanti ad Hakadosh Baruch Hu, si muove con unità come se fossero un’unica persona.

Nonostante idee e pensieri diversi, il popolo ebraico deve essere sempre unito. Come dice Rashi: Am ehad, lev ehad, ossia “un unico popolo e un unico cuore”, sia nelle disgrazie che nelle belle cose che Hashem ci manda.