17 Febbraio 20216min1142

Attivismo ebraico: l’esempio di Rudy Rochman

Rudy Rochman

di Ghila Lascar

 

La maggior parte dei giovani ebrei al giorno d’oggi si trova in una società dove vengono continuamente poste domande riguardanti l’ebraismo e il conflitto israelo-palestinese: in entrambi i casi, queste conversazioni cominciano molto spesso con luoghi comuni come “Se sei ebreo, sei israeliano”, “Allora sei ricco!” oppure “Israele non ha il diritto di esistere”, e così via.

Alcune di queste affermazioni sono dettate dalla scarsa conoscenza dell’ebraismo, ma negli ultimi anni la componente antisemita è diventata molto rilevante, come dimostrano alcuni fatti recenti: i saluti romani dei consiglieri comunali a Cogoleto, in provincia di Genova, durante la Giornata della Memoria; le intromissioni di neonazisti in alcuni eventi online; e le magliette con scritto “Camp Auschwitz” sfoggiate durante l’attacco a Capitol Hill lo scorso 6 gennaio.

Questi episodi, oltre a risultare particolarmente preoccupanti, sono il risultato di un fenomeno sociale ben più vasto, che arriva a coinvolgere i politici che ne sono i primi portavoce. Fortunatamente, negli ultimi anni giovani ebrei in tutto il mondo hanno cominciato a mobilitarsi diventando attivisti di sé stessi, facendo sentire la loro voce e portando avanti messaggi ben diversi rispetto a quelli di odio e d’intolleranza che occupano i media.

Tra questi, negli ultimi anni, si è affermato in modo indiscusso Rudy Rochman: con oltre 31.000 follower su Instagram, è diventato la nuova frontiera della lotta all’antisemitismo e della giusta informazione sulla storia e l’attualità di Israele. Classe 1993, nato in Francia, ha servito nell’esercito israeliano (IDF) come paracadutista per poi frequentare la Columbia University: scelta non casuale poiché, oltre ad essere una delle università americane più rinomate della Ivy League, la Columbia University è anche quella dove dilaga maggiormente l’antisemitismo. Rudy, infatti, dopo anni di attacchi discriminatori, decide di impegnarsi in questo campo e di coinvolgere giovani ebrei da tutto il mondo nella lotta per i propri diritti proprio a partire da questo campus.

Questo inverno, durante un panel al 47° congresso WUJS, ha esposto il suo pensiero per quanto riguarda l’attivismo in questo campo: in primo luogo ha evidenziato la necessità di parlare apertamente del popolo ebraico per eliminare luoghi comuni e convinzioni, con lo scopo di normalizzare una cultura e un’identità che ancora vengono discriminate. Questo è essenziale, in quanto oggi l’antisemitismo e l’antisionismo si stanno affermando in ambienti intellettuali come quello universitario, riuscendo anche ad avere largo consenso, soprattutto negli Stati Uniti.

In particolare, i movimenti antisionisti cercano “alleati” in altre minoranze che hanno provato sulla loro pelle le stesse discriminazioni attribuite ad Israele; in tal modo non viene criticata la politica di uno stato in modo sano, ma vengono demonizzati soprattutto i suoi cittadini, creando un fenomeno pericoloso che ha portato negli ultimi anni giovani ebrei e israeliani a scegliere le facoltà universitarie sulla base dei possibili problemi a cui sarebbero potuti andare incontro con gli altri studenti e professori.

Di fronte a questa situazione, Rudy ha quindi esposto i suoi dubbi sulla forza del movimento pro-Israel, che negli ultimi anni non è riuscito a contrastare la dilagante disinformazione su Israele; ma soprattutto ha criticato fortemente il fatto che oggi gran parte dei giovani ebrei si trovino “indifesi” in un mondo che molto spesso può essergli ostile, perché non hanno gli strumenti per potersi opporre.

La soluzione? Empower, educate, expose (potenziare, educare, esporsi). Nonostante sembrino quasi un dogma, questi tre concetti sono alla base di un confronto proficuo che non passa solo attraverso gli altri, ma soprattutto attraverso noi stessi: è importante capire qual è il miglior modo per raccontare l’ebraismo, o il nostro punto di vista su Israele con ottimi risultati, oltre ad essere informati sui fatti. Combinando questi elementi, qualsiasi conversazione avrà le basi per andare nel verso giusto.

Con questi propositi, Rudy ha concluso sottolineando l’importanza di esporsi non come singoli, ma come popolo, con lo scopo di creare uno spazio di condivisione e scambio di idee, difendere il nostro diritto di raccontare la nostra versione dei fatti e proteggere la nostra identità senza sottometterci a chi chiude gli occhi di fronte a ciò che vede come diverso. In altre parole, dobbiamo essere ebrei nella pratica, non nella teoria.


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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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