Ascolta la sua voce, la donna nella legge ebraica

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HaTikwa, di Marta Spizzichino

“Discutere il ruolo delle donne nella letteratura normativa ebraica è cosa delicata”. Questa è la premessa con cui il libro “Ascolta la sua voce. La donna nella legge ebraica” di Rav F. Haim Cipriani si apre.

Quali sono le mitzvot che la donna è tenuta ad osservare? In quale misura può autodeterminarsi nel totale rispetto della Legge? C’è o non c’è per lei spazio di manovra? È giusto riformulare oggi dei precetti che non sono più al passo con la realtà in cui viviamo? Molte domande scaturiscono dalla lettura di questo libro che mette a confronto le opinioni di  rabbini contemporanei e non, cercando nelle loro affermazioni le motivazioni più convincenti e chiedendo alle Scritture alcune chiarificazioni.

Nel 1992 il filosofo Yeshayahu Leibowitz si pronunciava così riguardo al tema: ”Quello che è certo è che l’ebraismo […] è obbligato a modificare dalle fondamenta la posizione della donna nella società. Altrimenti, per l’ebraismo chiamato ortodosso non vi è futuro, perché d’ora in poi non sarà possibile una società umana corretta nella quale la donna non sia parte integrante della cultura e della vita politica e sociale”.

Ricordiamo che l’ebraismo delle origini si propose come cultura religiosa collettiva, che necessitava del contributo dei suoi membri per esprimersi a pieno. L’assenza di clero e caste, eccetto che per un breve periodo all’interno del tempio babilonese, ne è un indizio. Cosa cambiò di lì a poco? L’ebraismo non era e non è mai stato autoreferenziale, ieri forse meno di oggi. E se così fosse stato sarebbe imploso su se stesso molto tempo fa. Esso non fu dunque esentato dall’influenza delle culture e religioni circostanti, incluso il cristianesimo che, da quando divenne religione dell’impero romano, contribuì enormemente alla creazione della cultura occidentale, e dunque indirettamente anche di quella ebraica. Fu Paolo di Tarso a gettare le basi per una condizione ancillare della donna, nei vangeli  – documenti più ebraici che cristiani – non si trova infatti nulla di tutto ciò. Le discriminazioni si estesero così a diverse sfere: rituale, legale fino a questioni di vita e di morte.

Il tema però è più complesso di così, perché non ci sono frizioni solo tra le varie epoche, ma anche tra le scritture di periodi differenti e tra rabbini attivi nello stesso periodo di tempo ma lontani geograficamente. Maimonide, punto di riferimento per le scuole sefardite, fu probabilmente condizionato dalla visione della donna derivante dalla cultura islamica al contrario del suo commentatore Raavad, operante in Provenza ed esempio per le scuole rabbiniche ashkenazite.

Un altro esempio è offerto dallo scarto tra la posizione sociale e la considerazione di cui godevano le donne in epoca biblica e in epoca talmudica. Le donne della Torà sono presentate come attive e influenti. Le matriarche talvolta consigliano i patriarchi e diventano persino profetesse, come Miriam e Debora.

Soffermarsi su come l’ebraismo abbia fatto proprie le istanze delle culture con cui si è interfacciato è dunque necessario, così come lo è storicizzare e contestualizzare la nascita di alcuni pregiudizi e atteggiamenti. Accettare tutti gli aspetti solo perché divenuti tradizione è un insulto intellettuale, e come tale va corretto. L’alternativa, eticamente scorretta, sarebbe giustificare in nome della religione atteggiamenti discriminatori.

La capacità di adattamento che l’ebraismo ha mostrato per diversi secoli gli ha permesso di sopravvivere e dunque di modificarsi, e non si comprende perché non dovrebbe continuare ad agire in questa direzione. Discernere cosa è sbagliato ora da cosa forse non lo era ieri, scontrarsi con le proprie mancanze, rivisitare alcuni aspetti della tradizione in nome di un principio è sintomo di forza. L’ebraismo è stato forte per secoli, perché non dovrebbe più esserlo?