Alla scoperta del cinema horror israeliano

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HaTikwà (N.Greppi) – Nell’ultimo decennio il cinema israeliano ha assistito a un considerevole aumento di produzioni di film legati a un genere che, fino ad oggi, non era mai stato molto presente nello Stato Ebraico: gli horror. A testimoniare l’importanza che questo genere di film sta cominciando ad avere in Israele, il quotidiano Haaretz gli ha dedicato un lungo approfondimento.

Tutto è iniziato con Kalevet, un film del 2010 diretto da Aharon Keshales e Navot Papushado. Tre anni dopo, i due salirono alla ribalta a livello internazionale con Big Bad Wolves, che fu definito dal regista americano Quentin Tarantinoil miglior film uscito nel 2013” (quest’ultimo tra l’altro si è sposato a novembre con una cantante israeliana, Daniella Pick, NdR). Big Bad Wolves parla di un professore accusato di violentare e uccidere ragazzine che viene sequestrato dal padre di una delle vittime che, in cerca di vendetta, lo sottopone a ogni genere di tortura per farlo confessare.

Un aspetto importante che viene messo in luce dall’articolo di Haaretz sta nel fatto che molti film horror israeliani sono legati all’esercito: per la precisione, 6 degli 11 film horror usciti in Israele negli ultimi dieci anni sono ambientati in contesti militari. Ad esempio, Basar Totahim è un horror del 2013 diretto da Eitan Gafny, che parla di un gruppo di soldati inviati in Libano per una missione che si imbattono in un esercito di zombie. Sempre di zombie parla Muralim, un corto di Didi Lubetzky uscito anch’esso nel 2013 che parla di un giovane militare che deve trascorrere la sera di Pesach a lavorare in una base militare; a un certo punto, viene coinvolto in una feroce lotta per la sopravvivenza dopo che il grosso delle truppe d’elite presenti nella base sono state trasformate in morti viventi.

Intervistato da Haaretz, lo storico del cinema Ido Rosen ha ipotizzato che questa ascesa degli horror con un’ambientazione militare sia dovuta al fatto che in questi film si cerca di rielaborare i timori e le preoccupazioni vissute da soldati: “Coprire l’argomento con la ‘fantascienza’ e altri generi presumibilmente ‘d’evasione’ gli permette di tirare fuori il senso di paura, per affrontare la morte e le ferite di guerra“. A pensarla così è anche il regista Lubetzky: “Mi piace prendere un genere che è molto americano, con le sue regole e convenzioni, inserirlo qui e vedere come gli israeliani reagiscono alla situazione. Molti film horror americani sono ambientati nel college, dove ha luogo l’esperienza formativa per molti americani. Quindi per me è stato logico prendere questo stile e trasferirlo nell’IDF.”

L’articolo di Haaretz non è certo il primo che si occupa degli horror israeliani: già nel maggio 2016 se n’era occupato un articolo della rivista ebraica milanese Mosaico, che faceva notare come questi film nello Stato Ebraico rispecchiavano in chiave surreale fatti di cronaca molto comuni: come Freak Out, commedia horror diretta da Boaz Armoni che parla di un soldato imbranato che si ritrova da solo in una basa a dover fronteggiare un gruppo di terroristi. “Mettiamo in scena i timori della cultura israeliana e della sua società”, dichiarò all’epoca Boaz Armoni. “Come il timore nei confronti degli Arabi, per esempio. Non abbiamo incentrato il film sul forte, eroico esercito. Si vuole raccontare solo della vicenda di un piccolo, codardo soldato in un posto pericoloso.” Ma ci sono stati anche casi di israeliani che si sono distinti in questo genere al di fuori del loro paese, e in particolare ad Hollywood: in questo senso, il più importante è sicuramente il regista Oren Peli, autore del film culto Paranormal Activity.