12 Agosto 20209min318

Al di là dell’annessione

giordano_netanyahu

di David Fiorentini 

 

Siamo ormai ad agosto inoltrato e della famigerata “annessione” ancora non se n’è vista l’ombra. Le motivazioni di questo ritardo non sono molto chiare, ma di certo la seconda ondata di coronavirus e le proteste di Gerusalemme non hanno aiutato. Non è intenzione di questo articolo approfondire questo ritardo, bensì sottolineare un aspetto che forse è stato sottovalutato: la cosiddetta “annessione” è solo la prima delle misure da intraprendere per garantire la sicurezza dello Stato Ebraico.

Prima di entrare nel dettaglio, però, è necessario chiarire che quella preannunciata da Israele non è un’annessione, ovvero l’invasione di un territorio sottratto ad un altro stato, bensì un cambio di giurisdizione. L’area della Valle del Giordano è già sotto il controllo dello Stato Ebraico dal lontano 1967 quando, a seguito di una guerra difensiva, ha strappato alla Giordania le regioni della Giudea e della Samaria. Secondo il diritto internazionale, citando la Risoluzione 242 delle Nazioni Unite, l’intera “Cisgiordania”, come gli altri territori conquistati nella Guerra dei Sei Giorni, sono legalmente sotto la giurisdizione israeliana, poiché vinti a seguito di un’azione difensiva, e non offensiva come fatto credere dalla propaganda araba.

Molti di questi territori, tuttavia, negli ultimi anni sono stati ceduti in cambio di accordi di pace: basti pensare alla penisola del Sinai nel caso dell’Egitto. Allo stesso modo, a seguito delle pretese territoriali della neo-fondata Autorità Nazionale Palestinese, israeliani e palestinesi si sono accordati, ad Oslo, per la divisione della Giudea e della Samaria in 3 aree: una, l’area A, sotto il controllo sia civile che militare palestinese, una seconda, l’area B, sotto controllo civile palestinese, ma militare israeliano, e un’ultima, l’Area C, completamente sotto il controllo israeliano. Le zone relative alla presunta “annessione” ricadono proprio nell’Area C, che finora era rimasta in un particolare status di dominio militare.

Pertanto, non c’è nessuna violazione del diritto o appropriazione illecita di territori palestinesi, vi è piuttosto la semplice conversione dello status legale della zona, da militare a civile. Con questa manovra gli abitanti di quell’area, ebrei e non (vi vivono infatti circa 6000 palestinesi), potranno ricevere a pieno titolo la cittadinanza israeliana e vivere secondo il suo codice civile. Questo non solo garantisce maggiori diritti, ma è pure ben più semplice e comprensibile dell’arzigogolata e indecifrabile legge attuale.

Definita la legalità della prossima manovra israeliana, si può passare al successivo passo della Risoluzione 242, in cui non si esprime soltanto il ruolo di “aggredito” invece che di “aggressore” di Israele, ma si esplicita anche il suo sacrosanto diritto ad avere dei “confini difendibili”.  Cosa serve per difendere Israele allora? Il primo passo, come annunciato, è il pieno controllo sulla Valle del Giordano.

La Rift Valley del Giordano è una barriera naturale fondamentale per la difesa di Israele, in quanto, con i suoi 1000 metri di dislivello, rende impraticabili invasioni di terra dalla Giordania o da altri stati più lontani, come l’Iran, che bramano la distruzione di Israele. Inoltre, ha un’importanza strategica che permette di mantenere una discontinuità territoriale tra l’ipotetico stato palestinese e la Giordania.

Questa esigenza è diventata ancor di più basilare dal 2005, quando, a seguito del ritiro unilaterale da Gaza, il Philadelphia Corridor, cioè il confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, è diventato immediatamente un’autostrada per milizie e armi. Per cui, per Israele è necessario evitare che possa capitare un simile effetto, su scala persino più grande, nel caso di Giudea e Samaria. Per di più, viste le animosità dei palestinesi, nemmeno i giordani sono così entusiasti di confinare con un eventuale stato palestinese. Proprio un alto ufficiale giordano ha espresso varie perplessità sui vicini arabi: “Dal punto di vista dell’interesse della sicurezza giordana, preferiamo una presenza dell’esercito israeliano nella Valle del Giordano, a ovest del regno, rispetto a qualsiasi altra alternativa. Contrariamente alle cattive relazioni diplomatiche con Israele – le relazioni di sicurezza sono eccellenti. Non abbiamo alcun interesse o intenzione di danneggiare le nostre relazioni di sicurezza con Israele a beneficio dei palestinesi.” Perciò, anche per la stabilità dell’intera regione, è essenziale che la Valle del Giordano sia completamente parte di Israele.

Le altre misure di sicurezza da intraprendere per garantire nel lungo periodo la sicurezza dello Stato Ebraico, in aggiunta, comprendono: il controllo dello spazio aereo sull’intera Giudea e Samaria, poiché secondo la stessa logica del Philadelphia Corridor, un aereo arabo, passando sopra il territorio palestinese, potrebbe diventare visibile a Gerusalemme ormai a pochi secondi dall’attacco e il controllo militare delle alture cisgiordane, dalle quali eventualmente si potrebbe colpire con facilità la costa israeliana, in cui risiedono ben l’80% delle industrie e il 70% della popolazione del Paese.

In sintesi, per assicurarsi di non avere un nemico armato all’interno dei propri confini, sarà necessario imporre la condizione di uno stato palestinese completamente smilitarizzato, un po’ sulla falsa riga del sud del Libano o del Sinai, cosicché non si possa dispiegare un attacco in un tempo così ridotto da non poter permettere una risposta israeliana.

Purtroppo, nessuna di queste condizioni potrà garantire al 100% la sicurezza dei cittadini israeliani. È più probabile che a breve termine queste misure, per quanto legalmente giustificate, possano essere trasmesse dalla propaganda palestinese in un modo così distorto da incitare una nuova intifada. D’altro canto, c’è da sottolineare che qualsiasi iniziativa che affermi l’esistenza dello Stato d’Israele ha causato o avrebbe potuto causare un’offensiva araba, ma ciò non ha mai fermato il popolo ebraico: se vivessimo costantemente nella paura di un attacco, a quest’ora non avremmo nemmeno raggiunto Gerusalemme.

Occorre aggiungere che l’argomentazione della possibile intifada ha perso credibilità negli ultimi anni, poiché spesso abusata da certe fazioni politiche. Ad esempio, prima del riconoscimento delle Alture del Golan, si minacciava una catastrofe, ma nulla è accaduto; prima del riconoscimento di Gerusalemme, si preannunciava il finimondo, ma ben poco si è mosso; che fosse anche questo solo uno spauracchio da parte di coloro che avversano l’operazione?

Anche se fosse, Israele non può permettersi la leggerezza di tralasciare questo scenario, indi per cui bisogna ponderare i due rischi, quello immediato e quello a lungo termine. Da un lato, Israele è diventato leader mondiale nella prevenzione di attentati terroristici, mentre potrebbe trovarsi in maggiore difficoltà in uno scontro frontale contro un esercito strutturato. Dall’altro, la possibilità di un’invasione araba è veramente remota, sia per timore delle Forze di Difesa Israeliane, che per una relazione diplomatica pressoché stabile (anche se sappiamo quanto rapidamente possano precipitare).

Infine, un altro fattore da considerare è quello economico-sociale: l’estensione della legge civile israeliana permetterebbe, ad esempio, la fioritura di diverse imprese, creando benessere e prosperità, che a cascata ricadrebbero anche sui palestinesi, distogliendoli dal giogo della Jihad.

In breve, è molto complesso delineare il contraccolpo che potrebbe subire Israele a seguito delle manovre suggerite in questi mesi, ma è più che ragionevole constatare che alla lunga si potrà configurare uno scenario in cui sia la sicurezza dei cittadini israeliani, che la stabilità della regione saranno decisamente più tutelate. Per questo motivo, è indispensabile per il futuro di Israele e del popolo ebraico intraprendere tali iniziative geopolitiche, in modo da garantire pace e prosperità nel Medio Oriente.