25 aprile, Enzo Sereni: il coraggio di esserci

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di Gadiel Mieli

Esistono vite che si leggono come romanzi, ma quella di Enzo Sereni è stata, più che altro, una sfida alla logica del disimpegno. Il tratto distintivo di quest’uomo, nato a Roma nel 1905, non è stata solo la brillantezza intellettuale, ma la difficoltà di separare il pensiero dall’azione. In lui, l’idea era solo il preludio del fatto.

Cresciuto in una famiglia dell’alta borghesia romana — il padre, Alfonso Sereni, era medico della casa reale — Sereni avrebbe potuto scegliere una vita di privilegi e studi accademici. Scelse invece l’attivismo. Vicino al socialismo, non si accontentò di discutere di uguaglianza nei circoli della capitale; interpretò l’impegno politico come una trasformazione da sperimentare direttamente. Per lui, la dignità umana e il lavoro non erano temi da conferenza, ma i pilastri su cui rifondare un’esistenza concreta.

Questa tensione lo portò, dopo la laurea, a una rottura netta con le sue radici romane. Si trasferì nella Palestina sotto Mandato britannico, dove contribuì alla fondazione del kibbutz Givat Brenner, diventando una figura significativa del sionismo socialista. Lì, tra il lavoro agricolo e la costruzione comunitaria, diede forma a un’idea concreta di responsabilità: il ritorno ebraico nella terra d’origine non come progetto astratto, ma come esperimento sociale fondato su condivisione e lavoro.

È però nel momento più buio dell’Europa che la figura di Sereni assume un rilievo particolare. Quando il nazifascismo iniziò a travolgere il continente, egli si trovava lontano dal raggio immediato delle persecuzioni. Eppure, non scelse la prudenza. Nonostante fosse un intellettuale e un padre di famiglia, ritenne che la distanza non potesse tradursi in neutralità.

Si mise così a disposizione della lotta contro il nazifascismo. Collaborò con la “Special Operations Executive” e partecipò alle attività dei paracadutisti dell’Agenzia Ebraica. La sua non era soltanto una missione militare, ma anche un tentativo di sostenere la Resistenza e contribuire al salvataggio degli ebrei nei territori occupati.

Nel maggio del 1944 compì il suo ultimo passo: venne paracadutato nell’Italia settentrionale occupata. Catturato poco dopo, non collaborò con i suoi carcerieri. Deportato nel Campo di concentramento di Dachau, fu ucciso nel novembre dello stesso anno.

La vicenda di Sereni resta quella di un uomo che rifiutò di essere spettatore. In un secolo di ideologie proclamate, rispose con la presenza fisica, scegliendo di stare dalla parte della libertà e dell’antifascismo. La sua morte non fu una ricerca dell’eroismo, ma la conseguenza estrema di una vita in cui il pensiero non venne mai separato dal coraggio di agire.


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