25 aprile 2026: la Liberazione tradita

di Gabriel Venezia
Ha ancora senso festeggiare la Festa della Liberazione? Le immagini arrivate da diverse piazze italiane non sono episodi isolati né “eccessi” da archiviare con imbarazzo. Sono il segnale di una deriva. A Milano, durante il passaggio della Brigata Ebraica, si sono sentiti insulti apertamente antisemiti come l’osceno “siete delle saponette mancate”, accompagnati da gesti che richiamano senza ambiguità il saluto romano. Non è protesta. Non è dissenso. È antisemitismo, punto.
Altrove si sono viste contestazioni aggressive, spray al peperoncino, simboli e bandiere che nulla hanno a che fare con la tradizione democratica che il 25 aprile dovrebbe incarnare. A Roma, la presenza di vessilli della Repubblica Islamica iraniana, regime che reprime, tortura e perseguita, è uno schiaffo alla memoria stessa della Liberazione. Portare in piazza quei simboli significa svuotare di senso la ricorrenza che si pretende di celebrare.
Ancora più grave è ciò che è emerso sempre a Roma a Porta San Paolo, dove sono comparsi slogan e richiami a organizzazioni come Hezbollah, Houthi e altre sigle del radicalismo islamista. Non c’è ambiguità possibile: si tratta di realtà incompatibili con qualsiasi principio democratico. Tollerarne la presenza, minimizzarla o ridurla a folklore militante equivale a una legittimazione.
Non basta più rifugiarsi nella formula dei “pochi facinorosi”. Il problema esiste ed è politico. Perché se certe presenze trovano spazio, è perché qualcuno quello spazio lo lascia. E allora la domanda diventa inevitabile: chi garantisce oggi il significato del 25 aprile? Chi stabilisce i confini tra ciò che è legittimo e ciò che è inaccettabile?
Negli anni scorsi si è arrivati perfino a separare fisicamente la Comunità ebraica dal resto del corteo, con cordoni di sicurezza. Un fatto già di per sé grave, che oggi appare come il sintomo di un fallimento più ampio. Quel segnale è stato ignorato. Non si è saputo, o voluto intervenire con chiarezza.
Le responsabilità non possono essere eluse. A partire da ANPI, che di questa giornata è riferimento storico e politico: definire limiti chiari, escludere simboli e gruppi incompatibili con i valori antifascisti, non è un’opzione, è un dovere.
Se questo non accade, il rischio è già realtà: il 25 aprile da Festa della Liberazione diventa terreno di scontro, occasione di ambiguità, spazio in cui tutto si mescola fino a perdere significato. Un cortocircuito che finisce per rafforzare proprio chi quella data la contesta da sempre, portando la tesi della Festa “divisiva”.
Non c’è pluralismo che tenga senza una linea condivisa. E quella linea è semplice: rifiuto totale dell’antisemitismo, rifiuto di ogni nostalgia autoritaria, rifiuto di qualsiasi indulgenza verso regimi e movimenti che negano diritti e libertà. Su questo non esistono sfumature. O si sta dalla parte di chi è morto per la libertà, o chi reprimeva tali istanze.

Laureato in storia all’Università di Firenze, studente magistrale in scienze storiche. Appassionato di politica, viaggi, calcio, letture, ed est Europa.



